Freddy

24 marzo 2007

Io non so come facevo a sopportarlo, col suo naso pieno di peli, le orecchie piene di peli, e l’alito, Dio solo sa cosa era il suo alito. E pensare che una volta mi sembrava profumo di viole misto a lamponi; e i peli pero? cosa mi sembravano?
Non lo ricordavo più. Stavo vomitando mentre lui continuava a girarmi intorno come se fosse uno spettacolo meritevole di attenzione. Che pazienza…
La prima volta che l’ho visto era grande poco più di due palmi aperti. Un batuffolo morbido e piagnucolante. Tenero, comunque. Come solo i cuccioli possono esserlo. L’ho tenuto con me perché mi serviva un po’ di compagnia. Mi sentivo sola.
Il mio matrimonio era finito in gloria da alcuni mesi. Patrizio, mio marito, si era trovatoun’altra. Non più giovane, no. Solo più qualcosa. Energica, forse. Allegra, magari. Insomma non ne avevo idea e lui non si era preoccupato di spiegarmi alcunché.


I guai sono iniziati perché li ho visti. Cioè, se fosse stato solo il male di separarci, io equell’ingellato di Patrizio, forse ne sarei uscita ammaccata ma non devastata. Ci siamo amati per molti anni e sapevo che anche lui se ne ricordava da qualche parte tra un processo e un fascicolo. Ma ormai era molto tempo che ci sopportavamo e basta.
Capita. Il tempo ti cambia, inizi a non riconoscere più chi russa sul cuscino accanto al tuo… poi la routine… ci si vede meno… la sera io guardavo la televisione e lui si trastullava con il portatile… ‘robe di lavoro’ mi diceva le prima volte, poi ho smesso di chiedere.
Ad ogni modo lasciarsi era anche sopportabile. Ma il fatto di averli visti insieme, seminudi sulla audi A6 metallizzata che era anche mia all’epoca, in qualità di moglie ancora in carica… sono rimasta paralizzata. Lo shock mi ha trasformato.
Se ci penso adesso mi viene quasi da ridere. Patrizio non era più un ragazzino e il suo fisico ha risentito degli anni – troppi – passati seduto a lavorare di dita tra fogli e tastiere. Neanche lei era così perfetta, ora che ricordo meglio, i sacrosanti rotolini non glieli toglieva nessuno.

Di nuovo quei peli che mi solleticavano la faccia… e quel puzzo di marcio che gli usciva dalla bocca… avevo smesso di vomitare. Forse pensava di dovermi consolare, di rendersi utile. Ma non riuscivo a vederlo sotto questa luce, l’odore si faceva insopportabile. Ero stanca. Confusa.


A un certo punto Patrizio mi ha vista. Era in una di quelle fasi in cui abbandonava la testa a occhi chiusi. E io me ne stavo lì davanti impalata… non proprio attaccata alla macchina ma abbastanza vicina da vederli bene. Poi li ha aperti, gli occhi, e ha capito. Ormai girare i tacchi non serviva a niente eppure me ne sono andata lo stesso. Non mi andava di vederli mentre si rivestivano in tutta fretta tra imprecazioni e parole sussurrate. Penoso.
Da quel momento sono diventata un’altra. Non saprei dire se in meglio o in peggio. I primi tempi ce li avevo sempre davanti agli occhi. Nudi e sudati. Sono stata a letto una settimana con la febbre. Nervosa. Poi la routine mi ha riassorbito e tutto è ricominciato come prima. Solo che Patrizio non c’era più e io mi sentivo come se mi avessero strappato un arto a forza. Alcune colleghe hanno provato a psicanalizzarmi elargendo consigli sulla solitudine, gli abbandoni… e tutte quelle stupidaggini lì. La verità era che dentro a quella macchina avevo visto le mie illusioni dissolversi. Alla velocità della luce. ‘Finché morti non ci separi’ era il mio credo più forte. Vivo. Porto sicuro per ogni giornata dura. Tutto rovinato.
Il mio corpo si è ribellato con doloretti sparsi e costanti. Gastriti, emicranie, nausee. Poi ho deciso che meritavo di più.


