Un paese alla periferia di Bologna. In una notte senza luce, una serie di abitanti-personaggi si rincorrono, svelano, scoprono, all’ombra di una tragedia annunciata dai risvolti complessi.

Bernardi è un abile giocoliere. Gestisce molte voci coerenti ognuna nel proprio micro mondo di impegni, scelte e umori. E ognuna persa nel proprio angolo di disperazione, confusione, incertezze, paure e nevrosi.

Una notte senza luce, dicevo, perché il titolo racchiude i simboli, i significati che si rincorrono in una struttura a spicchi, dove ogni pezzo si incastra con gli altri in una lunga rincorsa al buio, una corsa che attanaglia, sempre più veloce, sempre più soffocante in un crescendo che sorprende. Perché poi, in una periferia come tante, in assenza di elettricità, con il dubbio misto a curiosità che qualcuno abbia sparato, o lo stia facendo, o lo farà; con la notte sulla testa e null’altro da fare se non aspettare e vedere cosa succede, se, succede qualcosa; dunque in questa condizione di forzata attesa, sospensione vigile, cosa ci si può aspettare? Bernardi ha un’idea precisa. Un’idea che ha a che fare con i letivmotiv di una storia che tanto ‘costruita’ o fantasiosa, alla fine non è.

Domenico pensa a come si potrebbe raccontare una storia così, una storia senza luce. Il buio non consente la descrizione, le parole hanno bisogno di luce, di materia sulla quale riflettersi. Il buio è l’immagine piatta di un’assenza, presuppone l’oscuramento di qualcosa che comunque c’è e si potrebbe rivedere da un momento all’altro, se solo tornasse la corrente: è un pieno che si è svuotato…

(pag. 161)

Senza luce. Buio. Luce. Materia. Buio. Assenza. Oscuramento. Rivedere. Corrente. Pieno. Svuotato.

Parole precise, qui sapientemente usate ma che riprendono altri spunti precedenti.

La fuga è un rito di passaggio doloroso. Il diritto alla sopravvivenza è una conquista da realizzare passo dopo passo, come camminare nel buio di questa notte, senza altra luce che non sia un altrove da raggiungere.

(pag. 159)

Fuga. Rito. Passaggio. Sopravvivenza. Buio. Notte. Senza altra luce. Altrove.

Altre parole, che continuano a incastrarsi, anzi, si sono già incastrate nella cronologia delle pagine, come tante briciole che Pollicino dovrebbe seguire, riconoscere e decodificare.

Guarda fisso il buio come a stringere la mente in uno spazio dal quale non si possa sottrarre. Piove con maggiore intensità, un lampo restituisce un brivido di luce: svanisce subito, perfido come un’illusione.

(pag. 141)

Buio. Stringere la mente. Spazio. Non. Piove. Intensità. Lampo. Brivido di luce. Perfido. Illusione..

Luce e buio che è non luce appunto, tornano sempre, comunque. Perché è li che Bernardi vuole colpire duro, durissimo. Denudando, scarnificando dolori, ossessioni, manie, e soprattutto (secondo me) disperazioni. Disperazioni comuni, diffuse, eppure concrete.

Quella sera i suoi bambini erano eccitati dalla novità di essere costretti al buio, questo aveva loro fatto perder di vista il resto, ovvero che la luce sarebbe ritornata, restaurando sè stessa, le sue ombre e la quotidianità intorno.

(pag.130)

Sera. Eccitati. Costretti. Buio. Perdere. Resto. Luce ritornata. Restaurando. Sue ombre. Quotidianità.

Nessuno si salva, nessuno deve. Il lettore lo sente, lo capisce. Donne e uomini di età diverse, estrazioni sociali, mestieri e tipi di vita differenti. Perfino i bambini galleggiano in questo senso luce-non luce perenne, pressante.

E’ una notte diversa, su questo non ci sono dubbi. Da subito si intuisce. E non è solo il blackout, gli spari, la confusione generale che è poi improvviso silenzio in una realtà di periferia abituata ai suoi rumori ripetuti, rassicuranti. Non è un momento qualunque, dunque, gli stessi personaggi lo notano, se lo ripetono nel corso della narrazione. Qualcosa, comunque, sta accadendo, deve. La non luce forse è solo un pretesto, la ‘famosa’ goccia che rovescia il contenitore. Forse. L’espediente per dare a ciascuno uno spazio, un modo, un’occasione per scarnificarsi, tirarsi fuori quel buio dentro.

