‘La questione di Jekyll e Hyde’: genesi e affettività di Barbara Gozzi

Ci pensavo da alcuni mesi: rileggere ‘Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde’ di R.L.Stevenson. Ho anche cercato inutilmente la vecchia copia usata alle superiori. Alla fine l’ho ricomprato, era giugno 2007. Nello stesso periodo tenevo sul comodino ‘Lezioni di letteratura’di ‘Vladimir Nabokov,  (Garzanti, 1992).

La prima volta ‘ho visto’ una singola scena, esattamente come l’ho poi riportata nella storia.
Una piccola mansarda con gli scaffali semivuoti, libri sparsi, alcuni dentro scatoloni. Una scala a chiocciola che porta al piano di sotto con uno stereo acceso in sottofondo. Poi lui, quello che è poi diventato il protagonista, Marco, che annusa i libri, li scorre affascinato prima di riporli negli scatoloni rimasti aperti. Finché. La copertina con la faccia deforme, il ghigno di Hyde gli resta tra le mai. Poi un foglio che scivola dalle pagine ingiallite. Cose che vorrei si ricordassero di me, c’è scritto nell’intestazione con una grafia sconosciuta.
È iniziato tutto da lì.

Il tema del dualismo mi ha sempre affascinato. Il riconoscere, l’ammettere, che non esistono i toni forti ma tante – infinite – gradazioni, suona banale, scontato. Oggi preferiamo le ‘favolette’ (il più delle volte), ci raccontiamo che esistono precisi confini, cataloghiamo le persone, ci etichettiamo e facciamo di tutto per rimanere fedeli a quella precisa versione di noi che ci piace, che vogliamo trasmettere. Oggi viviamo per e attraverso la perfezione.
Allora l’idea di frenare e recuperare una storia (appunto quella di Stevenson) che risale al 1885, partorita da un uomo intrappolato in un corpo malato, costretto a lunghi periodi a letto, ma con la testa piena di personaggi, avventure, quanto crudeli affreschi della società; insomma. Sentivo che tra quello che vedevo (vedo) io nel XXI secolo e quello che circondava Stevenson non c’era nessuna differenza. Il dottor Jekyll deve – vuole – essere rispettabile, non gli passa mai per la testa che certi istinti o bisogni si possono svelare (a domestici o amici) senza per questo perderne la stima e il rispetto, o peggio, la considerazione. Hyde, invece, se ne frega, non le conosce neanche le inibizioni, nasce proprio per tirare fuori ‘tutto ciò che Jekyll’ ha soffocato seppure nella sua grande genialità di studioso e sperimentatore. È il prezzo da pagare insomma, per lo sforzo di essere perfetto, rispettabile, onesto. Per non avere, appunto, sbavature nei comportamenti perché per quanto riguarda i pensieri – almeno in quelli – Jekyll sa, ammette, di avere precisi voglie, riconosce la necessità di uscire dalla perfezione per assecondare quei bisogni che lo portano a forzare la natura umana stessa.
Due simboli, due entità che sono dentro ognuno noi. Due ‘vocine’ opposte. Eppure così sottilmente legate da non poter essere mai divise, neanche quando prendono decisioni ‘in autonomia’ lo sono, separati.

La prima bozza de ‘La questione’ l’ho scritta nell’agosto 2007. In un periodo di rallentamenti, qualche giorno al mare poi di nuovo il cemento, le corse e l’incalzante quotidiano. Poi ha subito vari ‘interventi’, riscritture. Il mare ha avuto un ruolo preciso, nella genesi.
Da bambina ci passavo almeno un mese (se non di più) con la mia famiglia. Le nostre vacanze erano il mare. Poi ho perso il contatto, il tempo e le necessità sono cambiate.
Allora il recuperare certi odori, ritmi e percezioni mi ha riallineato. Mi ha dato modo di ‘collocare’ i personaggi in un preciso contesto passato che poi è diventato presente.

Una delle scene a cui sono più legata ha appunto a che fare con il mare. Con un ritrovarsi a distanza di molti anni e il riconoscersi diversi dall’immagine che si aveva allora, che ci si era costruiti e si voleva imporre agli altri. Ma c’è anche, in fondo, tra granelli di sabbia e ombrelloni chiusi, l’ammettere un fallimento. Il crollo di fondamenta preziose che coinvolgono i legami familiari, che scuotono antiche certezze e chiariscono quelle nature rimaste nascoste fino a quel momento.

