Dal davanzale

29 maggio 2007

Ci sono cose che si fanno e basta. Non c’è un perché, un motivo preciso su cui ragionare. Ne avverti il bisogno e lo assecondi.
In questo momento se ne sta seduto e fissa la città. Uno qualunque. Maschio o femmina, come volete.
E’a casa, nascosto in uno di quei palazzi alti costruiti da poco. Solo che ha le gambe a penzoloni. Si, avete capito bene. Si è seduto sul davanzale di una finestra, quella enorme che si affaccia sul salotto. Era un po’ che si chiedeva come sarebbe stato guardare il mondo da lassù, senza reti di salvataggio.
No, tranquilli, nessun pensiero strano. Solo la voglia di provare. Di sedersi dove si apre il mondo, in piena notte ad aspettare il nuovo giorno. Non dovrebbe mancare molto, in effetti.
Non ha dormito, sapete? Il nostro personaggio non è un nottambulo, però. Di quelli che si fanno ipnotizzare dalla televisione o vengono risucchiati dal computer con gli occhi iniettati di sangue. Si è divertito in passato, niente di male. Ma il tempo passa. Inesorabile. Traditore. E anche le abitudini lo seguono, si accodano in silenzio a quel lento fluire. Alla fine ti scopri cambiato. Il più delle volte, te ne accorgi solo quando il processo si è già concluso.
Stanotte non gli va di chiudere gli occhi. Di vedere nero. Tutto qui. Il buio lo infastidisce, ha troppi pensieri che si agitano in quel pentolone bollente che è la sua testa e se spegne le lampade cozzano tra di loro. Un continuo rumoreggiare.
Ha bisogno d’aria.
Di spazio.
Così aspetta la luce proprio dal suo davanzale. Circondato dal vuoto. Accarezzato dall’aria umida.
Si guarda in giro, senza fretta. E’ un tipo curioso, sapete? Ma alla fine l’attesa è terminata.
Eccoli. I primi raggi. Timidi. Burloni. Che neanche si distinguono con precisione in mezzo al chiarore che appare dietro le case, tra gli alberi.
All’improvviso, dove c’era l’oscurità più profonda, la luce ha fatto il suo ingresso trionfale. Con calma.
Per le belle cose non ci vuole mai fretta.
Quando ha messo a fuoco il primo raggio, lui. Il nostro personaggio. Ha incrociato le gambe, senza perdere l’equilibrio, mentre adesso abbraccia le ginocchia. Così rannicchiato si sente al sicuro, pronto per il tocco tiepido del sole. La luce che scalza la notte è la più brillante. Vivace. Carica di promesse.
Il nero viene spinto sempre più lontano, ai bordi del cielo. Su, su…via da qui!
Adesso la città sembra meno minacciosa, ha ripreso possesso dei suoi colori. Gli occhi si sono abituati alle diverse tonalità chiare. C’è un po’ di rossastro laggiù, vicino al tetto delle scuole. Mentre davanti a lui il verde delle foglie brilla, sembra più chiaro.
L’alba, l’incontro tra l’oscurità e la luce, è un momento pieno di magia. Ci avete mai fatto caso? Di quella vera, che non ha niente a che fare con le streghe o i maghi. E’la misteriosa fusione di due mondi diversi. Opposti. La notte deve cedere il posto al giorno. Forse neanche vorrebbe farlo ma è la legge della natura. Non può essere sempre buio. Le tenebre si insidiano in fretta, ma la luce è più forte. Perché quando arriva non ha mezze misure. Illumina qualsiasi cosa con quella lenta progressione crescente, l’intensità che si aggrappa a ogni cellula.
A lui piace. Osserva i tiepidi raggi del sole e gli viene voglia di ridere. Di fondersi con loro. Così raggomitolato, sul suo davanzale alto, sembra un uovo di cioccolato. Appunto. Vorrebbe sciogliersi e poi evaporare in alto. Vicino a lei. La luce.
Intensa. Allegra. Stimolante.
Gli occhi iniziano a bruciargli, il sole è un faro così potente che può accecare, se lo si fissa troppo a lungo.
Quand’era piccolo la nonna gli ripeteva di continuo di non guardarlo, neanche per un secondo, altrimenti gli avrebbe rubato l’anima. Adesso si è convinto. Aveva ragione. Se fissa una qualsiasi fonte luminosa per un tempo ragionevolmente lungo ne rimane incatenato. Le tonalità di giallo si mescolano all’arancione e al rosso. Tutti fusi insieme gli entrano nella testa, attraversano i pensieri, i ragionamenti e i ricordi. Un’onda in piena che avvolge tutto.
La luce è vita tanto quanto la vita può essere luce. Ecco a cosa pensa. C’è chi preferisce l’oscurità. A lui, che tanto ha aspettato l’alba, in fondo piacciono entrambi.
Si stiracchia allungando le gambe nel vuoto prima di rientrare.
La finestra resta aperta.
La luce si sparpaglia.