Troppe cose vengono meno se non c’è la luce, persino la calma, la serenità dell’anima.

(pag. 47)

Questa però è una serata nella quale le regole non valgono, una serata in cui tutto si reinventa e dopo la quale niente sarà uguale a prima. Niente sarà uguale a prima: lo scrive anche, con gesti ampi del braccio e la luce della torcia sul buio, lettere grandi che svaniscono ancora prima di comporsi.

(pag.158)

E la luce sul buio, in questa storia, resta anche dopo l’ultima pagina. Perché ognuno di noi ci resta dentro, io credo, in questo percorso che non ha punto di partenza tanto meno di arrivo. E’ come una di quelle fotografie piene di sfocature che però nitidamente riporta ogni volta a quel momento rubato ma mai passato del tutto.

Si legge facilmente ma non è un romanzo facile.

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Non ci sono angoli in cui fermarsi e respirare con calma, non ci sono aperture dove sgusciare, luci rassicuranti o tempi di ripresa.

I personaggi, i luoghi, gli sviluppi, qui tutto pulsa di quell’oscuro che pare assurdo, estremo, eccessivo per essere considerato ‘reale’. Pare. Ma ogni nuova pagina riconsegna consistenza, rafforza una storia che nasce per angosciare, non c’è dubbio. Eppure il terrore non è insensato, tutt’altro. Ci sono paure non poi così lontane dall’immaginario. La strada. Gli incidenti. Le morti premature, improvvise. Le ossessioni della gente.
Incastri di mondi dove ognuno ha un ruolo in contorsione, dove l’oscurità insiste, si allunga, mostra la sua faccia più temuta.

Nerozzi si sbizzarrisce, rincorre i personaggi, li spennella con pazienza descrivendo aspetti e gesti con dovizia, gioca coi linguaggi in un mix che cattura, dove il genere ‘horror’ recupera parte di quella forza perduta.
Ormai ci si aspetta quasi tutto. Nella grande famiglia dei gialli, il morto. Nel romanzo ‘rosa’, l’Amore controverso. Nell’horror però più che paura, pare siano ormai rimaste risatine basse, qualche ‘ohhh’ sommesso. Perchè non ci si spaventa più. Tutto è prevedibile, gli sviluppi sono spesso scontati, il concetto stesso di ‘tensione’ è ormai perso, quel tipo di tensione che attira e respinge, che sale d’intensità senza particolari effetti speciali (cosa che il cinema invece ha imparato a fare anche all’eccesso).

Invece in questo romanzo Nerozzi si impone, è capace di abbattere alcune di queste barriere, e non c’è forzatura, si sente nel modo in cui gli sviluppi si susseguono, nell’urgenza di spiegare anche il più piccolo dettaglio, nei giochi tra parole e significati più o meno evidenti. Negli incastri. E nell’ingresso in micromondi che esistono davvero, basta alzare la testa.
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Ed eccolo, il sabato.

Un altro sabato di merda, tanto per gradire.
Mattina in giro per negozi con un’amica che le stava un bel pò sulle balle, ma tan’era… Con gli occhi che giravano di continuo di qua e di là sperando d’incontrarlo, di vederlo di sfuggita… Era tutta la settimana che lo faceva, che sperava in un ritorno di Franz l’oscuro.

Non appena tornata a casa, verso le due del pomeriggio, Maria si era rifugiata in camera sua, chiusa a quattro mandate con lo stereo a palla con su un greatest hits dei Depeche Mode, e non aveva voluto nemmeno pranzare con sua madre, che oltretutto aveva come ospite quel suo nuovo fidanzato che a lei non piace per niente.
(pag.306)
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Quante volte ci si spegne durante un tentativo di redenzione? Quante volte un artista si sente percorrere dall’incertezza?

