La neve non è neve

29 agosto 2009

You can sleep forever, but still you will be tired
You can stay as cold as stone, but still you won’t find peace
With you I feel I’m the meek leading the blind
With you I feel I’m just spending wasting time

I’ve been waiting
I’m still waiting
I’ve been waiting
I’ve been waiting
I’ve been waiting
I’m still waiting
I’m with you (with you)
It’s always one step too far
One step too far

(One Step Too Far, Faithless featuring Dido, 2001)


La neve non è neve. Ne ha la consistenza ma non è fredda. Si lascia risucchiare da spostamenti d’aria. Si aggrappa a onde anomale di tessuto colorato e braccia concentrate, muscoli tesi a stringere, lanciare, afferrare e riprendere. La neve si raggruma facilmente, tende al giallognolo fissandola, ma non c’è tempo.
Le risate sono discontinue, alternano affanni, tonfi e parole le cui interpretazioni sfuggono, rapite dalle correnti di pulviscolo. I sensi spezzano lo spazio. Virano attraverso gli attimi, vissuti senza attese, vissuti nel momento stesso in cui sono, vissuti per necessità.
Finché l’aria si distende, qualcosa inverte gesti, in quel ‘sono’ che respira, si ascoltano ridere e sono felici, liberi da liberati. I cuscini scivolano, materia deformante che attutisce urti e ricerche. La neve, che ancora si aggrappa alla materia, rallenta la sua corsa folle, deliziosa.
I corpi sussultano. Stanno. Le risa non se ne sono andate, non del tutto. Le mani volteggiano, i volti hanno tante espressioni, non ci sono vincoli, i limiti sono sagome di gomma flessibile oltre la linea dell’infinito. Si può. Stare. Essere. Gioia. Calore. Immensità. Nerobianco. Leggerezza. Bene. Molto bene, figlio del sottile male che da dentro spurga, vulcano impazzito, che ricopre cristallizzando.
Poco alla volta, con lentezza disarmante, la neve abbandona l’aria. I tessuti smettono di respirare e sul pavimento cedono, mollemente lo ricoprono con il disordine che le cose hanno. Quando l’ascolto si intensifica, e non c’è interferenza, le cose respirano più forte, alitano e odorano. Cantano.
E c’è, questa sottile melodia. Lei la sente. Anche prima, nel fondo della mente, lontana e bassa, le arrivava. Ora però che il respiro si tende stabilizzandosi, il corpo sussulta con frequenza discendente, ora. Il ritmo, i battiti che sono suoni e strumenti, la voce dolce e precisa, puntigliosa, pervade lo spazio, entra tra i pori e lì, sedimenta.
Si piegano, basta uno sguardo. E’ un linguaggio che sordo urla, lancia e afferra quello che tra loro scorre. Le ginocchia obbediscono, il busto flette i suoi muscoli vagamente indolenziti e accaldati, fino alle mani che poggiando sul pavimento spostano il peso dei corpi, li indirizzano all’atterraggio. Così. Per terra. Abbandonati. Non c’è tempo né spazio. Non c’è senso che possa insinuarsi, eccetto quel battito rallentante, il freddo che dalla terra risale per aggrapparsi agli strati superficiali, a quei corpi estranei, muscoli stanchi, volti nascosti.
Ascoltano.
Aspettano.
Si sentono in remissione. L’energia li carezza un’ultima volta prima di librarsi. La neve resta appiccicata a qualche lembo di pelle sudata, le gambe scomposte si conquistano una fetta di vita. E lì restano. Palmi aperti, a contatto con le cose, a cercarne cadenze e movimenti (in)visibili.
Silenzio. Quiete. Tra loro qualche centimetro di nulla, palpebre cadenti.
