… ma io di cosa sono davvero responsabile? Il senso di allegria conviviale che spinge alcune persone, come quelle che lavorano in MSF, a lasciare tutto e partire verso luoghi lontani, con la speranza e spesso la determinazione necessaria a migliorare quello che si può migliorare, questa allegria conviviale si appoggia, in realtà, su di una dimensione più seria e più complessa, ovvero la convinzinoe che io sono responsabile delle cose che accadono fuori dal mio stretto raggio d’azione…
(pag.141- estratto da ‘Medici di se stessi’ di Antonio Pascale’)

Mondi dentro un limite davvero fuori dalla realtà che conosciamo (in un’Italia in crisi certo, contraddittoria, eppure), nove scrittori che raccontano storie o semplicemente riportano quello che gli occhi hanno visto. Ma non è per gli scrittori, stavolta direi proprio di no. Ognuno a modo suo ‘riporta’ una realtà precisa. Baricco, Benni, Carofiglio, Covacich, Dazieri, Di Natale, Giordano, Pascale, Starnone, disegni di Giannelli, prefazione di Konstantinos Moschochoritis (Direttore Generale MSF Italia).

E tante, davvero tante piaghe.
Non credo che sull’integrità e l’impegno concreto dell’organizzazione in oggetto ci siano dubbi o pendenze, mi resta addosso molto disagio, vergogna, e rabbia. Tantissima rabbia.

>> Medici  senza frontiere

>> Il progetto che ha portato al libro.

Mondi al limite
Nove scrittore per medici senza frontiere
Feltrinelli – serie bianca
Isbn: 978-88-07-17159-8
Euro 14 pag.183

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“Per quanto riguarda i nuovi farmaci, il monopolio legato al brevetto ritarda l’introduzione di farmaci generici e mantiene alti i prezzi. Per le malattie dimenticate e presenti prevalentemente nei paesi poveri, la mancanza di incentivi finanziari per la Ricerca e Sviluppo porta alla mancanza di farmaci adeguati per combattere queste malattie nei paesi dove sono endemiche. (Pag.37 – precisazione ‘Accesso ai farmaci’ che segue il testo ‘C’era una volta l’Aids’ di Stefano Benni.)

