Per te

29 settembre 2009

Scrivere perché altro non si può.
E’ quello che faccio ora.
Scrivere perché questo mi resta, nell’inutilità, incapacità, pochezza di gesti, parole pronunciate, peso soffocante trattenuto.
Scrivere di un bambino che per anni, anni e ancora anni ci ha provato. A vivere.
Ma che adesso – oggi – in queste ore sta aspettando. Di morire.

A casa, quella che doveva essere anche la sua casa ma che poi forse non ha mai conosciuto, non quanto le camere asettiche e disinfettate degli ospedali. Assieme ai volti di altri mancati adulti che come lui entravano e uscivano. E il dolore, quel male addosso inestirpabile, risucchio ingorgo, sgrassatore del non sporco che siamo.

Non è più umano, mi è stato detto poco fa. Si sussurra tra muri carezzati dal sole di un fine settembre frizzante, aggrappato a un calore fatto di dilatazioni ma che resiste all’autunno nebbioso a cui la piana è abituata.
Non è più umano, è morfina. E mentre lo scrivo la pelle fa male, gli occhi fanno male, la gola fa male, il petto fa male. Un male invisibile, che va controllato, mascherato, celato. Non è posto entro cui cedergli, questo da cui scrivo.

Eppure me ne sto qui, lontana. Non conosco quella casa. Qualche volto, qualche mano – si – qualche sguardo, qualche frammento di frase detta a suo tempo, detta in diversi tempi, quelli che hanno scandito l’otto volante di una vita piccola e grandissima.

Io me ne sto qui e penso che sono una maledetta vigliacca. Una maledetta vigliacca che non c’entra. Con quella famiglia. Con quella madre che ha ceduto a un figlio. Che ha lasciato il resto, l’altra figlia più piccola in età, che ha lasciato il resto-tutto per mesi, anni di investigazioni, segugio fidato, ammalato a sua volta d’un amore che non può finire rinchiuso entro gabbie di sensi pre-confenzionati. Che non si può qualificare. Io non c’entro. Ma ho visto. E questo sole oggi mi disturba. Quest’aria tiepida mi fa lacrimare. Questo ticchettare sulla tastiera levigata è distruttivo, lingua ruvida che saggia senza sentire, che vorrebbe. Non provare nulla, staccare telefoni, luci, richiami. Vorrebbe urlare, correre, sudare fino a vomitare il caffè della colazione, i residui della cena a tarda ora e i succhi gastrici in perenne produzione costante. Vorrebbe.

Che non ci fossero corpi destinati a morire prima di aver goduto – un pò, qualcosa, appena – questo loro esserlo. Carne. Capacità. Occhi. Dita. Labbra. Voglie. Odori. Suoni. Amori. Fatiche. Colori. Scegliere. Cadere. Rotolare. Perdere. Ritrovare. Essere, essere, essere.

Io me ne sto qui e mi chiedo se tutto questo è qualcosa di nominabile.
E un abbraccio, uno solo, piccolo, delicatissimo, sfiorandoti a mala pena. Un abbraccio te lo vorrei lasciare, creatura in viaggio, umana-non umana che importa? Un abbraccio di parole è tutto quello che posso. Per te.

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Pensando a D.
Martedì 29 Settembre, ore 10.30
giornata lavorativa.

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Il ventisettesimo anno’ riunisce due racconti, riadattati per quest’ultima pubblicazione con Minimum Fax, come spiega lo stesso Mancassola nella ‘nota dell’autore’ in coda. Il primo, che determina il titolo del piccolo libro, è stato pubblicato la prima volta nel 2004 (ma scritto tra il 2000 e il 2001), il secondo ‘Dov’è finita la realtà’ nasce nel 2004 come “commento narrativo”, scrive Mancassola, ‘a un quadro’.

