“ Per distrarmi un poco, intensificai la mia attività. […]… trovai nella biblioteca, nascosti in mezzo ad alcuni libri di botanica, quattro quaderni bianchi. Vecchi, umidi, le copertine erano verde muschio. Le pagine erano a righe, con i margini superiore inferiore, e anche ai lati. Pronti per essere riempiti. […] Erano soltanto quattro. Piuttosto sottili. Quindi avrei dovuto suddividere la mia vita in quattro parti. Dopotutto non avevo bisogno di tante pagine. Presi il primo quaderno e scrissi il mio nome. Sul secondo, il nome di Olivia. Sul terzo, il nome di Elvira. I pilastri della solidarietà, così la vedevo io. Lasciai l’ultimo in bianco.”

(pag.86-87)

La struttura, l’ossatura di questo romanzo è tutta dentro queste righe.

Nell’america latina, tra campagne e miseria scompaiono bambini. Tutti figli di analfabeti, contadini poverissimi incapaci di capire tanto meno reagire. I neonati muoiono a poche ore dal parto, vengono impedite le visite e, degli ipotetici corpicini, restano solo ceneri. Un rituale, uno schema.

Ma una donna non ci sta.

Nel suo mondo seppure umile c’è ancora un posto vuoto, un posto enorme che colma con l’istruzione, la tenacia, le battaglie e la galera.

È la storia di una perdita annunciata, la bambina non c’è già più dalle prime pagine, ma anche di una ricerca eterna. Una donna contro tutti. Una donna che non crede e non si rassegna. Una donna che rischia.

La realtà raccontata dalla Serrano è senza dubbio dura, crudele e lontana da quella italiana.

Il fenomeno dei bambini scomparsi e il mistero che aleggia attorno alle adozioni illegali e il traffico degli organi, sono purtroppo radicati e diffusi ovunque. Non hanno nazione, né territorio.

La Serrano racconta una storia con precisi riferimenti geografici, approfondisce, scava, tra dinamiche di miseria, povertà, ignoranza e potere. Ma anche ribellioni, rapimenti politici e territori abbandonati.

“Essere poveri vuol dire tante cose oltre a non avere soldi. Me lo aveva insegnato mio padre quando ero piccola e lo ripeté allora. Lui e mia madre non credevano mica che fossi pazza, e neanche fuori strada. Non è la prima volta che una donna priva di mezzi si vede negare il cadavere del suo bambino. Così disse mio padre. Ah, se il marito mio avesse potuto sentirlo! Ma lui era nato in città, non era contadino come me, aveva credenze divers.”

(pag.19)

Ed è una storia dolorosa ma mai stagnante, ricca di pagine vive, pulsanti, mai pesanti nell’incedere degli avvenimenti.

L’intero romanzo è scritto dalla protagonista stessa, solo l’ultimo, il finale, sposta l’angolazione, restituisce al narratore la sua dimensione di personaggio.

La Serrano scrive in modo fluido, amalgama dialoghi e riflessioni, plasma fatti con spiegazioni. Il risultato è un flusso continuo che scivola facilmente. Il ritmo si tende a tratti verso rallentamenti eccessivi, proprio perché la scrittura è un composto liscio e uniforme in alcune pagine, specie verso la fine, si rischia di perdere la concentrazione, la tensione per la storia. Ma è, indubbiamente, una percezione soggettiva (la mia) che risente delle precedenti letture.

La linearità non è necessariamente un difetto, anzi, e la Serrano costruisce una storia con strumenti semplici, non le interessa colpire in modo eclatante, non cerca il colpo si scena improvviso. Racconta una storia. E lo fa con calma, lasciando che la protagonista si prenda le dovute pause, respiri necessari per non esplodere.

Credo sia difficile, molto, per un italiano entrare in questa realtà che purtroppo è vera nelle fondamenta. E credo anche che l’errore che si rischia di commettere è proprio quello di credere ‘a me non succederà’, di perdere un figlio in quel modo, di vedermelo portare via per chissà quale motivo o scopo. ‘A me non succederà’ è purtroppo una trappola che si avverte tra le righe di questo romanzo che ha una trama definita ma offre diversi spunti di riflessione.

