‘Il padre degli animali’ non è un romanzo, non in senso stretto. Da Wikipedia: Il romanzo è un genere della narrativa in prosa, caratterizzato da un testo di una certa estensione.

Dunque.

‘Il padre degli animali’ non è una prosa lineare, tutt’al più una serie di piani dove talune volte la prosa si mescola alla poesia. Inoltre non è un testo solo, bensì ci sono quanto meno due livelli che salgono e scendono in questa giostra che è il tessuto narrativo imbastito con arte, pazienza e sapienza da Di Consoli.
Il primo livello, lo si potrebbe definire, è la storia del Padre e del Figlio, una storia che accompagna il lettore nel corso delle pagine, anzi, è il lettore stesso che si aggrappa alle loro vicende per non annegare, per non rischiare di perdere l’orientamento.

Ma c’è quanto meno un altro livello, lo si potrebbe definire secondo non per importanza bensì per presenza. Appare dopo, questo livello, quando il Padre e il Figlio si sono già presentati. Appare quindi qualcos’altro, che parla di loro due ma anche di altri, di altro. Poi scompare, come un programma in stand by lasciando di nuovo spazio agli accadimenti che ruotano attorno ai personaggi in carne e ossa (perché di personaggi ce ne sono tanti in questo ‘romanzo’ e non sempre con muscoli e cervello, come ‘la collina odora’ o ‘il gesto di’, ‘le mosche’ e i sogni che fa il figlio).
C’è, in sostanza, una trama principale che racconta di un padre fuggito dalla sua terra nativa per cercare fortuna in Svizzera ma poi tornato, assieme al figlio, perché

‘Nessuna terra vuole questo corpo morto come quella terra esatta che ha sentito i piedi caldi delle corse […]E quella terra sta lì ferma e aspetta, e riconosce tutti, e assegna un albero, un fiore, una croce’. (pag.12)

Il padre vorrebbe crescere il figlio in quei luoghi che lo hanno visto, a suo tempo, bambino. Si propone al sindaco per un posto da bidello (che non salterà mai fuori), finisce in un cantiere poi su un furgone che vende frutta fresca al dettaglio poi. Ne prova tante, insomma, di soluzioni questo padre che non si arrende pur svelandosi, a tratti, rassegnato. Di Consoli tratteggia una figura tormentata, crudele quanto fragile, forte ma che fatica ad avere certezze, combatte poi indietreggia, vorrebbe ma non arriva. Il padre è un uomo capace di ferire il gatto per dargli una lezione poi però sta male a chiedere un posto di lavoro al sindaco (‘Il padre ringrazia, epperò esce come avesse rubato a faccia nuda. Prima di accendere l’Opel, ha voglia di piangere, e infatti gli s’inumidiscono incontrollatamente gli occhi. (pag.30). In effetti l’essenza di questa figura viene chiaramente espressa dallo stesso Di Consoli a pag.119: ‘[…] nessun padre è veramente padre se i padri si ergono sul mondo, se non sono smarriti, se non ammettono di essere timidi per troppa paura e aggressivi per troppa timidezza’. L’obbiettivo principale del Padre, quindi, è trasmettere al figlio le conoscenze, insegnargli a stare nel ‘mondo rotondo’, a gestire le situazioni e a rialzarsi dalle cadute. ‘Impara a crescere senza guardare le persone che ti circondano. Ama i luoghi nonostante le persone. (pag.23) in una continua ricerca del ‘bene migliore’ come fosse un’ancora, la regola più importante che tiene lontano il male, impedisce agli uomini di perdersi per sempre perché ‘ Il bene migliore è fare il bene su questa terra anche quando senti che le forze ti abbandonano’ (pag.108). Sono dunque insegnamenti duri, spesso espressi come ordini che il figlio ascolta ma.
Perché anche il figlio è una figura dai lineamenti contradditori, marcati ma ancora confusi.