Due racconti dunque diversi per tempistiche e genesi. Eppure riuniti in questa pubblicazione. Due racconti sul sopravvivere, sottotitola il volume. Francamente chiudendo le settantatre pagine (il termine piccolo libro usato sopra si riferiva a questo), chiudendole insomma ho pensato che l’epicentro delle tessiture è ‘la morte’. Ricordata, rielaborata, vissuta, raccontata, immaginata, attesa, considerata, temuta (più dal lettore, in effetti). Morte comunque come punto di transizione, fase ‘di mezzo’ da cui anche ‘sopravvivenza’ però con una precisa mano allungata verso ‘quella fine’, una sorta di leitmotiv rumoroso, sottofondo che ruba spesso e facilmente inquadratura e attenzione.
Al di là della ‘nota dell’autore’, si sentono le fratture tra i due racconti, le differenze negli sviluppi, le voci e le storie che prepotenti irrompono.

Stilisticamente ci sono caratteristiche, di questa scrittura di Mancassola ormai non più recentissima ma decisamente consapevole, che meritano alcune brevi annotazioni.

Il ritmo è un elemento pressoché costante. Ed è notevole notare come sia stato reso attraverso due diverse strutture ovvero avvalendosi dell’alternanza tra frasi brevi e ravvicinate, spesso proprio fulminanti e il suo quasi-contrario. Quasi-contrario perché il periodare lungo si compone sempre di frasi brevi unite da una punteggiatura sapientemente dosata a regolarne la cadenza, l’incedere sciolto, preciso ed efficace. Di solito si tratta di virgole, ogni tanto sequenze di ‘e’. In ogni caso l’effetto nell’insieme regge e non appesantisce proprio perché resta un assemblaggio di tratteggi semplici, rapidi anche nelle comprensioni.

Al supermercato, sotto le luci oleose dei neon, nell’aria umidiccia proveniente dai banchi frigo, nell’assenza di odori della corsia di prodotti in scatola, loro due riempirono il carrello.
(Pag.29)

Nell’esempio sopra da notare le quattro ‘virgole’ e l’incedere ritmato che fornisce informazioni sensoriali con puntualità senza disperdere l’attenzione.

Le descrizioni sono precise spennellate che pongono accenti senza rincorrere il fiato di chi legge. L’impressione è che sotto ci sia stato un lavoro di ricerca, selezione e accurata scrematura dei termini con l’intento preciso di mantenere incollaggi senza rinunciare allo spennellare che è atto creativo.

Altro elemento che si ripete è l’uso del  ‘come’ che è associazione tra un’immagine o un’azione esterna alla trama principale, usata per chiarirne sensi o intensità. In effetti, di paragoni ce ne sono molti, seminati in entrambi i racconti. Sono descrizioni nelle descrizioni, virate periodiche, cadenzate, che il lettore finisce per attendere, cercare, perchè sviluppano dettagli o angoli di dettagli.

Un po’ era traboccata, bagnandomi mano e polso, lasciando un senso di umido, vagamente bruciante, come la pelle del volto dopo aver pianto. […] Io e i miei colleghi abbiamo iniziato a scavare, mentre lei ci guardava a distanza, e solo quando ho notato il nome del bambino sulla lapide ho finalmente collegato, come quando infili una spina nella presa.(pag.61 – da notare anche qui l’uso della punteggiatura)

Gli incidenti si legavano l’uno all’altro come le punte di uno stesso iceberg, facendo apparire il mare in mezzo come una pozza provvisoria, una patetica copertura.
(pag.13)

Altra caratteristica ricorrente sono le ripetizioni come agganci tra frasi e sensi vicini, amplificando l’incedere e la percezione del periodare stesso. Non è un uso eccesivo, quello della ripetizione, due, tre volte al massimo, eppure il loro inserimento all’apparenza casuale è decisamente abile, centrato ‘sul’ narrare.

Sembrava incredibile che quei prodotti potessero avere un gusto. Sebbene fossero i soliti. Sebbene ogni cosa fosse uguale a sempre, i pensionati con la lista della spesa in mano, le casalinghe in tuta da ginnastica…
(pag.29)

A questa vocazione all’assenza, all’altrove eterno, Hans ha dovuto un giorno piegarsi. La capacità di immaginare in mille modi la propria morte, la morte dei suoi cari, la morte del suo paese: anche questo è il suo talento.
(pag.51)