In Italia la situazione dei bambini scomparsi, del mercato nero degli organi, è decisamente un’altra. Ma c’è, esiste, tanto quanto i giochi di potere, gli accordi politici ed economici, le strategie.

“ O l’avevano data in adozione o l’avevano venduta per il traffico degli organi. Scoprii l’esistenza di una rete di traffici in cui erano coinvolti paesi ricchi che commissionano il rapimento di bambini nei paesi poveri. I nostri si prestano volentieri a farlo, pagano bene. Ed è facile con tante donne ignoranti che partoriscono in ospedali sperduti, perché no?”

(pag.36)

In conclusione è un romanzo che racchiude un immenso dolore ma non si arrende mai, è il tratteggio di una donna che non cede alla miseria e all’ignoranza ma tenta in tutti i modi di combatterli. È la forza di una perdita che non si esaurisce neanche quanto il tempo allontana i volti e gli odori. E c’è, di fondo, la rabbia cieca e sorda, verso un sistema che disprezza la vita umana e la popolazione umile. C’è, ancora più in fondo, l’urlo straziato per un legame che neanche la presunta morte può spezzare e che non è comparabile o sostituibile con nessun altro tipo di rapporto. L’amore per un figlio può trasformare una persona, renderla talmente forte e coraggiosa da rinunciare a tutto il resto: l’amore di un compagno, l’appoggio delle amicizie, una casa propria, la stabilità.

“Un atto è tanto più potente quanto necessario.”

(pag.103)

I quaderni del pianto
di Marcela Serrano
Feltrinelli, ottobre 2007

traduzione dalla spagnolo di Michela Finassi Parolo
Isbn 978-88-07-01737-7

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Palahniuk Chuck – Soffocare

23 settembre 2008

Il titolo non potrebbe essere più azzeccato. Soffocare, descrive alla perfezione la storia di questo libro, un certo narrare e tutta una serie di simboli precisi che si rincorrono.

Victor Mancini finge di soffocare, ogni sera in ristoranti diversi, in modo da farsi salvare da qualcuno che si trasforma in eroe e che gli è riconoscente al punto da preoccuparsi per lui e inviargli soldi a distanza di anni dall’episodio. È praticamente un metodo scientifico. Un mestiere a tutti gli effetti. Scenetta, salvataggio poi, a casa, apertura delle buste, smistamento dei soldi ricevuti e compilazione dei bigliettini di ringraziamento. Così ogni giorno. Anni di soffocamenti inscenati ripagati da donazioni più o meno spontanee.

Ma soffocare è anche la percezione subdola che arriva al lettore, immerso in una trama che sembra semplice, ma si rivela complessa, insidiosa. Perché Victor Mancini è anche un sessodipendente che pur riconoscendo la patologia continua a cercare occasioni per fare sesso (anche con altri sessodipendenti boicottando le sedute di terapia di gruppo) finché incontrerà una dottoressa misteriosa che lo intrigherà al punto da non riuscire a farlo, niente sesso con lei ma tanti – tantissimi – pensieri, ragionamenti, verso l’unica donna che, in fondo, gli interessa in quanto tale.

Poi c’è il soffocatr come stile di vita, come approccio scelto dal protagonista che ha un passato scomodo alla spalle, una madre incomprensibile che entra ed esce dalla sua vita, e varie famiglie adottive. È un soffocare lento, in un presente tra mestieri strani, anche difficili da immaginare (almeno in Italia) e dialoghi rivelatori.

Tutto in questo romanzo è gestito con intelligenza, ritmo e consapevolezza.

Palahniuk vuole stupire, sorprendere, confondere, scatenare qualcosa nel lettore, una reazione, qualunque essa sia. E ci riesce. Infila il dito in piaghe puzzolenti e imbarazzanti, e lo fa col sorriso sulle labbra perché non c’è spigolatura che non è disposto ad affrontare con la più cruda ironia possibile, un paradosso disgustoso eppure vibrante.

