Lasciarlo andare

13 marzo 2008

Di ‘Cicatrici’ qui ho già lasciato vari contributi.
Ma di quest’altra storia no.
QUI ne ho spiegato un pò l’approccio.
Mentre, per chi fosse interessato, dopo lo stralcio ho inserito alcune annotazioni alla storia nel complesso.

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Lasciarlo andare

(Estratto da ‘Il Nero’ – titolo provvisorio)

 

 

Inutili corrosivi.
I sentimenti, le emozioni, il ’sentire qualcosa’… andrebbero condannati una volta per tutte, rinchiusi a vita dove non possono più fare del male. Sono le fregature più subdole, silenziose eppure quando colpiscono te ne accorgi eccome! Enormi, improvvise e fulminee fregature.

Lo pensa Sara mentre se ne sta rannicchiata sul divano, sotto di lei, sdraiato sul tappeto c’è il Nero. Non lo vede però sa che c’è, sbuca la mano che si muove, stringe un bicchiere di rosso e parla. Parla di qualcosa che dovrebbe essere molto interessante ma lei non sa decidersi. Si sente a disagio, come se qualcosa di strano aleggiasse nell’aria. Non è la prima volta che finiscono a casa sua dopo il lavoro. Dopo l’ennesima giornata stressante. Lui pieno di unto e olio ovunque e lei con le mani che puzzano di detersivo anche dopo mezz’ora di strofinamenti folli sotto la doccia.
Le piace stare lì col Nero, le piace ascoltarlo parlare, commentare e ridere.
Le piace molto.
La mano continua a muoversi, vede il braccio muscoloso adesso, pieno di peli scuri e vene che si contraggono.
I sentimenti dovrebbero abolirli per legge, torna a riflettere. Passi l’amore, il re delle emozioni e in quanto tale capriccioso, volubile, traditore e menefreghista. Passi pure. Però gli altri no, cazzo! L’amicizia poi è proprio ridicola. Uno fa tanto a crederci che rimane col culo per aria, solo e senza un cane che gli sbavi sui jeans.
Eppure lei è ancora comodamente seduta sul suo divano cigolante e ascolta la voce roca del Nero. Forse le sta raccontando dei soliti casini all’officina, i clienti che non saldano o i ricambi che non arrivano. Forse.
O magari no.
Prova ad allungare il collo ma la visuale non cambia. Il braccio fasciato dalla camicia stretta a quadri, la mano che impugna il bicchiere perennemente pieno di rosso. Nient’altro.
Allora si decide e inizia anche a lei a raccontare. Le parole escono, scorrono sotto il divano, verso il pavimento freddo (non ha ancora acceso il riscaldamento).
Perché poi dovrei illudermi? Si domanda all’improvviso. ‘Perché ne ho bisogno’ è l’unica risposta che ha un senso, in quel momento (magari è la verità). L’appartamento sembra di colpo stretto. Soffocante, fa caldo. Prova ad alzarsi ma non ne ha la forza, non ne ha più voglia.
E’che qualcosa di vero ci deve essere se da secoli se ne decantano le lodi. Dell’amicizia insomma. Qualcuno l’avrà pur provata, sta benedetta emozione, e non per una decina di secondi. Anche a lei sembrava di averla scovata. Con Nero e con chi se no?
Lui era l’amico perfetto. Disponibile ma con pochi peli sulla lingua. Se faceva una cazzata sapeva che lui non gliel’avrebbe abbuonata. Se però aveva bisogno di sfogarsi o di spaccare la faccia a qualcuno eccolo pronto, in prima linea coi pugni in posizione.
Il Nero era davvero un ragazzaccio d’oro. In molti sensi. Pieno di difetti che a volerli elencare non le basterebbe questo sogno eppure. Eppure qualcosa nel suo modo di fare, di essere e vivere lo rendeva speciale. Per Sara almeno.
Intanto il braccio è sparito. Sposta il busto e nota che sotto il divano non c’è nessuno. Sente freddo e ha sonno, all’improvviso si ritrova sotto le coperte, in camera.
Quand’è che mi è venuto in mente, di crederci? Al Nero e alle sue puttanate sul ‘ci sarò, fammi un fischio se, ti chiamo dopo per, arrivo subito’ e blablabla. Proprio.
Una vera merda.
Ecco cos’è tutta questa storia, si sente pensare ad alta voce.
Una fregatura e basta, l’ennesima dimostrazione che non ci si può fidare neanche del cane. A volte capita, di scontrarsi con qualcuno che sembra ‘compensativo’, Sara annuisce nell’oscurità delle coperte, capita in effetti. Ma bisognerebbe scansarsi in fretta, rialzarsi, salutare e tanti baci. Fine. Basta. Amen.
Ma insomma, che faccio?
Trema, Sara.
Se anche l’amicizia è una falsa, un’invenzione di comodo, un modo per fingersi al sicuro. Se. Anche.
Lei ne ha bisogno, questo è il vero scoglio da superare. Adesso. Da quando lui è sparito e non si sa neanche se è ancora vivo.
Per carità.
Trema sempre più forte, sente i denti che battono. Stridono.
Il Nero si è solo cacciato in un guaio più grosso del solito, tutto qui. Tenta di rassicurarsi mentre rivede il braccio muscoloso. Il rosso intenso del vino. C’era anche un odore, una specie di colonia, qualcosa di speziato non dozzinale.
C’era.
Apre gli occhi e si maledice.
La radiosveglia sul comodino segna le quattro.
Porca puttana, adesso anche di notte mi perseguita?
Sposta il corpo appoggiandosi sul fianco sinistro. Osserva la finestra chiusa, qualche raggio di luna filtra fino al letto, stria le lenzuola felpate.
Non è lui, il Nero, che la perseguita.
Ne è consapevole tra la foschia dei ragionamenti appiccicati alla faccia.
E’lei che non riesce a smettere di pensarci. Quando qualcosa manca (come un pezzo di carne strappata e poi lasciata a pulsare in modo che gli occhi la vedano), quando è così c’è poco da fare. Aspettare che passi, sperare che passi in fretta. Presto insomma. Sopportare e sperare.
Sperare?
Riapre le palpebre e si maledice di nuovo.
Bisogna chiudere e andare avanti.
Parlerà coi muri se proprio non ce la farà a tacere.
Prima però deve sapere. Sapere e basta senza andare oltre.
Capire se sta bene, dov’è e come se la passa. Poi potrà lasciarlo andare.
Lasciare andare qualcuno è la dimostrazione di quanto la vita sia insensata, ingiusta e superiore agli affetti.
Lasciarlo.
Andare.