Ma non c’è volontà, i corpi si assecondano nell’unicità che è crepa, nell’affanno che è divisione, separazione casuale. Lei si incurva, flette la schiena e ruota il collo. La guancia a contatto con la terra dura rabbrividisce, cerca un leggera variante, angolazione che restituisce equilibrio. I fianchi tendono a elevarsi, appena, il necessario al resto del corpo per essere rinuncia e conquista.
Lui l’ha guardata. A lungo. Curioso, fors’anche stupito, non s’interroga. Pieno e vuoto come sempre, tra loro. Ha appoggiato i gomiti e ha aspettato. Adesso che il resto, tutto, si è fermato. Si allunga. Serpente silenzioso la raggiunge. Piano. Delicato e ruvido. Ne sfiora i lineamenti, una carezza che è lingu(a e ingran)aggio. Una carezza che accende ciglia semichiuse, guance e mento. Una carezza prima del bacio, prima che le labbra si aprano, sfreghino risvegliando il collegamento scoperto, frustato, rimasto. Lei si volta appena, sposta ancora il collo, lembo di corpo elastico, attento alle flessioni, e lo saggia. Dalla penombra degli occhi aperti per sbaglio, più chiusi, vicini al buio, lui è carne calda, devastante. Che le parla muovendo aria ed energia. La riporta verso le connessioni, bisogni amplificati dalla pace che da dentro irradia, si assesta in quel nuovo fuori fatto di terra, contatti e assenza. In quel non luogo, tra finta neve e inutile tessitura sfilacciata, a loro non importa sapere ciò che sono, delle cose che attorno seguono un corso qualunque, quello che è e sarà. A loro importa scon-trarsi, (ri)trovarsi e così stare, celandosi tra sguardi sfuggenti, richieste inespresse cullate da guizzi fantasma.
Le alza il vestito, non lungo, appena oltre il ginocchio. Morbido. I polpastrelli arrotolano e tracciano linee sulla pelle. I seni liberi si lasciano rimirare, lei volta la faccia, lo vuole vedere il tempo necessario ad afferrargli quello sguardo. Solo quello. Poi, mentre sente le carezze eccitanti e sa, che presto le sue labbra succhieranno, torna alla posizione originale, semipiegata. Gli offre fianchi e schiena, fondi e accessi. E lui scivola in quel basso che conosce, pulsa. Le sfila le mutande con la grazia dei momenti perfetti, quando le flessioni si allineano.
Ora, dietro di lei, piegato verso.
Le dita si muovono. Calde, piene. Delicate e ferme. Le carezzano membra e muscoli. E’ un incedere costante, liquefatto tra onde e rarefazione. Ma quando entra, e piano, inesorabilmente affonda prima di scegliere e mutare ritmi e intensità, prima. Lei si allarga, offrendosi a lui e lui solo potrebbe. Sporge una mano e lo sfiora, ne beve quel calore, che è altro da sé, senza volto come il suo che affonda e si deforma. Sente la meraviglia nella tempesta, l’irradiazione di un unico corpo che muove e si muove incastrando poli, scegliendo assonanze. E canta. Per lui, assieme. Le voci, dal dentro tremante, si abbracciano. Le mani impastano quei sensi che dopo il gioco e le risa, dopo lo sfilacciamento e la quiete, ormai possono solo chiedere. Chiedere e dare. Dare fino confonderne ruoli e desideri. E’ una, l’ossessione. Com’è una la carne attraverso loro, oltre respiri discontinui e lingue voraci che impongono un tutto necessario. Dentro. Fuori. La resa che è conquista, pretende. Le fragilità espongono le ferite più infette e se le mischiano, accettano. Chi e come. La carne si accende, pulsando in mezzo a note ormai prossime alla caduta, loop insaziabile di intensità irregolari, variabili oltre il sopportabile.
E le lacrime.
Due.
Piccole.
Sole.
Le rigano una guancia mentre le farfalle, dalla gola, si conquistano la libertà.
E la carne.
Da percezione, muta.
Restituisce.
La cosa che sono, dimenticando di essere.
E lui.
Aprendo la mano.
Che stringeva un pene gonfio, inseminato.
S’immobilizza.

