Maledetti sogni!

11 gennaio 2008

La via è stretta.
C’è una strana foschia, eppure si vedono le case che sembrano cadergli addoso, lo vogliono abbracciare. Tutto è decadente, abbandonato.
Le fiamme sono laggiù, in fondo. Lingue lunghe e biforcute che staccano teste e lambiscono perfino i mattoni.
La gente se ne sta ammassata davanti a lui. Poco più avanti. Sono tutti lì. Agglomerato informe che osserva eccitato, terrorizzato. Lui se ne sta in disparte. Qualche passo più indietro ma è solo un’illusione. La cosa laggiù, le fiamme enormi, stanno arrivando. Si agitano, hanno bisogno di nuovo ossigeno. Hanno fame di loro.
I poliziotti tentano di spostare la barriera umana. Alzano i manganelli, cercano di convincere la gente ad allontanarsi. Alcuni urlano così forte che la voce diventa un suono prolungato, acuto, doloroso. Niente. I corpi si spostano ma non indietreggiano. La gente è agitata, adesso, fiuta il pericolo ma non riesce a staccarsene, ne è attirata.
Ormai è tardi. Non si può più aspettare.
Un gruppo di miliatari si avvicina, viene lanciato qualcosa (un ordigno infernale o qualcos’altro che lui non può capire, né vuole farlo). Le fiamme esplodono in alto. Lunghe dita rossastre diventano filamenti biancastri e precipitano sulla folla.
Inizia la fuga.
Scappare.
Adesso conta solo quello, anche lui lo capisce, è questione di attimi. Secondi spaccati. Preziosi.
Tutti indietreggiano e si lanciano. Sente gli schizzi che gli passano accanto, cerca di schivarli muovendo la schiena insieme alla gambe, ogni tanto chiude gli occhi nel ridicolo tentativo di non rimanerne accecato.
Le vie sono strette, sbucano muri ovunque. La gente è inferocita. Tutti corrono senza una meta, alcuni cadono e ardono. Altri si fanno largo a colpi disperati, ciechi.
Finchè la strada finisce.
Non ci sono più buchi dove infilarsi. I filamenti incandescenti sembrano scomparsi, esauriti. Sta arrivando una nebbia fitta, fumo scuro, denso, che avvolge gli edifici. Risale dalla terra e ingoia tutto, tutti.
Sente i respiri affannosi, isterici di chi gli sta accanto ma non li vede. Eppure. Sono tutti lì, a pochi passi dall’ultimo muro, da quel casolare che sembra infinito e blocca tutto. Impedisce la fuga. Sono tutti lì ma non si parlano. Non si toccano.
Si appoggia con la schiena alla parete dietro di lui, il freddo è una consolazione. Il fumo entra nei polmoni, lo fa tossire. Si sente nero ovunque. Però non ha più paura. Chissà se le lingue infuocate sono roventi. Chissà se si muore subito. Chissà.
E’ contento, lui, di non avere delle risposte.
I rumori sono cessati.
I respiri si alternano in un concerto di ciechi e muti.
Si può vivere fingendo che gli altri non ci siano? Immaginandosi soli, fregandosene e basta?


Il cuore martella quando riapre gli occhi. La stanza è nella penombra di una mattina autunnale. Fuori c’è grigio, lo capisce dal colore della luce che filtra dalle persiane. Lo capisce perchè c’è troppo bianco per quell’ora.
Adesso va meglio.
Nessuna esplosione.
Si mette a sedere e quasi gli viene da ridere. I sogni. Questa stramberia generata dalla mente senza un criterio. Così. Arrivano. Scompaiono. A volte ti fanno cagare addosso senza ritegno. Oppure ne esci così bene che non vorresti tornare più, vorresti dormire sempre.
Poi sono subdoli, questi sogni.
Si alimentano di quei sentimenti che nel mondo reale devi filtrare. Non puoi manifestare. E te li rivoltano contro.
Sono simbolici se ci si mettono. E lì acquistano i massimi livelli di perfidia.
Questo per esempio, che gli ronza ancora in testa. Questo. Lo prende in giro, si fa beffa delle sue paure creando scene da film americano. E gli ribalta il cuore, solo che la reazione è reale, nessuna finzione.

Maledetti sogni!

——–

Versione ridotta su The Sleepers.

