di e con
Barbara Gozzi

con

video-photoshoperò ‘vis à vis d’Eluana Englaro’ di Francesco Forlani
contaminazioni musicali di Un Incoerente come tanti
contaminazioni visive di Lorenzo Palloni
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Mercoledì 28 Aprile 2010 da Malazeni,
via Mascarella, 84d – Bologna
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Di Eluana Englaro si è detto, scritto e dibattuto.
Ma attorno al suo corpo, a più di un anno dalla sua morte, ancora restano ‘zone d’ombra’, sospensioni.
Perché non si tratta di un volto solo, un nome, una storia.
Ma dei corpi tutti.
Si tratta di fine-vita, morire, progresso tecnologico, libertà individuali, volontà, testamento biologico.
Si tratta di non rassegnarsi a smemoratezze, cecità, silenzi.
Perché può accadere in qualunque momento.

Io me ne andavo mentre lei entrava in quello stato che per tanti anni aveva trattenuto il mio corpo.

È stato in quel momento che l’ho sentito.

Il tocco.

Tre lei e me. Me e lei.

E con questapelle le resto attorno.

Non importa chi ero, con che nome mi chiamavano. Io sono morta, lei no. Per ora.

Non siete d’accordo?

Ascoltare. Dire. Raccontare.
Tre movimenti interpretati da creatività e forme artistiche diverse in uno spettacolo concepito per virare tra angolazioni e sensi.

Non esiste un’unica risposta per tutti.
Basta non smettere di domandarsi.

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Prossimamente ulteriori informazioni.
Contatto: barbara.gozzi@gmail.com

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La ‘prima pillola’ QUI.
La seconda, QUI.

Ci sono ‘i’ matti, in questo romanzo, che siamo noi che leggiamo, lo sappiamo praticamente dalla prima pagina, che siamo matti consapevolmente (e forse neanche poi tanto infastiditi, anche perché lo possiamo pensare senza vergogna, nessuno ci sente e giudica mentre leggiamo, nessuno può criticarci per l’ammissione). La ‘follia’, la condizione, l’essere o diventarlo, ‘matto’ è espresso con la normalità della marmellata sulle fette biscottate la mattina. Così è.

Tecnicamente una scelta che potenzia, rinforza, lo stile consapevolmente gergale che alterna i riassunti di Beautiful con le sedute del Terapista da coccole e frustate; sono le ripetizioni. Gli svolgimenti, onde anomale in continua mutazione, variabilmente costanti, tendono a fissarsi su temi ed eventi, e lì ripetono con abilità impressionante, concetti che il lettore finisce per assorbire come lo studente che la notte prima dell’esame dorme con la lezione registrata e riprodotta in loop attraverso le cuffie.

A luglio s’era creato un forte disguido con le autorità e con il ministero della Difesa e poi l’11 settembre 2001 c’era stato un forte disguido tra l’America e l’Afghanistan e mi sembra che l’Italia avesse deciso di partecipare a questo grosso disguido e poi in Italia c’era stato anche un disguido tra la televisione di Stato e dei giornalisti… (pag.49)

Penso che nei rapporti d’amore non ci sia niente da capire, anzi io proprio non voglio capirci niente perché comunque hanno sempre il loro flusso liquido inevitabile che arriva sempre dove deve arrivare, per mi rapporti sono così liquidi che se ci si pensa a un rapporto vengono in mente solo cose liquide, anche i corpi diventano un po’ liquidi con tutte quelle secrezioni fisiologiche e poi ci si tocca in un modo così liquido che la carne diventa gelatina. (pag.88)

Dopo tutto questo disquisire, è doveroso considerare anche le screpolature, che si sono, si sentono pur non inficiando letture e sensi. Come l’eccessiva pressione, sul finale, dei valzer tra personaggi, quasi schegge impazzite dove non è sempre facile riconoscerne tratti caratteristici, la velocità con cui fanno, si prendono e si lasciano, è qui decisamente pressante, si impone. Allo stesso modo, con il medesimo approccio, il finale inteso come chiusura del romanzo, di fatto non esiste. Diventa quasi un riporto di titoli, news che scorrono veloci e già si dimenticano. Un voler informare il lettore sugli ‘ultimi’ (dal punto di visto cronologico) eventi, senza però entrarci, lasciando la lettura sospesa tra la lista della spesa e il riassunto da guida tv.