Si era addormentato. L’odore non era più così pungente. O forse ero io che mi stavo abituando al marcio. Fuori e dentro di me. Se giravo la testa potevo vederlo, tutto rannicchiato. La moltitudine di peli si alzava e abbassava a ritmo. E lo sentivo russare. Ho provato ad allungare una mano ma non sono riuscita a raggiungerlo. E di spostarmi non se ne parlava neanche.


Cambiare vita era una gran bella cosa, tutto dipendeva dallo scegliere come e dove. Io avevo trovato una strada abbastanza semplice. Una scorciatoia direbbero in molti. Fatto sta che le miei giornate non erano cambiate. Lavoro, casa. Casa, lavoro. Solo che, a intervalli irregolari, facevo l’amore con una polverina magica. Miracolosa.
Non mi sentivo più sola. Né triste. Né strana.
Era tutto luminoso, eccitante. Pieno di colori che non avevo mai notato.
Per farla breve il mio nuovo amante, la cocaina, si è insediato dentro di me. Giù, ma proprio giù, dove la mia anima pulsava disperata. Era come un calmante potente, qualcosa che solo nelle favole sentivo raccontare. La pozione che tutto poteva.
L’unico difetto che mi riusciva di trovargli era che durava poco. I primi mesi avevo azzeccato un ritmo preciso. Perfetto. Avevo i miei spacciatori di fiducia e gli orari migliori in cui rintracciarli. Poi però il mio corpo ha iniziato a lamentarsi. Si ribellava con forza perché ne sentiva la mancanza e io lo capivo. Quando stavo con lei, tutto il resto spariva in una bolla di sapone. Patrizio che faceva l’amore sulla nostra macchina di lusso sembrava un cartone animato estremamente esilarante.
Mi piaceva. Non c’era molto altro da dire. Così ho ravvicinato i tempi, sempre di più. E ho capito il senso profondo della parola ‘dipendenza’. Annullamento.


Si era svegliato all’improvviso. Aveva mosso la coda solleticandomi un ginocchio. Quei peli proprio non riuscivo a digerirli. Erano troppi. Spessi. Irti. Sapevo che presto avrei dato di stomaco. C’era odore di piscio.


Con un nuovo amante di quella portata mi sentivo sicura di me. Quasi felice, oserei dire. Ma è durata poco. Troppo poco.
Purtroppo avevo trascurato l’unico fattore che, invece, avrebbe dovuto frenarmi: il Dio Denaro. La cocaina aveva prezzi oscillanti: dipendeva dal fornitore, dal tipo, dal taglio… ma comunque la si voleva girare costava. E alla lunga diventava sempre più complicato far fronte a quella spesa fissa mensile. E più ci pensavo e peggio era. Perché ne avevo sempre bisogno, non potevo stare senza. Diventavo un’indemoniata. Avevo freddo e caldo insieme. Sudavo come sotto il sole del deserto. E smaniavo. Ero disgustosa, insomma.
Sono arrivata a chiedere anticipi sullo stipendio. Prestiti a finanziarie strozzine. Ho perfino inscenato un teatrino per Patrizio che, pur di non vedermi più, mi ha dato un assegno generoso.
La settimana scorsa ho finito anche quello. Ero sfinita. Distrutta. Avevo mille aghi che mi martoriavano il corpo a ogni ora. Rischiavo di impazzire.
Così mi ha fatto credito ‘Il Rosso’. Il mio fornitore più fidato.


All’improvviso ha iniziato a leccarmi. Avevo un ematoma violaceo sulla coscia. Si stava ingrandendo. E lui me lo leccava con quella lingua ruvida che mi procurava brividi lungo la schiena. Avrei dovuto considerarlo per quello che era: un animale impaurito che cercava di tranquillizzare il suo patrone. Ovvero io. Avevo troppo male dappertutto per prestargli attenzione, questa è la cruda realtà. Il sangue sui capelli iniziava a seccarsi formando grumi fastidiosi. Le braccia le muovevo appena, mi sembrava di dover spostare una montagna quando invece sarebbe bastato rialzarmi. Neanche con un montacarichi ci sarei riuscita.
Il telefono era sulla mensola dell’ingresso. C’era un altro posto più insulso e lontano per abbandonarci un oggetto così utile? Chiaramente no. Avevo già provato a strisciare ma il risultato non era proporzionato al dolore.
Quando palla di pelo si è avvicinato al mio viso ho risentito quel tanfo opprimente. Mi sentivo come se avessi infilato la testa in mezzo al letame e non mi riusciva di uscirne.
Ricordo solo che ho chiuso gli occhi. Sentivo i suoi lamenti sommessi e il sangue che sgorgava. Fluido. Caldo. Non capivo da dove, però. La pancia? Una spalla? Il collo?
‘ Il Rosso’ era venuto a trovarmi dopo una deliziosa settimana di consegne a credito. Solo che con lui c’erano due amici. Feroci.
Non potevo pagarlo. Nero su bianco.
E lui mi aveva ridotto in quel modo. A casa mia. Lasciandomi semi svenuta sul pavimento sporco, con Freddy come unico aiuto. Peccato che non avesse l’uso della parola.