Mi ricordo quando mi divertivo.
Infilavo la maglia. Con il mio numero. E mi sentivo un leone.
Correre. Correre. Senza fermarmi. Guai! Anche sotto la pioggia. Quattro volte mi sono fatto male. Niente di grave per fortuna. Inconvenienti di routine.
Mi ricordo quando sentivo l’odore dell’erba fresca. La tensione sotto il sole. Il sudore ovunque. Le gambe pesanti per la stanchezza. La mente lucida. Poi sovraccarica. Ogni tanto finivo spompato. Ero come fuori fase, faticavo a concentrarmi. Perchè non sembra. Lo so. Ma di concentrazione ce ne vuole un camion intero. Non basta mai. Azzeccare lo spazio. Il momento di ritardo dell’avversario. Inventarsi una traiettoria. Aspettare quando gli altri hanno in mente qualcosa. Stupire con uno scatto improvviso.
Tutto richiede lucidità. Presenza mentale.
Senza fermarsi però. Ovvio.
Correre non è un opzione. E’la regola.
Mi ricordo quando studiavo schemi. Immaginavo gli spostamenti, le reazioni.
Sognavo.
Mille occhi puntati su di me. Telecamere. Interviste. Ragazzine seminude che mi rincorrevano.
Ricordo l’eccitazione quando mi hanno detto ‘Quello là ti vuole per un provino. Roba grossa.’
Ricordo il cuore. Il mio cuore. A mille.
Ricordo.
Ricorderò.

Oggi indosso la divisa con sopra lo sponsor potente. Gli occhi dei miei compagni sono sempre gli stessi. Assetati. Presi. Registratori di cassa. Di redditività.
Quando entro in campo non sento. Gli odori. I sapori. Non c’è tempo. Ne voglia.
Devo stare attento. Molto. A non sbagliare.
Sento gli urli, a volte. I boati, spesso. Gli applausi, di rado. I fischi, ogni volta.
Gli urli. O le urla? Non lo so. Ho avuto poco tempo per studiare. Per essere dove sono oggi.
Le gambe fanno fatica. Ma è peggio quando sono fermo, a bordo campo. E sogno di essere dentro la linea bianca. Di rispondere a un fischietto. E’ un istinto che non so spiegare. Un bisogno che devo soddisfare. Per non perdermi.
Allora corro, più che posso. Sempre. Ma non devo dimenticare.
Che non è un gioco.
E’il mio lavoro.
Non mi devo divertire, oggi.
Devo eseguire.

Mio padre lo chiamava sport.
Mio figlio spettacolo di burattini.
Io non lo chiamo.
Lo faccio e basta.
Non sgarro.
Ma non mi diverto più.
Un lavoro non deve essere divertente, in effetti.
Ma questo poteva esserlo.
Per me. E per chi paga per vedermi.
Poteva.

C’è chi si aiuta. Io no. Almeno questo, borbotta mio figlio. Che mi vuole bene. Ma non approva.
Eppure agli ordini non posso trasgredire. E’il sistema. E’la regola.

Iosonopartedelsistema.

Mio padre lo chiamava sport. Se fosse vivo forse si vergognerebbe.
Come me.

Pausa caffè

28 maggio 2007

Pausa caffè – ultima parte

Quando è pronta la cena per me e Paolo, il piccolo ha voglia di zampettare per casa. Ci sono tanti cassetti da aprire e molte cose da buttare per terra. Come dargli torto? Solo che noi due siamo cotti, peggio del povero polpettone che ho sbruciacchiato dentro il forno. A me piace lo stesso, è croccante e allora?
Anche il mio compagno pulisce il piatto senza troppi complimenti. Tutto pur di non sentire quelle urla assordanti troppo a lungo. Libero il piccolo dal box mentre lui sparecchia e lo seguo nei meandri delle stanze, recuperando oggetti in pericolo e chiudendo porte. Dov’è la bacchetta magica?
Quando rientriamo in cucina i piatti sono puliti e papino sta preparando l’occorrente per il ‘cambiaggio’ pre-nanna. Lo bacio mentre tengo sotto controllo il baby sterminatore.
Sono le ventidue quando lo mettiamo nel lettino. Agguanta il biberon caldo e si gira su un fianco. E’un amore con quella testolina piena di riccioli scuri e i piedini che ancora si muovono nel letto in cerca della posizione migliore.
Spegniamo la luce dopo un ultimo bacio.
Ci sarebbe quel film che avevamo visto nella pubblicità… ci guardiamo in faccia e ridiamo. Meglio finire le ultime cose e andare a letto. Le storielle colorate ce le teniamo in caldo per un’altra volta.
Quando mi infilo sotto le coperte avverto una sensazione immediata di sollievo. Ho ancora alcuni pensieri da mettere in ordine ma il più è fatto.

Mi sono dimenticata del depliant: rimandato a domani.
Ho lasciato tre contratti da controllare sulla scrivania: messi tra le priorità da sbrigare domattina in ufficio.
Abbiamo finito le mele: aggiunto alla lista per la spesa di sabato.

Finalmente chiudo gli occhi. Tutto tace.
Un lampo mi passa davanti colorandomi il campo visivo. Mi ritrovo dentro a un’altra realtà.
Un cappuccino con cornetto al bar.
La passeggiata in città.
Del vitello tonnato freddo.
Le vetrine tentatrici dei negozi.
Un pigiama profumato davanti allo specchio del bagno.
La televisione accesa nel silenzio dello casa.
Riapro gli occhi all’improvviso. Paolo sta già russando e il piccolo respira regolarmente (mi sono alzata per controllarlo, un vecchio vizio di quanto era neonato che non riesco a togliermi).