Credimi, disse, mentre beveva un ennesimo sorso di birra, e i suoi occhi si facevano ancora più lucidi. Credimi, ripeté, non sono ubriaco, è una storia che conosco davvero. Ti credo, dissi io, a mia volta bevendo un goccio…
(pag.57, incipit del secondo racconto)

——

Prossimamente la seconda pillola.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

L’ubicazione del bene sconquassa. Non mi vengono in mente altri termini così ‘centrati’.
Delle polemiche, il vociare insistente su questa o quella mancanza a proposito delle ellissi dentro o attorno il libro, preferisco non entrare, non aggiungerei nulla e le sottrazioni non conoscono scadenze né prescrizioni. Ne ho letti pochi, in effetti, di pareri altrui, su Falco e questa sua ‘ubicazione’, c’è sempre tempo per lasciarsi sfiorare dalle opinioni non proprie.
E’ una raccolta di racconti, e mi sembrano interessanti alcune considerazioni in proposito. Punto primo non è facile capirlo, che sono racconti riuniti qui con un preciso intento (o più d’uno direi). Punto secondo una casa editrice tra le grandi che pubblica racconti in una delle sue collane più note, diffuse e prestigiose (Einaudi, Stile libero big) sta lanciando – forse – un messaggio, o almeno è sembrato a me. Infine, punto terzo: non ho realizzato che sono racconti fino alla fine del secondo, inizio terzo, quando il valzer tra i personaggi, le trame che entrano poi cedono, mutano e spariscono, sono un dato di fatto. E non l’ho capito non soltanto per l’assenza di indicazioni inequivocabili nell’oggetto-libro, piuttosto perché ci sono sottili fili di sensi, che serpeggiano con e attraverso i racconti che nelle diversità realizzano un mosaico (im)perfetto eppure nitido, fatto di tracce e collegamenti.
E’ impossibile non porsi alcune domande, partendo già dal titolo. L’ubicazione del bene. Cosa significa localizzarlo, il bene? Poi, quale bene? Quello assoluto, generico e adattabile a tutto e tutti? O uno in particolare? Poi ‘ubicazione’, un termine ‘tecnico’, che ha un significato preciso: posizione di una costruzione in un complesso urbanistico. Dunque pare che Falco stia cercando o svelando o tratteggiando dov’è il bene tra le maglie rigide e catalogate del vivere da intendersi come declinazione materiale, fatta di elementi tangibili, che hanno dimensioni sottintendenti sensi. Ed è vero. Che la scrittura di Falco passa attraverso una componente forte, pulsante, che è materia, masse.
Ne ‘l’ubicazione del bene’ c’è un’attenzione particolare, quasi ossessiva, verso il non umano da intendersi in senso ampio. Falco descrive oggetti di ogni tipo ma anche ambienti, dettagli di azioni fino a fissare inquadrature sugli animali, sulle creature non umane insomma capaci di trattenere sottolivelli e sentimenti. Per gli uomini e le donne c’è poco spazio, ci sono e fanno parte del tessuto narrativo per ciò che sono, dicono, compiono, per le scelte ma soprattutto le non scelte. Ci sono insomma gli umani, ma spesso restano comparse i cui significati sono evidenti da subito. Sono loro che decidono attraverso azioni, non azioni, parole, silenzi, nel viversi. Eppure gli oggetti, gli animali, i singoli gesti, l’inquadrare ambienti e nello specifico le percezioni scatenate dagli stessi; tutto questo fa la differenza.