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Odiandoci, amandoci

21 marzo 2007

Odiandoci, amandoci.
così siamo andati avanti fin ora.
Tu e io.
Diversi. Nel profondo.
Due anime irrequiete. Silenziose. Riflessive.
Spesso simili, si. Ma anche lontani.
Ricordo le corse in spiaggia per arrivare alla lezione di nuoto,
la voglia di un abbraccio,
un ‘ti voglio bene’ dopo un momento difficile.
Si papà. Ricordo questo e molto altro.
Si dice che gli angoli bui andrebbero dimenticati.
Annullati. Affogati dal mare dei ricordi felici.
Si dice.
Adesso so che l’amore può avere tante facce.
Linguaggi a volte incomprensibili,
azioni che sembrano raccontare qualcos’altro.
E invece nascondono un bene che non si può descrivere…

Grazie per essere mio padre. Così come sei.
Forse un giorno te lo dirò. Ma credo che tu lo sappia.
Nessuno è perfetto, lo so!
Ma se non ci fossimo dati battaglia…
forse non saremmo quelli di oggi. Di domani.
E magari, non ci vorremmo lo stesso bene.
Incatenati.

——-

Dedicato a mio padre.

Gli inesistenti

10 marzo 2007

Saranno stati quindici o venti giorni fa. Quanti non importa: il fatto è che – benedetta curiosità – mi sono infilato in quel portone socchiuso.
Ci passavo davanti due volte al giorno, la mattina e verso le diciannove, all’uscita dal lavoro. E ogni volta vedevo gente che entrava e usciva. Un viavai ininterrotto. Sotto gocce di pioggia o raggi di sole. Circa un mese fa un collega, di ritorno da una nottata al solito pub e solleticato dai miei racconti, si è fermato davanti al portone – rigorosamente socchiuso – ma non ha fatto in tempo ad entrare; un signore distinto gli si è materializzato davanti chiedendogli di spostarsi per lasciarlo uscire. E l’episodio si è chiuso con il collega che se avviava verso casa.
Ma io non riuscivo a smettere di pensarci. La curiosità è una brutta bestia, in effetti, e io avevo perso il controllo. Alla fine ho ceduto aprendo il portone quel tanto che bastava per farci passare il mio corpo secco e, una volta dentro, ho ricreato la fessura magica ‘attira ficca naso’.
Mi trovavo in un piccolo atrio chiaro, pulito e dal vago odore di disinfettante. Alla mia destra c’era una porta dipinta di bianco che cercava di amalgamarsi con il muro. Forse uno sgabuzzino. A sinistra, invece, era impossibile non notare un’ampia scalinata di vecchio fatturato, con la ringhiera scrostata. Ho mosso i primi passi sui gradini con circospezione, mi sembrava strano non veder passare nessuno. Dopo alcune brevi rampe mi sono ritrovato al primo piano con due portoni, ai lati opposti, e annessi campanelli con tanto di targhe lucide. Studio notarile DeBenedetti. Fam.Gigli. Niente di strano insomma. Potevo tornare indietro in quel momento – perché no? Ne uscivo pulito e senza guai – ma non ero soddisfatto. Un vago senso di solletico mi infastidiva lo stomaco, tanto valeva proseguire. Al secondo piano c’era una porta sola, blindata e orfana della targa. Basta, mi sono detto, non c’è niente da scoprire qui. Ma ormai era tardi. Proprio mentre riprendevo in mano la ringhiera per scendere, una ragazza slanciata e con un berretto in testa mi è venuta in contro.
« Ah, sei arrivato. Alla buon ora! Su, seguimi. Non perdiamo altro tempo… ». Mi è passata davanti sfiorandomi e ha estratto un enorme mazzo di chiavi. Stavo per presentarmi ma la ragazza mi ha preceduto con un’aria stizzita che mi ha paralizzato.