Ma in che razza di vita parallela mi sono infilata per tutto il giorno?
Mi piace quello che faccio. Il più delle volte.
E se all’improvviso cambiassi lavoro? Magari qualcosa con orari meno rigidi… ammesso che potessi permettermi di svolgere un altro mestiere… non sarebbe male poter gestire il tempo diversamente…  ma non sarei più io.
Qualcosa dentro di me si accende quando lavoro in ufficio e sbrigo quelle pratiche e quei controlli che ormai ho imparato e perfezionato con il tempo e l’esperienza. E mi sento fortunata perché, ogni tanto, riesco a illuminarmi. C’è chi deve svolgere mestieri solo per portare a casa lo stipendio, aggrappandosi alla ‘famosa busta’ di fine mese come fosse un talismano. Senza passione. Nessuna gratificazione. Né fiammelle negli occhi.
Però la fatica e le corse non sempre si riescono a digerire con il sorriso. Forse per questo ho sbirciato una vita che non è la mia?
Mi copro con il piumone fino al collo e sorrido all’oscurità.

Certo, una pausa caffè lunga una giornata intera non mi dispiacerebbe… Così, una volta ogni tanto… Senza esagerare… Per non assuefarmi…
Chiudo gli occhi e ridacchio.
Forse è meglio un cappuccino.
C’è anche il latte in mezzo.
E poi, dura di più!

Pausa caffè? – quinta parte

L’orologio alla destra del computer segna le diciassette, trentatre minuti e sette secondi.
Raccolgo i fogli che ho davanti, con poco garbo. Volevo finire in tempo ma non ci sono riuscita. Sai che novità. Ho la testa molle come un budino ma non posso farci caso, per oggi qui ho terminato. Stacco la spina.
La macchina scivola sicura per quelle strade che, dopo tanti anni, saprebbe percorrere anche senza la mia guida.
Mio figlio mi aspetta al centro della stanza di ricreazione. Mentre lo osservo mi chiedo se ho appena finito di lavorare o sto semplicemente iniziando un altro mestiere. La seconda senza dubbi! Sorrido.
Quando mi vede mi corre incontro felice, mi abbraccia, poi mi tira i capelli con forza. Giusto per ricordarmi che non ci siamo visti per tutto il giorno. E ha ragione, mi sento un verme.
Infiliamo il portone di casa con il fiatone. Più precisamente, io ho il fiatone perché dopo due piani di scale con un bambino in braccio (dodici chili di salute, per fortuna), lo zaino con i vestiti sporchi e la mia borsetta a tracolla, ogni volta che entro è un piccolo miracolo dell’equilibrio. Poso tutto per terra e ci chiudiamo dentro. Il mondo è meglio se rimane fuori fino a domattina.
Osservo i vari sacchetti sparsi e cerco qualcosa che non c’è. Com’è che ho l’impressione di aver fatto acquisti?
Dovrei sbrigare varie faccende prima di cena ma riesco a coinvolgere mio figlio solo quando si tratta di usare la lavatrice. Loro due hanno un rapporto speciale. Se lei fosse umana forse sarebbero fidanzati, gli piace molto la mole e i rumori che fa il cestello in movimento. E’ molto buffo quando si stampa davanti all’oblò.
Arriva l’ora di cena che devo ancora cambiarmi del tutto: ho la maglia a collo alto che ho usato in ufficio e i pantaloni della tuta per i lavori in casa. Tanto, dopo aver dato la pappa a mio figlio, anche la parte superiore del mio abbigliamento finirà nel cestone, perita sotto i bombardamenti del brodo con minestrina!
Suona il telefono proprio mentre sto cantando ‘Alla fiera dell’Est’ con il cucchiaio che vola davanti al seggiolone. Mia sorella chiede come me la cavo. A saperlo…
Intanto mio figlio si ricopre di pappetta e ride. La sua allegria è un balsamo senza prezzo, la cena sparsa ovunque un po’ meno. Preparo la vaschetta per il bagnetto mentre il forno si impegna a scaldare una specie di polpettone che ho comprato al supermercato con annesse patate precotte.  Mio figlio sguazza e spruzza. Il bagno è allagato ma lui profuma di buono e io gli faccio il solletico mentre lo rivesto tra i vapori dell’acqua calda e gli asciugamani per terra.

La coda di rospo si stava rosolando a fuoco lento, il profumo prometteva bene. Sono tornata in bagno per finire di struccarmi. Mi sono passata il dischetto di cotone sulla pelle, il tonico sapeva di pulito e io mi fissavo attraverso lo specchio. Avevo i capelli raccolti da una molletta gigante e indossavo un pigiama chiaro con la faccia di un gattino addormentato. Mi sentivo bene perché ero me stessa. Senza completi severi da wonder woman. Nessuna maschera.
Ho buttato l’occhio per terra, chissà perché mi aspettavo di trovarci gli asciugami bagnati.
La cena era pronta.
Ho acceso il videoregistratore e mi sono gustata la visione di un telefilm registrato, con il pesce tra i denti e le immagini dentro gli occhi. Un bicchiere di un buon rosso mi ha accompagnato sul divano. Ai due piatti che ho usato ci penserà domani la lavastoviglie. Ho alzato il volume del dolby sourround e ho spento tutte le luci.