 

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Dalla presentazione di Patrizio Pacioni sul suo sito – portale:
Il brano che ci presenta, in gentilissima anteprima, fa parte di “un’opera che”, dice Barbara “mi sta assorbendo già da un po’: un lavoro difficile tra sentimenti, incastri e riscritture.” Nella storia del romanzo si tratterà di due vecchie amiche dalle anime inquiete piene di ferite, Sara e Rossella. Poi un matrimonio, un’esplosione, qualcuno che scompare. E il mondo si capovolge in un viaggio di sola andata dove non c’è più tempo per riflettere, capire, perdonarsi. È una corsa contro il tempo per farlo tornare. Lui. Il Nero.
Per conto nostro, solo leggendo il breve estratto che segue, caratterizzato da una scrittura cruda ed essenziale, ci sentiamo di affermare quanto segue: una volta pubblicato (speriamo presto!) si tratterà di un libro da non perdere, che -se è vero che il buon giorno si vede dal mattino- confermerà l’ormai splendida maturità espressiva di questa giovane e versatile autrice.

 

 

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Senza cuore

30 dicembre 2007

Mi sono precipitata alla stazione.

Così com’ero. Vestito da lavoro e portafoglio.

Ho camminato a testa bassa fissando l’asfalto irregolare, la gente intorno mi infastidiva. Un’occhiata al tabellone elettronico e via. Di corsa. Verso il binario due.

