Illusione im-mortale

28 gennaio 2007

Avevo 17 anni. La breve età in cui chiunque è immortale.
E, di fatto, lo ero.
La mia vita sembrava avviarsi verso una di quelle salite memorabili e io, segretamente soddisfatto di me stesso, non perdevo occasione per cavalcare l’onda. Mi presentavo con un fisico invidiabile – dopo due anni di palestra era il minimo – e avevo aggiunto un piglio malandrino al repertorio espressivo che riscuoteva consensi nell’universo femminile. Mi piacevo.
Specialmente perché non dovevo fare quasi niente. Evitare le abbuffate e perseverare con gli esercizi – ormai non mi pesavano più, ero allenato -.
Il resto veniva da sé. I vestiti che odoravano di marca e successo comprati con la carta di credito di papà. Le uscite nei locali ‘giusti’. Una lampada ogni due settimane. Il cellulare, mastro custode di contatti e parole. Sorridere. Ammiccare. Muovere il bacino. Camminare dritto con gli occhiali da sole che dicevano a tutti chi ero. Una bevuta, ogni tanto, con gli amici che contavano. Baciare con quel modo un po’ rude che mi trasformava in un esperto.
L’immortalità è davvero la condizione ideale, basta raggiungerla e non lasciarsela scappare.

 

Un pomeriggio sono rientrato a casa eccitato, la prova di italiano era andata bene, per cui sapevo che il bonus-stima dei miei genitori avrebbe subito un’impennata; in più avevo strappato un appuntamento a Elisa Gigli. Un anno più di me, bionda, tutto al posto giusto. In una parola: bellissima. E molto corteggiata.
Ero su di giri mentre giravo la chiave nella toppa della porta blindata, la casa era immersa nel silenzio ma, quando mi sono avviato verso la mia stanza, ho visto mamma sdraiata sul letto matrimoniale e sono entrato.
Ho iniziato a parlare.
Con i miei vecchi avevo una specie di tacito accordo: io non esageravo e loro non mi assillavano. Così, negli ultimi mesi, capitava anche che raccontassi qualcosa di me, non era un obbligo, piuttosto un moto istintivo che sentivo ogni tanto. Più che altro con mia madre, che sapeva ascoltare senza fare smorfie o commenti da sapientona.
Quella volta ho iniziato a descrivere la giornata convinto che si stesse solo riposando, non so perché mi fossi fatto quest’idea, dal momento che non mi aveva neanche salutato, eppure lo davo per scontato.
Alle quindici e trenta non poteva dormire perché non ce n’era motivo. Semplice.
Così ho sintonizzato la frequenza su Elisa e il prof. di italiano, camminando avanti e indietro. Senza guardarla. Tanto sapevo che si era messa a sedere con la schiena sulla testata del letto e mi stava fissando con quell’aria curiosamente pacata di sempre.
Non saprei dire per quanto tempo ho chiacchierato, ma a un certo punto mi sono voltato, aspettavo una risposta. Che non è mai arrivata.
Lei era ancora sdraiata, nella stessa posizione di poco prima, perfino gli occhi erano rimasti chiusi. Non si era mossa di un centimetro nonostante il mio discorso concitato.
All’improvviso una strana sensazione mi ha raggiunto, un intero battaglione di formiche si addestrava alla camminata sui miei piedi, poi sulle gambe, su sempre più su verso la pancia. Lì si sono fermate e hanno iniziato a scavare. Avevo le interiora che friggevano.
C’era qualcosa che stonava.
Era troppo fredda.
Non riuscivo a svegliarla.
Il suo corpo sembrava da un’altra parte. Solo più tardi ho capito di aver sbagliato tutto perché quello che vedevo era tutto ciò che rimaneva di mia madre.

 

Di quello che successe dopo la telefonata al 118 ho ricordi strappati, un minestrone di facce, urla, corse e attese. Un particolare, però, mi è rimasto marchiato addosso: i flaconi trasparenti e le scatole di medicinali sparsi sul comodino. Alcuni in piedi, altri sdraiati e gli ultimi per terra, con il sedere in fuori. Tutti rigorosamente vuoti. Il contenuto aveva assicurato a mia madre un viaggio di sola andata per una destinazione nuova. Lontana. Irraggiungibile.
Mio padre era arrivato di corsa, sudato e con la testa per aria. Sembrava un gambero. Andava avanti e indietro perché non riusciva a stare fermo, spostava e rimetteva a posto, faceva domande, sempre le stesse, come un disco rotto. Era inesauribile. I dottori lo guardavano con un’aria di finta compassione che, in altre circostanze, lo avrebbe fatto incazzare ma quel giorno neanche ci faceva caso.
Mia madre era morta.
Tutto il resto assumeva le sembianze di un contorno fastidioso. Nebbia umida che si appiccicava ai vestiti. Ma sotto lo strato di tessuto, il suo cuore batteva senza capire. Si rifiutava di farlo. O almeno così sembrava a me, quando lo fissavo senza accorgermi di essere di troppo.
Mio padre non mi vedeva, non poteva e io lo capivo. Davvero. Il suo cuore stava vomitando e non c’era posto per niente e nessuno.
Io no. Avevo bisogno di parlare, di riprendere il discorso da dove lo aveva lasciato mentre lei rimaneva immobile.
Avevo paura.
Mi sentivo solo.
Volevo la mia mamma.