[Barbara Gozzi, 04-08-2009, notte]

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Troppo poco

28 agosto 2009

Troppo poco di Barbara Gozzi

Il buio è ovunque.
Le stringe il braccio. Dapprima carezza sulla pelle. Poi le dita intensificano la morsa, ancora e ancora. Lei respira piano, stringe i denti, abbassa le palpebre. Lo sente arrivare, il fischio è inesorabile. Le dita diventano ferro rovente. La carne inizia a fremere, s’increspa. Dal braccio il calore è irradiante, ha lingue infuocate che si disperdono verso la spalle e all’opposto informicolano le dita.
Il dolore.
E’ qualcosa che respira in lei. Aumenta, taglia, affonda tra ossa e muscoli.
Piega la testa, la inclina a cercare qualcosa che non c’è, l’aria dai polmoni volteggia singhiozzando. Quel male che sente, penetra in profondità, le contrae la faccia.
Nessun rumore. Solo in-spirare, e-spirare, respirare. Respirare.
Lui fissa il male riflesso negli occhi e l’energia, che come onde gonfie gli si infrangono contro, lo sommerge rimbalzando. Vanno e vengono, le onde affamate, e lui insiste, le osserva il corpo piegato in avanti, dove il braccio che stringe ne è nuovo epicentro. Schiaccia ancora, e gli pulsa tra la pelle rovente un cuore.
Ordina alla mano di aprirsi. Improvvisamente le dita si scollano, la tensione risale attraverso muscoli e nervi.
Il braccio ferito si abbassa di poco, l’ematoma è in arrivo, lo sanno entrambi. Gli occhi le si sono riempiti. Sudore. Lacrime. Liquidi trattenuti ma scivolosi. Che sfuggono al controllo. Che rifiutano.
Il male. La sta ancora succhiando, la pressione si è assottigliata ma la carne resta rattrappita. Lo stomaco accartocciato. Le spalle dure, granito con venature irregolari che allungano frammenti maligni verso l’alto. Verso la testa pesante, stordita.
Ancora
, e già se lo vede vagamente gonfio, l’ematoma, dalla forma allungata e tozza, scuro miscuglio di ferocia e piacere. Gioco di resistenze. Fuga dal buio.
Lui si avvicina, un passo verso ma lontano dalla ferita, ha il corpo legnoso, incerto. La afferra per le spalle e se la spinge contro. Sente il braccio che penzola, abbandonato, radiazione accecante. Con una mano le tiene il collo, la vuole addosso, quella carne che è prolungamento, gli si è tenacemente conficcata, quella carne sanguinante trasmette. Ne ha bisogno.
Ancora
, insiste. La voce inclinata da equazioni confuse. Ho ancora male, gli sussurra, toglimelo.
E lui sa, sente, che non è capriccio. Che la lesione è dentro e aspetta di guarire fuori, di sputare veleno e grumi. Che il corpo chiede, i loro corpi urlano, di provare, avere, liberarsi.
Abbassa il braccio sinistro, inverte la direzione e crea una simmetria distorta afferrandole la parte alta della coscia, poco sotto i glutei. Se la tiene stretta, schiacciata, carne su carne. La bocca sfiora una guancia fermandosi sull’orecchio.
Anch’io. Lo sai.
Ed è fermo, il tono, basso ma preciso. Lei si passa la lingua sulle labbra, se le trattiene tra i denti il tempo di un lungo respiro. Annuisce a se stessa mentre alza la mano destra, quasi sfiora la sua che le tiene saldamente
la coscia, e la poggia sul fianco nudo sfiorando i boxer ruvidi. Sposta il volto, si guardano sospesi, tra buio e silenzio. Immobili.
Chiude la mano afferrandogli carne e pelle, tra le dita la morbidezza è disarmante. Stringe. Mentre la coscia inizia a scaldarsi, sotto l’altra stretta gemella, intensa.
Schiacciano, premono. Lo sforzo si schianta tra i tessuti, passa da palmi a epidermide conosciuta seppur estranea. Un vago tremolio invade cellule, si fa largo all’interno.
Il dolore si propaga, è forza selvaggia. E’ disperazione, fondale invisibile, patina che spezza, cancella. L’istinto preme, vorrebbe scansarlo questo male irrequieto, che vaga rinforzandosi, non lascia ossigeno, non si ribella pretendendo remissione.
Male, male, male.
I corpi ondeggiano, sussultano insieme e crepano, si incrinano l’uno sull’altro, l’altro nell’uno entro un’irradiazione potente, fondissima.
Le contrazioni interrompono la corsa quando le fronti poggiano sulle spalle. Le dita informicolate restano sospese a mezz’aria, molli dopo lo sforzo. Rantolano sottovoce, sudano appiccicati, doloranti.
Aspettano di calmarsi, si reggono su un epicentro invisibile che sono le loro masse assemblate in dis-equilibrio precario. La mano di lui risale e le alza il mento. Aspetta, e lo sbircia. Il fuoco le (trat)tiene la gamba, se la succhia con calma e fa lo stesso sul fianco che lui non si è nemmeno guardato. Sa. Che il male sta risalendo, galleggia sottopelle prima di riversale melma formando quell’essere deformato, schizzato, che nel buio s’ingrassa tra carne e superficie.
Ma il bacio, le labbra che da incerte, affaticate, si afferrano violente. Ma quel contatto intimo, denso e anch’esso doloroso, graffiante. Sono accettazione. Trasparente, scintillante, animale accettazione. Che cercando il male lo si può attraversare. Che nel dolore c’è sollievo, liberazione. Che i corpi ondeggianti insieme arretrano e si contorcono entro un’unica massa mutevole. Sono. Amalgama sfasciata ma viva.
Le labbra si succhiano. Le lingue giocano. La saliva scorre.
Le strette, governate da braccia che frenetiche cercano appigli, spingono la carne alla tensione, verso pulsioni che fanno e restituiscono male.
Male, male, male.
Troppo?
Troppo poco.
No.
Impareremo.

[ 27-08-2009, notte]

Respirare

25 agosto 2009

Stanotte ho letto una cosa che me ne ha fatte tornare in mente altre.

Non sapevo nulla della morte.
O meglio: sapevo tutto come tutti. Ne avevo letto, avevo ‘visto’ la sua messa in scena nei vari schermi della giovane vita che avevo avuto fino ad allora. Raramente ne avevo parlato, più con qualche amica (anni prima era morto un altro corpo, il primo grande dolore avvertito, assorbito dal mio, di corpo). Un’altra volta, andando ancora indietro, riavvolgendo il nastro delle memorie, mio padre mi aveva portata con sè prima di un funerale. Altro corpo, ancora più vecchio e lontano, sangue incastrano con altro sangue che piano, lento e paziente mi aveva dato la vita. Mia madre aveva borbottato un pò, sottovoce (ed era raro, evento allarmante, che mia madre borbottasse contro mio padre). Io ero salita in macchina con un misto di emozioni crudeli come noia, fastidio, fatica. Poi l’ho visto, tassello perfetto incastrato nella bara, con la pelle trasparente e inconsistente, il volto allungato che era appena cranio osseo, e un’infarinatura bianca ovunque. L’ho visto e ho assorbito l’urto. Non ne ho parlato per anni. Finché un click ha echeggiato nella mia testa.

Torno all’origine, allora. A quando non sapevo nulla della morte.