Uno dei personaggi più complessi e sorprendenti è quello della Madre. Molto ci sarebbe da spiegare su una donna che nel corso della narrazione principale è ormai una vecchia prossima alla morte, rinchiusa in una clinica, che chiama il figlio con molti nomi tranne che col suo e che l’ha costretto a fuggire infinite volte, da bambino, per portarlo con sé. Una Madre che gli ha trasmesso un ‘suo senso’ della vita e del vivere, che ha cercato comunque di insegnargli qualcosa, in mezzo al caos perenne delle continue fughe. Forse già da allora il piccolo Victor si sentiva affogare, costretto a imparare a sopravvivere ‘inventandosi’ sempre qualcosa, espedienti per lo più, fino alla prossima famiglia adottiva poi la fuga, giri di valzer descritti con crudeltà ma che non trascurano la drammaticità della realtà.

<Non voglio che accetti il mondo così com’è> disse.

Disse:< Voglio che te lo inventi. Voglio che tu abbia questa capacità. Di creare la tua realtà. Le tue leggi. E’ questo che voglio tentare di insegnarti.>
(pag.273, è la Madre che parla a Victor bambino)

L’aspetto che personalmente mi ha più colpito è l’abilità di inserire frasi profondamente vere, intense e forti in momenti ridicoli o diametralmente opposti nei significati. Come se il contesto assurdo, allucinato, rafforzasse la profonda verità celata nella narrazione.

L’irreale è più potente del reale.
Perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione cui può spingersi l’immaginazione.
Perché soltanto ciò che è intangibile, le idee, i concetti, le convinzioni, le fantasie, dura. Le pietre si sgretolano. Il legno marcisce. La gente, bé… la gente muore.
(pag.160 – parole della Madre al piccolo Victor, proprio lei che ha vissuto in una realtà fantastica per tutta al vita)

Non c’è niente di prevedibile, in questo romanzo. Perfino il sesso, elemento onnipotente a cui si attribuiscono molti interessi, in questa storia si tende verso il disgusto, l’eccesso descritto come fosse scienza ma anche ossessione. Perché qui non si tratta di ‘scrivere di sesso’ ma di mostrare come può diventare fonte di salvezza. Non ci sono scene con amplessi che attirano, eccitano insomma. Ci sono frammenti di gesti necessari, dove l’istinto è verso la sopravvivenza più che per il piacere innescato dall’azione.

L’istante in cui ci ritroveremo a sentire freddo e a sudare sul pavimento del bagno, un attimo dopo essere venuti, ci passerà persino la voglia di guardarci in faccia.
L’unica persona che ci farà più schifo di quella che abbiamo davanti saremo noi stessi.
E’ solo in questi pochi minuti che posso diventare un essere umano.
Solo in questi pochi minuti non mi sento solo.
(pag.25)

Lo stile di Palahniuk cattura. Si entra in un ritmo preciso dalle prime pagine, che disorientano. Ma è proprio questa caratteristica che non mi ha fatto staccare dal libro: la non linearità. Quasi ogni capitolo ha un suo registro. Il narratore cambia, si alterna in modo da non dare tregua al lettore che deve rimanere attento, cogliere le sfumature per capire ‘dove si trova’ e ‘in compagnia di chi’. Decisamente un’ottima strategia per scacciare la noia, non che ce ne sia bisogno, ma ho avuto l’impressione che per Palahniuk sia parte del processo narrativo, questo alternare voci, cambiare registro, saltare. Anche questo ‘è’ la storia. Ed è stimolante.

Unica annotazione personale riguarda il finale dove i capitoli tendono a inspessirsi, ho avuto l’impressione che, specie in alcune pagine, ci fosse un eccesso di parole, come a voler allungare il tempo, un cercare di dare maggior corpo a una storia che ormai è delineata, il lettore la conosce e la segue senza bisogno di ulteriori tratteggi. O forse è solo un rallentamento necessario che, da lettrice vorace e curiosa quale sono, ho sentito fuori luogo, appena un po’.

In conclusione Palahniuk non racconta una storia assurda fine a se stessa. Realizza un’opera d’arte. Dove realtà e finzione si mescolano, il lettore lo sente, il sottile confine tra ‘normalità’ e ‘pazzia’. Tra coerenza e ‘follia’, tra ‘ordine’ e ‘caos’. Dunque c’è, quel confine, ma si finisce per perderlo spesso e certi nodi, certi svolgimenti, si confondo, sembrano ma poi non sono. Il protagonista stesso, disilluso e abituato ai fallimenti, ai cambiamenti e agli equilibri fragili, vuole – pretende – una precisa immagine di sé stesso e fa di tutto per alimentarla pur rendendosi conto che finirà solo e abbandonato, e, per certi versi, questa solitudine la cerca anche.