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Ok, qui gli elementi tutto sommato sembrano semplici.
Lei, la protagonista, le sue contraddizioni, il femminismo esasperato rifiutato oltre ogni limite culturale-sanitario-etico-logico, il corpo e il piacere.
Credo sia impossibile non avere in assolutò tabù.
Credo ci sarà sempre qualcosa di ‘taciuto’, capace di stupire, disgustare, imbarazzare, stuzzicare.
E credo che colpire proprio lì, nella linea di confine, più o meno condivisa, sarà sempre ‘interessante’ quanto meno da un punto di vista commerciale (sempre e comunque se c’è di mezzo il corpo, il sesso in ogni sua forma o dimensione, l’erotismo, la ricerca del piacere).
Resta da capire quanto davvero resta di scritture di questo tipo. Al di là del confronto con quanto la protagonista-narratrice spiega, al di là del condividere o meno l’idea che ha del viversi e dell’essere nel mondo.
Sui giovani, soprattutto Le Giovani teen, mi sembra che negli ultimi cinque-dieci anni si sia scritto e detto e discusso molto. Quasi a volerle infilare in luccicanti campane di vetro, analizzandole come ‘esseri da laboratorio’ che aspettano di essere sezionati.
Estreme, disinibite, bullette, sfacciate, sessualmente aperte e disponibili ma anche profondamente vuote, appoggiate a falsi miti, ossessionate dal peso, l’apparire e il denaro come talismani del potere. Certamente fragili ma anche ciniche, disposte a vendersi, giocare coi coetanei e non solo, abili nel manovrare quanto capaci di schiantarsi per una battuta di troppo.
In questo libro ci si spinge un gradino oltre (oltre che non necessariamente significa avanti o indietro, forse è altrove): la teen in questione si tocca in continuazione, ha fantasiose abitudini per masturbarsi, rassicurarsi sessualmente e trovare piacere individuale. Ma non basta: rifiuta ogni regola legata al corpo. E’ morbosamente attaccata a ogni sua parte, specialmente quelle intime che cura a modo suo, si assaggia, si coccola, si stuzzica e si guarda. Allora viene da chiedersi, leggendo, cosa vuol dire davvero ‘disgustarsi’, cos’è in concreto che disgusta o cosa invece ci è rimasto sulle spalle da precedenti educazioni, dalle generazioni che prima di noi hanno combattuto le stesse nostre battaglie e le hanno diciamo ‘risolte’ in un qualche modo che ancora cerchiamo di capire. Il nostro corpo, il rapporto tra noi e quei punti che danno piacere, ma posso diventare fonte di imbarazzo, quelle piccole azioni ritenute ‘maleducate’ o peggio, derivanti da comportamenti ‘deviati’ al limite del patologico. Tutto questo è soggettivo entro un certo limite, io credo. E Charlotte Roche lo sa bene e spinge, spinge, spinge, la barricata in attesa di cogliere i segnali, di vedere le facce che si contraggono, sbiancano, scappano. (E facendolo sa di colpire anche il grande mercato che si nutre di provocazioni, in un tempo che sembra averle esaurite, che perfino sessualmente si è già esposto molto, qualcuno direbbe troppo).
L’espediente del ricordo che si aggancia a una frase, una situazione o uno qualunque degli elementi che vede o pensa la protagonista (un dettaglio come le ciglia ma anche un colore, un pensiero su qualcosa di visto), l’espediente dunque tende a diventare troppo pressante, stanca alla lunga, anche perché è spesso prevedibile, innesca la dinamica da ‘inseguimento del frammento che si incastra in un altro e via così’. Ma forse non è stilisticamente che si dovrebbe cercare, in questo libro, non è nelle scelte linguistiche quanto nei messaggi lasciati, negli (in)volontari input che lo hanno fatto percepire (o volutamente etichettare) come il ‘libro scandalo’ del momento (o dell’anno? del decennio? del nuovo secolo?) e addirittura il ‘nuovo’ manifesto del neo-femminismo (dunque le donne hanno sempre e solo il corpo per tentare di cambiare le ‘cose’, interessante punto di vista – interessante specialmente se fosse possibile capire chi lo ha ‘innescato’, se è ciò che vogliono le donne davvero o se semplicemente è quello che si cerca di far credere loro, che solo col corpo possono, da cui il manifesto nel moento in cui si abbattono vecchi tabù come la masturbazione femminile o il senso dell’igiene…)
In tutta onestà, che la protagonista si fotografi letteralmente ‘il buco del culo’ appena operato, o si faccia depilare da uno sconosiuto per poi procurarsi da sola un’orgasmo con l’impugnatura del rasorio; di tutto questo e molto altro non mi interessa proprio nulla. Ma mi incuriosisce la dinamica che invece porta altri, molti altri, a trovarlo interessante, folgorante, rivoluzionante addirittura. Quelli del partito opposto, che si sono disgustati, rivoltati, incazzati, schifati, e viadicendo; loro in un certo senso mi sembrano coerenti coi vecchi modelli, vicini a un preciso senso del pudore, del rispetto di sè e di un’intimità che pur restando soggettiva nel momento in cui diventa pubblica, nel momento in cui la si palesa perde un’essenza individuale, diventa strumento, oltre che oggetto di studio, valuzione generale, immedesimazione forse, quanto meno paragone. Voglio dire: io di e con me posso anche fare quello che mi va, fregarmente di tutti e tutto, annusarmi, tagliarmi, leccarmi, e tutto il resto che ne consegue e mi va (sottolineato). Posso si. Ma scriverlo, divulgarlo, proporlo attraverso le parole di una teen ha, secondo me, tutt’altro ‘sapore’ per restare in tema. Si torna alle logiche di cui sopra, si torna al mondo degli adolescenti, alle sperimentazioni delle nuove generazioni che continuano a cercarsi e che, a quanto pare, per farlo abbattono qualunque barriera e quelle sul corpo, il sesso, la sessualità e il piacere, quelle barriere sono certamente le più invitanti, quelle che più hanno crucciato le ‘vecchie’ generazioni, che più sono state gelosamente custodite, difese forse da taluni fino al crollo che già la mia di generazione (che peraltro è la stessa dell’autrice) ha visto distintamente. Fino ad oggi.
Abbattiamo la qualunque cosa ormai.
Giusto? Sbagliato? Necessario? Transitorio? Co o di struttivo?
Non ne ho idea.
Si dice che ogni distruzione porta in sé un rinnovamento, una RI-costruzione.
Intanto continuiamo ad abbattere mi pare, poi quel che verrà forse lo scopriranno quelli che oggi sono appena bambini o che ancora devono nascere.
Abbattiamo e non ci fermiamo.
Io guardo indietro, adesso, vedo (anzi, immagino) Helen che si annusa lo smegma poi se lo infila in bocca per assaporarlo come un sommelier panciuto e calvo; focalizzo la scena e mi domando: de-molizione completata, game over?