Pausa caffè? – quarta parte

Dalle sedici in poi mi sono dedicata allo shopping. Non ricordavo neanche l’ultima volta che l’avevo fatto! Le vetrine scintillavano. I portici erano illuminati dai raggi caldi. Il profumo dello zucchero filato partiva da una bancarella e si allungava per tutta la via. Dentro i negozi sono stata ipnotizzata da vestiti, cosmetici e scarpe. I miei amanti segreti, a lungo trascurati.

Oggi pomeriggio proprio non riesco a carburare. Sono consapevole che dipende dal ritmo, dalle continue corse, dal fatto che non posso tornare a casa nella pausa pranzo, come potrei? E’ più il tempo passato in macchina che il reale beneficio! Un po’ mi sento una pendolare anche se le distanze non sono eccessive. D’altra parte uscire la mattina poco dopo le sette e rientrare alle diciotto non è sempre facile. E adesso mi si chiudono gli occhi. Ci vorrebbe un caffè. Di quelli forti che ti fanno roteare le pupille. E mentre il calore scende giù verso lo stomaco impaziente, hai recuperato la lucidità assopita.
I dati mi fissano severi. Il computer si è ripreso ma apre i files con la velocità di una lumaca. Mi alzo per fare alcuni fax alla banca e rimango in piedi a fissare i fogli che scorrono per quindici minuti perché la povera macchinetta (anno di fabbricazione indefinito ma subito dopo la seconda guerra mondiale) si blocca ogni tanto per sonnolenza. Sono proprio il genere di intoppi che fanno perdere tempo inutile. E gli acidi nello stomaco si moltiplicano.

Mi sono ritrovata con un gelato tra le dita e qualche sporta che penzolava dal braccio. La piazza aveva già i colori più scuri, quelli che annunciavano l’arrivo della sera. Arancione autunno. Grigio asfalto bagnato. Azzurro fontana artificiale.
Il gelato era cremoso ma mi ha fatto venire i brividi, così mi sono avviata verso la macchina fischiettando.
I tacchi risuonavano sul tappeto di ciottoli del centro storico. Ho guidato senza fretta, rispettando i limiti (e tenendo sotto controllo l’acceleratore sincronizzato con gli orari dello Studio). Per una volta non avevo nessun appuntamento da rispettare!

Il capo ufficio mi ha chiesto di terminare un controllo entro sera, sono le diciassette però, e ho gli occhi che si incrociano. Sarà perché stanotte il piccolo si è svegliato ben quattro volte. Poi fatico a riaddormentarmi e il risultato è uno stadio di cottura anticipato. Sono arrabbiata mentre faccio conti all’impazzata. Mi basterebbero quindici minuti in più per concludere tutto bene. Ma se ritardo rischio di arrivare all’asilo dopo le diciotto.
Mi sento tirare come se fossi precipitata al centro di due fuochi: la voglia di portare a termine un lavoro che so fare bene e il senso di colpa per tutto il tempo che ho passato lontano da mio figlio.
In compenso, poco fa ho chiuso una quadratura di fine anno. Dodici mesi di numeri e percentuali. A volte le soddisfazioni arrivano proprio dai lavori meno importanti, quelli che ti fanno sgobbare come un mulo per molti mesi ma che alla fine riesci a terminare con il sorriso. Meno male che il lavoro mi piace (o meglio, mi gratificano alcuni suoi aspetti) altrimenti non durerei. Ne sono certa. Indubbiamente, lo stipendio a fine mese è una grande motivazione, a volte la principale. Ma senza la passione, quel guizzo in più che di tanto in tanto ti strappa un moto di orgoglio…

Mentre parcheggiavo davanti al palazzo dove abito, ho salutato la donna delle pulizie che usciva con scopettoni e attrezzature varie tra le mani. Chissà che mal di schiena dopo aver pulito la bellezza di dieci rampe di scale con annesso ingresso. E poi mi lamento perché non vado mai in ferie?

 

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Pausa caffè – terza parte

 

Mi sono fatta un bel giretto in città. Non ricordavo che ci fossero così tante cose da vedere! I raggi del sole facevano capolino tra l’aria fredda di stagione, così mi sono convinta a fare una lunga passeggiata.

A mezzogiorno sono entrata in una specie di taverna con dei mazzolini di fiori freschi su ogni tavolo. Ho preso un risotto ai funghi che si scioglieva in bocca e un pezzo piccolo di vitello tonnato, non potevo esagerare o la bilancia si sarebbe fatta un sacco di risate alle mie spalle! Tutto ottimo. Un po’ freddina la carne, per i miei gusti, ma nel complesso un pranzo coi fiocchi. Il ristorante non era molto affollato e mi sono goduta alcune pagine di un libro che mi è stato regalato per Natale.
Mentre pagavo, con la coda dell’occhio ho visto un barbone seduto per terra, davanti al ristorante. Mi hanno sempre fatto un po’ paura quelli come lui, sporchi e dagli sguardi neri, di una tonalità così profonda che se li fissi rischi di esserne risucchiato.
Non è una questione di status sociale. Ma di emozioni. Mi vengono i brividi per come sono.
Per le condizioni in cui sono costretti a vivere.
Per quello che rappresentano: la possibilità di ritrovarsi senza lavoro e non riuscire ad arrivare a fine mese.
Sono uscita di corsa.