Si vive e si muore e il resto è solo un’illusione. Puttanate da femmine sottomesse che si riempiono la bocca di sentimenti e sensibilità. Un mucchio di stronzate soggettive ed emotive. L’anima non esiste. Dio non esiste. Esistono le decisioni e le malattie e la morte.
Io non sono altro che un lurido porco schifoso, un caso disperato di sesso dipendenza, e non posso cambiare, e non posso fermarmi e non sarò mai nient’altro.
(pag.155)

Una delle associazioni più frequenti, che rimbombano spesso, è legata a Gesù.
“ Chiediti sempre: cos’è che Gesù non farebbe?” è un quasi un ritornello. Il protagonista ha motivi precisi per nominarlo, ma allo stesso tempo tenta di stravolgerne il senso, di mettere a testa in giù quelle convinzioni, credenze, che sono cardini religiosi precisi. Di fatto Gesù farebbe di tutto, secondo Victor, perché non ci sono limiti alla sopravvivenza. E per Victor, Gesù è un termine di paragone ingombrante, un’ossessione che lo costringe a scontrarsi continuamente con quel confine, giusto o sbagliato, che invece ha sempre ignorato.

Una buona prova di talento narrativo, strutturazione e gestione di una trama piena di sottintesi e simboli, un affresco del vivere oggi dove il vero e unico obbiettivo è ‘non soffocare’, sopravvivere sempre e comunque fino alla resa finale, l’abbandono che però non lenisce, sfalda le certezze.

Mentre gli investigatori sfogliano il diario rosso di mia mamma, mi guardo intorno in cerca di qualcosa di più grosso. Qualcosa di troppo grosso da mandare in giù.
Ormai sono anni che soffoco fin quasi a morire. Non dovrebbe essere difficile.
(pag.269)

Per avvicinarsi al testo, propongo proprio l’inizio, l’incipit:

Se stai per metterti a leggere, evita.
Tra un paio di pagine vorrai essere da un’altra parte. Perciò lascia perdere. Vattene. Sparisci, finché sei ancora intero.
Salvati.
Ci sarà pure qualcosa di meglio alla tv. Oppure, se proprio hai del tempo da buttare, che so, potresti iscriverti a un corso serale. Diventare un dottore. Così magari riesci a tirare su due soldi. Ti regali una cena fuori. Ti tingi i capelli.
Tanto, ringiovanire non ringiovanisci.
Quello che succede qui all’inizio ti farà incazzare. E poi sarà sempre peggio.
(pag.7)

Soffocare di Chuck Palahniuk
Oscar Mondadori
Isbn: 978-88-04-52438-0
traduttore M.Colombo

L’ibuprofene è finito.

23 settembre 2008

Mi ha detto che non ci capiva più niente, che si era persa.
Io devo averla guardata male, cioè poco convinto. In realtà non avevo capito granché, pure io. Era un’ora che blaterava su questo e quello.
Diceva che non distingueva più chi le era amico amico.
Amico amico in che senso, dico io.
Quando non ti devi guardare le spalle, ha risposto ma si vedeva che era seccata, di doversi interrompere.
Così non le ho più chiesto niente.
Io sono quella roba lì, amico amico. Ti pare che me sto qui ad ascoltare le sue stronzate ossessive se no? Appunto. Anche questo dovrebbe essere considerato, invece no, non sembra almeno. Cioè. Lei è troppo presa, e lo so che ha paura. Ma poi, voglio dire, cosa le cambia? Assillarmi, annegarsi di parole, pensare, pensare, pensare. Mi viene mal di stomaco, quando fa così. E le spalle si contraggono. Cavoli suoi. Adesso le faccio venire l’emicrania, così la finiamo di tribolare, che cavolo!

Ricordati che l’ibuprofene è finito. E le farmacie sono chiuse.