Alla fine, la scrittura è la stessa cosa della vita. Tutti i giorni sono irti di confronti incrociati tra quello che se e quello che vorresti diventare
(dalla postafazione dell’autore)

Ho un nodo.
Un nodo enorme, artigliato, parassita che mi succhia, saldamente ancorato, che si allunga su questo mio collo indolizito, rattrippito. Ombra di un collegamento inesistente.
Me lo porto in giro, il nodo, mi appesantisce testa, spalle, tutto. Succhia, succhia. Energie, forze preziose ma forse, già cedute.
Come posso, come.
Scioglierlo, strapparlo.
Come reggerò, domani, oggi, oltre, questo peso.
Questo.
Peso.
E com’è successo, come te l’ho lasciato tra le mani?
Ancora non credo, capisco, assemblo.
Mi basta sentire il collo pulsare. Respira al mio posto. Affonda tra la carne, crea nebbia, quella nebbia che nell’afa rende complicati i movimenti più elementari. Sterile ricordare. Non posso, ricordare. Non posso nulla, ora.
Il nodo, la deformazione sul mio corpo secco è sintomo invisibile, unica manifestazione violenta, non riuscirei comunque, ad annullarlo, togliergli materia ed essenza.
Lui è, lo so. Il grande male che ho dentro. L’impossibilità che hai cercato di insegnarmi. La fonda caduta senza contorni né confini. Unico sfogo a un dentro sfaldato, rosicchiato, spezzato in tanti modi che ancora latitano, sento solo bruciori sparsi, altalenanti.
Vorrei fuggire e restare. Molto imparerò, da questo nodo anche se sono costretta a muovermi coi gomiti, trascinandomi ridicolmente tra le banalità del vivere. Molto mi resterà, sotto nel mio fondo, tra le radici della deformazione, quando l’apnea smetterà di togliermi aria. Quando, non so quando. E le paure, vaghe meteore sparse, sono diverse, mutevoli, le osservo e ci annego.
Lo sfinimento lo sento fino alle falangi.
Mi guardo. Sono pezzetti assemblati male, errore di me stessa.
Clown senza trucco.
Corridore che non ha gambe.
Porta orfana di serrature.
Ma lui – il nodo – è anche il trofeo di una sconfitta magmatica, di barriere crollate per illuse debolezze, un’esperienza che già ci si aspettava archiavata, memoria acquisita, invece no.
Ora però, c’è.
E’.

E ho male, male, male. Sono. Male.

(di Barbara Gozzi, 23 Maggio 2009)

Monteverde, il quartiere romano dove vive il protagonista – Guido Orsini – è luogo di memorie, amarezze, di lucide e crude registrazioni che gli occhi dell’autore, Gianfranco Franchi, ‘prestano’ al protagonista (alter ego apparso per la prima volta in ‘Disorder’ pubblicato da le Edizioni Il Foglio nel 2006). Occhi acuti, dunque, ironici quanto precisi, capaci di annegare nel dolore, nel malessere di un vivere faticoso, incerto e perennemente in bilico, ma anche delicati, desiderosi di esplorare, tentare ancora, e ancora.
‘Monteverde’ conclude un percorso preciso, iniziato con il già accennato ‘Disorder’, passando per ‘Pagano’ ( Edizioni Il Foglio, 2007). Un percorso costruito su frammenti, tasselli uniti e slegati che poco alla volta si insinuano, delineano una strada tortuosa eppure nitida.
Guido Orsini è un laureato alla disperata ricerca di quella che, per le generazioni precedenti era un passaggio obbligato, ovvero un posto se non propriamente definibile ‘fisso’ quanto meno stabile, la possibilità dunque di dedicarsi all’unica vera e inviolabile passione-ossessione ovvero la Letteratura. Ma Guido è anche sensibile osservatore della società che lo circonda, di questo ‘Monteverde’ specchio del suo vivere tra limitazioni volute e imposte eppure immerso in tanti sottili interessi importanti. In perenne contorsione, tra ricerche fallimentari, amori sfocati, musica e calcio, orari e vizi.
La struttura stessa del romanzo fornisce una prima guida alla decodifica: sei macro oggetti letterari, un antefatto che è uno ‘spot’ di ciò che il lettore affronterà, e cinque interludi tra gli argomenti principali. Su questi ultimi, gli interludi, vorrei soffermarmi.
Nel primo c’è un cane, che muta nella razza, con gli occhi di due colori diversi e che lo fissa (‘lo’ riferito a Guido sebbene in queste pagine che staccano volutamente la struttura amalgamandola, mi è parso di sentire prepotente e trasparente, la volontà, la voce unica dell’autore). Il cane è un simbolo, un messaggero, ripreso con intelligenza nella copertina e che ritorna anche nel secondo interludio.