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Stropiccia i capelli. Flette le gambe. Ruota il collo.
Il sogno sta svanendo eppure l’occhio è ancora lì. Davanti a lui.
“Vattene!”
La voce è impastata. Ruvida.
“Cosa vuoi?”
Non risponde. Fluttua in modo che il suo viso, ispido per la barba incolta, ne noti ogni più piccolo dettaglio.
Afferra il cuscino, Paolo, e ci immerge il volto. Chiude le palpebre e le strizza furiosamente.
Quando si stacca dal tessuto se n’è andato, l’occhio. Paolo rimane in silenzio. Non deve più tornare. E’ un’allucinazione subdola, questa dell’occhio che lacrima, si nutre del suo cervello, glielo succhia dall’interno. Di continuo.
Lo rispedirà al mittente, questo farà. Si adopererà affinché lei lo riceva, e allora si, sarà libero.
Sarà.
Libero.

——–

Estratto della short story ‘E’tornato al mittente’ finalista al concorso ‘Image not found’ e presto pubblicato per intero nell’omonima antologia edita da Eumewil.

Apre gli occhi con una sgradevole sensazione addosso.

Qualcosa non quadra, se lo sente dentro la bocca impastata dal sonno appena concluso.

Prova a focalizzare l’ambiente ma non gli riesce.

Gli occhi gli fanno male. Bruciano, se li sente gonfi o forse è solo la suggestione del momento.

Il deja-vù è un lampo improvviso che attraversa le cornee e si fissa in un angolo del cervello. Gli era già successa una cosa simile. Di svegliarsi e non sapere bene dove si trovava e cosa aveva fatto. L’impressione a pelle di essere estraneo a se stesso.

Muove il collo, nessun dolore. Ecco un dettaglio diverso. Finalmente.

Ricorda dolori allo stomaco, bruciori così intensi da desiderare di non essersi svegliato, di rimanere nel limbo a vagare, pur di non doverli subire, quei dolori, da qualche parte oltre i polmoni fino all’inguine che pure pulsava ritmicamente. Danzavano al ritmo di una musica martellante, senza pietà. Poi la testa, le tempie, i nervi del collo. Tutti insieme bollivano, friggevano. E quel male – fisico si, ma forse già aggrappato ai brandelli rimasti della sua anima –  partiva come il miglior staffettista. Iniziava la corsa che avrebbe svegliato tutti. Arti, schiena, mani e piedi. Proprio tutti. Svegliati di soprassalto da un male inspiegabile. Violento e irruento che gli appannava gli occhi. Le orecchie ronzavano, qualcosa gli era rimasto incastrato dentro, qualcosa che doveva aver sentito la notte prima o chissà quando. E in quel momento tornava a disturbarlo.

Ma quello ero un altro film. Un’altra vita. Quando era più giovane e dannato. Quando mister Hyde, il suo mister Hyde, aveva il controllo di tutto. Del corpo come delle intenzioni sfogate solo dall’imbrunire, quando i più non potevano riconoscerlo, non ci avrebbero neppure fatto caso a uno come lui per strada.

Osserva un ciuffo di peli ribelli sul petto nudo. Grigio sporco. Si. Decisamente, si, sta pensando. Altra vita, altri risvegli.

Taluni ricordi si divertono a importunarti, è un modo come un altro per farti sapere che ci sono, sono ancora vivi e, anzi, godono di ottima salute. Solo che tu li tieni imbavagliati e finisci per trascurarli. Allora loro si ribellano, fanno i capricci. Ti saltano addosso e si divertono a punzecchiarti. A rievocare momenti impressi ma seppelliti. Volutamente seppelliti.

Lo fanno solo quando sei più vulnerabile, ci mancherebbe, quando non riesci a controllare le emozioni e sei meno vigile. Mentre dormi, ad esempio, o in quello spazio di incertezza che è il risveglio, la porta tra due monti opposti.

Strizza gli occhi e finalmente riesce a focalizzare la stanza.

E’ camera sua. Dove poteva essere altrimenti?