Il primo elemento che mi ha colpito è stato la ‘forza del risucchio’. Tendo a essere una lettrice decisamente imperfetta e – ultimamente – anche molto frammentaria nel senso che doso il tempo, le risorse e, più in generale, gli spazi da dedicare a una storia. In quest’ottica l’approccio iniziale è, per me, determinante. Ho notato che se un romanzo inizia piano, lentamente, o semplicemente fatico a ‘entrarci’, se incontro troppe difficoltà iniziali insomma (diciamo entro le prime cinquanta pagine) allora è un gioco alla resistenza. Rallento la lettura, mi impongo di, ma resta il fatto che non ho più l’urgenza tra le ciglia.
Con ‘Il pianto delle falene’ mi è capitato l’esatto contrario. L’ho Iniziato in una mattina già afosa alle nove, mentre mio figlio giocava al parco e l’ho finito a notte fonda (dello stesso giorno). Sannino ha questa capacità di acciuffare il lettore e catapultarlo nella ‘nuova realtà’ con poche, sapenti, pennellate. E’ quasi fin troppo facile. Vedi alcuni scorci di luoghi, senti i primi discorsi dei personaggi, li segui e già non hai scampo. E mi piace molto, quest’approccio perché è l’esatta carica che mi aspetto da uno scritto (poco importa il genere, l’autore o altro).
Scelgo un fiocco che mi chiama tra gli altri, lo seguo fin dove riesco, è volubile, incostante. Quando penso di averlo trovato stringo gli occhi e lo attiro verso la mia direzione. Si divincola, si affanna. Si difende con l’inconsistenza che gli è propria. Non lo sa che lo aspetto e se lo sa, finge.
(pag.11)
Superato l’approccio, lo stordimento iniziale, ecco che ho colto meglio l’originalità di questo romanzo: un uomo che scrive in prima persona usando una voce femminile.
Innanzi tutto scrivere un intera storia in prima persona è complicato. E rischioso. Il punto di vista si orienta, per forza, sulla voce principale, si rischia di dare al lettore una visione troppo parziale e, per questo, limitata e limitante. Oltre al fatto che sostenere per oltre duecento pagine un’unica voce dominante non è semplice.
Ma c’è di più.
Sannino ha costruito la figura di questa protagonista che è una donna, over trenta, che lavora in un bar, vive da sola e ha una relazione instabile. Si è trasferita in periferia per lasciarsi alle spalle facce familiari e un passato che, comunque, la tormenta e non è di certo rimasto sufficientemente lontano da farla stare tranquilla. Eppure si è ‘modellata’ una vita dove tenta di restare in equilibrio. Lavoro. Casa. Amici (pochi ma buoni, come dicevano le nonne). E Amore (altalenante, ma quale non lo è?).

Ho bisogno di mantenere il controllo dei miei giorni. Per questo mi trasferii qui, in questo paesino di provincia, lontana dal caos e dai miei precedenti affetti.
(pag.113)

Una storia moderna, inquietudini di questo secolo di certo, di una società che non ha tempo per niente, dove non è permessa l’imperfezione, non si accettano ‘i diversi’ sotto ogni possibile angolazione, dove le tappe ‘socialmente obbligate’ sono religioni inviolabili.
E c’è una gran forza in questo tratteggio, c’ è sudore e fatica. Consapevolezza mista a qualcos’altro che il lettore aspetta di capire, segue e sa che, prima o poi, si svelerà.
Tutto questo, narrato in prima persona. Sannino scrive, parla, spiega, urla, riflette. Tutto dentro i panni della protagonista. Di una donna. E, devo dire, lo fa bene. Non so quanti, leggendo alcune pagine a caso, senza sapere il nome dell’autore, saprebbero riconoscerne il sesso. Non tanti credo. La struttura narrativa è convincente, credibile nella storia quanto nei tratteggi. La voce è forte e coerente nelle sue sottili ma evidenti contraddizioni. Appena alcune sbavature, pensieri che io – da donna – ho trovato poco vicini alla mia sensibilità anche se, il tipo di donna che è Katia ha nette differenza con me e di certo, queste diversità – a tratti – me l’hanno fatta sentire più lontana del necessario.
Ma più di tutto, l’immagine di una donna che ancora si cerca, che ha paura e non vorrebbe averne, con tutta se stessa. Che lotta ogni giorno per costruirsi una routine che, in realtà, tende a sfuggirle troppo facilmente. Che si affida a sentimenti che sono altalene scricchiolanti, cercando un tipo di amore che sembra non esistere, non tra gli uomini che la circondano quanto meno.