Un altro elemento che partendo dal titolo dirama nei racconti è il senso inverso, contrario eppure coincidente, racchiuso ne ‘l’ubicazione del bene’. Se sto posizionando il bene, di fatto, vedo, sento, riconosco, sfioro, ‘il male’. Sapendo dov’è, il bene, non si può ignorare che ovunque non è, c’è il male. E di male in questi racconti ce n’è davvero molto, secondo me. Male declinato, (ri)flesso, esposto, sussurrato e stretto. Ha molte forme, questo male, e parole che lo annunciano senza pronunciarlo direttamente. E’ un male che entra tra muscoli, investe sguardi, guida pensieri e si scarica all’improvviso, senza particolari fragori o bagliori. Non è il solito male, insomma. Non lo si riconosce dalle prime righe, striscia, allunga lingue tra non gesti e fallimenti. Attraverso delusioni, paure mai scollate dal corpo, attese inutili, non scelte e scelte destinate a crollare rovinosamente. Eppure lui, il male, non impone nulla, non strepita né urla, non si manifesta avvalendosi dei consueti simboli, non ha una faccia precisa, ogni personaggio umano se lo porta con sé. E lo respira tra sviluppi e immobilità. Questo male che Falco volutamente non sottolinea, evita fari accecanti, tanto meno odori o sapori inequivocabili. Eppure, questo male è. Esiste. Tra stonature insopportabili, frammenti di un vivere pregno di insoddisfazioni, cadute che sono perdite, rinunce affannose, affettività costellate di buchi, carenze, mancanze, apparenze o semplicemente imperfezioni oltre le solite favole per adulti. Così i figli non sono ‘doni’ destinati ad arrivare. E lavorare anche sodo, con passione e dedizione non significa guadagnare proporzionatamente. Sposarsi, e avere figli, non dà una casa propria. Acquistare non è avere. Pagare non è garanzia. Scambiarsi confidenze sulla famiglia non è essere amici. Andare allo zoo non è essere una famiglia. Sentir urlare ‘papà’ e ‘mamma’ non implica che ci sia un bambino nei paraggi, nascosto chissà dove. Non volere figli non è volere altro, animali ad esempio. Avere una casa, anche di proprietà, non è sentirsi (al) sicuro. Essere ‘due’ non è ‘non essere uno’. Sognare non è realizzare. E così via.
Localizzare il bene è acquisire consapevolezza, accettare il male nell’altrove che non si cerca eppure è, resiste e non si scompone.
Per tutte queste logiche, mi sembra che il libro sia perfettamente inquadrabile in un preciso percorso seguito da alcuni autori contemporanei italiani, che nel-con-verso-dentro-oltre il male (si)cercano, scavano, affondano, riconoscono, oppure semplicemente restituiscono una realtà nuda, spoglia.
Falco è narratore di dettagli, di un sentire paziente, sottilmente acuto, dove non c’è giudizio. Forse anche per questo, il male non è definito tale. Si sta ‘male’, tra le maglie di storie comuni, agonizzanti spesso, che si accettano nel non essere. Lo si sente, il ‘male’ tra la pelle quando i vecchi modelli generazionali si mostrano per quello che sono: nullità inconsistenti, incapaci anche di apparire ormai, sfaceli durissimi, fallimenti piccoli e grandi, perdite. Ubicare il bene forse è mera perdita dei sogni. Laddove il bene si ferma, attorno l’uomo si arena, non ce la fa a raggiungerlo, a volte preferisce definire come ‘bene’ qualcosa che non lo è, ma ne simula alcuni elementi come l’apparenza. O i giochi linguistici. L’usare termini invertendo sensi e convincersi che l’inversione è definizione. Mentre resta mera accettazione di una mediocrità imbarazzante, spesso inutile, che non sfoga passioni, interessi, volontà, voglie e capacità. Perché sembrano morti, evaporati, latitanti. Le passioni, gli interessi, le volontà, le voglie e le capacità. Tutto pare mediamente accettabile. Tutto è accettabile. Perché tutto è negazione, un ‘non’ essere o ‘non’ avere o ‘non’ raggiungere o ‘non’ scegliere, ‘non’ capire, ‘non’ provare, ‘non’ cercare.