« Allora? Ti muovi si o no? » Mentre la seguivo dentro, l’ho sentita brontolare sottovoce. Ce l’aveva con me, era ovvio. Sembravo un pesce lesso con la faccia ebete e lo sguardo incerto. Richiusa la porta alle mie spalle, mi sono trovato in un appartamento senza stanze. Open space. In pratica c’era un’unica camera dalle dimensioni irregolari a seguire la forma della struttura principale dell’edificio. Le poche finestre presenti erano coperte da pesanti tendaggi in stile retrò mentre ovunque serpeggiavano tavoli in legno chiaro sostenuti da cavalletti spartani. Attorno a ogni tavolo, a testa china, c’erano uomini e donne multicolore. Misti in tutto. Per età, sesso e pelle. Se ne stavano curvi, con le mani che ormeggiavano davanti a loro. In silenzio. Gli unici rumori che si avvertivano erano cigolii, strisciate e tonfi leggeri.
Era il momento di svelarmi e uscire, avevo già visto fin troppo per una persona sensata. E invece no, di nuovo la curiosità – maledetta tentatrice – mi ha bisbigliato all’orecchio. La ragazza che mi aveva fatto entrare, dopo un rapido giro di saluti, è tornata verso di me e si è sforzata di sorridermi. Non era male, in effetti, senza il berretto le era scesa una folta chioma color nocciola. Riccioli morbidi e luminosi.
« Ok, io sono Sonia. Riccardo mi ha detto che te ne intendi di computer. Come ti chiami? »
« Enrico.» Ho risposto automaticamente. Poi mi sono dato dell’idiota perché potevo almeno usare un nome falso. Niente. Ormai era fatta.
« Bene Enrico, vieni con me.» Si è voltata in fretta e io l’ho seguita imprimendomi nella mente ogni nuova faccia che riuscivo a mettere a fuoco nella penombra. La situazione era tragicomica, vista da una certa angolazione, eppure mi attirava l’aria misteriosa che aleggiava ovunque. Cosa facevano tutti?
« Eccoci arrivati.» In un angolo era stata allestita una piccola postazione con scrivania multifunzionale in plastica – del genere che, con Euro 39,99 chiavi in mano, ti forniva il porta case esterno, un cassetto per nascondere la tastiera sotto il tavolo, lo spazio per la stampante proprio dove dovresti mettere i piedi e una serie di porta cd ai due lati del monitor. Tutto in settanta centimetri quadrati.
Mi sono seduto sulla piccola sedia da ufficio con le classiche imbottiture blu.
« Dunque… si tratta di questo: ti colleghi al database dell’anagrafe cittadina, trovi i nomi dell’elenco, li cancelli e inserisci quelli nuovi.» Mi ha fissato con le mani sui fianchi. « Non fare quella faccia per favore! Trovi tutto quello che ti serve nei fogli lì, davanti a te… » Stava per andarsene quando si è voltata di nuovo e mi ha fissato, seria. « Oh, per essere un amico di Riccardo sei proprio strano sai? Non è che sei uno di quelli senza palle, vero? No, perché, l’uscita sai dove trovarla… caso mai avessi cambiato idea, e non vuoi più aiutarci, amici come prima.» Di nuovo un’altra ottima occasione per inscenare una ritirata coi fiocchi.
« Nessun problema. Cercavo solo di capire come funziona.» Il grado di stupidità di un individuo si misura nei momenti di difficoltà. E io non potevo smentirmi!
Sta di fatto che Sonia se l’è filata sculettando e io mi sono messo al lavoro. Il destino mi ha fatto studiare ragioneria, prima, e mi ha trovato un posto tranquillo alla biblioteca comunale, poi. Il punto era che sapevo con esattezza come entrare negli archivi dell’anagrafe. Un giochetto.
Singolare non trovate?
Per non dare nell’occhio ho avviato il computer e, mentre fingevo di ormeggiare, studiavo i fogli lasciati da Sonia. Il primo era un elenco completo di individui e relativi dati personali. Tutti. ‘Gli inesistenti’, diceva il titolo in alto. L’ho scorso in fretta ma non ci ho visto niente di strano. Cosa poi? Il documento sotto conteneva un altro elenco dove, però, tutti i dati erano diversi dal precedente. Nomi. Indirizzi. Codici fiscali. Niente coincideva. Nella prima riga degli ‘Inesistenti’, ad esempio, c’era la signora Loretta Ladu, mentre nell’altro foglio che stringevo trovavo la signora Martina Stanzani. Stessa età e sesso, però. Interessante.