[…] la sensazione di un equilibrio di cristallo, continuamente in procinto di infrangersi. E lui non si curava di ciò che avrei voluto essere.
Cosa?
(pag.46)
C’è molta carica sessuale nel corso della narrazione, mentre gli eventi evolvono, gli sguardi si intensificano e certi gesti diventano sottintesi. E questa energia, fisica, quasi animalesca ne alimenta il ritmo, permette al lettore di non dimenticare il tipo di consapevolezza dei personaggi, il peso degli odori.
Sannino è un autore sensibile e attento. Studia. Annusa. Analizza. Allo stesso tempo è animato da un pizzico di sana incoscienza, la stessa che lo ha fatto entrare nei vestiti di una donna, nelle sue corde vocali, nei tacchi.
Descrive molto, con un aggettivazione precisa e sensoriale che permette al lettore di focalizzare gli ambienti, le atmosfere in poche righe.
C’era quell’odore nell’aria, di petali e di pesche. E una luce ancora accesa dal blu cobalto del cielo.
(p.118)

Questo, forse, è uno dei pregi che più portano a galla alcune sbavature. Tanto quanto lo stile tende ad essere asciutto, preciso ma ricco, quanto la lunghezza lo appesantisce, eccede in alcuni punti chiave dove il ritmo rallenta troppo, dove si avverte che, la volontà di scavare meglio e respirare con calma si è trasformata in un’inchiodata brusca.
Altra piccola spigolatura, che per come l’ho letto e percepito io, ha in alcuni casi tolto il pieno del sapore: l’anticipazione.
Per quella che è la mia esperienza, quanto una storia può essere prevista dal lettore, allora è opportuno riflettere, e magari invertire il fenomeno. Ma se, il lettore stesso, riesce addirittura ad anticipare un’azione o un personaggio con ragionevole certezza, allora, forse, qualcosa (di micro quanto macro) non va. Premesso questo, considerando che oggi non si inventa né si scopre più nulla, è evidente che i personaggi, i ruoli, gli incastri e le trame si rincorrono. Eppure quel guizzo in più, quel modo, quei tratti; sono loro, secondo me, che possono fare la differenza. Ne ‘Il pianto delle falene’ in alcune pagine sporadiche ho anticipato, leggendo. E credo anche che sarebbe bastato poco per evitarlo senza sconvolgere gli eventi o i personaggi. Ma, come specifico sempre, sono solo le mie percezioni, soggettive e assolutamente non qualificate.
La protagonista è una donna complicata (e, fin qui, verrebbe da aggiungere che non c’è davvero niente di nuovo) ma è anche in perenne ricerca, fa l’equilibrista tra persone e azioni. Poi cambia idea. Cerca qualcuno a cui appoggiarsi, ne ha un bisogno disperato, eppure lo stesso resta incerta, sa ma non è sicura, vuole e rifiuta.
Ci sono, poi, alcune figure maschili, in questo romanzo, che si riveleranno essere ‘chiavi di decodificazione’. Uomini, a modo loro, presi da se stessi ma ricettivi. Che la vogliono eppure tendono a ritrarsi. Lo spazio, in questa storia, quello imposto quanto quello cercato per sé, è un elemento dominante a mio avviso. Tanto quanto le verità celate, i legami spezzati e quei segreti che logorano eppure finiscono rinchiusi nel ‘famoso armadio’. Sannino dosa sapientemente i gesti, sa dove colpire per cattura quanto per stordire e non si risparmia. Mostra solo quello che vuole e cerca il momento successivo per.
Nel titolo c’è, evidentemente, il simbolismo più forte.
Le falene appartengono, come le farfalle, all’ordine dei Lepidotteri. Ma non sono farfalle. Hanno abitudini notturne, recita Wikipedia, e possono avere le antenne di forme diverse.
Quest’immagine, di un gruppo di falene che volano in alto, insieme, e piangono ma di un pianto bambino, insistente quanto inconsolabile; quest’immagine è decisamente una proiezione diretta di una parte della protagonista. Forse del suo lato più interiore, meno propenso ai compromessi, alle scelte di comodo. Le falene volano e piangono a fasi alterne, tornano per ricordare alla protagonista che il pianto ancora non è cessato e che è ora di aprire le finestre e lasciarle andare. Per quanto difficile sia. In quest’immagine, forse, c’è l’essenza di un vivere che è di una fragilità sconvolgente proprio perché è ‘quel’ tipo di atteggiamento che, di solito, rifiutiamo, ignoriamo o tentiamo di camuffare.
Ho terminato la lettura come ‘in sospensione’. Perché è così che succede quanto una storia è amara al punto giusto, e fa sentire tutto il suo sapore legnoso, sgradevole. Che non è affatto un difetto. La vita reale non è un eterno sciogliere dolcificanti. Per questo apprezzo molto le storie che non tentano di accecarci del tutto. Quelle che restano fedeli a se stesse, non accettano compromessi e ci lasciano lì, a fissare la pagina pensando ‘ma allora…’.