Devo finire. Assolutamente. O non pranzo tranquilla. Colpisco la calcolatrice come se dovessi frustarla mentre stringo le pagine di una fattura piena di segni a matita. Odio gli errori e i processi incompleti. Fa parte del mio modo di concepire il lavoro. Non ci posso fare niente.
Quando esco sono già le tredici e un quarto. Ho perso quindici minuti di pausa pranzo. Pazienza. Il totale giusto l’ho trovato, però.
Ingrano la prima mentre la radio si accende a tutto volume. Senza di lei la mattina non arriverei in orario (l’effetto palpebra calante è sempre in agguato!).
Addento la solita insalata alle tredici e ventotto. Non è proprio la stessa perché mi sono concessa il lusso di farci aggiungere il tonno. Due euro in più che dovrò metterci di tasca mia perché il buono pasto non copre gli extra, ma il sapore mi fa dimenticare tutto. Finisco anche il pane secco. Dentro, la mollica è un po’ collosa ma ho fame e non mi formalizzo. Da lontano ho come l’impressione di sentire odore di carne ma nel piccolo bar dove vado tutti i giorni non servono piatti caldi.
Avevo preso con me un depliant che mi hanno dato a scuola l’altra sera, si tratta di una serie di incontri obbligatori per i genitori. Volevo leggerlo con calma a pranzo per incastrare gli orari con Paolo ma, finita la brucata ho visto l’orologio e ho dovuto abbandonare il proposito. Magari dopo cena lo tiro fuori. Se mi ricordo.
Rientro in ufficio che mancano tre minuti alle due. Mi precipito in bagno.
Sospiro lungo. Carta igienica. Acqua e sapone tra le mani. E via verso la calcolatrice che ha ancora una sottile linea di fumo che esce dai tasti.

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Pausa caffè? – seconda parte

Mi sono trascinata fino all’insegna del bar vicino al comune. Con il cappotto taglio inglese e gli occhiali da sole a farmi compagnia. D’accordo, di sole non ce n’era molto ma non mi servivano per quello. Avevo la faccia ancora anestetizzata dal sonno.
Dentro il locale c’erano solo due clienti, a parte me, così mi sono accomodata davanti a un tavolino in angolo. Non c’è niente di meglio che un po’ di pace e un cornetto caldo per iniziare la giornata con il giusto sprint. Sfogliavo un quotidiano mentre aspettavo l’ordinazione.
La ressa dei timbra-cartellino era scemata da mezz’ora, si vedevano ancora i loro resti sparsi ovunque. Tazze sporche e piattini abbandonati, svogliati. Un portacenere straripante di schifezze mi fissava. Dal momento che ci ho messo gli occhi sopra mi sono accesa una sigaretta. Cosa sarà mai! Ho Lasciato tutto al tavolo e sono uscita, l’aria fresca non mi dispiaceva. Mi rilassava. Davanti a me le macchine scivolavano seguendo i programmi degli autisti. Il semaforo alternava i suoi tre miseri colori. Il traffico fa schifo, mi ricorda i soliti ritmi. Così sono rientrata.
La barista che mi ha servito aveva la faccia tirata. Su, su bella, il mattino ha l’oro in bocca! E neanche ho pensato che forse la poveretta aveva iniziato il turno alle sei (il che significava essersi alzata alle… cinque?!). O forse anche prima.

 
Il corridoio è silenzioso. I capi devono ancora arrivare.
E io digito sulla tastiera a una velocità dignitosa. Ho alcuni lavoretti in arretrato da ieri pomeriggio, avrei potuto finirli prima di uscire ma se tardavo troppo rischiavo di vedermi catapultare mio figlio direttamente in strada. Alle diciotto in punto il servizio di posticipo della scuola chiude i battenti e i bambini finiscono… non ho mai tardato, per cui non lo so.
Continuo a lavorare a testa bassa. Detesto lasciare le cose a metà e gli arretrati mi innervosiscono. Cerco di chiudere i files il più in fretta possibile. Le altre pratiche di routine già mi stanno chiamando da sotto la  pinzatrice dove le ho abbandonate. E poi c’è il telefono che suona, gli imprevisti (a volte improvviso il grand jeté en tournant in manège,
per trovare una soluzione) e i clienti che entrano e hanno sempre ragione.
Premo invio ma non succede niente.