Dunque scene, sequenze, immagini, singole inquadrature. È così che vivo questo racconto, è così che lo richiamo a me, che sento le voci, gli odori e i suoni. Ma le angolazioni possono cambiare, invertirsi, capovolgersi. In realtà è l’occhio della mente che decide.
“ I vari fili di un racconto ogni tanto si uniscono e nell’ordito creano un’immagine; i personaggi incorrono ogni tanto in certi atteggiamenti – tra di loro o rispetto ala natura – che contrassegnano il racconto come un’illustrazione. […] Altre cose possiamo dimenticarle; […] possiamo dimenticare il commento di un autore, anche se era forse ingegnoso e veritiero; ma queste scene che fanno epoca […] le adottiamo nel grembo della nostra mente in maniera tale che né il tempo né le circostanze possono cancellarne o diminuirne l’impressione. Questa, dunque, è la parte (suprema), plastica della letteratura: incarnare un personaggio, un pensiero o un’emozione in un atto o in un atteggiamento che colpisca profondamente l’occhio della mente.” (‘Chiacchierata sul romanzo’ di R.L.Stevenson)

Il titolo è un richiamo preciso, me ne rendo conto. E per chi non lo leggerà diventerà probabilmente un ridicolo tentativo di attirare l’attenzione. È stata la forza del racconto di Stevenson a lasciare nell’immaginario una precisa associazione. Jekyll e Hyde non sono solo due personaggi.
È davvero così difficile risolverla, questa questione?, pensa Marco a un certo punto della narrazione. E rileggendo proprio questo frammento, a distanza di mesi mi è tornata in mente una frase di John Berger:
“A volte succede che una domanda sia per un istante più pertinente di qualsiasi risposta o spiegazione” ( ‘Abbi cara ogni cosa’ di J.Berger, Fusi Orari, pag.108).
Il titolo è nato da questi ragionamenti. Mentre Marco si interroga, nella scena che accenno sopra, c’è – mi sembra sia quasi corporea – la consapevolezza che il libro di Stevenson, l’avere una precisa miscela di un ‘Jekyll’ e un ‘Hyde’ nascosti dentro, tutto questo fa parte di una questione che ‘lampeggia’, aspetta di essere riconsiderata.
“Riusciremo mai ad ammettere che non ci sono sconti, che siamo tutti dosaggi diversi della stessa miscela chiaroscura?” (pag.90, ‘La questione di Jekyll e Hyde’).

Scrive Nabokov: ” L’obbiettivo artistico di Stevenson era di suscitare < un dramma fantastico alla presenza di uomini semplici e assennati>, in un’atmosfera familiare ai lettori di Dickens, in un contesto di gelida nebbia, di austeri e anziani signori che bevono vecchio porto, di case dalle brutte facciate, di avvocati di famiglia e di maggiordomi devoti, di anonimi vizi che attecchiscono dietro la solenne piazza dove vive Jekyll.” (pag.234- Lezioni di letteratura)
‘La questione’ non è nata a tavolino, non avevo una scaletta precisa tanto meno il sotterraneo bisogno ‘copiativo’ di attingere alla linfa di Stevenson. Eppure mi sembra che l’intento, quello di cui parla Nabokov, aleggi, forse è rimasto imprigionato dentro le due copie de ‘Lo strano caso’ che abitano il racconto. La differenza sta nel contesto, nell’aver inquadrato la narrazione all’interno di una realtà moderna dove gli ‘uomini semplici e assennati’ possono essere scrittori quanto critici d’arte, dove le donne sono più presenti (o almeno determinanti nelle conseguenze), dove gli ‘anonimi vizi’ hanno nomi precisi come ‘droga’ o ‘alcool’ e le case non sono più ‘brutte facciate’ bensì luoghi pregni di ricordi, alveari a cui aggrapparsi al bisogno.