“… e mi spieghi se mi stanno venendo a prendere o se c’è qualcosa che sta per capitare oppure se devo smettere di cercare Letteratura e quindi incanto, magia, segno, assurdo e meraviglia in tutte le cose. Io vedo simboli e significati in tutto. Sono un giocattolo giocato da mani sempre nuove, e tutto è un mio giocattolo. Forse anche la morte.” (pag.55)

Attraverso questo simbolo, dunque, la voce inizia a denudarsi, a svuotarsi di contenuti, a riconoscersi in perenne lotta. Non è una guida dunque, il cane, è probabilmente la necessaria virata che attraversa gli oggetti tematici e ne affonda tra le carni.

“Forse il cane voleva avvertirmi che stava per tornare il male, che si avvicinava e che avrei dovuto soffrire ancora per un pezzo.” (pag.113)

Ma anche più avanti, nel terzo interludio, si insiste e si riprende l’antefatto, si incastrano, sovrappongono sensi e significati, l’eco è forte, urgente e necessario. Disperato.

“… e non trovo riposo e non conosco più gioia. Sono una sigaretta che non si spegne mai, e un calice che non s’esaurisce. Sono un caffè troppo amaro, così ti stomaco.
Il malessere fatico a tollerarlo. Ogni mattina peggiora, non so come arginarlo.
Il lavoro è un’ossessione, o un ricordo grottesco che ogni tanto fa male.
Voglio dormire. Fammi dormire.” (Pag. 177)

Il malessere è un leitmotiv pressante, sintomo evidente di un vivere che è trascinarsi tra precariato, esperienze lavorative fallimentari, deriva degli affetti, disagio economico e confusione. C’è molto dolore in questo romanzo, molta fatica da acido e sangue, molta tenace affermazione di quei ‘sogni’ schiacciati ma mai dimenticati, impossibili da accantonare del tutto, perfino nelle scene più grottesche e ironiche, che strappano sorrisi amari, consapevoli.

“… e maledetto il dio della sofferenza, che sia verità o menzogna poco cambia e poco importa: per tutto quel dolore che t’intorpidisce, per quel veleno che s’insinua, e che sordo scava, scava. Sordo, scava. Ma quanto a fondo può scavare, quanto avido ancora può essere, per ossa, e sangue infetto, e polvere e cenere, cenere. Scava. “ (pag.235)

Infinte, nell’ultimo interludio l’immagine del ponte. Che è più d’un simbolo. È chiave di decodifica. Ognuna delle sei tematiche-oggetto di cui accennavo sopra, ovvero: casa, lavoro, donne, musica, la Roma e Patrie letterarie; ognuna è ponte dell’altra, sottile collegamento capace di far traballare l’equilibrio instabile senza disperderlo del tutto, la caduta pare vicina ma mai definitiva.
C’è speranza in questo libro, nella lotta, nel cogliere i fallimenti, il dolore, il male feroce quanto l’insanabile conflitto dei sentimenti, senza imporre conclusioni. I brevi capitoli, ognuno a suo modo indipendenti, possono – sì – cadere ma subito dopo c’è una risalita, una ripartenza, un tentare e ri-tentare in una visione complessa, onesta dell’essere giovani oggi, tra titoli di studio che paiono carta straccia, mestieri inutili, illusori e legami faticosi.
Guido non è persona facile, solitario, poco incline alle mediazioni, mal disposto a cedere ai compromessi, che non accetta la rassegnazione che vede nella sua generazione, inutilità che non ha sapore né odore, senza ‘quel’ fuoco che invece è così prepotente dentro di lui: la Letteratura, amore inviolabile, passione violenta, ragione di vita probabilmente.