Ci sono alcuni aspetti, di questo figlio, che fanno riflettere. E’curioso, il figlio, domanda spesso al padre (ogni volta che può) e si intestardisce se le risposte non lo soddisfano o sono frettolose (salvo poi scusarsi quanto sente il padre irritato). ‘Il figlio vorrebbe capire tante cose’ (pag.54), è quindi sensibile (forse troppo, secondo il padre, che spesso lo ammonisce tentando di interrompere certi pensieri ‘perché è troppo piccolo per’). Ma ha anche paura, il figlio, soprattutto di morire. E queste sue paure lo porteranno a ragionare da solo (nei sogni), a fissarsi su simil-veri puntini rossi sulla pelle, a temere le malattie altrui e ad avere un presentimento sul padre stesso.
In effetti in questo ‘romanzo’ si parla spesso della morte, in ogni sua eccezione.

‘ I padri non vorrebbero mai morire; e i figli non vorrebbero mai trovarsi da soli in questa valle.’ (pag.49) esordisce Di Consoli, ma va oltre, si addentra nei meandri delle dinamiche, prova a spiegare cos’è questa paura (del figlio ma poi di tutti) e lo fa all’improvviso, alternando i livelli, colpendo il lettore più forte che può. ‘ Cadono così, le persone. All’improvviso, una malattia, sentono una fitta, un capogiro, un colpo di tosse con un grumo di sangue. Ci lasciano così, le persone, lentamente, e nessuno è preparato’. (pag.84) Fino a smorzare i toni, a trovare un senso a tutto questo dolore, alla paura sorda per l’incognita, l’imprevedibile quanto inevitabile scomparsa che in questo ‘romanzo’ accompagna alcuni personaggi come un alone oscuro: ‘ i morti sono dentro di noi, tutti i nostri pensieri sono pensieri di persone che già sono morte. E i morti sono fiori, […](pag.117).

Di Consoli ha la capacità di incrociare i livelli, questi piani che si alternano si impongono sul lettore, dettano il ritmo, ed è un ritmo pacato (non lento, non veloce). Perché al lettore deve mancare l’ossigeno se non.
Se non coglie i simboli.
E’questa la vera sfida, secondo me.

‘Il padre degli animali’ non è la storia di un padre e di suo figlio. Non è Angela e le sue crisi che gli adulti non capiscono. Non è Zio Cotura e i suoi tumori ai fianchi. Non è il barbiere assessore che promette. Non è.
I gesti, i dialoghi, le descrizioni. Penso che dietro agli elementi ci sia una sorta di codice, di simbolisno, di significato che va oltre il corpo o l’azione. E non è facile.
Non è facile perché ci sono libri fatti per essere ascoltati. Che richiedono un certo tipo di impegno e apertura mentale. Non per questo un libro del genere deve essere sconsigliato. Anzi. A maggior ragione diventa una sfida, un modo per lasciarsi alle spalle la smania della trama, l’overdose di sangue, inseguimenti, misteri, indagini, baci rubati, sesso ostentato, forzatamente estremo, sbattuto ovunque. Anzi.
‘Il padre degli animali’ si aggrappa alla pazienza. Alla voglia di scavare senza paura di sporcarsi. Alle incertezze che nutrono le curiosità. Al riconoscersi umani in un mondo mutevole e ostile. All’accettare il male, la morte, le malattie, le cattiverie, la solitudine e i silenzi. Al lasciare delle tracce. Tracce che riguardano tutti i padri un po’, e tutti i figli altrettanto.

‘La vita dei vivi è solo una giornata di sole nella grande eternità solare degli uomini’(pag.40) .

‘La grande vena che porta la luce e il sangue nel mondo rotondo è occlusa dal genere umano che non capisce neanche più una ragione per sorridere all’opera che si compie […]; è una vena che ogni giorno si occlude un poco, si arrugginisce, si riempie di catrame – per questo motivo, ogni mattina, il mondo è un poco più esangue.’ (pag.186)

Sono queste le tracce che più mi hanno colpito. Che parlano della vita con sofferenza, crudeltà. Che descrivono questo nostro mondo per quello che è, senza vezzi o brillantini. Che puntano ad aprire gli occhi anche dei più assonnati.