Il bianco è il non colore, qualcosa che facilmente si associa a tutto e a niente, sta bene su tutto, si sporca facilmente dunque se ‘è’ qualcosa, lo è per poco. Il bianco è delicato, pare insapore e inodore. La neve è bianca. I teneri e delicatissimi capelli delle nonne, sono bianchi. Ma il bianco è anche un sapore mescolabile, adattabile al resto, agli altri, a qualsiasi cosa. Bianco come vuoto, ma anche silenzio. Bianco come parete spoglia che attende. Come le infinite possibili scelte. Come il latte che però si può mescolare con il cioccolato in polvere ma anche con il caffè e perfino con gli sciroppi (come la menta) e ogni volta resta latte con un qualcosa in più, che lo trasforma, lo rende altro e se stesso allo stesso tempo.

Così è questo romanzo.

Da assaporare riconoscendo(ci) un non-qualcosa di familiare.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

La ‘prima pillola’ QUI.

“Ci sono due tipi di persone” dice il narratore che è interno ed esterno ai tessuti, alto e basso, vicino e lontano rispetto al lettore quanto ai protagonisti (che definisce anche ‘i miei personaggi’a un certo punto e prima ancora: “Io non lo so perché io non mi preparo su questi argomenti psicologici”, dunque lo si colloca su piani diversi o su tutti, in un certo senso). “Ci sono due tipi di persone” insomma. E mentre leggo penso che siamo esseri buffi certi volte. Abbiamo continuamente bisogno di riconoscerci sapendolo già (chi siamo). Eppure è vero. Ci sono quelli che vivono di ‘cose’ e quelli che attraverso cose cercano ‘persone’. Poi sull’equazione algebrica che vede nei primi i maschi e nei secondi le femmine, ho sempre diffidato ma restano echi che da generazioni insistono, qualcosa vorrà pur dire.

Metafore leggere, sottili prendono corpo tra routine di una banalità forse imbarazzante, irritante addirittura (per qualcuno), inutile (per altri). Eppure. Come Michela affronta le scale, in salita e in discesa, e in questo suo atteggiamento, c’è un simbolo, del suo vivere. Delle energie che disperde, regala con la facilità del battito di ciglia. Cede con la disperazione di chi non riesce a vincere sulle frustrazioni, i sogni persi, i buchi e i vuoti che non danno tregua mai, proprio mai. Ma anche Serena che si dona completamente accogliendo mali e dolori di tutti finché “le viene la merda”, metafora di una necessità estrema, finale, di espellerlo quel male accolto per liberare gli altri ma poi impossibile da sopportare tutto insieme. Perché siamo contenitori. Anche. Che bisognerebbe svuotare o ripulire, di tanto in tanto. Tenere con cura senza esagerare. Spostare perfino, assolutamente.

Questo narratore poi, che è tutto e niente, gioca coi ruoli come carte i cui simboli spariscono e mutano sotto gli occhi del lettore costretto a subire, indeciso se capire o proseguire ignorando. Consiglio di provarci, a capire, merita senz’altro.