Ecco, ci risiamo. Ogni tanto il computer crede che io mi stia annoiando, così si inventa trucchetti da prestigiatore telematico per colorarmi la giornata. E allora iniziano a sparire dati, si bloccano files aperti, alcuni programmi non funzionano. La stampante, seduta alla mia destra proprio attaccata al gomito, mi sputa in testa fogli con geroglifici senza senso. E le colleghe entrano indiavolate imprecando in linguaggi irripetibili. Non sarà per caso che l’anno di fabbricazione dei nostri cervelloni, ovvero il 1998, c’entra qualcosa con queste attività paranormali? Secondo i capi no.
Il mio stomaco emette lamenti gutturali, sembra un gatto in amore. Sono le nove e mezzo e non ho fatto colazione (a casa ero in ritardo). Naturalmente dalla fretta ho dimenticato di portarmi qualcosa da mangiare, uno yogurt magari o un pacchetto di cracker che stanno comodamente nella borsa e non sporcano troppo. Niente. Se non altro ho preso il sacchetto con i vestiti puliti per mio figlio che ho lasciato all’asilo, senza quelli me lo ritrovo travestito da corsaro con magliette estive (e siamo in inverno) e i pantaloni del fratello maggiore (che non ha), ma è giusto così. Solo che si sporca tutti i giorni. La lavatrice mi guarda, quando arriviamo a casa alle diciotto, e il suo grande oblò vorrebbe implorarmi pietà. Ma io niente, perfida e sadica fino alla radice dei capelli la riempio come se dovesse scoppiare e premo start con forza. A ognuno il suo lavoro, dopo tutto.

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Pausa caffè? – prima parte

Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno –
ma mi piace quello che c’è nel lavoro:
la possibilità di trovare se stessi.
La propria realtà – per se stesso, non per gli altri –
ciò che nessun altro potrà mai conoscere.’

(Joseph Conrad)


Le campane suonavano. Ecco cosa sentivo. Un ritmo armonico e costante. Dannatamente martellante.

Ma quali campane? Da casa mia mica si sentono, accidenti!
Mi sono messa a sedere sul letto con un balzo e la camera danzava per me. I muri. L’armadio. Il televisore incastonato là in alto.
Strizzando gli occhi e appoggiandomi alla testata del letto li ho fatti smettere. Dal comodino la sveglia ha ripreso la sua cantilena. Con un colpo secco ben assestato è tornato il silenzio. Santissima pace!
Terminati i balli mi sono allungata per prendere in mano la sveglia (da dov’ero non sarei mai riuscita a distinguere i numeri) e mi si sono dilatati i pori.
Le sei e dieci minuti.

No, dico, scherziamo! Chi diavolo me l’ha puntata a un’ora così molesta della notte? Perché alle sei è ancora notte, fuori c’è buio!
Mi sono rituffata tra le braccia calde del piumone. Il letto è il mio migliore amico, non lo sapevate? Mi scalda senza fare domande e sa confortarmi senza pretendere niente in cambio.
Oggi non vado allo Studio. Sono cinque anni che sgobbo per tirarlo su senza ferie ne permessi. Ma stavolta faccio a modo mio.
Mi sono riaddormentata.

 
Al secondo trillo mi alzo in automatico. Come sempre. Ho cercato di focalizzare la stanza nella penombra e di ricollegare corpo e cervello. Il mio compagno, Paolo, russa (ne distinguo con chiarezza le diverse tonalità) per cui è tutto a posto. Dal piccolo lettino con le sponde vedo sbucare alcune dita di mio figlio. Perfetto.
Mentre scendo dal letto – e cerco senza trovarle le ciabatte che, come al solito, la gatta ha portato in giro per la casa – ho la strana sensazione di essermi già svegliata. Ma è solo un lampo che svanisce così com’è arrivato.
Raggiungo il bagno a piedi nudi e ho i brividi quando mi infilo sotto la doccia.
Una passata veloce di fondotinta chiaro e una pennellata di fard, poi esco.
Accendo la luce nel corridoio così Paolo si alza e io posso procedere con il rito ‘sveglia-latte’ per il piccolo.
E’morbido e profumato quando lo prendo in braccio. Sto per dargli un lungo bacio ma lui inizia ad agitarsi. Ha fame. Lo vesto con il metodo della ‘ mamma – catena – di –montaggio ‘, in tre minuti netti è pronto.
Finalmente lo alzo e lui capisce che il momento del latte è vicino, smette di urlare e osserva i miei gesti. Con una mano sola prendo il biberon, già pieno, dal frigorifero e lo metto nel microonde (sfilando la tettarella con la pressione dei polpastrelli). Sempre con la stessa mano bionica regolo la temperatura e avvio la scatola magica. Poi ci appoggiamo sul divano. Lui che succhia avidamente (per neanche cinque minuti) e io che abbandono la testa sul cuscino appiccicoso perché ieri pomeriggio ci è caduto sopra un biscotto mezzo masticato.
Cerco di recuperare le questioni urgenti lasciate in ufficio, il mio cervello inizia a scaldarsi. L’agenda mentale si riempie di annotazioni.
E sono appena le sette e dieci.

RosaArancioneBlu

4 maggio 2007

Alberto Rigamonti è un ragazzo alto e ben piantato. Di quelli che, se lo vedi camminare per strada, ti volti a guardarlo. Non perché sia il clone di Brad Pitt, tutt’altro. Non è poi così bello con il naso leggermente storto e la faccia allungata. Però emana qualcosa. Di magnetico. Aggraziato.

Lavora alle ‘Onoranze funebri Marchi’.

La filiale che sta proprio accanto al cimitero. Solo per questo non ha ancora una ragazza fissa. In paese si è rovinato la piazza quando ha iniziato a lavorare proprio lì, part time. Sette anni fa.