“Ho scelta come patria la Letteratura in lingua italiana con opportune commistioni dialettali e linguistiche perché io sono amalgamato così; ho scelto come patria la Letteratura perché è terra di menzogna e oasi di invenzioni e meraviglia, non ha pretese d’essere vera o realistica ad ogni costo, né d’essere Storia: è storia delle storie, è tante storie assieme.” (pag.306)

È un romanzo amaro, ‘Monteverde’, pieno zeppo di scene, dettagli, schegge taglienti mai pietose. Ma anche sottilmente colmo di amore e sentimenti forti quanto pieni, intensi.
Franchi è autore poliedrico, acuto e preciso. La sua lingua si plasma, è materia in evoluzione dove nulla è lasciato al caso o all’intuizione del momento. In questo romanzo, il progetto iniziato con ‘Disorder’ raggiunge una maturazione notevole, nell’intensità, gli intenti incastrati, numerosi. La lunghezza, elemento di stacco dalle precedenti opere, è pregio e difetto di un’opera che non può essere vissuta come mero romanzo. Richiede tempo e pazienza, analisi e recupero dei frammenti, delle ‘storie nelle storie’. La suddivisione in oggetti narrativi semplifica al lettore parte della comprensione, dà modo all’autore di spogliare quel Guido alter ego amato e odiato, all’interno di precise tematiche. È dunque possibile che il lettore perda la ‘strada’ nel corso della lettura, eviti di oltrepassare un certo ponte, ad esempio quello della ‘Roma’ se non ha precisi interessi per il calcio o ‘Musica’. Franchi sa essere tecnico, intinge la sua materia narrativa in elementi fortemente caratterizzati dalla stessa vita che conosce e cerca. E sono rischi calcolati, io credo, necessari per collocare Guido e il suo raccontare in un contesto preciso e inequivocabile.

Ultima annotazione personale: Franchi che scrive d’amore è secondo me perla rara. Già in Disorder alcuni capitoli sono delicati sfarfallii, inni ai sentimenti fondi, lirici senza scivolare nella dolcezza filante che stomaca.

“Una goccia di spirito cade nel silenzio d’un, e aspetto ogni giorno un pezzo di te. Se tu sapessi, che.
Amare (davvero) è pericoloso e brucia; e quando non, è la fine. “
(pag.49 – capitolo ‘Pelle’, ‘Disorder’)

In ‘Monteverde’ ho ritrovato pagine di una dolcezza meno celata, più spudorata, che si mostra fiduciosa e nulla chiede, nulla aggiunge a se stessa. C’è ‘un’ bianco che rimbomba con la forza che toglie il respiro, un bianco che può essere tutto e niente, non colore che facilmente, da un momento all’altro, rischia di finire fagocitato dalle altre tinte eppure brilla, irradia.

“Scende dal cuscino e si mette col muso contro il mio, naso contro naso, occhi negli occhi. Oddio amore mio che occhi che hai, dovresti guardarmi sempre, io questi tuoi occhi li sento dentro sempre, anche quando non ci sei.
[…]
Bianca quella notte che non voleva finire, bianco il telefono che la mattina suonava, bianca la carta delle pizze, bianca la vasca del mio bagno, bianco il pacchetto delle sigarette, bianche le mie scarpe che dovevi sporcare. Bianco il foglio che hai sporcato, bianca la luce del domani.
«Non sono mai stata così».
«Ti amo».
«Ti voglio ancora. Vieni qua».
(pag.131-133)

Monteverde
di Gianfranco Franchi,
Castelvecchi, maggio 2009
pg.310, Euro 16

C’è una voce, che racconta. Si alternano paragrafi, mentre la voce prosegue, in una sorta di unico ‘magma’, unico grande capitolo, flusso senza inizio né fine. Dunque paragrafi che alternano la grafia normale con il corsivo, in un gioco di rincorse, incastri, fusioni che mescolano parole, pensieri, ragionamenti e ricordi.

La voce, unica protagonista è di uno scrittore senza nome, i cui dati anagrafici sfuggono, qualcosa si intravvede verso la fine ma non è poi così importante, conoscerlo da vicino, dall’esterno. E’ del suo ‘dentro’ che si finisce, in un romanzo che non è tanto storia di una vita bensì analisi, scavo, di precise scelte del vivere, di un modo – una percezione profonda, intima – di affrontare e registrare le giornate, gli impegni, gli spazi.