Manca la figura femminile. La madre. E di questo mi piacerebbe poter discutere con Di Consoli (chissà un giorno magari). Di lei, della madre, brevi accenni fugaci, che si perdono facilmente. Il più evidente viene proprio dal figlio che pur non cercandola mai materialmente la pensa ‘ e vorrebbe che la madre – la madre bambina, ferma con un sorriso incerto nella luce grigia del 1971- abitasse interamente un abito esatto di parole’ (pag.54). Questo abito esatto di parole che non c’è, manca e forse non è mai esistito è davvero un buco grande, un fardello che il figlio colma con l’amore verso il padre, la devozione, le paure e l’obbedienza. Eppure c’è.

Il padre e il figlio non hanno nomi. Né cognomi. E la valle è solo la valle con alcuni accenni al sud d’Italia ma senza precisi riferimenti geografici. E’ il sud di tutti, dell’umanità, per questo non ha nomi. Ed è un sud che sarebbe ora di riconoscere, capire e magari combattere in quelle venature purulente quanto dolorose, che si macchiano di rassegnazione, forse, ma che non mancano di curiosità verso.

‘Il padre degli animali’
Andrea Di Consoli
Rizzoli (collana 24/7) – Gennaio’07
ISBN: 88-17-01514-8
Euro: 16,5

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La fame ha ucciso il sonno

24 novembre 2007

Non ci riesce.
A dormire.
Cazzo, neanche un accenno.
Sono le tre di una mattina fredda. Umidiccia. Nebbiosa. Nebulosa.
E lei se ne sta sdraiata su un fianco. Poi sull’altro. A pancia in giù ma così è peggio. Allora di nuovo di lato, con le braccia strette al petto e le coperte arrotolate intorno al corpo, piccolo feto cresciuto. Il libro sonnecchia per terra, le parole scorrono ma non restano. Scivolano. La testa è impermeabile. Vuota.
Ha fame.
Non c’è niente da fare. Eppure ha rispettato la tabella di marcia, quella che la porterà di filata verso la bellezza. Stasera, ovvero ogni martedì sera, due etti di insalata mista scondita e mezzo yogurt 0,5% di grassi saturi (rigorosamente bianco). Un pugno di cereali light dentro lo yogurt e un frutto (tutti tranne le mele). Programma rispettato alla perfezione poi adesso.
Adesso le brontola tutto. Lo stomaco. La testa. Gli arti.
La fame ha ucciso il sonno. E’stanca. Sa di esserlo, porca puttana. Eccome. Solo che non c’è una soluzione.
A parte cedere.
No.
Mai.
Si addormenterà quando sarà ora. Basta aspettare. Il sonno è un bisogno primario, prima o poi arriverà.
Pessimo ragionamento, si rimbrotta, anche la fame dovrebbe esserlo. Un bisogno primario in senso stretto. Solo che quel bisogno la sta distruggendo.
E intanto non ci riesce. A dormire.
Le palpebre non si chiudono. Il letto è freddo. Le ossa scricchiolano.
Da bambina il nonno le raccontava favole stupende, piene di animali colorati e bambini che correvano, ridevano. Si addormentava perché era bello ascoltarlo. Il suono della sua voce. Le immagini che vedeva, che le sembrava di vedere mentre lui raccontava. Erano loro che la accompagnavano lungo il viaggio. Verso il riposo. Quello genuino, privo di malizie, senza ragionamenti.
Ma adesso?
Le favole non bastano più.
E lei. La fame. Detesta essere messa a tacere.
Bastarda.
Ricorda l’odore però. Di quel sonno bambino ingenuo. Ingenuo perché non guardava oltre, l’oltre era lì, in quel momento e basta. Non serviva altro. Non mancava niente. Bastava chiudere gli occhi e lui arrivava. Il sonno bambino.

———

Pubblicato su The Sleepers project.

Non ho mica capito

22 novembre 2007

Mi ha detto una cosa che non ho mica capito. La Betta.

La Betta era bella, alta, anche un pò imponente direi (oddio magari sembrava minacciosa con quelle spalle da nuotatore e i capelli corti ma a me non è mai sembrata, minacciosa, piuttosto impaurita).