Nel frattempo il computer era pronto. Sono entrato nel database in pochi minuti. Per forza, conoscevo tutte le passworld del Comune a memoria!
D’un tratto la mia mente si è messa in movimento per riordinare i tasselli che avevo memorizzato. C’erano delle persone che lavoravano chiuse in una specie di appartamento trasformato in laboratorio. E avevano bisogno che qualcuno – nella fattispecie io – cancellasse alcuni nominativi dai registri anagrafici e ne inserissi dei nuovi. Era un po’ come far svanire nel nulla una persona.
Con l’avvento dei nuovi meccanismi informatici, da alcuni anni, tutti i dati personali sono agganciati agli estremi anagrafici. Codice fiscale, ma credo che fosse già così anche prima. Codice identificativo inserito nella tessera sanitaria magnetica. Numero di matricola Inps e Inail. Numero della patente di guida. Tutto insomma. Agendo sui dati anagrafici si modificano anche le informazioni degli altri identificativi. Infatti, per eseguire cambiamenti bisogna inserire più di una chiave d’accesso – e io le conoscevo tutte, per l’appunto – .
Sono entrato qualificandomi come Federica Rigamonti, una delle segretarie del sindaco con la puzza sotto il naso e il seno disponibile a orario continuato. Nel caso qualcuno avesse voluto rintracciare chi aveva fatto le modifiche, la bella svampita avrebbe avuto qualcosa da fare.
Dopo circa due ore ho rivisto Sonia, stanca e meno agguerrita, venirmi vicino, quasi addosso. « Puoi controllare se hai già sistemato questo?» Mi sono trovato davanti agli occhi un passaporto nuovo di zecca. Ottavio Fachin. Ho scorso l’elenco degli Inesistenti, avevo gli occhi affaticati, probabilmente rossi per lo sforzo prolungato. « Ma non lì! Si può sapere di cosa ti sei fatto per essere così lento quando parlo? » Mi ha strappato di mano il passaporto e si è allungata sul tavolo per prendere il secondo documento.
Ho visto una lampadina accendersi davanti a me.
« Perché tanta fretta? » Com’era il detto? ‘Fatto trenta, tanto vale fare trentuno’.
« Ah, ma allora parli! Sbrigati, deve andare via adesso. Non può più aspettare. A che riga sei arrivato con le sostituzioni?»
« Trentadue.» Mi ha sorriso, per la prima volta con slancio.
« Ottimo. Gli porto questo e gli dico che è tutto in ordine. » Come a voler ripetere la scena di qualche ora prima, si è allontanata di alcuni passi per poi rigirarsi. « Non sei poi così male, Riccardo aveva ragione.» Sparita.
I tasselli sono ripartiti per incastrasi nel punto giusto: puzzle completato.
Le vere identità venivano cancellate.
Al loro posto se ne inserivano altre. False.
E si fabbricavano documenti con i nuovi dati anagrafici.
Lì dentro si cancellavano gli Inesistenti. Ecco svelato il mistero! Forse si trattava di disperati in cerca di una vita nuova. Migliore, speravo io per loro.
Riccardo. Mi sono ricordato che conosco qualcuno con quel nome.
E’ il collega che, un mese fa all’uscita dal solito pub, mi ha detto di non essere riuscito a entrare e, così facendo, ha seminato una scia di curiosità. Apposta. E io mi sono lasciato ammaliare.
Adesso faccio un’altra strada per andare al lavoro e Riccardo non mi parla più. Non ho chiesto spiegazioni, né ho mai pensato di denunciare il fatto.
Se gli Inesistenti cercano una seconda occasione, chi sono io per negargliela? Chissà dove sono adesso…