La voce, dunque, narra la sua storia, in un simil monologo frammentato eppure sottilmente amalgamato.

“… non so nemmeno perché te lo stia raccontando, ma questo luogo è diventato una specie di confessionale, e non vedo perché non dovrei essere sincero almeno qui, non renderti partecipe di tutto.” (pag. 25)

E di nuovo, la parola ‘confessionale’ ritorna nelle pagine successive, assieme a ‘verità’ che si incastra con il ‘sincero’ di cui sopra. Ma anche, dopo due pagine, emerge il bisogno prepotente di un preciso tipo di dialogo, quasi un non-dialogo, dove la realtà s’incurva per tornare indietro.

“… ma per la forma di lealtà cui alludevo prima, non avrebbe senso che non l’avessi rispettata qui, in quello che è diventato un ‘Secretum’ delle mie pene, una raccolta di tutto quello che non sono mai riuscito ad esprimere (e che forse non avrei voluto esprimere) nei miei libri.” (pag. 41)

Qui l’allusione al ‘Secretum’ é un simbolo, abilmente inserito in un contesto non troppo evidente, tra flussi di pensieri che scivolano veloci. Eppure è uno strumento di decodifica necessario, quasi prepotente. Petrarca costruì un dialogo tra due personaggi precisi, se stesso e Sant’Agostino. Corazza, decisamente abile, impasta la voce del protagonista come davanti a uno specchio. Non ci sono risposte, al flusso, riscontri diciamo ‘pratici’ rispetto a quanto espone, recupera, affronta lo scrittore. Eppure è come se ce ne fossero.

Il protagonista si rivolge sempre e soltanto a una persona, delicatamente tratteggiata da parole volutamente imprecise: l’Amata. E qui le capacità dell’autore nelle spennellate multi direzionali, si apprezzano a pieno solo a finale ultimato.

Volendo ragionare sulla struttura, è una narrazione in prima persona anomala, quasi una seconda persona al contrario: il protagonista ricorda, s’interroga, affonda le unghie nel passato, rivolgendosi – condividendo – tutto con un altro personaggio che mai si palesa, mai entrerà veramente in scena se non nel già citato finale, spennellata sapiente che chiude il cerchio.

E’ dunque un bisogno, un’esigenza prepotente, feroce, questa scrittura, queste memorie, questo cercare comprensioni, sensi, consapevolezze. Lo scrittore si guarda ora vivere, tra presente e passato, tenta di vedersi riflesso in quell’immaginario specchio a cui alludevo sopra, e non sempre ci riesce. Ma deve insistere, continuare a liberare logiche che dentro hanno probabilmente macerato, maturato per anni. Una precisa cronologia non è data da sapere, irrilevante per l’intento dell’autore a cui non paiono interessare sequenze di azioni precise, piuttosto sensi celati, nascosti, chiusi nelle segrete di un cuore malato di parole, in perenne movimento.

“Mi viene in mente un pensiero di Jeff Buckley, sai quanto lo adori, diceva che esiste una musica privata, una musica che suoni soltanto per te stesso, non destinata alla divulgazione, e forse è questo il destino di questo mio sforzo notturno, come lo era forse per il Petrarca. Capirmi meglio, capire meglio. Non è per questo che scrivo?” (pag. 41)

Il tema del viaggio, del continuo spostarsi di città in città, in cerca di luoghi, a caccia di storie, volti e spunti, è fondamentale per la comprensione del libro. Lo scrittore proprio per il mestiere che si è scelto, che è riuscito a raggiungere tra fatiche e battaglie, proprio per quello che è in fondo; è sempre in viaggio. Ha una casa a Roma, assieme all’Amata per sua stessa ammissione, ma che dimora non è. Resta un luogo, come gli altri, dove ogni tanto torna per ripartire poco dopo. Perché non c’è dimora fissa, per un uomo che vive dentro ‘un inverno perenne’. Non esiste patria precisa, alternarsi di stagioni e ritmi cadenzati, la routine è variabile friabile calciata lontano e mai più cercata.