Non lo so com’è che ci siamo ‘presi’ io e lei. Voglio dire.
Non è che io sia proprio (ci siamo capiti). Però lei, insomma, sembrava di un altro pianeta (e col senno di poi posso dire che lo era davvero, di un altro pianeta). Comunque è andata così. E quando mi ha detto quella cosa là ci sono rimasto.

Ha detto che si sentiva sola. Sola come? Le ho chiesto ma non mi ha risposto e ci sono rimasto male perchè non mi piace finire sospeso, fare la figura del tonto insomma (e con lei mi capitava spesso).
Poi ha fatto su la sua roba e se n’è andata. Credevo che la sera stessa o al massimo quella dopo ci saremmo beccati da qualche parte e mi avrebbe spiegato (lo faceva sempre, senza di me aveva pochi contatti e io un pò ci marciavo, su questa condizione intendo). Comunque non l’ho più vista.

La Betta aveva un dono. Mi faceva stare bene. E mica ogni tanto, sempre. Riusciva a entrarmi nel cervello direttamente dalle narici, giuro. Non dovevo parlare molto (anche per questo l’adoravo) addirittura a volte interveniva per me, sapeva già (prima che lo dicessi) cosa volevo fare. Non credo che ne troverò un’altra. Di Betta. Proprio no. Certi treni passano una volta sola, ha detto qualcuno, e mi verrebbe da rispondere che cose così sono maledette stronzate confezionate solo per far star male la gente, però poi.

Ha avuto un attacco cardiaco, la Betta (o qualcosa del genere, non è che adesso sto qui a sottilizzare coi paroloni, ci sarebbero cose più importanti da dire).
Prendeva delle pillole per l’ansia, me l’ha spiegato suo padre in camera mortuaria.
Per l’ansia. Va bene, ho detto io, ma ansia come? Voglio dire.
Uno mica si alza un giorno e si scopre ansioso. O no? Secondo me no. La Betta aveva dei problemi, mi ha risposto lui e non sembrava dispiaciuto, mentre lo diceva, era così e basta. Aveva una di quelle crisi da, ha finito di spiegarmi. Da.
E non ho mica capito. Neanche adesso.
Io non lo sapevo, della questione dell’ansia. Aveva detto ‘sola’ (a me almeno).

Penso che.

Mi manca, la Betta. E con lei quel pezzetto (mio) che le apparteneva, se l’è ripreso e mi pare pure giusto. Solo che non so cosa metterci dentro, come riempirlo (il buco lasciato dal pezzetto), non mi viene in mente niente di adatto. A parte la Betta.
Che però è morta.

Certe volte mi tornano in mente delle cose, come adesso, di lei seduta scomposta fuori dal bar, su quelle sedie scomode fatte di metallo e corda. Con quell’espressione imbronciata che le veniva spesso quando non doveva sorridere (perchè non è che le venisse proprio spontaneo, sorridere, il più delle volte si sforzava specie con gli altri e io me ne accorgevo sempre). Oppure quando discutevamo di libri.
Ah.
La Betta si drogava di pagine, credo che abbia speso più soldi in libri che in maglioni. Perchè poi, di quelle cose lì (di moda e vestiti intendo) non è che gliene importasse granchè. Giusto ogni tanto azzeccava un jeans che la faceva sembrare meno tozza o una felpa colorata. Giusto perchè.
E quando mi tornano in mente queste cose qui mi do del coglione.
Perchè quando lei c’era, era viva ecco, non mi sembravano importanti. Invece adesso.

———
Musica in sottofondo (indispensabile) di Roberto Cacciapaglia.

‘Voglio fare lo scrittore’ di Davide Musso (Terre di Mezzo, 2007)