Lo scantinato

23 agosto 2007

Aiuto! Aiuto!
Urla. Forte. Fortissimo. Ha mal di gola per lo sforzo. E gli occhi che lacrimano.
Si spostata con le gambe ormai insensibili, ha provato ad allungarle ma il colpo contro il muro freddo ha frenato ogni tentativo. Adesso sono semipiegate, che è già quacosa tutto considerato.
Aiuto! Aiuto!
Non dovrebbe urlare, una vocetta tra i pensieri confusi e terrorizzati glielo ricorda con insistenza. Ma lei non ce la fa. A smettere. E’l’unica azione che le riesce. E allora insiste, si sgola. Solo una parola. Nient’altro. Non può muovere le braccia, bloccate davanti al petto dal nastro adesivo spesso mentre le gambe restano rannicchiate, meno di prima ma pur sempre piegate un pò. Quel tanto che basta per impedirle di rialzarsi. Di provarci almeno.
Si è dimenata per un tempo indefinito, sospeso. Fino a poco fa. O erano ore? Non saprebbe dirlo con certezza. ll tempo senza lancette è difettoso. Strano. Impalpabile. Spece se trascorso a muoversi all’impazzata in uno spazio angusto finendo con l’urlare di continuo.
Contorcersi. Urlare.
E magari pregare. Magari. Che qualcuno lassù si faccia venire in mente lo scantinato e noti la sua assenza.
Dopo che se ne saranno andati, è chiaro. O sono già usciti? Chissà.
Vera. La pensa e spera. Che alla piccola cagna randagia non abbiamo fatto del male. Se l’hanno drogata non importa, ma se. Se. No. Meglio evitare certe considerazioni, non da quel posto almeno.
La schiena e il sedere le fanno ancora male. Non bruciano come prima, per fortuna, pulsano a intermittenza. Di più se riprova a spostarsi tra i quattro muri umidi che puzzano di vecchio. Muffa. Merda secca. Ci deve essere anche un mobile ormai mangiato dalle termiti appoggiato al muro davanti a lei, il legno è leso e gonfio per via dell’umidità. Per questo il posto è così piccolo.
Non ci veniva nessuno da anni in quello scantinato che è, in realtà, una buca di due metri quadrati suppergiù. Ci portava le bottiglie pregiate suo padre, attraverso una scaletta di legno cigolante. Ogni volta sua madre gli urlava di tornare in fretta, che quei gradini si potevano spezzare ogni volta, tanto erano vecchi e mal messi.
L’hanno tolta, la scala. Ovvio. Prima si sono arrampicati con lei in braccio non proprio svenuta ma incoscente abbastanza da non reagire. Non sono scesi del tutto però. Lui non è sceso, quello che l’ha afferrata per la vita. E’arrivato fino all’ultimo gradino, è riuscita a contarli. Sei. Lì si è bloccato e se l’è tolta di dosso. Peso morto. E’stato così che si è procurata il mal di schena. L’osso sacro deve aver scrocchiato o qualcos’altro nei dintorni si è indispettito. Il dolore le ha fatto vedere nero per un pò. Il solito lasso che poteva essere qualche minuto come ore.
Aiuto! Aiuto!
Continua. La paura è meno pungente ma la voce non smette di uscire, è un riflesso incondizionato ormai. Qualcuno deve sentirla, prima o poi. Forse i suoi sono rientrati. O c’è la polizia. O i vicini. Dipende da come hanno lasciato la casa, riflette. Se non sembra ‘diversa’ da fuori ci potrebbero volere ore. Altre ore. Chissà cosa si sono portati via, si domanda per l’ennesima volta, sembravano sicuri come se sapessero dove andare a cercare. Ad ogni modo i suoi torneranno comunque, al massimo dopo cena.
Blocco.
E se si decidono per l’albergo?
Freddo. Tanto freddo. Goccie di sudore che le scorrono sulla pancia. Sgorgano dalle ascelle e la innondano.
Sua madre non è una che si lascia convincere facilmente. A tutto ieri mattina, prima della partenza, aveva ostentato un ‘no’ secco. Perentorio. Non le andava di restare più di una notte fuori casa, aveva delle faccende da sbrigare al lavoro, aveva decretato davanti al caffè. E lì suo padre si era arenato, se lei ha da fare non c’è cristo che tenga. Allora niente notte in più fuori casa.
Ma se alla fine ha cambiato idea?
La domanda le martella il cervello, trapana il crano e le toglie aria. Aria vitale.
No.
Impossibile.

Qualcuno deve arrivare. Fra poco. Anche ore, non importa. Basta che arrivi. Non la possono lasciare in quel buco buio un altro giorno e più. Con le braccia bloccate e le gambe insensibili. Il mal di schiena. La fame. E la sete.
Poi questa specie di buio corporeo che le entra dentro la pelle. Si muove davanti a lei sotto i sottili raggi che filtrano dalla porticina scardinata. Devono aver dimenticato di rimettere il tappetino sopra, nota. Solo per questo arrivano lingue chiare, impercettibili che tagliano il nero.
Questo nero. Opaco. Denso. Si diverte ad averla come compagna in quel posto dimenticato da Dio. Le sfiora le caviglie e i seni.
No. Lì dentro non si sopravvive a lungo. Lei lo sa. E il terrore le gonfia le vene.
Aiuto! C’è nessuno lassù? Aiuto!