Le frustrazioni che hai si stratificano così tanto sulle tue energie e sulle tue forze che se riesci per caso a trovare qualcosa che ti toglie queste frustrazioni senti proprio nascere dalla pancia e risalire fino agli occhi e alle mani e ai piedi un calore magnetico… […]… perché sei tu quella cosa che esce fuori… […], sei tu con le tue accettazioni che riconosci quelle budella spappolate che adesso accettano tutto perché hanno accettato di non capirlo, di non cambiarlo, di non chiuderlo dentro a una scatola. (pag.35)

E subito sotto insiste, il narratore, fissa il lettore con un’insistenza imbarazzante di una prepotenza spiazzante. “Provate a chiudere gli occhi e a immaginare la vostra scatola”. Pare una seduta terapeutica. Forse lo è. Forse questo libro è un seduta di auto analisi stimolata da strumenti semplici come parole e trame, forse il prezzo di copertina che entra a pieno titolo nel mercato editoriale, ne nasconde un altro, di prezzo, più o meno pericoloso a secondo di quanto si è pronti a sedersi nel famoso divano-sdraio del terapista-se stessi.

Alcune pagine sono veri e propri inseguimenti. Pare di leggere nell’angolo in basso a destra, pagina dodici, di GuidaTv, il brevissimo riassunto della punta tremilasettecentoventinove di Beautiful, solo che in ‘Bianco’ non sono per niente brevi, i riassunti di accadimenti, viaggi, lauree, affettività e (dis)attaccamenti. Veloci schemi di passaggi e crescite che i personaggi subiscono, vivono inconsapevolmente spostando angolazioni. C’è un’abilità particolare, nella Menozzi, che accelera e rallenta, vola alto poi vira e rasenta la cute del lettore, accarezza personaggi finendo col ‘parlare ‘ di sé.

“Bianco” è un libro che se lascia indifferente (in ogni possibile declinazione) qualcuno, questo qualcuno lo prego di contattarmi, vorrei parlarci, capire. Come si può non provare nulla leggendolo. Provare la qualunque emozione, pulsione, pensiero o accanimento. In ogni possibile senso (positivo o negativo).

Anche quando per esempio ti muore qualcuno non è il funerale o quando te lo dicono o i pianti che senti dentro e fuori, ma la cosa che ti sconvolge di più è che tutto è stato distrutto e ti aspetteresti la fine del mondo ma poi tu vai e c’è ancora tutto e le cose sono uguali a prima. C’è ancora l’11 barrato che porta a Baggiovara ci sono ancora i giornali c’è ancora Enrico Gualdi su Radio Bruno e queste cose che sono diventate così neutre perché sempre uguali ti fanno sentire ancora di più te stesso perché a te è successa una cosa inaccettabile…(pag.44)

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Ho letto un libro, uno di quelli inaspettati che neanche ricordo come tanto meno perché ibs me l’ha recapitato a casa (non la mia, in onestà, quella dei miei perché io a casa non ci sono mai).

L’ho preso in mano in una domenica mattina di metà luglio e ho scoperto che l’autrice è modenese e che la storia è ambientata proprio in territori, luoghi, che conosco, un po’ almeno (di sicuro più della maggior parte delle letture, non essendo io vagabonda per natura, né ho avuto poi concrete occasioni per viaggiare o ‘fare baracca’ come si deve). E ho anche scoperto che questo libricino del 2006, sottile e dalla copertina bianca e blu non è un trastullo sull’adolescenza, valzer di coppie in divenire e in crollare, e non annoia. Incolla. Fa sorridere e scuotere la testa. E’ come la palla di vetro dei maghi, ci si può vedere brevi fotogrammi di un passato avvolto da nebbie eppure nitido quel giusto da farsi riconoscere. Ho scoperto che c’è ancora ampio margine per le storie di affettività quotidiane, girovagando tra location comuni che non sono il Bronx o London o Paris, sono Formigine o la Baracchina a Bologna o un qualche altro posto dove in molti hanno camminato, vomitato, sputato, riso e baciato senza sentirsi speciali essendolo.