Il treno era in ritardo di cinque minuti e già fremevo. Mi guardavo in giro cercando il controllore. Dovevo sapere se c’erano dei problemi. Se saremmo arrivati lo stesso per l’una. Se.

I primi movimenti ondulatori mi hanno rassicurato. Per tutto il resto del viaggio mi sono rotta le labbra a morsi, strappato unghie e pellicine inesistenti, massacrato un vecchio pizzicotto trasformandolo in un cratere eruttante muco biancastro e sangue. L’uomo seduto davanti a me leggeva. Calmo, concentrato. Mi ha lanciato sguardi fugaci, sospettosi. Qualsiasi cosa pensasse di me era ininfluente. Dovevo arrivare per l’una. Dovevo.

Sono saltata giù dal treno come in quei film in bianco e nero dove l’amato aspetta alla fermata. Trepidante, sorridente. Altro scenario, altra vita. Non c’era nessuno ad aspettarmi, non era il caso che venissero a prendermi.

Mi sono infilata in un taxi senza guardare la faccia dell’autista. Ho pagato allungando banconote a caso. Tutt’ora non so quanto gli ho lasciato in più.

Sono scesa sbattendo la portiera e lì mi sono bloccata. Piombata nel buco. Fagocitata da loro, le tre sorelle. Ansia, Incertezza e Paura. Un vago tremore al braccio sinistro. Suggestione.

Sono entrata usando la mia chiave. Erano anni che non lavorava, la poverina, e ha faticato a girare.

Lo scatto brusco sembrava il boato di un bicchiere che si frantumava sul pavimento.

Ho ripreso a correre, non era il momento di vacillare.

Ero arrivata.

Mancava così poco.

Lungo il corridoio non c’era nessuno, accaldata e sudata ho proseguito. Ampie falcate, rigide, silenziose.

Davanti alla porta c’era gente. Che solo dopo avrei riconosciuto.

Nessun saluto, nessun cenno.

Li ho oltrepassati e già le gambe si facevano pesanti. Il cuore martellava. Mi arrivava alle orecchie un brusio di fondo. Strizzate alla gola. Formicolii alle braccia. Avevo il naso rosso, nessuno me l’ha detto in realtà, l’ho sentito io, rosso.

La camera era sempre la stessa. Nella penombra mi ha risucchiato verso tempi lontani, nascosti nella memoria di bimba curiosa. Risate. Ti prendo? Cucù! Baci sulla fronte. Passa la febbre, piccola? Letture alla luce della vecchia lampada sul comodino basso. Magie. Bollicine. Gelato alla fragola. Torte di mele bollenti. Farina. Matite colorate. Profumi fruttati dentro i cassetti. Il bagno allagato. Risate.

Il letto era al suo posto, esattamente nella stessa posizione di sempre, attaccato alla finestra aperta con il comodino in angolo.

Gli scuri accostati bloccavano il calore ma fasci di luce sfuggivano alla fragile barriera e illuminavano squarci del materasso. Le lenzuola chiare erano accartocciate. Spiegazzate all’inverosimile. Il cuscino sottile piangeva. Lo sentivo singhiozzare avvolto dall’aria stantia. L’odore di disinfettante si mescolava a qualcos’altro. Pelle secca, abbrustolita, in decomposizione.

Le lacrime hanno iniziato a rigarmi le guance rispondendo ad un impulso. Non potevo controllarle, non ne avevo il tempo.

Il nonno non c’era.

Avevo fatto tutto quel viaggio all’improvviso. Con il cuore in mano. Trascinandomi, sperando perfino. Perfino.

Ma lui non c’era.

Sono rimasta sulla soglia, con gli occhi sbarrati, le braccia molli e le gambe inchiodate al pavimento rovinato dal tempo.

Il nonno era morto.

Senza di me.

Così l’ho lanciato, il mio cuore, dritto sul letto, tra le lenzuola scomposte. Lui ha rotolato per un po’ poi è scivolato sul pavimento.

Sono uscita.

Il sole mi ha bruciato la faccia. Ma era più facile continuare a camminare fino alla stazione.