Per le opinioni su altri (e gli stessi) aspetti di questo libro: Giuseppe Genna, Demetrio Paolin, Franco Foschi, Ivano Porpora che in questo passaggio esprime benissimo l’equazione orrore-(bene)-male:

Così Falco, allo stesso modo, tratta in modo quasi asettico, con l’asepsi propria dell’habitué, l’Orrore del Quotidiano, quell’Orrore Infrastrutturale (chiamiamolo così) che tanto fa paura perché è un Orrore cui ancora la nostra società non è abituata. O cui, forse, la Società si è tragicamente abituata e da cui, ora che ne è infestata, non riesce a liberarsi. Gli idioti che si fingono intellettuali, i matrimoni da preparare con un anno e mezzo di anticipo, gli slogan e i nomi di prodotto che finiscono con una ì o una ò o un oso, il mutuo che succhia metà dello stipendio, le crociere con la cena al tavolo del capitano, le agenzie immobiliari che si fingono privati per acquisire informazioni su case in vendita, le visite obbligatorie dei parenti o dai parenti, i ponti da passare fuori città, il traffico delle sei della sera, i colleghi da fregare per non esserne fregato: Falco conosce questo male (male nelle sue forme più radicate, male di pensiero, parola, opera e soprattutto omissione) e non vi punta il dito contro ma ci si immerge dentro. Falco non vuole essere, a mio parere, né causa né effetto né redenzione di questo male ma vuole, passatemi il gioco, ubicare il bene, situarlo, isolarlo, studiarlo, dove bene – parliamoci chiaro – non c’è o è difficile da situare. Perché solo accorgendoci che il male c’è lo si può combattere; capendo che non ha divisa e che, se ce l’ha, questa è la nostra propria veste. (estratto da qui)
Ma ancora: Leandro Piantini su Carmilla, Loredana Lipperini, e qui mi fermo. Navigando tra i motori di ricerca si ritrova anche altro, senza che tra ciò che si scrive di un libro, una storia, un autore debba necessariamente esserci o bene o male, e averla, un’ubicazione.
Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Perché PrecarieMenti?

21 settembre 2009

Paciugavo sui quaderni di scuola alle elementari.
Mi portavo in giro i bloc notes in cui scrivevo ‘cose’, alle medie.
Con il passaggio alle scuole superiori la mia vita si è riempita di fogli. Fogli liberi, ‘volanti’ come si dice, che non stavano più dentro anelli o rilegature. E lo erano per un motivo, che all’epoca, oltre quindici anni fa e più, non indagai: scrivevo ovunque. In classe tra un’ora e l’altra. Di notte mentre avrei dovuto dormire. Durante il tragitto in corriera. E leggevo, ovunque. Usavo le paghette dei nonni per libri usati, per quelli che vendevano nelle edicole, raramente entravo in libreria (ne avevo soggezione, spesso non avevo abbastanza soldi per le copertine patinate), poi la tessera della biblioteca.

Ho fatto delle scelte, nella mia vita.
Scelte che sarebbe fin troppo facile definire ‘obbligate’. Le ho fatte. Non le rinnego.
Non ho frequentato ‘Lettere’ all’università. Non l’ho proprio frequentata, l’Università. O meglio: ho afferrato con le unghie e con i denti un corso di perfezionamento in ‘Tecnologie digitali e net economy’ presso il Cardid dell’Università di Ferrara. Ma l’ho fatto dopo, appena me lo sono potuta permettere.
Perché a diciannove anni ho scelto di lavorare. Ho scelto lo stipendio con tutto quello che ne è seguito, primo fra tutti (dopo qualche anno) il trovare un piccolo posto per me, dove abitare con la mia gatta. Ho fatto il lancio senza rete. E il prezzo da pagare, dall’inizio è stato questo: accantonare, mettere ‘dietro’, quel continuo movimento di parole, odori di pagine, storie.
Ma non ho smesso.
Di leggere, scrivere, studiare, confrontare, cercare, ascoltare.

Ora sono qui.
Negli ultimi dieci anni a passi piccoli piccoli, spesso invisibili, ho iniziato a occuparmi di questo o quello. Insistendo a fare ciò che più mi fa essere. Credo sia questo il punto. Io sono entro le storie che seguo, mie o altrui (più spesso la seconda). Io sono mentre studio, analizzo, interrogo, ascolto. Ascoltando le voci, mi nutro. Occupandomi di un romanzo pre stampa, mi disseto. Incrociando pensieri altrui, logiche, strutture che dalle storie si diramano, io mi sento.
Ma di tutto questo non si campa.