Allora, da momento che c’è un evidente vena di ‘follia’ in questo romanzo, follia nell’eccezione di ‘diversità pericolosa’, un approccio che miscela elementi più facilmente rintracciabili separatamente, una lingua gergale eppure fine, intelligente, un fluire di fatti, pensieri, annotazioni alte e basse, con un narratore che pare esterno poi interno, che parla di sé come persona poi dei protagonisti come di personaggi.
Allora.
Scrivo di ‘Bianco’di Marcella Menozzi, Fazi, gennaio 2006 con lo stesso pathos compulsivo.
Dopotutto leggere è fare propria una storia. Anche.

Mi sembra che questa persone siano così vere che questo mondo di plastica che incontrano a volte lo sciolgono lo bucano lo fanno impazzire, a volte esplodere; vorrei raccontarvi ancora un po’ il modo con cui lo fanno esplodere. (pag.24)

Certi libri sono le ‘giuste’ conferme, avvallano certezze. ‘Bianco’ racconta di trottole relazionali, ragazze e ragazzi che vivendo nel modenese e limitrofi si incastrano, incrociano, rigettano, fuggono e cercano. Che ha un sapore qualunque, scritto così. Eppure la Menozzi conferma come la banalità apparente è follia speciale, il più delle volte. Raccontare di Anna, Carla, Michela, Mirko, Giulio e una Serena, di ‘un’ nome che fa e pensa; è anche l’occasione, il pretesto per scavarsi (dentro sé, non so, dentro il ‘sé’ di molti altri, certamente). Ed è un raspare tra piaghe fragili, mollicce, quelle delle affettività mutevoli, contorte tra aspettative, ricerche, bisogni ferocissimi destinati – forse – a rimanere insoddisfatti. Le trottole tra i personaggi-persone non sono fini a se stesse, espandono sensi, risucchiano il ‘dentro’ del lettore per liberarlo nel corpo di una Serena, un Mirko, o una Carla.

Se per caso un essere umano è invece costretto a stare da solo per scelta, si ritroverà a doversi tenere tutte le sue frustrazioni e darà la colpa di questo suo malessere al fatto di non avere un amore corrisposto ma in realtà sono le sue cose che lo fanno soffrire, sono quelle cose che non è riuscito a sbolognare a nessun altro perché non c’è nessuno così pazzo che abbia intenzione di prendersele. (pag.32)

Costretto. Solo. Doversi tenere. Frustrazioni. Colpa. Malessere. Le sue cose. Soffrire. (Non) sbolognare. Nessun altro. Così pazzo. (Non) prendersele.
Le parole-chiave emergono senza sforzo, in certi punti la narrazione si auto decodifica o qualcosa di molto simili a un processo di traduzione simultanea tra superficie e strato sotto pelle, subito sotto perché i simboli non sono poi così nascosti, probabilmente neanche potrebbero, celarsi in fondali profondi, allora restano a sfiorare la superficie, attendono di aggrapparsi a mani incerte.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Photoshoperò di Francesco Forlani da ‘Attorno al corpo di Eluana Englaro’ di Barbara Gozzi per la performance all’interno dell’evento ‘Corpo di donna: corpo politico e corpo poetico’ che si terrà a Bruxelles il 30/01/2010. Musiche di Frank Lassalle. Citazione Magritte di Georgia.

[Grazie a Francesco e Frank. Bg]


La cronologia delle pubblicazioni on line del progetto ‘Attorno al corpo di Eluana Englaro’ QUI.

Su Nazione Indiana.