Scelta obbligata perché il suo vecchio aveva portato l’azienda di famiglia al fallimento e lo stipendio da impiegata comunale della madre non poteva garantire acqua, luce, gas, telefono ed elettricità per tutto il mese. Così il signor Marchi, il fratello maggiore, quello che tiene ben salde le redini dell’attività, Paolo, ha offerto al ragazzo un lavoretto. Da ufficio in realtà. Una specie di tuttofare. Nessuno vuole lavorare per le onoranze funebri e l’occasione era troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Alberto ha accettato subito. Di andare all’università non se ne parlava neanche: coi voti delle superiori la borsa di studio poteva solo sognarsela e poi aveva esaurito la pazienza sui libri. Studiare non gli interessava.

Alberto Rigamonti ha iniziato così la carriera alle ‘Onoranze funebri Marchi’. Commissioni. Contatti coi fornitori. Gestione dei documenti. Raramente presenzia alle cerimonie e solo se uno dei fratelli Marchi è malato. Lui coi morti non ci vuole avere niente a che fare. E poco importa se gli amici lo chiamano ‘il becchino’ o ‘il guardiano dei trapassi’. Alle cretinate si sopravvive – se nel portafoglio hai qualche banconota che conta – ma ai morti no. Quelli se ne saranno anche andati ma il loro corpo ce l’hai ancora davanti. E Alberto è terrorizzato dall’idea che non sia poi così fredda e immobile come dovrebbe. La salma.

Non le ha mai raccontate a nessuno, queste paure. Ogni mattina oltrepassa l’entrata del cimitero a passo svelto, non lo sbircia mai, tira dritto fino all’edificio accanto per entrare dalla porta sul retro e inizia a smistare fogli. Ogni tanto fa telefonate, parla con gente viva. Controlla la contabilità. Un lavoro come un altro, tutto considerato. Onesto. Ben retribuito sopratutto.

Alberto Rigamonti è preoccupato. Deve sostituire Paolo in camera mortuaria. Trenta minuti per raggiungere l’ospedale. Sotto il sole e il traffico dell’ora di pranzo. E tutto perché arrivano i parenti del defunto e ci deve essere un rappresentante della ditta. Queste cose non le ha mai capite: non lo rubano mica il morto! Ma no, il signor Marchi ci tiene a ‘fare bella figura’, il cliente deve essere seguito, accompagnato in tutte le fasi. Bella fregatura.

Quando arriva ci sono già alcune persone che aspettano fuori.

Alberto entra con calma. La stanza è immersa nella semioscurità. Posa su una mensola laterale i documenti e si guarda in giro in cerca di un angolo appartato dove potersi nascondere. Niente. E’tutto così spoglio che si vedrebbe una mosca volare.

La testa di una donna bassa e con il familiare viso arrossato fa capolino.

– Si può?

Si sforza di rimanere calmo. Accenna un sorriso di circostanza e allunga alcuni passi.

– Solo un attimo, signora. Controllo che sia tutto in ordine. Aprirò fra pochi minuti.

Se ne va in silenzio. E lui ripiomba nell’incubo. Il signor Marchi vuole che tutto sia impeccabile. Combattere la concorrenza è difficile. Bisogna essere professionali e accurati. Fornire un servizio più che perfetto. D’altra parte si muore una volta sola, il che significa che ognuno avrà un solo funerale a disposizione – che tra l’altro non potrà decidere personalmente- per cui commettere errori è imperdonabile. Verranno ricordati a vita (quella di chi ha organizzato la cerimonia, di certo non del morto).

Sa cosa deve fare, Alberto, ma gli tremano le gambe. In sette anni è la terza volta che si trova così vicino a uno di quelli. Neanche li vuole nominare. Per carità. Eppure deve avvicinarsi alla bara per controllare che il defunto sia in ordine. Presentabile. Con il vestito e gli accorgimenti concordati coi parenti.

Si obbliga a leggere i fogli ormai sparsi sulla mensola. Meglio sapere con chi avrà a che fare, anche se si limiterà a dare un’occhiata. Più di così proprio non può fare, ha la pelle d’oca.

‘Il defunto indosserà un completo giacca e gonna blu fornito dalla famiglia. Una collana di perle al collo. ‘

Dunque il morto è una donna. Alberto si concede un lungo respiro. Sa esattamente cosa deve fare, l’avrà sentito ripetere in ufficio migliaia di volte. Fino alla nausea. Una ronzio fastidioso.

Controllare che i capelli, se ci sono, siano in ordine. Pettinati o spazzolati.

Verificare che i vestiti siano ben indossati, senza pieghe innaturali o macchie.

Accertarsi che la salma abbia gli occhi chiusi fino in fondo.

Testare la stabilità della bara, nel caso qualcuno si appoggiasse o la colpisse incidentalmente.

E’pronto. Fuori sente rumoreggiare. Il tempo a disposizione sta scadendo.

Si avvia con passo trascinato. Il cuore pompa brandelli di sangue senza logica. La testa si fa pesante. Pulsante. Le braccia si irrigidiscono e la gola è una distesa di carta vetrata.

Raggiunta la bara allunga il collo tutto d’un fiato, senza pensarci. E’l’unico modo o le gambe cambieranno direzione senza il suo permesso.

La vede.

E subito gli appare davanti un’immagine. Rosa. Arancione. Blu.

RosaArancioneBlu.