Le immagini che sono state inserite dentro il racconto sono contaminazioni consapevoli, simbolismi precisi che però non vogliono essere niente di più di quello che (spero) coglierà l’occhio della mente di chi sfoglierà le pagine. Non sono una fotografa, né ho mai avuto la pretesa o l’aspirazione di diventarlo. Non uso strumenti professionali, scatto quando posso, per lo più di corsa, tra un transito e l’altro. E non cerco ‘La’ bellezza nelle inquadrature, non mi interessa la precisione nei bilanciamenti, nelle messe a fuoco e tutto il resto. È il dettaglio capace di catturare, che attira e lascia addosso qualcosa, è quello che cerco ogni volta e che spero si ritrovi nelle fotografie che accompagnano questo libro.

Tutto, in una storia, è soggettivo. Il ‘sentire’ una scena, l’avvicinarsi ai personaggi al punto da capirli, seguirli. La percezione delle vibrazioni in un’atmosfera, la forza di un dialogo. Ma anche il contrario. I disagi di una scrittura che non si comprende, le parole che sfuocano, scivolano. O la pesantezza, il retrogusto di una trama che sembra lontana, magari assurda e incompleta.
Non ci sono regole, mai.
Ecco perché, di solito, l’autore non ha certezze, né risposte.
Ma solo affettività verso una storia che dopo – quando smette urlare, sostituita da una bolla vuota – dopo non gli appartiene più. Esce da lui e se ne va.
Questo breve scritto, dunque, è il mio saluto affettuoso a ‘La questione di Jekyll e Hyde’ che spero ‘vivrà’ tra i polpastrelli e gli occhi di chi vorrà leggerla.

Barbara Gozzi, 05/09/2008

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La questione di Jekyll e Hyde di Barbara Gozzi

La questione di Jekyll e Hyde

di Barbara Gozzi
Historica – Il Foglio Letterario
Collana: narrativa contemporanea

Racconto lungo con immagini
Isbn: 978-88-903572-2-0
Pag.97 – Euro 7

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BARBARA  Sei sicura?
ALICE   Certo. Cos’è che ti fa stare sulle spine, oggi?
BARBARA   Non lo so… magari potevo darti un altro finale…
ALICE   Ma non è un finale. Lo sai.
BARBARA   Si, si, ok… non sottilizzare. Intendevo…
ALICE   Compagno o maritino, almeno un figlio (magari in arrivo che fa molto ‘occhi a cuore’) e l’azienda con Luca una multinazionale? Ma ti sei ammattita? Quella non è la mia vita! Eih? Ci sei?

ALICE   Senti. Non lo so cos’è che oggi ti rende così… inquieta ecco. Però credimi, io sto bene così. Non lasciarti fregare dal tuo lato perbenista… l’hai scritto anche tu proprio ieri! ‘A volte le regole vanno infrante per sopravvivere’ o una cosa così… allora?
BARBARA   (sospiro) E’ che…
ALICE   Non stare in pensiero per me, non ce n’è bisogno… starò bene, anzi, benissimo…
BARBARA   Non fare l’esagerata proprio con me, lo so che non sei il tipo, da stare benissimo.
ALICE  Scusa, ci ho provato.
BARBARA  (si alza) Allora vado.
ALICE  (sorriso) Goditi la domenica coi tuoi, dai! Non fare quella faccia… io sono sempre qui, dove diavolo credi che vada!

ALICE  (si alza) Ah, senti! Una cosa che puoi fare per me ci sarebbe… non è che mi puoi immaginare alta, biondiccia e con due tette da paura…?
(risata generale)

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Foto, dialogo con un personaggio e inquietudini di Bg