Il comunicato stampa dell’evento, in una prima versione in francese.
Il comunicato stampa completo, aggiornato:

Il Club del libro asbl e l’Associazione Gramsci Bruxelles

Presentano

CORPO DI DONNA
CORPO POLITICO & CORPO POETICO

29 e 30 Gennaio 2010
29 Gennaio ore 20,00
Radio Alma FM 101.9 on air

30 Gennaio ore 21,00 Sale
Culturelle Expace Marx

Salle Culturelle Expace Marx
Rue Ruppe 4, 1000 Bruxelles
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‘Attorno al corpo di Eluana Englaro’
di Barbara Gozzi
e con Francesco Forlani

Il progetto nasce per contrastare cecità e smemoratezze dell’Italia di oggi partendo da un corpo, quello di Eluana Englaro, nodo centrale di fatti recenti, battaglie legali, mediche e massmediatiche.
Eluana Englaro è morta a Udine il 9 febbraio 2009 dopo diciassette anni di vita in stato vegetativo.
Il suo corpo è stato ‘oggetto’ conteso, immagine deformata, capovolta, violata nell’identità, nella non-voce, nelle volontà. Ha subito imposizioni, strumentalizzazioni che dalla sua carne si sono diramate alle complesse questioni del testamento biologico, lo Stato di Diritto e le libertà individuali. Fino ai corpi-tutti.
‘Attorno al corpo di Eluana Englaro’ è una trattazione in tre movimenti: ascoltare, dire e raccontare. Movimenti che recuperano ciò che questo corpo è stato, ciò che è diventato nell’immaginario collettivo quanto nella dimensione intima della carne.
Ora il progetto trasmuta in performance con la collaborazione e l’interpretazione di Francesco Forlani.

Per recuperare ascolto e accoglienza verso i corpi nella loro essenza, dimensione dell’umano.
Per non dimenticare ciò che è già stato, ma che può cambiare.
Perché ogni corpo non diventi – prima o poi – ‘oggetto’ nelle mani di circuiti altrui, volti sfocati incapaci di essere e decidere.

Per recuperare la morte come transito, accompagnamento, rispetto, scelte.

Testi e performance di Barbara Gozzi.
Interpretazione video in photoshoperò e performance di Francesco Forlani.
Musiche originali dal vivo di Franck Lassalle.

Contenuti del movimento uno: i fatti attorno al corpo di Eluana Englaro (cronologia e testamento biologico in Italia); attorno al saggio ‘Corpo morto e corpo vivo ‘ di Giulio Mozzi (Transeuropa, 2009 con nota finale di D.Paolin); massmedialità (il corpo di Eluana Englaro attraverso i media); Quando l’etica manca di benevolenza (intervento inedito di Piero Bocchiaro); non epilogo – appendici (evoluzioni sociali, espansioni culturali e artistiche dal-nel corpo di Eluana Englaro).
Movimento due: Errant entre les pages effiloché ( La mia voce è questa, esiste. E’ ).
Movimento tre:Pelle’, una storia.
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Per il movimento uno: Piero Bocchiaro (collaboratore). Teresa de Cesare e Federica Sgaggio (consulenti). Grazie a Giulio Mozzi, Demetrio Paolin, Claudia Boscolo. Grazie a Barbara Garlaschelli e Luca Radaelli.

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Punto di fuga 03 Corpo di donna
di e con Dale Zaccaria e Francesca Checchi

Puntodifugaproject nasce dall’idea dell’artista Francesca Checchi insieme ai testi alle parole di Dale Zaccaria.

Si cercano puntidifuga per uscire dalle barriere-dittature sociali storiche o politiche o semplicemente intime e personali.

Poesia video performance installazioni diventano così i “contenitori artistici” per un proprio punto di fuga.

Il terzo punto di fuga sarà il corpo femminile. Corpo poetico e artistico il corpo di donna creerà il proprio spazio attraverso la poesia, le immagini video – audio, la musica, e la voce. Il corpo di donna protagonista assoluto, soggetto creativo e dominante del proprio spazio. Il corpo di donna quale fulcro di attività creatrice che “evade” trova il proprio “passage” nell’atto stesso della creazione.
Creazione e fuga diventano così semplicemente sinonimi del femminile poetico.

Testi di Dale Zaccaria
Immagini Video Audio Installazione di Francesca Checchi
Musiche Elettroniche di Roberta Vacca