Sono nata a Modena, ma ho vissuto ventiquattro anni in un paesino della provincia piatta. La mia famiglia disomogenea viene dal lavoro manuale, calzolai, barbieri, operai.
Da dove vengo io ci sono cose ammesse e altre no. Leggere e scrivere rientra in queste ultime. La letteratura è materia di studio scolastico, al massimo trastullo della domenica col giornale in mano e il caffè alle labbra (per gli uomini, ovviamente).
Da dove vengo io per dieci anni mi è stato chiesto: ” e con le altre cose che fai? Ma ti pagano poi?”
Le ‘altre cose’ sono ovviamente le attività editoriali, editing, redazionali, collaborazioni ect.
Mentre il seguito della frase ne è la chiave: ma ti pagano?
Da dove vengo io è il denaro che delimita il confine. Tra il passatempo per perdi-tempo e il lavoro propriamente detto.

Ecco dunque perché PrecarieMenti.
Perché nella mia vita ci sono due velocità.
E non è tanto una questione di ruoli ufficiali o riconoscersi entro una specifica categoria professionale.
Forse nemmeno l’identità, è il problema. Io sono ciò che sono.

Perché è un serpente che si morde la coda. Perché per occuparsi di cultura, per svolgere mestieri editoriali, per farli, spesso non bastano serietà, impegno, dedizione, passione, sacrifici, studio costante, cadere e rialzarsi. Perché le attività lavorative, di qualunque tipo o settore, non appartengono a serie. A, B, C… zeta.

Dunque: PrecarieMenti.
Aperto alle voci di chiunque. Aperto ai confronti, le divulgazioni, gli ascolti, le idee. Aperto alle esperienze. A ciò che ci accade dentro e attorno. A tutte le menti precarie, che ancora non conoscono la serenità della stabilità, ma in Italia, oggi, non si arrendono.

Barbara Gozzi
San Giovanni in Persiceto (Bo)
18 Settembre 2009 notte

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19/09/2009, stesso luogo, mezzogiorno.
Aggiungo un’annotazione personale, perché questa lo è, una nota personale.
Per molto tempo mi sono vergognata di questa mia ‘protuberanza’. Come se il mio corpo avesse un ‘prolungamento inaspettato’, non regolare insomma, rispetto a ciò che ci si aspetta dalla forma di un corpo qualunque. Testa, braccia, gambe, busto, articolazioni, muscoli, ossa, vene, sangue… e Lui. Il brufolo enorme. L’escrescienza che in me è. Esiste. Cicciotto, mutevole, instabile, eppure visibile. Questo mio bisogno di storie dunque letture, studi, scritture, analisi e blablabla. Questo mio dedicare tempo, energie, sforzi oltre il resto (la routine, la vita ‘ufficiale’ nel senso di tradizionale tra casa, il paga-spese, mio figlio, gli altri affetti, scadenze e corse). Questo illuminarmi (senza alcun senso ‘alto’ nel termine) per cose che ad altri procurano al massimo commenti laconici come ‘carino’, ‘si leggilo, guardalo non è male’ oppure ‘che palle’. Questo mio navigare costantemente nelle-sulle-con le parole. Questo mio ‘esserlo’, parole, storie, voci, analisi, incastri.
Tutto questo mi ha costretta a nascondermi. Per difendermi, suppongo. Per non dover sempre spiegare e guardare le facce di chi, comunque non capisce. O peggio. Giudica. Commisera. Ride.
Credo sia arrivato il momento di smetterla. Per me.
Io sono questa.
E la vergogna si nutre di troppa linfa. Risucchia senza restituire.

Riprendendo il percorso su ‘matti, voci e storie di oggi’ iniziato qui.

Recentemente (da un mese circa) è uscita una serie tv prodotta da Fox, Mental. La particolarità sta nell’inquadratura, rispetto ad altre produzioni seriali ‘mediche’ che hanno comunque trattato storie di ‘matti’ intesi come malati mentali ma anche altro, diversi, palesemente non conformi alle norme sociali. La particolarità sta nel mostrarle, queste menti che diventano storie. Lo stesso protagonista (al secolo Chris Vance), il primario del reparto di psichiatria è – a modo suo – un ‘matto’. Affronta le persone, i casi, le terapie con approcci e metodologie in contrasto con la medicina ortodossa e le abituali prassi psichiatriche e psicoterapeutiche. La mente è il centro di tutto. Mente nuda, esposta, in ogni storia si scava tra dinamiche, passato, deformazioni e fratture. Ma resta, tra le righe di dialoghi ed espressioni come, di fatto, nessuno è sano. Medici del reparto compresi. Tutti sono (siamo per trasposizione da immedesimazione) matti con declinazioni differenti.