Avevo vent’anni.
E questo corpo che era una persona con tanto di nome e cognome, declinazione precisa in me, affrontava gli ultimi tre giorni. Ultimi prima che gli organi smettessero il regolare funzionamento. Ultimi per occhi sempre più fermi, arti ormai lenti, immobili nella mobilità dei moribondi, e respiri.

Dei respiri non credo potrò mai scordarmi.

Non tutti, tre giorni sono settantadue ore dense da poterle ingoiare solo tagliandole a cubetti, se non si sa cosa fare. E io non lo sapevo. Cos’era la morte. Ma anche – e soprattutto, aggiungo ora dopo oltre dieci anni – non sapevo cos’era affiancare un corpo verso. Dargli quell’appiglio prima del blackout generale, prima di smettere tutto, ma proprio tutto.
Respiri compresi.

Comunque non sapevo e ho imparato ora dopo ora. Cuscini su, cuscini giù. Attirarlo verso di me per far riposare la schiena, riporlo sui cuscini gonfi e stantii. Bagnargli le labbra, asciugarle. Pulire il viso, fissarlo e basta. Aprile le finestre, chiuderle. Parlare e tacere. Alzarmi e sedermi. Accanto e attorno. Dentro la camera e fuori.


La mattina del terzo giorno (e a ripensarci ora sono state molto meno di settantadue ore) è iniziata la procedura. Non trovo un termine migliore, non lo conosco. L’intero apparato respiratorio, sotto la direzione della pompa principale, ha preso a singhiozzare. Non avevo mai – mai – considerato prima quanto fosse complesso, laborioso e faticoso respirare. Respirare è atto istintivo, gesto che non chiede istruzioni, è ciò che è, avviene senza pretese, ci lascia al tempo e al resto.


Eppure respirare per molte ore, su quel corpo che non era  più corpo,  era improvvisamnte una sequenza precisa inversamente proporzionale. Procedura. Di frenata lenta, rallentamento graduale, riduzione sistematica e puntuale. Respirare era l’atto finale. Il metro, la misura. I secondi si sono sommati tra loro. Non avevo mai pensato – mai – alla possibilità di variare la frequenza, dei respiri. Non avevo mai pensato alla morte. Alla morte-morte. Che non è inquadratura, singhiozzi telecomandati e dolore di gomma catarifrangente.


Ho un frammento, nitido e consistente, conficcato tra gli occhi che porto sempre, ovunque finisco, e ogni tanto come oggi si assesta e fa male. E’ un frammento di un momento preciso. L’ultimo respiro di quel corpo che è durato più di un minuto, molto di più e io con lui, con quel respiro, seguivo e aspettavo. L’ultima lunga, lunghissima, lentissima rincorsa poi. Nulla. E il mio primo respiro dopo. E tutti gli altri che si sono seguiti e rincorsi dopo, ai quali non ho più fatto caso, non potevo, non importava ormai Era prima, che faceva differenza, quado respiravo ma non riuscivo più a farlo senza pensarci. Pensavo che stavo respirando. Respiravo pensando aggrappata all’altro respiro, quello del non corpo in dissolvenza. Lo sentivo ovunque, in casa. Perfino al piano di sotto davanti a una tazza di latte che era ricotta molliccia per gli occhi, le lancette del vecchio orologio a scandire un non tempo gambero.


Respirare è atto dovuto, che non attira attenzioni, non scatena interessi o riflessioni. Proprio come la morte-morte. Eppure i corpi affrontano un preciso punto di rottura. Che è quel frammento rimastomi incastrato nella fronte, sotto, entro pareti e cassetti.


Quello non era più, corpo. Non era. Ma da prima. Da quando esattamente ancora non l’ho capito. Dall’inizio dei respiri lunghi, forse. Dall’immobilità cronica. Da quando gli occhi hanno smesso di lacrimare e illuminarsi. Non lo so.

Ancora oggi molto non so, della morte.
Ma che in quei respiri non ci fosse più carne, più niente, si, questo mi è rimasto. E ringrazio.

I corpi custodiscono segreti. Sono indicatori. Non possiamo nulla contro di loro. Quasi, nulla. Tendiamo i nostri limiti finché il filo è talmente sottile e lungo da non essere più reale. Tecnologie, medicine, cure, chirurgia, regimi alimentari, attività fisica, trattamenti e follie varie.

Ci prodighiamo, per mantenerlo vivo e possibilmente vicino a ciò che ci sentiamo, siamo, attendiamo, desideriamo.
Ma dell’aggancio, del dopo, del verso. Nulla. Non facciamo nulla. Non sappiamo, nulla. E quel poco che avevamo scoperto lo stiamo perdendo.

Io vorrei sentirlo. Lo pensai quella mattina, di oltre dieci anni fa, mentre fissavo ossa, pelle e nient’altro. E ancora oggi. Vorrei sentirlo, aggrapparmici, e permetterlgi di essere, in me.

Mi fermo, ora.
Chiudo gli occhi.
Spengo luci e apparecchi vari.
Mi ascolto.

Respirare.