“Solo quando torniamo a casa ci accorgiamo che per noi non esiste ritorno. E’ come se la nostra volontà di spostarsi fosse bulimia, e ci continuasse a spingere verso il futuro, senza possibilità di saziarsi.” (pag.15)

L’inverno diventa così l’ennesimo simbolo di una necessità ardente, dell’unico modo possibile che il protagonista-narratore conosce per  affrontare a pieno la vita. Dilatando spazi, prendendoseli, questi spazi, se necessario, ascoltando il freddo che è anche distacco più o meno perdurante nel tempo. Che è un camminare lento ma mai incerto, un affrontare strade nuove tornando anche su quelle conosciute, senza smettere mai di cercare, afferrare, aprirsi al mondo, alla vita che lenta scorre.

“… ora dobbiamo inseguire questo inverno, questo inverno perenne lungo le strade del mondo, perché le nostre idee, i progetti, possano avere uno scenario, la prospettiva adatta.” (pag. 31)

Inseguire appunto.

Lo scrittore è anche uomo pieno, consapevole di cos’è il mestiere dello scrivere, e di ogni altro aspetto che ci ruota attorno, le aspettative dei lettori, l’afferrare schegge di vite altrui per poi fissarle su carta, immobilizzarle per sempre dentro pagine statiche. Sono analisi lucide quanto oneste, quelle costruite da Corazza, amare quanto sincere. Non è un trascinare malesseri logoranti o stagnanti, piuttosto un riconoscere i limiti e le difficoltà del vivere scelto, portato avanti nell’impossibilità di cambiare.

Ci sono due colpi di scena, a mio avviso, che spezzano la lettura, afferrano il lettore dal torpore in cui scivola seguendo il flusso narrativo e lo scuotono con forza. Uno legato al passato e all’Amata, a qualcosa che dopo tante pagine di condivisioni e comprensioni, pare perfino una stonatura seppure non c’è ricerca della perfezione (qualunque significato si voglia attribuire al termine) tanto meno definizione di ruoli precisi, assoluti e inviolabili.

L’altro, nel finale, dove l’autore scioglie ogni riserva, svela anche un’informazione anagrafica – l’età del protagonista – e non gli risparmia nulla, non gli interessa renderlo ‘piacevole’, da lieto fine insomma. Non gli interessa trasformarlo in una sorta di eroe solitario, devoto all’Amata e alla scrittura, in continua ricerca spazio-temporale quanto interiore. Non gli interessa lasciare qualcosa per forza.

“In alcuni momenti ti senti una cosa sola con il Tutto…” (pag. 52)

E in questo ‘Tutto’ il protagonista-narratore si accetta, riesce – forse – a vedersi riflesso, ad ammettere fallimenti e piaceri, scelte e mancanze, assenze e vuoti. Con tante, tante, parole che gli schizzano fuori, urgenti, delicate, stratificate.

Riccardo Corazza scrive con fluidità, è la lingua della ‘voce’ questa, di una voce io credo a lui parzialmente vicina, piena di buchi, sospensioni, attese, silenzi. Logiche. Viversi oltre gli altri.

E l’affettività profonda, l’amore tratteggiato da Corazza, è un bene prezioso, che tocca corde fonde, intime e sensibilissime. Dal sapore della comprensione che non chiede né pretende, è un prendersi cura dell’altro oltre gli schemi convenzionali, oltre le etichette e le imposizioni sociali. Tenero e duro allo stesso tempo.

“Ma tu, amore mio, tu che mi sei accanto da anni, tu che mi conosci meglio di tutti, tu che giorno dopo giorno hai imparato ad assecondare le altalene dei miei umori e non considerarle legate a te, al rapporto che ci unisce, tu saprai capirmi come nessun’altra, saprai capire e comprendere se mi assenterò dal nostro letto come adesso, nel cuore della notte…” (pag.35)

Prima prova in prosa, dopo diversi libri in versi; una scrittura promettente, dagli intenti e gli snodi interessanti, autore che spero ancora in evoluzione ma pieno di tanto, molto, da lasciare.

Un inverno perenne
di Riccardo Corazza
Pendragon, Aprile 2009
isbn: 978-88-8342-757-2

Pag.53 – Euro 11