Un giorno ti alzi

11 maggio 2008

*CLICCA QUI PER IL NOVEL TRAILER*

Un giorno ti alzi.
E fai le solite cose (lavarsi, vestirsi, colazione in piedi, accendere la macchina e cuccarsi l’aria fredda in faccia, inveire contro il pazzo davanti che ha frenato e a momenti gli salti in testa…).
Un giorno ti alzi e non pensi a niente, a parte le solite cose. Le fai, le hai programmate e come tutti i giorni unti, scivolosi ti plasmi attorno a loro, su di loro. Solo così arriva sera, solo così finisci a letto e sospiri pensano ‘cavoli, anche oggi è andata’ oppure ‘porca puttana che giornata di merda’ o ancora ‘non capisco se ho più mal di testa o la nausea’…
Solo che quel giorno lì, uno qualunque ben inteso, succede qualcos’altro. Che ti piomba addosso come una sassata, rapida e violenta.
Senti qualcuno che parla, sommessamente, a bassa voce. E tu sei lì, non importa cosa stai facendo, sei abbastanza lontano da non essere visto ma sufficientemente vicino da capire.
Allora ti accorgi che quella persona che sta parlando, bisbigliando (magari piagnucolando) la conosci. Si, la conosci eccome. Ascolti con il busto rigido, capti subito le stonature, gli acuti della voce, quel tono pesante, grave che si usa solo in certe circostanze. In quelle lì, insomma, quando qualcosa di grosso non va e non c’è una parola migliore da usare, un modo per renderlo meno gelido. Malattia. Ma non una di quelle comuni, banali tipo l’influenza che è quasi una moda o la bronchite (più grave della precedente ma curabile senza troppi sforzi).
No, no, no.
Malattia con la emme maiuscola. Che il solo pronunciarla ti vengono i brividi e il cuore si fa pesante, rugoso. Malattia come ‘non lo so mica se ce la faccio a crepare di vecchiaia ‘.
Ecco.
Un giorno ti alzi e scopri che qualcuno attorno a te ce l’ha, la malattia emme maiuscola.
Scopri che tutti gli sforzi per rispettare gli orari, fare tutto (ma proprio tutto quello che ci si aspetta da te, che tu vuoi riuscire a fare) insomma. Scopri che sono tutte cazzate. Inutili assorbitori di energie. Radar subdoli che ti risucchiano la linfa e in cambio ti fanno credere che vali qualcosa, che sai e capisci e riesci e affronti e sei e sarai e potrai e. E tutto quello che ti procura un brivido di eccitazione.
Nient’altro che puttanate però. Lo realizzi in quel momento, metabolizzi e ti senti pesante, soffochi.
Perché a qualche passo da te c’è qualcuno che sta male. Qualcuno che conosci (aggravante). E sta male sul serio (doppia aggravante).

In giornate così ti rendi conto che stai sprecando la tua vita. Che ti stai preoccupando di niente. Che ti dedichi al nulla e trascuri beatamente il resto.
Il resto
.
Che cos’è poi?
Respirare l’aria fredda della notte? Nuotare con l’acqua nelle orecchie e i muscoli che urlano? Ascoltare la signora che alla fermata dell’autobus vorrebbe raccontarti di quando suo marito è morto? Ridere di una battuta cretina con le mani affondate nella cioccolata? Fare giro-giro-tondo con i tuoi figli? Affacciarti alla finestra e basta, guardare e tacere?
Forse.
Tutto quello che ti perdi ignorando che il domani è meschinamente friabile, scivoloso. Che quello che stai facendo ora (si, si, anche adesso, cosa credi?) non tornerà; che i sorrisi, i pianti, le urla, le confessioni, i perdoni, le banalità, le parole, gli abbracci non sono eterni. Ma soprattutto non conoscono i salti temporali né la scomposizione molecolare. Se non le fai, quelle cose lì che accenno sopra, se le rimandi, pensi che poi, dopo, fra un pò. Ti convinci che ci sarà tempo. Ecco. Allora si che sei perduto. Perché se inizi a correre e non ti fermi, la perdi (l’abitudine di ascoltare, notare, sorridere, baciare, sospirare, non fare niente, lasciare tracce di te sugli altri – sul mondo che ti circonda anche se non lo guardi, lo ignori).

Un giorno ti alzi e ti senti un cretino. Anzi, peggio. Uno che si è dimenticato perché è lì e chi vuole essere. Come vuole spendere il tempo che ha a disposizione (e non si sa, quanto sarà questo tempo, sta lì la fregatura. Anni. Decenni. Mesi. Altri venti, trentacinque, sette, sessanta, cinquantuno o tre. Fa differenza, lo so, ma non è permesso saperlo).

Forse ci vorrebbero più giornate così, per ricordarti cos’è davvero importante. Per cosa vale la pena lottare e a chi stai rinunciando per (ammettilo, solo un attimo, che ci hai pensato anche tu).

Sei sicuro di sapere, capire, potere (e se proprio in quel momento non è così allora ti impegni per arrivarci, barricato nelle tue convinzioni, vittima e carnefice di quel bisogno di dimostrare, essere, fare, comprare). Sei sicuro che il domani ti sia dovuto (e figurarsi perché dovrebbe essere diversamente). Poi arriva il giorno che senti la parola con la emme maiuscola e rimani come una statua di cera. Immobile. Inebetito. Tremante.