[di Barbara Gozzi, Agosto 2009]

Quella notte è successo.
Ma non ha capito subito, che era successo.

E’ scesa dalla macchina dopo averla parcheggiata tre volte, in altrettanti posti diversi entro lo stesso parcheggio. Ha controllato almeno due volte di aver chiuso il frontalino nel cassetto portaoggetti davanti al posto vuoto del passeggero. Due volte, si. Ha chiuso la macchina premendo lo stesso pulsante di sempre che però ha emesso un leggero tonfo, come un sasso tondo, piatto e largo lanciato senza garbo nell’acqua fonda. Ha toccato le maniglie più di quattro volte. Boom, boom, boom, boom, boom. Sequenze nevrotiche. Mania di controllo. Evidenza di incertezza.

Quella notte poteva ancora. Cambiare idea. Dare un senso contrario alle parole sbucate chissà da dove, e pronunciate ore prima al cellulare. Alle dieci va bene. Sei sicuro che al Palace’s già sanno? Ok, due-uno-due (risatina bassa, nervosa, a proposito della sequenza numerica simil palindromo, ha pensato). No, no, ho capito. Ce li ho sempre i documenti (in tono quasi divertito, tentativo di sdrammatizzare). Si, va bene. Anch’io. A dopo.
Boom, boom, boom, boom. Comunque.
Poi.
Con la mano ancora sulla maniglia, quella della portiera nel lato conducente. Con il sole ormai morto all’orizzonte, il parcheggio isolato, e una vaga patina umida sul collo, verso la scollatura generosa ma non troppo vistosa. Con un sospiro lungo, di quelli che espellono aria lentamente, e facendolo liberano alcune tensioni muscolari localizzate. Con i polpastrelli a sentire il duro della maniglia, più reale di quanto riuscisse in quel momento a focalizzare.
Lì.

Nell’istante appena descritto.
La materia si è sfocata. (S)doppiata letteralmente.
L’altra mano, quella libera, si è alzata rimanendo ferma, lungo il fianco.
Il volto ha ruotato proiettandosi verso l’ingresso dell’hotel ed è rimasto fisso, immobile su quell’orizzonte morente. Sono in anticipo, ha pensato ripetendolo nello (s)doppiamento. Sono in anticipo. Infatti erano appena le nove di un’estate bagnata e afosa. Il cruscotto ha rimbombato due volte, la lancetta delle ore si è fermata sul ‘ventuno’ con un doppio scatto. Ventuno. Ventuno. Elemento comune.

Poi però il corpo si è spostato, il cuore ha accelerato. Doveva entrare, nel parcheggio poteva essere vista, poteva arrivare qualcuno e riconoscerla, non voleva che nessuno. Nessuno.
Le porte scorrevoli si sono aperte davanti a lei.
Contemporaneamente fissava il bagliore, il sole verso la fine del suo ennesimo tramonto, dietro di lei il Palace’s pareva scomparso, ologramma ignorabile. Blocco necessario. Doveva entrare ma. Ma. E la mano stretta alla maniglia ha ordinato all’altra di recuperare le chiavi nella tasca esterna della borsa e rimuovere la chiusura centralizza. Altro tonfo, altro sasso lanciato nel fondale.
Le lancette nel frattempo si sono mosse, il tempo non ha permessi da chiedere, il tempo è. Resta.
La più grossa sempre sul ‘ventuno’, l’altra sottile e lunga sul ‘sette’. Appena qualche minuto insomma. Per entrare trovando il coraggio di chiedere la due-uno-due e, contestualmente, restare imbambolata tra posti auto vuoti prima di risalire e andarsene.

Due diverse azioni. Un solo scenario. Lo stesso corpo in movimento, materia moltiplicata a se stessa, azioni multiple inseguendo intenti e volontà relativamente opposti tra loro.

Le scelte spesso sono reversibili. Si dice che le seconde possibilità siano pratiche necessarie, innegabili. Alcune però determinano un percorso, chiudono porte mentre qualcosa si ingoia la chiave. E quelle porte lì, chiudendosi sono destinate a rimanere eternamente inagibili. E con loro il contenuto di carne, movimenti, azioni, parole, volti ed emozioni.
Ma quella notte è successo. A lei. Di entrare attra-verso entrambe le porte.
Si è vista deglutire parlando con l’uomo attempato alla reception, sorriso vagamente giallastro e dita a uncino  che le allungavano la tessera magnetica della camera matrimoniale prenotata. Siete di passaggio mi risulta, le ha sibilato tra i denti giallastri. Siamo di passaggio, ha ripetuto lei rischiando di tartagliare ma salvandosi concentrandosi sulla tessera che ora, stretta nella sua mano sudata, pareva pulsare.
E mentre saliva le scale – l’ascensore no, non importa – ha mormorato, aveva bisogno di muoversi, di avvicinarsi piano, poco alla volta, a La camera. La due-uno-due. Mentre.
Sapeva.
Che in macchina, prima di riaccendere aveva tentato di riposizionare il frontalino della radio e al terzo tentativo le era caduto sul tappetino. Le mani instabili si prendevano gioco di lei. Voleva andarsene da lì, e in fretta, le prudeva la pelle. E’ ripartita senza guardare davanti a sé, poteva arrivare qualcuno, poteva essere riconosciuta. Stava uscendo dal parcheggio privato di un noto hotel della zona. Spiegarlo sarebbe stato complicato, non impossibile come essere vista entrare, ma complicato. Ha ingranato la seconda dopo essersi immessa nella principale e il frontalino si è staccato ancora, ruzzolandole ai piedi. Ha frenato nel primo passo carraio libero approfittando di un piccolo spiazzo davanti al cancello di una villa giallastra qualunque. Alto, il cancello, e di ferro con incisioni incomprensibili. Si è imposta di calmarsi, il cuore ansante iniziava a cedere, rullava invertendo la corsa, ormai era fuori, lontano da. Da.