Testo adatto, direi necessario, a chi scrive ma non ‘è’ ancora. L’autore Davide Musso, giornalista professionista che ha già pubblicato reportage e inchieste, intervista operatori del settori (editor, agenti letterari, collaboratori editoriali...) e ripropone le risposte senza filtri. Domanda e risposta insomma. Ed è decisamente interessante notare come, pur parlando degli stessi argomenti (mercato dell’editoria, trend, testi scelti, libri venduti, trattamento riservato agli esordienti, evoluzioni nelle richieste del cliente barra lettore) ebbene pur toccando più o meno gli stessi punti dalle domande emergono realtà in parte diverse, quanto meno discordanti a tratti. Interessante, quindi, perchè è un buon modo (per chi ha già pubblicato ma anche chi invece deve ancora arrivarci) per farsi un’idea su quante realtà coesistono nell’ambiente. Per imparare a ragionare con la propria testa (senza seguire la voce di un ipotetico mentore che promette) e per capire come, di fatto, non esiste un’unica strada. Affatto. Per pubblicare. Per ottenere un posticino (anche piccolo e umido) nel mondo dell’editoria italiana. Per riuscire a farsi laggere (il fatto poi di essere apprezzati non è prevedibile neanche per gli scrittori affermati).
Attraverso le interviste si intravvedono spiragli. Si da la possibiltà di capire (un pò) come funziona dal tal editore piccolo quanto nell’agenzia letteraria o nell’ufficio dell’editor del colosso (Minimum fax, Einaudi, Rizzoli, Cairo Publishing …).
Gli intervistati sono voci utili. Davvero. A volte contradditorie. A tratti poco piacevoli (perchè delineano strade tortuose e piene di trabocchetti barra ostacoli specie per chi non ’sa come muoversi’ e magari fin ora ha letto e scritto rintanato come un topo nella stanzetta di casa).
Lo consiglio decisamente. Rende bene l’idea della ‘fossa dei leoni’ ma anche di quelle realtà propositive su cui si può tentare di approdare con il duro lavoro, l’impegno, la costanza e.
Quali sono, quindi, i suggerimenti più utili che si evincono dal testo? Non isolarsi, proporsi ma con specifiche modalità, farsi notare da talune figure professionali che possono diventare un tramite (se davvero il testo e la scrittura valgono)… non aggiungo altro perchè è un testo che merita di essere letto e ‘digerito’ con calma. Mai come in questo caso è utile interpretare le risposte e adattarle alla propria realtà personale nel senso che gli intervistati si, raccontano le loro esperienze, mostrano come considerano ‘l’editoria’ e il ‘mondo libro’, spiegano cosa fanno e come ci sono arrivati ma. Ma. Chi scrive (oggi come in passato) vive (molto probabilmente) ‘altre’ realtà. Magari ha famiglia. Più spesso un lavoro ‘primario’ con cui arriva a fine mese. Di solito ha problemi personali o situazioni di cui si deve occupare. Insomma. Chi scrive (e non ‘è’ ancora, come accennavo all’inizio) dovrebbe approcciarsi al testo con la filosofia del ‘ok, per il tal operatore del settore funziona così, in che modo posso avvicinarmi alla sua realtà? Posso io, seguire la tal indicazione? Voglio farlo?’. Ecco. Dubitare sempre (e qui mi riferisco nella fattispecie al mondo dell’editoria a tutto tondo) ma sapersi confrontare. Ci sono dinamiche inavvicinabili per taluni. Facciamocene una ragione. (Esempio banale per chiarire il senso: chi ha una famiglia magari con figli piccoli non può pensare di partecipare a un certo numero di eventi e presentazioni in giro per l’Italia anche se potrebbe essergli utile per ‘uscire dal gusco’, conoscere esperti e farsi notare.) Resta il fatto che è utile, questa lettura, quanto meno per valutare ‘come funziona’ da dentro (non in senso assoluto, lo sottolineo, però per le specifiche realtà intervistate abbastanza).
Poi.

Poi, caro scrivente, la chiave del successo l’ha perduta qualcuno la notte dei tempi (o rubata?) per cui inizia a correre, vai pure tranquillo, ti conviene non perdere altro tempo e nell’eventualità in cui dovessi sbagliare percorso qualche strumento per capirlo e tornare sui tuo passi, dopo la lettura di questo libro, ce l’hai. Fanne buon uso però.
(questa è la mia voce ben inteso)