Senza cuore.

Morire non era nei miei piani.

Mi spettavano altri quarant’anni (almeno) di vita. Cinquanta se ero fortunato. Forse non avrei combinato granché.

Forse.

Ma mi fa impazzire l’idea di non saperlo, cos’avrei potuto combinare.

Soprattutto non pensavo di morire abbandonato, solo.

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Info qui.

Il rosso è arrivato

21 dicembre 2007

Il rosso è arrivato.
Quel rosso che abbraccia tutto prima di scomparire, prima di lasciarsi inghiottire dalla notte che incalza, pretende, vuole essere la padrona anzitempo. Ma lui, il rosso del sole che tramonta in un pomeriggio invernale, lui non la manda a dire. Illumina i vetri, si riflette sulle superfi, scaccia le tende (le trapassa addirittura).
Ha aperto la finestra, l’aria fredda è entrata subito, un soffio gentile.
Ma è un freddo che sa di buono, di aspettative cullate, tempo allungato. Perchè l’aria lo sente, il rosso, e sorride.
Marco inspira. Lentamente. Assapora l’eccitazione, assorbe l’attesa, la voglia di fare (che di solito gli scivola addosso, lo stordisce giusto il tempo di farglielo credere, che farà insomma. Poi evapora, non c’è verso di ritrovarla e finisce spossato, confuso, tediato).
Marco aspetta.
Che il rosso gli entri dentro. E spera.
Che stasera. Stanotte. Finalmente sarà. Arriverà.

Sai

16 dicembre 2007

Sai che così non si può.
So che lo sai perché ti si arriccia la fronte quando mi guardi. E tenti di sorridere alle scemenze della tv.

Sai che certe volte c’è bisogno.
E non è per te. Sono io che mi sono persa, annaspo in acque grigie, torbide (forse non le guardo davvero, per questo sembrano putride, lancio occhiate svelte come faccio ogni volta che mi convinco di non farcela, non riesco, ogni volta che sento quel fastidio alle ossa, il battito che trema e la paura di rimare, rimanerci piantata, immersa in sabbie mobili dense, filamentose, raggrumate ).

Sai che gli spazi sono stretti, convulsi, strizzano i polmoni fino a farli sussultare dal dolore. Non c’è soluzione, però, è così. Di meglio non possiamo permetterci, non è proprio possibile che. E anche qui, se ti guardo riflesso nel vetro della bottiglia (la tua, quella frizzante fredda che posizioni a tavola con maniacale precisione ogni sera) se tento di acchiappare i tuoi occhi allungati, i contorni deformati, la bocca enorme, se lo faccio sento un disagio sotterraneo. Che striscia e si contorce a ogni gesto ripetuto, ogni volta che ci sfioriamo, rubiamo un bacio che scivola via (lontano, non è nostro).

Non mi sento.
Poi la nebbia è un animale selvatico che per sopravvivere mi afferra da dietro, con i gomiti preme sul collo e mi zittisce. Allora non ho più parole (come del resto capita spesso anche a te) e se non le dico, certe cose, poi di notte mi torturano. Sfregano la pelle e la fanno morire, succhiano linfa direttamente dal cervello (c’è una cannuccia speciale per queste cose, è spessa e sottile, affonda tra le cellule della testa e si arpiona con facilità alla materia, non risente dei movimenti – perché io mentre dormo non riesco a stare ferma, mi si informicolano le braccia – comunque lei entra attraverso le orecchie e loro escono. Loro, i pensieri trattenuti, mi odiano perché ho negato la libertà, ho impedito all’aria fresca di accarezzarli, ho frenato la gioia dell’uscita, ho allontanato la liberazione dalla scatola chiusa.)
Ecco perché non mi sento.

Sai che succede qualcosa quando arriva la nebbia, quando ci accarezziamo attraverso le bottiglie piene. Lo sai ma non capisci. Non è possibile che tu, che poi, che.
E non mi arrabbio più, mi sento abbandonata, lontana, persa in quelle acque che.