Lo (s)doppiamento, il primo, era appena una nota, tra le maglie di una (in)finita melodia. Ma non aveva nulla di metafisico men che meno astrale o psicologico, non era pratica esoterica, né percezione di un ‘aldilà’ o altre interpretazioni più o meno mistiche. Non era devianza mentale, invenzione malata, chimica inceppata. Non era viaggio ‘fuori’ dal corpo. Viaggio, si. E il corpo – i corpi – ne dominavano le dinamiche. Ma non erano fuori le spiegazioni. Non arrivavano neppure, da fuori, i corpi e il viaggio.

Quella notte, per la prima volta poteva aprire entrambe le porte.
Scegliere l’immersione, apnea nuova, con e in un uomo che non compariva nel suo stato di famiglia.
O rinunciare all’ (im)previsto che le ha risvegliato un (in)definito orfano di termini adatti.
Le scelte sono questo. Il lancio di una moneta che, dopo aver rotolato su se stessa per un pò, posa un lato sul piano, oscurandolo, e l’altro lo espone. Quest’ultimo, il lato visibile, diventa l’unico conosciuto da tutti eccetto il lanciatore e la moneta stessa. E spesso, lanciatore e moneta sono quell’unico corpo sfilacciato che si mette in gioco.
Lei sentiva che la moneta rotolava, rotolava, rotolava, pronta a scegliere tra due modi di vivere.
Essere metà invisibile.
Oppure.
Cedere all’invisibile meta.
Ma per ora, quella prima notte, non li conosceva per nome. Gli invisibili.

Poteva vivere entrambe le realtà, esserci nello stesso modo, presente a sé, con corpo e affezioni. Con quel ‘sé’ che è bagaglio ingombrante. E l’empatia causa-effetto del bivio.
Poco sapeva, in effetti, delle conseguenze, del dopo. In entrambi i casi poteva comunque essere o rimanere molte ‘cose’. Oppure nessuna. E di ogni possibile variabile aveva paura. Forse per questo è successo. Forse è stata la sospensione. Il pressoché identico peso, l’indecisione tra stomaco e membra. Forse succede quando scegliere è impossibile. Forse è davvero possibile quell’im-possibile manifesto. Percorrere due strade contrarie contemporaneamente. Essere, nello stesso momento una vita e due virate, e assorbirne le evoluzioni, entrambe unite e scollegate. Fino a quando, non lo sapeva, non se lo è chiesta, la domanda è finita chiusa da qualche parte entro il recinto del paradosso.

Nella due-uno-due l’odore di disinfettante fruttato le era insopportabile. Ha aperto la finestra davanti al letto matrimoniale, ha fatto appena alcuni passi entrando. Due per posare su un tavolino in legno la borsa. E quattro per raggiungere la finestra. Dopo, ha chiuso gli occhi. Non ha idea di com’è fatto il letto, di che colori è vestito, il letto, e il resto attorno. Entrando si è accesa automaticamente un’abat-jour sul comodino vicino alla finestra. E lei li ha tenuti chiusi, gli occhi, sentiva sulla nuca il fresco della notte in avanzamento progressivo. La piccola cucina puzzava. Si era dimenticata di portare fuori il sacco stracolmo della spazzatura, con i resti della frutta e della carne dell’altra sera. E la stanza era sigillata. Entrando ha avuto una vertigine, dopo due passi appena si è bloccata, in attesa. Di qualche rumore. Suoni indicatori di presenza. Ma gli è arrivato tra le narici il puzzo dei rifiuti, nient’altro. Non c’era nessun altro. Le stanze immobili e buie attendevano. Allora si è lasciata assorbire posando la schiena contro la finestra aperta, abbandonando il collo e dimenticando le palpebre.

Il corpo ha sussultato seguendo l’onda di un brivido improvviso.
Un sottile senso di acido si è insinuato entro la bocca dello stomaco. Lo stesso, unico, stomaco separato da muri lontani, stanze differenti e medesimi respiri.
Le ginocchia si sono piegate. Piano. Lentamente. Un centimetro alla volta. Finché il pavimento ha riassestato gli equilibri di muscoli e ossa. Le ginocchia esposte, alte, hanno laschiato che la fronte sudante ghiaccio vi si posasse. Il collo allungato in avanti era già indurito, cedendo al nuovo baricentro. L’aria usciva svelta da naso e bocca. Il bagno e la cucina frullavano tra loro, amalgamavano materie, montagne russe improvvisamente insopportabili.
E lei con la testa in giù, una mano sulla moquette neutra della due-uno-due e l’altra sul granito rosato della cucina, mentre le lancette insistevano a camminare come sempre, ventuno e trentuno, mentre attorno il resta resisteva, stava dov’era il giorno prima, e così quello dopo: è svenuta.