” Quando sono sul water, subito prima di fare la pipì, mi infilo sempre un dito nella fica e faccio il mio test. Ravano un pò, tiro fuori tutto il muco che riesco a trovare e lo annuso.
In genere ha un buon odore, a meno che non abbia appena mangiato indiano o qualche pietanza particolarmente agliosa.
La consistenza invece varia notevolmente: a volte fa pensare a un formaggio fresco, altre all’olio d’oliva, in base a quanto mi lavo. E quanto mi lavo dipende, a sua volta, dalla persona con cui ho intenzione di fare sesso. Sono in molti ad amare il formaggio fresco. Può sembrare strano. Ma è così. Io mi informo sempre in anticipo.
Dopo aver annusato a fondo, infilo il dito in bocca e succhio da buona intenditrice. Di solito il sapore è ottimo. “
(pag.49)

Dopo la lettura si attendono spunti, commenti, annotazioni, espressioni, reazioni. A questo punto – forse – ci restano le reazioni per andare avanti.

Zone umide
di Charlotte Roche
Rizzoli collana 24/7

Isbn: 978-88-17-02582-9

………………

Meravigliosi i ‘wikipediani’:

http://it.wikipedia.org/wiki/Zone_umide

Difficile commentare il testo di uno specialista, sociologo, psicologo, ingegnere che sia. Difficile perché i dubbi possono sembrare stupidi, inutili o peggio, imbarazzanti.
La mente in particolare è tutto e niente. Non è di certo scienza esatta, men che meno è possibile individuale ‘teoremi’ o ‘principi’ applicabili sempre, universali come si dice.
Allora il problema è quasi sempre soggettivo. Tu che leggi cosa ne pensi?
Morelli è diretto, schietto e volutamente semplice nei ragionamenti. Non si complica troppo la vita, mi sembra evidente. E le sue idee in un certo senso fanno pensare dalla prima riga qualcosa come ‘ecco vedi, io lo sapevo, me lo sentivo che’. Si, si. Vero. Il punto forse è proprio questo. Sottile, se proprio vogliamo ‘masturbarci mentalmente’ come scrive lo stesso Morelli (che peraltro invita a non pensare, e lo fa spesso, sempre, riferendosi all’argomento del libro in oggetto ovvero ‘Eros-Amore’, per cui comunque io sono già lontana dal mio ‘Sè’, decisamente sopraffatta dall’ Io). Dicevo, è un punto sottile, forse, ma io l’ho sentita quasi subito, questa impressione. Ovvero: sto leggendo esattamente o quasi quello che vorrei sentirmi dire.
Chi non vorrebbe sentirsi libero di seguire sempre e comunque il proprio desiderio? (non vedo mani virtuali alzate)
Chi non vorrebbe smettere di sentirsi in colpa, uscire dal ‘ruolo’ o dal tal ‘impegno’, fare e basta quello che vuole?
Che il sesso fa bene, al corpo e alla mente, non è una novità. Che farlo fa stare bene e basta, idem.
Ma, per dirla alla ‘Morelli’, esiste questo ‘Io’ in ognuno di noi, un ‘Io’ che magari ci siamo costruiti o che comunque nasce dalle esperienze passate, gli insegnamenti che volenti o nolenti abbiamo ricevuto. Tanto quanto esistono i programmi, i progetti, il ‘guardare avanti’, il pensare a cosa sarà o diventerà. Esistono, forse non sono sempre giusti (specie le illusioni o le aspettative pressanti e violenti che oggi ci imponiamo nell’aspetto, nei gradi dei sentimenti, nelle posizioni sociali, nell’immagine che gli altri percepiscono di noi…). Allora se esistono, giuste o sbagliato, è davvero possibile zittirle, ignorarle, annullarle, in favore della chiamata dell’Eros?
Possibile forse, basta volerlo direbbe qualcuno.
Ma giusto? (e anche qui non sto seguendo le logiche del testo, sto ragionando troppo).
Siamo senza dubbio una società fondata sulla superficie, sui ruoli predefiniti, sulle gabbie luccicanti, sulle apparenze e le percezioni che gli altri hanno di noi e che ci condizionano in ogni scelta. Siamo votati alla bellezza esteriore a tutti i costi, agli oggetti posseduti, ai ritmi frenetici che non fanno pensare, non lasciano spazi ai sentimenti forti (belli e brutti, ovviamenti). Siamo sicuramente poco abituati ad ascoltarci, a stare in silenzio, ad accettare i sentimenti per quello che sono, a lasciarci andare (anche con gli altri). Su tutto questo sono d’accordo.
Sul non-essere per lasciare spazio all’energia, sullo smettere di pensare prima-dopo e durante l’amore/sesso, meno. Decisamente meno. Resto perplessa.