‘Esordienti da spennare’ è un libro che chiunque aspira a pubblicare una propria opera dovrebbe leggere. Assolutamente.
E’un libro che apre un varco, elimina un po’ di fumo e buio attorno a chi ha scritto e si trova davanti al dilemma del ‘se e come’ dare alla carta il proprio scritto.
C’è tutto un mondo da conoscere prima di decidere se e come pubblicare, ed è una conoscenza necessaria a mio avviso per acquisire la consapevolezza e responsabilità necessaria a scegliere la soluzione più adatta alle proprie aspettative barra aspirazioni. E’dunque necessario approfondire e questo libro, chiaro, semplice ed esaustivo è un valido aiuto. Quanto meno per iniziare a riflettere.
Perché è questo il punto.
Chi aspira a pubblicare deve necessariamente riflettere. Conoscere talune dinamiche. Saper distinguere le varie opzioni e i meccanismi di base dell’editoria. Non c’è un altro modo (a parte affidarsi a qualcuno di fiducia – estrema – che sa e possa guidare nelle scelte). Anzi no, un altro modo c’è: lasciarsi fregare.
‘ Esordienti da spennare’ è un libro inchiesta dove l’autrice (giornalista freelance che collabora con l’agenzia di stampa Reuters e varie testate nazionali) raccoglie le denunce di autori ‘spennarti‘, intervista editori e sperimenta sul campo la trafila per pubblicare spedendo un proprio manoscritto come ‘test’. E il risultato è impietoso.
Questo libro è decisamente adatto a chi ha appena finito di scrivere qualcosa che intende pubblicare. Non si tratta di capire se si è o si vuole diventare scrittori. Tutt’altra faccenda. Si parte dal basso, come in tutti i settori, e si affronta il primo scoglio da superare. Ho scritto questo e vorrei che non rimanesse dentro il mio pc, cosa faccio? Ecco, se siete più o meno a questo punto ‘Esordienti da spennare’ è il libro fatto a posta per voi, ma non solo. Anche chi ha già pubblicato può imparare molto. Perché qui si parla della tematica ‘pubblicazione’ a trecentosessanta gradi.
La Ognibene approfondisce meticolosamente la ‘questione cifre’. Quelle che chiedono gli editori a pagamento tanto quanto le statistiche di vendita o le percentuali per valutare una distribuzione o i diritti d’autore. Numeri insomma. Indispensabili per iniziare a districarsi nel mondo dell’editoria.
Prosegue, la Ognibene, nell’analizzare il mercato della piccola e media editoria, propone i dialoghi che ha avuto lei stessa con gli editori che l’hanno contattata, presenta le logiche di marketing e le motivazioni di talune scelte più o meno condivisibili tanto decantate dagli editori. Quelli a pagamento (a cui si dedica la maggior parte dell’inchiesta) alternando però anche il parere e le considerazioni di taluni editori che non pubblicano dietro richiesta di contributo. E l’analisi è finalizzata a spiegare come il funzionamento (vero) del mercato venga distorto e usato a vantaggio di chi propone la pubblicazione chiedendo denaro. Tutto può essere presentato per sostenere la tesi ‘ è necessario contribuire alle spese, copartecipare all’investimento’.
Si inizia spiegando cosa rappresenta l’esordiente per il mercato e cosa fanno gli editori piccoli ma seri che scelgono di pubblicarli. ‘con gli esordienti non si fa profitto(tranne in casi davvero eccezionali’ e ‘I piccoli editori fanno scouting, sono loro cioè, la maggior parte delle volte, a cercare i nuovi scrittori, a coltivare gli esordienti.’ (pag.21)
Molto interessante è il capitolo sul rischio che ogni libro comporta (in modo particolare se di autore sconosciuto o esordiente) e anche l’analisi delle modalità con cui invece l’editore a pagamento ‘sceglie’ i manoscritti da pubblicare.
Il punto focale, a mio avviso, che in questo libro emerge con chiarezza è il ‘perché’. A seconda delle motivazioni che spingono un autore (badate bene che non ho usato il termine scrittore a proposito) a pubblicare un proprio scritto è possibile analizzare un ventaglio concreto di possibilità. Ecco quindi che la Ognibene lascia temporaneamente il mondo dell’editoria per spiegare le dinamiche del print on demand e del perché, in qualche caso, pagare per pubblicare può avere un senso compiuto, non necessariamente deve diventare fonte di disgusto o imbarazzo (l’aver pagato si intende).