Lessi l’anno scorso, il suo primo romanzo, ‘Assolo’ edito da Il Foglio, ho recuperato alcuni brevi appunti, scritti d’istinto: “E’un testo introspettivo, scavante. Dove la solitudine è così prepotente da schiaffeggiarti a un certo punto. Ci sono flash back che parlano di adolescenza come penso molti l’abbiano vissuta. In un mondo che già a diciassette-diciotto anni è feroce, competitivo. Tutto è classifica. E se non stai al passo sei stritolato dall’ingranaggio. (certe righe mi hanno riportato indietro nel tempo e non mi è piaciuto per niente, confesso)
Poi ci sono le tematiche interiori. L’analisi di un se stesso visto dall’interno. Debolezze. Paure. Esplosioni. Amori fugaci. Sussurrati. Nascosti. Incompresi. Abbandonati.
C’è l’attesa. Che serpeggia per tutto il tempo. Tiepida compagna di lettura. Che ti ricorda che arriverà. Sta per arrivare. Dovrebbe essere già qui. Si. L’attesa. Che si svela solo nelle ultime pagine. L’attesa. Che, in fondo, è anche la nostra. Di chi legge.”

E devo dire, oggi, che la ‘voce’ di Sannino non mi sembra cambiata nelle sue radici profonde, affinata certo, più padrona e potente, direi. Il passaggio più grosso è stato, senz’altro, nella trama. Nel gestire molti personaggi, nel tratteggiarli, renderli vivi e pulsanti. Nel riuscire a costruire un micro mondo fatto di luoghi, atmosfere, persone e legami che mutano, si svelano e cercano sempre qualcosa che ancora deve accadere. E, di certo, nell’entrare dei panni dell’altro sesso.

Alcune veloci annotazioni sulla casa editrice: le Edizioni Smasher nascono nel novembre 2007 mantenendo il gruppo editoriale dell’Associazione Smasher, risalente al 2004. Sono giovani, il sito è ancora in costruzione. Eppure sono celeri e cortesi. Ho ricevuto il libro in pochi giorni e, come oggetto, non sfigura accanto ad altre pubblicazioni. Mi sembra ci sia molta cura, per la veste quanto la possibilità di creare un contatto col lettore, per quanto si possa in un mercato dove la distribuzione è, di fatto, in mano alle pochissime grandi case editrici. Altra annotazione, diciamo di servizio: il prezzo adeguato, Euro 10 (decisamente ‘onesto’ mi permetto di aggiungere) rispetto alle 270 pagine complessive. E la foto in copertina, di Annarita Migliaccio, davvero calzante. Suggestiva.

Lascio uno stralcio del passo dove, a margine, sulla mia copia ho scritto ‘meraviglioso’:

Quando penso di parlare di me a qualcuno, ho sempre la sensazione di trovarmi un passo indietro e di parlare una lingua sconosciuta. Incomprensibile perché solo mia. Ho la certezza di non poter essere compresa, perché quello che ho risulta inverosimile perfino a me stessa.
(pag.78)


Barbara Gozzi, Luglio 2008.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sannino Giorgio (1968) vive e lavora a Bergamo. Laureato in economia e commercio, musicista pentito, avido lettore, scrive contratti per campare. Ha pubblicato vari racconti. Nel 2004 un romanzo, Assolo, per le Edizioni Il Foglio. ‘Il pianto delle falene’ è il suo secondo romanzo.