Allora gli Invisibili l’hanno accolta entro membra lievi, sfioramenti dal sapore delle memorie ingiallite, bagnate dal sudore amarognolo. Allora il Silenzio, imbottitura tagliente, filamento poliforme, ha attutito lo (s)contro delle carni.

Le lancette si sono spostate divertite, curiose. Toc. Ventidue. Toc. Zerozero. Alcuni attimi ancora, il tempo ha allungato le sue lingue viscide, sfiorando consistenze, dominando moti.
Il cellulare si è mosso seguendo vibrazioni regolari. Ingabbiato in una borsetta scura, schiacciato da un pacchetto di fazzoletti di carta, sfiorato da un lucidalabbra dai bordi rovinati, e torturato dai denti appuntiti di un piccolo mazzo di chiavi aguzzine. Il cellulare ha vibrato. Uno, due, tre scossoni assorbiti dalla borsa, nascosti ai tavoli su cui è stata posata frettolosamente un’ora prima.
Tardo dieci minuti, aspettami. Voce silenziosa di un messaggio.
Sono arrivato ora, ti aspetto. Voce silenziosa dello stesso messaggio, che insegue l’altra virata.
Perché i silenzi, certe volte, sono mani grandi ricoperte da dita grasse, carnose e succulente,  forti. Che circondano il collo senza scatenare aliti attorno e stringono, stringono, stringono. Finchè.

Una palpebra si è mossa, l’altra l’ha seguita.
Iridi enormi, liquidi. Scheggiati. Ciglia sottili, non troppo folte. Pupille calme, attente. Caldofreddo. Sudore. Sapore acido che dalla gola ha tentato di risalire. Deglutire piano, appena un’unghia che sul collo si è deformata in onda fluida. Fragranze amarognole di frutti che maturando si sono decomposti troppo in fretta. Polvere sulla pelle. Membra annodate vagamente intorpidite. Labbra secche, pronte per una febbre imminente. Vaniglia nell’aria. Saliva. Formiche tra i polpacci. Seno schiacciato, dolorante verso i capezzoli. Un ginocchio si è arrossato. Aprire e chiudere gli occhi, asincronie piatte. Penombra e buio. Buio e penombra. Chiaroscuri mutevoli. Stop.

Il gioco.
Il viver(si)e.
E’.
Ora.

Settembre è il mese che l’ha fatta nascere. Ma le interessa poco, la nascita in sè, la ricorrenza che è assemblaggio di una data con un’ora. Settembre le è sempre piaciuto senza riuscire a spiegarselo. Settembre la fa sentire a casa.
C’è qualcosa nelle giornate sbucciate, negli elementi che naturalmente scivolano, cadono. Nei colori. Qualcosa che l’attrae da quando era ragazzina, dalle prime fragili consapevolezze.
Settembre è un’atmosfera. Uno status. Una realtà in divenire, che si sfoglia come le banane mature. Solo che dentro non è mai maturo, Settembre, si trascina echi della stagione gelida senza esserlo. Sussurra di cieli grigi, aria che penetra, pioggia e neve. Annuncia l’oscuro senza esserlo, o essendolo nel profondo celato, appena un bisbiglio che presagia. Tessiture di sottintesi.
Settembre è anche l’inizio della caduta. Tra foglie giallognole, cieli rossastri e sfumature marroncine. Proprio mentre tutto si prepara ad altro, in quell’altro atteso con la sottile eccitazione dell’amante inappagato, tra strade che perdono l’odore del cemento bruciato per assorbire l’umido dell’acqua. Settembre si carica di promesse, è, promesse. E’ il Gennaio vero, quello che dà il via al mondo (perché i Gennario istituzionali non sono mai stati capaci di generare alcunché, hanno sempre e solo continuato l’eredità dei dicembre, dell’inverno pronto alle miti rigidezze dovute).
Settembre sta nel mezzo, per questo può essere ciò che vuole. A Settembre si riaprono le aule, quasi tutte, si riprendono libri ed evidenziatori, ogni tanto si affrontano percorsi, mutazioni, e poco importa se si è sedicenni o quarantenni. A settembre i regimi tornano, gli orari riequlibrano tempi e imposizioni. Ma c’è ancora uno spiraglio, forse solo Settembre può trattenerselo, questo spiraglio. Che è illusione quanto possibilità sfiorabile, desiderio delicato tra le piaghe dei sogni. L’estate è finita seppure il calendario non può ancora cedere all’evidenza. L’aria lo sa, che l’asfissia perde respiri ogni giorno, in un’inversione di proporzioni naturali, dolci. L’inverno chiama, guardando avanti lo si può intravvedere seppure la lontananza è pace, diluizione della medicina amara.
Settembre le è sempre piaciuto. Lo respira in modo diverso. L’autunno forse non esiste più, forse dei transisti è rimasto appena il ricordo. O tutto è transizione. Ma Settembre raccoglie polvere e brillanti. Il fresco. L’accorciarsi delle giornate con la furia della belva. La ripresa di certi golfini né leggeri né pesanti, la trapunta sul letto, fino a quella voglia segreta, che prepotente si impossessa del corpo, voglia di calore controllabile come una cioccolata mescolata piano o un té bollente tra tazze allungate e strette da dita dalle punte gelate. Tutto questo è Settembre.
Ha preso decisioni a Settembre. Alcune stupide, inutili. Altre notevoli dalle lunghe code diramanti. Settembre è ripresa, di cosa può non essere così certo come sembra. Della voglia di stare sotto le coperte con la finestra aperta, dell’avere la pelle d’oca sulle spalle nude e lo stomaco al caldo.
Il prossimo Settembre già si fa annunciare e come ogni Settembre non mancherà di dis-attendere promesse.
Vorrebbe che succedesse, stavolta. (Ri)vorrebbe un pugno della magia che annusava prima di essere. Quando tutto mutava in possibilità. Quando le striature erano variazioni a tema. E si poteva stare quanto andare. E si poteva essere ma soprattutto non.