Experiment – Epilogo

31 luglio 2007

martedì, 31 luglio 2007,

Experiment – Atto XXXX

Epilogo

Tre anni dopo.

– Senta, gliel’ho già detto. Qui è tutto da rifare. L’impianto elettrico. La pozza biologica. I tubi dell’acqua. Il riscaldamento. Per poterla abitare bisogna rompere muri e pavimenti e mettere tutto a norma.
Suda. E lo osserva sconfortato.
– Per non parlare delle muffe al piano terra. E il giardino, da smantellare e sistemare.
L’interlocutore annuisce dall’altra parte della stanza mentre osserva il paesaggio dalla finestra rotta. D’improvviso si sposta per entrare nel bagno adiacente. Lo accoglie un enorme specchio crepato e annerito.
– Senta…
Il tempo si ferma.
Le parole restano fuori, si bloccano all’altezza della porta sgangherata. Storta.
Le immagini gli arrivano davanti agli occhi. Pochi secondi ognuna. Forti. Vivide. Prepotenti.

Un uomo con una canottiera unta. Smanioso. Eccitato. Che tiene fermo un bambino. Gli puntella la testa contro le mattonelle luride, la fronte aderisce al pavimento, e gli strappa i pantaloni della tuta scoprendo un sedere piccolo e pallido.

Lo stesso uomo che ringhia davanti allo specchio. Ci sbatte la testa contro e lo fa crepare. Poi urla ‘Giorgio’, il ruggito di un leone affamato e esce dal bagno con i pugni pronti. Aculei callosi e allenati.

Il viso timido si chiude dentro il bagno. Respira affannosamente. Sono passati alcuni anni, è già un adolescente. Nasconde degli attrezzi sotto un mobile curvo. Una chiave inglese e un martello enorme. Li incastra per bene continuando a respirare come se fosse asmatico. Quando si rialza lo specchio mostra due occhi calmi. Assetati. Maledetti.

– Senta…
Esce dal bagno ingoiando la saliva accumulata. Durante le visioni impreviste.
– La prendo. Prepari gli incartamenti e mi avvisi quando posso venire per le firme.
L’agente immobiliare rimane a bocca aperta per alcuni secondi. Stordito. La testa che gira da sola. Quando si riprende balbetta qualcosa ma si ritrova solo nella stanza e si affretta a scendere. Lo trova nel cortile. Che passeggia tranquillo.
– Guardi, sarò onesto con lei. Questa casa non è per niente consigliabile. Se non mi avesse chiesto espressamente di visitarla neanche gliel’avrei proposta.
– Ne sono sicuro. Possiamo andare adesso, ho visto abbastanza.
– Posso chiederle perchè la vuole comprare? Proprio questa? Con tutto il trambusto che c’è stato…
Sorride, l’interlocutore, alzando il viso al cielo per lasciarsi baciare dal sole autunnale.
– Perchè gli esperimenti vanno portati a termine.
E si incammina verso l’Audi. L’agente corruga la fronte.
Si concentra.
Prova il collegamento.
Niente da fare.
Non ha capito. A parte che ha appena venduto la casa maledetta. Riflettendoci meglio, perchè crucciarsi? Venduta vuol dire fuori dai piedi. Soldoni fumanti, anche se pochi, e tanti saluti a tutti. Poi forse una provvigione extra.
Sorride a sua volta, cos’altro può fare? Gli unici esperimenti di cui ha sentito parlare sono quelli degli scienziati sulle cavie, in quei laboratori asettici dove tutto è bianco e sterile. Rabbrividisce.
Si avvia verso la macchina, adesso respira con più calma. Si è appena aggiudicato l’unica trattativa che nessuno si aspettava di concludere.
La casa maledetta ha un nuovo proprietario.

Cazzo c’entrano gli esperimenti?

– FINE (versione alfa) –

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Ringraziamenti
Questa ‘avventura’ è iniziata per gioco il febbraio scorso. Ringrazio tutti quelli che hanno letto gli atti. Chi ha commentato. Chi si è appassionato e ne ha seguito gli sviluppi. Grazie per aver contribuito ad alimentare la versione Alfa.