Il capitolo ‘Vanity press’ è di certo quello su cui sono meno d’accordo. Quanto meno per l’approccio con cui si presenta il problema. Ci sono tanti (e sempre di più a quanto pare) editori che accalappiano polli da spennare soprattutto perché ci sono molti autori pronti a qualsiasi cosa pur di vedere il proprio nome stampato su un libro. Vero si. Molto. Ma non solo. Questa è la mia obbiezione. Ho conosciuto molti autori finiti nella rete perché non sapevano. Magari ci avevano provato (oggi con internet è più facile mettersi in contatto con altri o reperire informazioni e trovare mezzi di confronto ma in passato non era così)dicevo: magari ci avevano provato, a capire per sommi capi come funziona, ma non ci  sono riusciti, non del tutto almeno. Sono molti gli aspetti da considerare (e in questo libro se ne può avere più che un assaggio) ed è quindi altrettanto complesso riuscire a capire o ad ‘entrare’ in talune dinamiche (e qui mi riferisco a chi non ha conoscenti, amici o parenti collegati in qualche modo all’editoria o allo scrivere nella sua eccezione più ampia). Comunque è vero. Sono molti quelli che scrivono convinti di generare l’opera del secolo e disposti a spendere per farla stampare. Ma ci sono anche molti altri che davvero non sanno che pesci pigliare e finiscono per lasciarsi convincere. Ci sono entrambe le realtà, questo volevo precisare.
C’è anche un’altra questione sempre ricollegabile al proliferare di queste forme di stampa a pagamento. La mancata condivisione di esperienze. A pag.46 si dice ‘La condivisione delle informazioni, soprattutto su siti e forum dedicati, è fondamentale: le esperienze di ciascuno saranno di prezioso aiuto per tutti gli altri esordienti.’. Sacrosanto. Peccato che di fatto tutt’ora non sia ancora così diffuso e di facile reperimento come dovrebbe. Ma ci arriveremo, con libri come questo magari.
Altri due fattori da non trascurare sono la promozione e la distribuzione. E in questo libro troverete varie osservazioni utili, consigli su come valutarli e informazioni utili per capire davvero come funziona.
Poi c’è la figura del libraio, che sembra quasi marginale, l’ultimo anello della catena e invece si scopre molto su di lui, se ne svela il ruolo poco marginale.
Altra faccenda spinosa, specie per autori alle prime armi che non siano esperti di contratti editoriali, è proprio capire e verificare le clausole dell’accordo di pubblicazione. La Ognibene propone tutta una serie di riflessioni molto utili a chi non ‘ci capisce niente’ ma è comunque necessario che arrivi a chiarirsi le idee prima di firmare alcunché. Senza lauree particolari ma con un pizzico di intelligenza e astuzia.
Comunque la viviate, questa lettura si conclude con un’analisi concreta e onesta: ‘esordire, missione possibile’. Gli editori medio piccoli onesti, che investono, rischiano, leggono, lavorano sodo per dare visibilità e credono in un testo esistono. Ebbene si, credeteci perché dopo tutti i discorsi deprimenti di cui sopra posso assicuravi (così come spiega il libro) che è proprio così. Basta non volere tutto e subito, intraprendere ‘un cammino sicuramente più faticoso’ e. In quel ‘e’ sono comprese tutta una serie di attività che si potrebbero definire ‘collaterali ‘ mentre in realtà fanno parte della scrittura, senza le quali si fatica a trovare un proprio stile, una propria voce, e una certa capacità valutativa: leggere, partecipare a iniziative, presentazioni, incontri e confrontarsi, farsi conoscere. A pag.122 c’è una deliziosa quanto sacrosanta serie di consigli di Marco di Porto ( che ha da poco esordito con un editore piccolo ma di qualità) e che non vi toglierò il piacere e l’interesse di leggere dalle pagine di ‘Esordienti da spennare’.
Faccio notare, in ultimo, per chi si sta arrovellando sulla scelta dell’editore, che dalla lettura di questo libro si possono ricavare numerosi nomi di editori per i quali appare evidente il tipo di trattamento che destinano agli esordienti (o comunque a chi pubblica senza essere noto).