Sii foglia d’autunno

23 dicembre 2008



Sii foglia
e smettila.
Lasciati andare
dove nessuno può sapere e prevedere.
Dove nessuno ti può cercare.
Fermati e ascolta, ce ne sono altre come te
smarrite, perdute, silenziose.

Sii foglia
e ama quel rosso che ti resta tra le ciglia
liscialo e cullalo, sei così bella sai?

Sii foglia d’autunno e sorridi al tempo che verrà
ai sospiri del vento freddo
e ai raggi incerti, delicati.
Sei preziosa, ricordalo.
Sorridi, lo sento.

Qualcuno, adesso-domani-ieri-presto-chissà
ti raccoglierà,
allora si.
Credimi.
Anche tu saprai.

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Credit foto

Queste scelte qui le paghi

20 dicembre 2008

Quando hai realizzato che c’eri dentro, che ormai davi tutto per scontato e ti restava solo quello, di modo per.
E’ stato lì che hai visto la caduta. Ammettilo.
Anche solo tre anni fa non l’avresti presa così, ma solo perché non eri ancora abbastanza contaminata dal sistema, dal respirare quel particolare meccanismo, quel lasciarsi spingere dal tempo e dall’unto.
Poi, senti, avresti anche potuto arrivarci prima. Cosa pensavi, di cambiare il mondo? Co-mu-ni-ca-re?
Certe volte, davvero, ti senti ridicola da sola. Come adesso.
Il solo fatto di averlo pensato, che si poteva. Potere è una parola grossa, renditene conto, fattene una ragione.
In pochi possono. Ancora meno riescono. Tu di certo non stai in nessuno dei due sottoinsiemi.
E mentre ti chiudi nel piccolo bagno puzzolente e assaggi l’umido delle mattonelle sbeccate, mentre aspetti che l’onda arrivi e le gambe tremano.
Lo sai, che hai sbagliato tutto.
Che non è questo che avevi in mente.
O magari semplicemente non ci volevi pensare, che saresti finita così.
Bastava accettare. Cristosanto, cosa ci voleva? Davvero niente. Poi Paolo, certo, era un gran puttaniere ma in fondo ti dava i tuoi spazi. Eppure avevi più bisogno di credere che esisteva ancora la fedeltà piuttosto che lasciarti cullare da qualche migliaio di euro di tranquillità.
Così eccoti qui, in una fabbrica grigia come tante. A ripetere azioni identiche ogni giorno. Ora. Ogni santissimo minuto.
Poi, certo, si poteva anche tentare con l’università. Ma c’era da piegarsi anche lì e a te non stava bene. Chiedere aiuto a tuo padre sarebbe stato l’atto di sottomissione definitiva, così pensavi. Proprio quando speravi di poterti levare di torno. Allora niente. Via tutti i piani di studi. Inscatolati quaderni, dizionari e sogni.
Stasera neanche ti viene a trovare.
Quello che ti sei scelta.
Ma certo che ha degli ottimi motivi. Deve lavorare. Mi pare ovvio. Te lo sei cercato squattrinato e incasinato in ogni cellula. Per cui, oggi – adesso – per sempre, queste scelte qui le paghi.
E smettile di piangere! La pausa è finita, vuoi davvero che ti tolgano quindici minuti dalla busta paga?

Foto Bg