 

Un mese dopo ho iniziato a mettere via alcune delle sue cose, mio padre si rifiutava di entrare nella camera padronale. Dormiva sul divano. Aveva attrezzato tutto l’occorrente nel cassettone sotto le molle e ogni notte si faceva il letto. In silenzio. Con meticolosa precisione. La mattina dopo disfava tutto e quanto lo raggiungevo in cucina era sbarbato e odorava di colonia.
L’ultimo cassetto del suo comodino era un garage. Ci ho trovato di tutto: penne, segnalibri, campioncini di profumi, creme da viaggio, pettini e lega capelli. La tessera della biblioteca e un biglietto da visita.
‘Marzia Costantini.
Pittrice e Art designer’.
Così recitava il cartoncino pieno di rampicanti che si attorcigliavano negli angoli.
Non ci ho pensato.
Ho telefonato.
Senza un motivo. Forse mia madre aveva comprato qualcosa e non aveva potuto ritirarlo.
Marzia Costantini era una donna sulla cinquantina, con due occhi vivaci e una lunga coda di cavallo. Le si vedevano le ossa a ogni movimento ma aveva un viso disteso, liscio come una pesca.
Mi ha ricevuto subito, nel suo studio in pieno centro storico. C’erano dipinti dappertutto. Incorniciati e lasciati per terra. Nudi e appesi a ogni altezza del muro. Su cavalletti imponenti. Era la festa dei colori, delle forme e della vita.
Mi sono presentato di nuovo, pensavo di dover spiegare ma lei mi ha preceduto.
– So chi sei. Tua madre parlava sempre di te. Era molto orgogliosa.
Le formiche sono tornate, ma questa volta si esercitavano sul petto, all’altezza del cuore. Un, due, tre e quattro. Un, due, tre e quattro. Dietro front!
Mi ha accompagnato attraverso un corridoio lungo e stretto, nella penombra potevo vedere la carta da parati scrostata. Poi mi ha fatto entrare in una stanza e ha chiuso la porta dietro di me.
C’erano due enormi finestre aperte, la luce entrava ovunque, irriverente e forte. Potevo anche non muovermi da lì, sapevo dove mi trovavo.
Il regno di mamma. Ogni singolo oggetto parlava di lei. L’enorme tappeto rosso scuro di chiara origine persiana. Le vetrine dai ripiani lucidi, stracolme di oggetti di ogni tipo. Impeccabili. Rumorose. Ognuna aveva una storia da raccontare, di certo mamma le conosceva tutte, non comprava mai a caso.
Poi le ho viste. Tele di medie dimensioni, riposte su cavalletti bassi, cinque in tutto, occupavano la stanza in ordine sparso. Una era rivolta verso la finestra più lontana, forse guardava fuori mentre dipingeva. Un’altra riposava al centro della stanza, in attesa. Le rimanenti tre non avevano senso, non per me almeno, perché se ne stavano storte, qua e là.
Dipingeva. Mia madre.
Sono rimasto così, in piedi a pochi passi dalla porta. Impalato. Solo gli occhi spaziavano liberamente. Non riuscivo a muovermi. Ricordavo che al liceo aveva frequentato corsi d’arte, da bambino mi aiutava sempre con i disegni. Prendeva la mia manina dentro la sua e mi guidava nelle linee, finiva nasi e bocche o correggeva soli e alberi. Ma non sapevo altro.
Ignoravo chi era. E quel posto me lo stava urlando così forte da assordarmi.

 

Prima di andarmene mi ha offerto un tè. Bollente. Fruttato.
Marzia Costantini.
Mi fissava sorseggiando.
Sosteneva il mio sguardo.
Un sorriso accennato, gli occhi che diventavano tristi quando guardavano lontano.
Avevo un immagine nella testa che non riuscivo a scacciare. Là, in quella stanza dove mia madre si librava nell’aria libera e serena. Su un tavolino in legno scuro, dietro a una ballerina che mi faceva l’occhiolino avevo visto una fotografia. Dolorosamente recente. Mamma rideva, i capelli mossi dal vento, gli occhi come due bagliori notturni. Poi Marzia Costantini. Si abbracciavano. Strette. I cappotti non bastavano a tenerle lontane come vorrebbe il buon costume.
Mamma.
E Marzia Costantini.
Ho lasciato la gola in balia delle fiamme, ma non era abbastanza. Ci voleva qualcosa di più forte, che facesse molto male. Dentro ero già corroso, sentivo la carne viva che si agitava nello stomaco, tanti piccoli vermicelli viscidi che si grattavano scontrandosi su quel cuore che credevo stabile. Invincibile.
Ho visto l’illusione dei miei diciassette anni evaporare sopra di me e l’ho lasciata andare. Ormai non ne avevo più bisogno.

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