Povero piccolo ometto di carta pesta.
Non vedi che è scaduto il tempo?
(
non il tuo, per ora, ma sei sicuro adesso che basti? Per ripartire. Sorridere a comando. Tenere la schiena dritta e il petto in fuori. Sventolare la carta pagatutto e sentirti orgoglioso del luccichio. Sei davvero sicuro che la emme maiuscola non ti tocchi?).
L’hai vista allontanarsi, quella persona malata che conosci e ti è venuta voglia di rincorrerla, rassicurarla, chiederle se le va di andare da qualche parte con te magari per parlare in pace, raccontarsi, ricordare di quando.
Solo che non l’hai fatto. Perché è complicato, il transito. Il non sapere se e come e quando e perché e dove e. E’sempre una ‘e’ che ti frega. Eppure. La lasci andare e pensi che la chiamerai, domani. Facciamo lunedì (un lunedì diciamo).
Riprendi a fare (quello che ti teneva impegnato prima del subbuglio, prima della emme maiuscola e il sudore freddo).

Un giorno ti alzi e scopri che non sarà una giornata qualunque (non per te almeno).
E ti viene voglia di urlare. Al cielo che continua a essere azzurro. Ai maledetti impegni che ti assillano e ti ricordano che è tardi (è sempre tardi, ci hai fatto caso?). A quel bastardo del tempo che non c’è mai, scompare e non sai dove rintracciarlo, come convincerlo a tornare, a darti tregua, a lasciarti in pace.

Sai che c’è?
Quei giorni lì ti conviene non alzarti.

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Questo racconto stato pubblicato all’interno della rubrica ‘ Contorsioni’ sulla rivista Historica.

Alcune informazioni dall’ ‘Officina’ QUI.

Lasciarlo andare

13 marzo 2008

Di ‘Cicatrici’ qui ho già lasciato vari contributi.
Ma di quest’altra storia no.
QUI ne ho spiegato un pò l’approccio.
Mentre, per chi fosse interessato, dopo lo stralcio ho inserito alcune annotazioni alla storia nel complesso.

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Lasciarlo andare

(Estratto da ‘Il Nero’ – titolo provvisorio)

 

 

Inutili corrosivi.
I sentimenti, le emozioni, il ’sentire qualcosa’… andrebbero condannati una volta per tutte, rinchiusi a vita dove non possono più fare del male. Sono le fregature più subdole, silenziose eppure quando colpiscono te ne accorgi eccome! Enormi, improvvise e fulminee fregature.