Tutto quello che gli viene in mente quando pensa a lei.

Simona.

La sua Simona.

Non aver letto le generalità del defunto è un’abitudine. Non gli interessano mai i nomi. Perché dei morti non ricorda mai niente. Questa volta avrebbe dovuto sapere che si trattava di lei. La prima donna con cui ha fatto l’amore.

Quattro anni prima. Non l’amore ‘Dentrofuori-fuoridentro-sonoarrivato’. Quello c’era già stato con una compagna delle superiori.

No. L’amore coi tocchi, le carezze, la voglia di baciarsi in continuazione. La penetrazione lenta.

Simona.

Con gli occhi chiusi e un completo blu addosso.

Simona.

Morta.

Si è appoggiato alla bara in un movimento istintivo, per evitare di rotolare a terra con un tonfo. Nessun crollo, segno che tutto è stato sistemato a dovere. Può allontanarsi. Aprire ai parenti e mettersi in un angolo. Uno qualsiasi. E sperare che il tempo si decida a premere sull’acceleratore.

RosaArancioneBlu.

Lei era la fusione di quei tre colori.

Si sono conosciuti una sera di pioggia intensa. Da diluvio universale. Gli ha offerto un riparo sotto l’ombrello, il tempo di attraversare la strada. Acqua ovunque. La prima scossa su per le gambe.

Si sono scaldati davanti a due tazze di caffè fumante. Cinque minuti al massimo compresa la fila alla cassa. Lei era commessa e aveva un impegno. Non ricorda quale.

Rosa.

Si, Simona era decisamente rosa. Fragile e femminile. Educata e leggermente maliziosa.

Sapevano entrambi che poteva essere solo un ‘transito’. Un momento di abbandono. Di evasione. La scelta di gustarsi prima di riprendere i percorsi già delineati. Trentacinque anni lei. Ventitre lui.

Eppure l’arancione è stato forte, un tatuaggio indelebile. Di quelli che ricorderà anche quando sarà vecchio e sdentato. Che non potrà cancellare. Molti pensano che la passione sia rossa. Non per loro. Lui, Alberto, uomo a tutti gli effetti per quanto giovane, nel pieno delle potenzialità mascoline la desiderava con calma. La assaporava senza fretta. Simona era un groviglio di fili arancioni. In mezzo alle altre tonalità. Intensi. Brillanti.

La relazione è durata sette mesi. Più di quanto si aspettassero.

Poi è arrivato il blu che ha mischiato la tela delineando i tratti di una donna complessa, moderna e sola. Le piaceva avere tutto sotto controllo. Prendeva decisioni. Organizzava. Pagava. Si tirava su le maniche e riparava una perdita nel lavandino.

Blu insomma.

Ad Alberto non dispiaceva in effetti. Solo che si sentiva superfluo. Ogni tanto.

Lei sapeva bastarsi da sola, quando voleva. D’altra parte RosaArancioneBlu è l’abbinamento per la perfetta sopravvivenza. E Simona ne era consapevole. Si sforzava di smussare gli angoli ma non poteva cambiare una natura già scritta.

Mentre la osserva si sente piombare addosso ricordi, sensazioni. Simona è stata parte del suo processo di maturazione. A lei non importava che lavoro faceva. Non dovevano sposarsi. Né innamorarsi. Era solo un ‘passaggio’. Una fase di evoluzione nelle loro vite così diverse. Eppure simili.

Si acciglia, Alberto, e si scopre a suo agio.

Simona è morta.

E lui è così vicino al corpo che potrebbe toccarlo.

Non ha paura.

Lo stordimento iniziale è scemato portando con sé le tensioni. Lontano.

E’ancora bella come allora. Delicata. Decisa. Il volto non mente mai. Specialmente quando non scorre più sangue sotto. Gli vengono in mente le risate, solo lei sapeva farlo ridere di tutto. Perfino delle Onoranze Marchi. Del fallimento del padre. Del guscio di sua madre.

Simona gli ha fatto capire molte cose senza usare le parole. Lasciandolo libero di arrivarci. Anche adesso. Muta. Splendente. Distante.

Ha allungato una mano e le ha aggiustato il colletto della camicia chiara. Avrebbe potuto accarezzarle i capelli, una guancia. Appena un attimo. L’ultima volta.

Si allontana di un passo.

I gesti superflui andrebbero aboliti anche nei pensieri. Quelli di chiaro stampo romantico quando la situazione non lo è. Lei non è più in quel corpo. E’solo un involucro. Che presto appassirà. Completamente.

Alberto Rigamonti muove il collo in senso orario, libera le ultime tensioni muscolari. Sfoga un sorriso. La paura dei morti è proprio divertente vero Simo?

Quando apre la porta viene investito da una decina di persone. E’in ritardo e si scusa nel modo più professionale che gli riesce. Si ferma sulla soglia ma non scompare, non ce n’è motivo. E’Simona quella là sdraiata. Se n’è andata. Per lui più di tre anni fa. Per il mondo da qualche giorno.

I suoi colori no. Gli sono rimasti tatuati addosso.

Un pass permanente di accesso alla vita. D’altra parte in mezzo ai morti già c’è.

RosaArancioneBlu.

Quando sarà pronto.

Quando sarà ora.