‘Il pianto delle falene’ di Giorgio Sannino, Edizioni Smasher, aprile 2008. Prefazione di Anna Lamberti-Bocconi. Pagg.270, Euro 10.
Il blog di Giorgio Sannino, dove si recuperano molti suoi scritti.

T.b.di Barbara Gozzi

17 settembre 2008

Ricordo una bambina che guardava fuori dal finestrino.
Era buio. Tutta la famiglia si era infilata in macchina dopo cena, salutando i nonni. Tratta stradale: Ferrara – provincia di Modena. Capitava che la domenica diventasse un transito: partenza in tarda mattina tra schiamazzi e borbottii, ritorno notturno e silenzioso.
Ricordo che l’abitacolo la rassicurava, quella bambina che fissava insistentemente il paesaggio indistinguibile. Campagne. Tetti. Alberi e macchie. Qualche luce lontana.
Ci pensi mai alla morte, mamma?
Ricordo le parole esatte. Perfino il tono, frettoloso ma deciso, che è uscito dalla bocca della bambina.
Poi il caos. La madre col volto arrossato, balbettante sbirciava il padre alla guida. I fratelli ridacchiavano tra loro e la radio in sottofondo, a coprire una risposta che non è mai arrivata.
Quella bambina ero io, ormai vent’anni fa.
E da allora il mio rapporto con la morte è cambiato, da individuo quanto, da alcuni anni, anche da genitore.

Allora queste righe strane, storte direi, tentano di lasciare una traccia precisa.

Della morte ho paura, mi confonde, la temo e la rincorro, la vedo attorno a me e spesso mi sento accarezzata.

Ma non vorrei mai – davvero mai – allontanarla. Scansarla. Ignorarla o peggio. Lasciarmi sospesa, come se potessi (e dovessi) aspettarmi l’eternità.

No. La morte scandisce il tempo. Ci restituisce una precisa dimensione, di creature fragili che vivendo possono fare e disfare in continuazione. La morte è ‘l’ ‘incognita che sottolinea la forza del tutto che ci circonda. Colori, sapori, umori, moti, gesti, suoni e.

Allora io chiedo di poter morire senza che il mio corpo diventi un mero contenitore freddo. Non accanitevi su un involucro che non ha colpe, è progettato per deteriorarsi, non conosce l’eternità.

Ma chiedo anche di non essere lasciata sola. Chiedo, a chi mi vuole bene, di non voltare la faccia, di non fuggire né di delegare. Chiedo di essere accompagnata nell’unico modo possibile: rimanendomi vicino. Il gesto, lo so, può sembrare inutile forse addirittura insensato. Ma non lo è.

E mi rendo conto, di essere egoista. Di ‘pretendere’ qualcosa di doloroso, difficilissimo. Lo so.

Ma la voglio urlare questa, come la precedente, dichiarazione perché nella morte abbiamo bisogno di comprensione, appoggio. Di poterci aggrappare mentre ci lasciamo andare. I viventi la dovrebbero sfiorare (la morte) e il morente sentire, quella carezza lieve, magari distante, offuscata.

Spero che il silenzio non mi separi anzitempo dalle persone amate, tutte, senza distinzioni di gradi o legami. Vorrei sapermi rispettata nel corpo quanto nella mente. E mi auguro, chiedo, che il transito venga legittimato, capito e accettato.

Chiamatelo pure testamento biologico allora.

Ma è anche un impegno preciso che prendo ora, qui, adesso. Giovedì 11 Settembre 2008, una giornata qualunque, quella in cui ho deciso consapevolmente di espormi.

Amore, rispetto e vicinanza. Anche attraverso la morte.

——————
Testamento biologico pubblicato su Vibrisse e Primo amore.

Consiglio la lettura dei commenti su Vibrisse che ampliano l’orizzonte, propongono un dibattito.