Lo pensa Sara mentre se ne sta rannicchiata sul divano, sotto di lei, sdraiato sul tappeto c’è il Nero. Non lo vede però sa che c’è, sbuca la mano che si muove, stringe un bicchiere di rosso e parla. Parla di qualcosa che dovrebbe essere molto interessante ma lei non sa decidersi. Si sente a disagio, come se qualcosa di strano aleggiasse nell’aria. Non è la prima volta che finiscono a casa sua dopo il lavoro. Dopo l’ennesima giornata stressante. Lui pieno di unto e olio ovunque e lei con le mani che puzzano di detersivo anche dopo mezz’ora di strofinamenti folli sotto la doccia.
Le piace stare lì col Nero, le piace ascoltarlo parlare, commentare e ridere.
Le piace molto.
La mano continua a muoversi, vede il braccio muscoloso adesso, pieno di peli scuri e vene che si contraggono.
I sentimenti dovrebbero abolirli per legge, torna a riflettere. Passi l’amore, il re delle emozioni e in quanto tale capriccioso, volubile, traditore e menefreghista. Passi pure. Però gli altri no, cazzo! L’amicizia poi è proprio ridicola. Uno fa tanto a crederci che rimane col culo per aria, solo e senza un cane che gli sbavi sui jeans.
Eppure lei è ancora comodamente seduta sul suo divano cigolante e ascolta la voce roca del Nero. Forse le sta raccontando dei soliti casini all’officina, i clienti che non saldano o i ricambi che non arrivano. Forse.
O magari no.
Prova ad allungare il collo ma la visuale non cambia. Il braccio fasciato dalla camicia stretta a quadri, la mano che impugna il bicchiere perennemente pieno di rosso. Nient’altro.
Allora si decide e inizia anche a lei a raccontare. Le parole escono, scorrono sotto il divano, verso il pavimento freddo (non ha ancora acceso il riscaldamento).
Perché poi dovrei illudermi? Si domanda all’improvviso. ‘Perché ne ho bisogno’ è l’unica risposta che ha un senso, in quel momento (magari è la verità). L’appartamento sembra di colpo stretto. Soffocante, fa caldo. Prova ad alzarsi ma non ne ha la forza, non ne ha più voglia.
E’che qualcosa di vero ci deve essere se da secoli se ne decantano le lodi. Dell’amicizia insomma. Qualcuno l’avrà pur provata, sta benedetta emozione, e non per una decina di secondi. Anche a lei sembrava di averla scovata. Con Nero e con chi se no?
Lui era l’amico perfetto. Disponibile ma con pochi peli sulla lingua. Se faceva una cazzata sapeva che lui non gliel’avrebbe abbuonata. Se però aveva bisogno di sfogarsi o di spaccare la faccia a qualcuno eccolo pronto, in prima linea coi pugni in posizione.
Il Nero era davvero un ragazzaccio d’oro. In molti sensi. Pieno di difetti che a volerli elencare non le basterebbe questo sogno eppure. Eppure qualcosa nel suo modo di fare, di essere e vivere lo rendeva speciale. Per Sara almeno.
Intanto il braccio è sparito. Sposta il busto e nota che sotto il divano non c’è nessuno. Sente freddo e ha sonno, all’improvviso si ritrova sotto le coperte, in camera.
Quand’è che mi è venuto in mente, di crederci? Al Nero e alle sue puttanate sul ‘ci sarò, fammi un fischio se, ti chiamo dopo per, arrivo subito’ e blablabla. Proprio.
Una vera merda.
Ecco cos’è tutta questa storia, si sente pensare ad alta voce.
Una fregatura e basta, l’ennesima dimostrazione che non ci si può fidare neanche del cane. A volte capita, di scontrarsi con qualcuno che sembra ‘compensativo’, Sara annuisce nell’oscurità delle coperte, capita in effetti. Ma bisognerebbe scansarsi in fretta, rialzarsi, salutare e tanti baci. Fine. Basta. Amen.
Ma insomma, che faccio?
Trema, Sara.
Se anche l’amicizia è una falsa, un’invenzione di comodo, un modo per fingersi al sicuro. Se. Anche.
Lei ne ha bisogno, questo è il vero scoglio da superare. Adesso. Da quando lui è sparito e non si sa neanche se è ancora vivo.
Per carità.
Trema sempre più forte, sente i denti che battono. Stridono.
Il Nero si è solo cacciato in un guaio più grosso del solito, tutto qui. Tenta di rassicurarsi mentre rivede il braccio muscoloso. Il rosso intenso del vino. C’era anche un odore, una specie di colonia, qualcosa di speziato non dozzinale.
C’era.
Apre gli occhi e si maledice.
La radiosveglia sul comodino segna le quattro.
Porca puttana, adesso anche di notte mi perseguita?
Sposta il corpo appoggiandosi sul fianco sinistro. Osserva la finestra chiusa, qualche raggio di luna filtra fino al letto, stria le lenzuola felpate.
Non è lui, il Nero, che la perseguita.
Ne è consapevole tra la foschia dei ragionamenti appiccicati alla faccia.
E’lei che non riesce a smettere di pensarci. Quando qualcosa manca (come un pezzo di carne strappata e poi lasciata a pulsare in modo che gli occhi la vedano), quando è così c’è poco da fare. Aspettare che passi, sperare che passi in fretta. Presto insomma. Sopportare e sperare.
Sperare?
Riapre le palpebre e si maledice di nuovo.
Bisogna chiudere e andare avanti.
Parlerà coi muri se proprio non ce la farà a tacere.
Prima però deve sapere. Sapere e basta senza andare oltre.
Capire se sta bene, dov’è e come se la passa. Poi potrà lasciarlo andare.
Lasciare andare qualcuno è la dimostrazione di quanto la vita sia insensata, ingiusta e superiore agli affetti.
Lasciarlo.
Andare.