Ci è nata, a Settembre. E ogni tanto ci pensa. Che gli allineamenti parlano, sono, tracce. Che non le dispiacerebbe nascere ancora, da adulta, in Settembre.

E le torna l’immagine di questa piccola casetta incastrata tra altre. Sotto la pioggia. Una porticina marrone. Alcune finestre a delimitare perimetri. E tende tra le finestre. La casetta sta tutta dentro un piano, è grumo di stanze altrettanto piccole, avvolte dalla penombra che è bianco e nero. Che è freddo sopportabile. Poi le gocce sui vetri, oltre le tende semi trasparenti, le gocce insistono, picchiettano, bussano. Non c’è luce nella casetta. Finché fuori resiste uno spiraglio si resta così. Tra mobili tondeggianti e scuri, finto legno probabilmente, comprato in negozietti persi tra vicoli e storie. Tra tappetti dai tre colori: rosso, nocciola scuro e verde. Miscelati con la pazienza del tempo che torna. In questa casetta che è porzione di non luogo, c’è almeno una scrivania, un divano troppo imbottito giallastro sbiadito e librerie ovunque. Delle librerie è sempre stata sicura, le vede da fuori, ancora prima di entrare sa. Che ci sono libri e scanalature entro cui depositarli, lasciarli riposare. La pioggia bagna, la pioggia battezza. E la piccola porta è un accesso atipico, celato da rampicarti molli e zuppi, verdi come la vernice scrostata del cancello in legno. Sono pochi ormai i cancelli in legno, in Italia almeno, ma questo lo è, lo è sempre stato. Il giardino sarà un metro quadro, non è importante, non c’è nulla in giardino eccetto ciuffi d’erba abbandonata. Passando in macchina neanche si vede, la porticina camaleonte, pare il retro di una villa. Invece è una casetta in-dipendente tra muri alieni di-pendenti. Non c’è targetta, né cassetta per la posta. Ci passa un sottile marciapiede, davanti al cancello dal legno verde scuro. Di solito dentro fa freddo, il riscaldamento funziona come può, forse è vecchio, forse è guasto, forse è solo diretta espressione del tempo, della non stagione che è mese precisamente perso. E ci sono plaid, sciarpe, maglioni enormi dimenticati ovunque, pezzi di tessuti rassicuranti. Uno in particolare, è una coperta dal doppio strato, quello superiore di cotone spesso, l’altro in misto lana. E si distinguono dagli odori, gli strati. Quello superiore profuma di fiori secchi, fragranze vaghe e intense. Sotto è più l’umido infeltrito a dominare rugosità quanto percezioni. La coperta conosce spalle e costole. Sa sagomarsi senza annullarsi, e dopo ritorna ciò che è, così ogni volta. Attende nel silenzio la presa veloce, i brividi che assorbe con calma. Con la calma che le cose hanno, quando oltre le masse, sorridono a certezze che non  hanno spessori. Che sono umori. Per-cezioni sospese tra l’essenza di un micro mondo imperfetto che ripete se stesso ogni volta.
Settembre aspetta ogni anno di tornare alla casetta, infila la chiave tra le scanalature e si chiude alle spalle la porta cigolante. Settembre è la casetta nascosta. Magica. E la coperta col doppio strato, paziente, ogni anno sa. Che una mano bianca, ossuta, torna ad afferrarla, se la stringe contro un corpo diversamente uguale. Che il calore a poco a poco riempie. Che le gocce sono fuori e dentro. Che la sospensione del mezzo è destinata a morire da sempre, tra l’agonia deliziosa della speranza. Che lei, la coperta, è quella speranza.

Testo di Barbara Gozzi
Foto scattate da Bg, a Mantova fine luglio 2009 con atmosfera settembrina.