È dunque curioso notare, a questo punto, come nella fiction, in quella che è considerata ‘realtà inventata’ l’interesse resta alto. Sembra (forse lo è) intrattenimento ‘rilassante’, intrigante, seguire le vicende di dottori e pazienti, ogni puntata un nuovo caso, ogni pasto si cambia pietanza, si entra nella testa di qualcun altro. Entrare è senza dubbio una parola chiave (l’inquadratura della fronte del protagonista che si apre attraverso una cerniera, ammicca dallo schermo avvalendosi si simboli precisi). Entrare in qualcosa di ‘non vero’ appunto. Perché poi, a puntata terminata, spegnendo o cambiando, noi – quelli che guardano – siamo e restiamo ‘normali’, o no? Le nostre menti sono semplici, non celano granché e se lo fanno c’è sempre un motivo che conosciamo ma soprattutto non sono ‘abitate’ da demoni o malattie che piegano volontà e percezioni. Noi stringiamo un telecomando. Ci piacciono queste storie, specie se condite con bei volti, bei corpi, intrighi e risvolti capaci di scatenare tensione, catturare curiosità.
Ma quelli non siamo noi.

Giusto?

I misteri della mente. Lì si concentrano le attenzioni, le non comprensioni che restano tali ma si manifestano con forme precise, oggi hanno più facilmente un corpo, materia riconoscibile. E se ne scrive, le si rappresenta queste ‘realtà’ dove l’invenzione recupera brandelli di vita vera con la facilità dello starnuto.  Raccontando si elimina il fattore ‘sta succedendo davvero’ che terrorizza ancora, il non-capire è confusione, paura, fatica e dolore. Non-capire ci rende schiavi di una condizione in continuo divenire, che si modifica, cambia pelle e forma lasciando immutata un’unica variabile: la diversità. Diversità rispetto a canoni che, come già accennato in precedenza, non sono vere e proprie leggi ma ci vanno vicino. I comportamenti giusti, corretti rispetto alle circostanze, il c.d. ‘contesto’ e le persone presenti. Parole, frasi, ragionamenti che non sono conformi, imbarazzano magari o peggio: spaventano, disgustano, allontanano. Anche la lontananza è un nodo, una chiave importante per la comprensione (o tentativo di).
Lontananza reale, dovuta appunto a comportamenti, atteggiamenti, e discorsi non-immediati (lontani magari da ciò a cui siamo abituati), dunque si cerca spazio che separa, lo si mette in mezzo (tra noi e il matto). Lontano dagli occhi, lontano… (recitano i saggi detti popolari).
Ma anche lontananza interiore, impossibilità di comprendere che è ostacolo apparentemente inviolabile, troppo alto e spesso per permetterne la scalata. Forse. Non-capire, non poter seguire circuiti di logiche e percezioni, tutto questo ci rende fragili, scoperti, la comunicazione si sbriciola nel ‘non’ e lì resta, inchiodata, immobile.

Dal Dizionario Italiano on line, le definizioni (significate per questo ipertesto) di ‘matto’ sono: 1 agg. che ha perso in parte o completamente l’uso della ragione; 2 agg. stravagante, strano, bizzarro; 3 agg.[in senso figurato]rafforza il nome che segue.

Nelle prossime schegge mi addentrerò nella tematica attraverso due autori (Cristiano Ferrarese e Barbara Garlaschelli) e tre libri dagli intenti, stili,e sensi differenti ma che tentano di raccontare la follia. E le parole di Simone Cristicchi e Andrea Di Consoli.
I matti che sono personaggi, ma anche figli di persone e simboli, strumenti per avviare un processo difficile. Processo di de-compressione, di uscita dalle logiche statiche, inutili proprio perché ‘ferme’, che mirano all’immutabilità che non conosce comprensioni.

foto di copertina: Funky64 da Flickr

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.