 

——–
Dalla presentazione di Patrizio Pacioni sul suo sito – portale:
Il brano che ci presenta, in gentilissima anteprima, fa parte di “un’opera che”, dice Barbara “mi sta assorbendo già da un po’: un lavoro difficile tra sentimenti, incastri e riscritture.” Nella storia del romanzo si tratterà di due vecchie amiche dalle anime inquiete piene di ferite, Sara e Rossella. Poi un matrimonio, un’esplosione, qualcuno che scompare. E il mondo si capovolge in un viaggio di sola andata dove non c’è più tempo per riflettere, capire, perdonarsi. È una corsa contro il tempo per farlo tornare. Lui. Il Nero.
Per conto nostro, solo leggendo il breve estratto che segue, caratterizzato da una scrittura cruda ed essenziale, ci sentiamo di affermare quanto segue: una volta pubblicato (speriamo presto!) si tratterà di un libro da non perdere, che -se è vero che il buon giorno si vede dal mattino- confermerà l’ormai splendida maturità espressiva di questa giovane e versatile autrice.

 

 

Valerio è il primo personaggio che ha iniziato a bussarmi in testa due anni fa. Ed è stato un bussare basso, all’inizio, una cadenza ritmica, un vago formicolio di quelli che non noti sempre ma sai che c’è.

Di Valerio sapevo già molte cose quando ho iniziato a guardarlo in faccia, mentre prendeva forma e si spogliava davanti e per me. Sapevo molte cose ma non ero sicura di capirle fino in fondo. E’stato questo l’ostacolo maggiore, forse lo è tutt’ora. Sapere ma temere di non riuscire.

Valerio è un personaggio complesso sotto molti punti di vista. L’ho amato molto, soprattutto quando ci siamo ‘conosciuti’ perché le sue fragilità erano così evidenti e il suo tentare di rimanere in piedi, a ogni costo, sempre e comunque mi faceva tenerezza. Avevo voglia di abbracciarlo e dirgli che sarebbe andato tutto bene anche se poi, sapevo (come so ora) che erano solo ridicole bugie neanche tanto velate per farlo stare meglio appena un pò, quel tanto che bastava a me per respirare in mezzo al suo dolore.

Poi sono cambiate alcune cose, tra di noi. Valerio ha tirato fuori altro, aspetti che evidentemente io non ero pronta a conoscere (prima) ma che poi mi hanno investita, avvolta. Aspetti duri, freddi, che mi hanno spaventato davvero. Perché andavano a colpire nervi scoperti, paure profonde, radicate e che non c’entrano con il sesso o l’età o le scelte di vita. C’entrano con cosa siamo. Dove andiamo. Ma soprattutto perché.

Valerio ha smesso di urlare da poco. Ha trovato una sua pace, credo. Io gliel’ho data, in effetti perché ne avevo bisogno quasi più di lui, sentivo che non poteva rimanere incastrato in una non – azione che da ormai un anno lo teneva sospeso, lo rendeva schiavo di un dolore davvero straziante. Ma non so se stia meglio davvero ora.

E capisco anche che può ‘suonare’ strano parlare di un personaggio come se fosse un amico intimo, quasi un amante in un certo senso. Può si, sembrare bizzarro, da svitata. Ma è così che è andata, tra me e Valerio. E ogni volta che riprendo in mano quelle pagine torna e ci riprova. A trascinarmi nel cunicolo buio e freddo che ormai è la sua casa nascosta, da qualche parte nella mia testa.

Valerio è la scelta che inbavaglia, da cui non si torna indietro. Ma è anche una vita a metà, vissuta a testa alta per non vederlo quel burrone così vicino, così ripido che rischia di ingoiarlo. Valerio è la sottile rabbia sorda che martella fino a sfinire, che sgretola le false certezza e sa di essere il più forte. Valerio si è costruito un’armatura per convincersi che va tutto bene, che lui sta bene e continuerà a fare del bene ogni giorno un pò. Ma tutto questo bene alla fine si è ribellato e gli ha mostrato cosa c’è dietro lo strato superficiale di calma e tranquillità. E quel qualcosa lo ha trasformato o forse, ne ha solo svelato le vere sembianze.

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Ringrazio molto Erika Furci (che mi ha letta e commentata con sensibilità e onestà) e il team di Books Brothers per aver pubblicato un monologo di Valerio, dandogli per la prima volta sembianze esterne a me. Per chi fosse interessato lo si rintraccia QUI per ora ma lo pubblicherò anche qui su Frammentando prossimamente.