‘La questione di Jekyll e Hyde’: genesi e affettività di Barbara Gozzi

Ci pensavo da alcuni mesi: rileggere ‘Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde’ di R.L.Stevenson. Ho anche cercato inutilmente la vecchia copia usata alle superiori. Alla fine l’ho ricomprato, era giugno 2007. Nello stesso periodo tenevo sul comodino ‘Lezioni di letteratura’di ‘Vladimir Nabokov,  (Garzanti, 1992).

La prima volta ‘ho visto’ una singola scena, esattamente come l’ho poi riportata nella storia.
Una piccola mansarda con gli scaffali semivuoti, libri sparsi, alcuni dentro scatoloni. Una scala a chiocciola che porta al piano di sotto con uno stereo acceso in sottofondo. Poi lui, quello che è poi diventato il protagonista, Marco, che annusa i libri, li scorre affascinato prima di riporli negli scatoloni rimasti aperti. Finché. La copertina con la faccia deforme, il ghigno di Hyde gli resta tra le mai. Poi un foglio che scivola dalle pagine ingiallite. Cose che vorrei si ricordassero di me, c’è scritto nell’intestazione con una grafia sconosciuta.
È iniziato tutto da lì.

Il tema del dualismo mi ha sempre affascinato. Il riconoscere, l’ammettere, che non esistono i toni forti ma tante – infinite – gradazioni, suona banale, scontato. Oggi preferiamo le ‘favolette’ (il più delle volte), ci raccontiamo che esistono precisi confini, cataloghiamo le persone, ci etichettiamo e facciamo di tutto per rimanere fedeli a quella precisa versione di noi che ci piace, che vogliamo trasmettere. Oggi viviamo per e attraverso la perfezione.
Allora l’idea di frenare e recuperare una storia (appunto quella di Stevenson) che risale al 1885, partorita da un uomo intrappolato in un corpo malato, costretto a lunghi periodi a letto, ma con la testa piena di personaggi, avventure, quanto crudeli affreschi della società; insomma. Sentivo che tra quello che vedevo (vedo) io nel XXI secolo e quello che circondava Stevenson non c’era nessuna differenza. Il dottor Jekyll deve – vuole – essere rispettabile, non gli passa mai per la testa che certi istinti o bisogni si possono svelare (a domestici o amici) senza per questo perderne la stima e il rispetto, o peggio, la considerazione. Hyde, invece, se ne frega, non le conosce neanche le inibizioni, nasce proprio per tirare fuori ‘tutto ciò che Jekyll’ ha soffocato seppure nella sua grande genialità di studioso e sperimentatore. È il prezzo da pagare insomma, per lo sforzo di essere perfetto, rispettabile, onesto. Per non avere, appunto, sbavature nei comportamenti perché per quanto riguarda i pensieri – almeno in quelli – Jekyll sa, ammette, di avere precisi voglie, riconosce la necessità di uscire dalla perfezione per assecondare quei bisogni che lo portano a forzare la natura umana stessa.
Due simboli, due entità che sono dentro ognuno noi. Due ‘vocine’ opposte. Eppure così sottilmente legate da non poter essere mai divise, neanche quando prendono decisioni ‘in autonomia’ lo sono, separati.

La prima bozza de ‘La questione’ l’ho scritta nell’agosto 2007. In un periodo di rallentamenti, qualche giorno al mare poi di nuovo il cemento, le corse e l’incalzante quotidiano. Poi ha subito vari ‘interventi’, riscritture. Il mare ha avuto un ruolo preciso, nella genesi.
Da bambina ci passavo almeno un mese (se non di più) con la mia famiglia. Le nostre vacanze erano il mare. Poi ho perso il contatto, il tempo e le necessità sono cambiate.
Allora il recuperare certi odori, ritmi e percezioni mi ha riallineato. Mi ha dato modo di ‘collocare’ i personaggi in un preciso contesto passato che poi è diventato presente.

Una delle scene a cui sono più legata ha appunto a che fare con il mare. Con un ritrovarsi a distanza di molti anni e il riconoscersi diversi dall’immagine che si aveva allora, che ci si era costruiti e si voleva imporre agli altri. Ma c’è anche, in fondo, tra granelli di sabbia e ombrelloni chiusi, l’ammettere un fallimento. Il crollo di fondamenta preziose che coinvolgono i legami familiari, che scuotono antiche certezze e chiariscono quelle nature rimaste nascoste fino a quel momento.

Dunque scene, sequenze, immagini, singole inquadrature. È così che vivo questo racconto, è così che lo richiamo a me, che sento le voci, gli odori e i suoni. Ma le angolazioni possono cambiare, invertirsi, capovolgersi. In realtà è l’occhio della mente che decide.
“ I vari fili di un racconto ogni tanto si uniscono e nell’ordito creano un’immagine; i personaggi incorrono ogni tanto in certi atteggiamenti – tra di loro o rispetto ala natura – che contrassegnano il racconto come un’illustrazione. […] Altre cose possiamo dimenticarle; […] possiamo dimenticare il commento di un autore, anche se era forse ingegnoso e veritiero; ma queste scene che fanno epoca […] le adottiamo nel grembo della nostra mente in maniera tale che né il tempo né le circostanze possono cancellarne o diminuirne l’impressione. Questa, dunque, è la parte (suprema), plastica della letteratura: incarnare un personaggio, un pensiero o un’emozione in un atto o in un atteggiamento che colpisca profondamente l’occhio della mente.” (‘Chiacchierata sul romanzo’ di R.L.Stevenson)

Il titolo è un richiamo preciso, me ne rendo conto. E per chi non lo leggerà diventerà probabilmente un ridicolo tentativo di attirare l’attenzione. È stata la forza del racconto di Stevenson a lasciare nell’immaginario una precisa associazione. Jekyll e Hyde non sono solo due personaggi.
È davvero così difficile risolverla, questa questione?, pensa Marco a un certo punto della narrazione. E rileggendo proprio questo frammento, a distanza di mesi mi è tornata in mente una frase di John Berger:
“A volte succede che una domanda sia per un istante più pertinente di qualsiasi risposta o spiegazione” ( ‘Abbi cara ogni cosa’ di J.Berger, Fusi Orari, pag.108).
Il titolo è nato da questi ragionamenti. Mentre Marco si interroga, nella scena che accenno sopra, c’è – mi sembra sia quasi corporea – la consapevolezza che il libro di Stevenson, l’avere una precisa miscela di un ‘Jekyll’ e un ‘Hyde’ nascosti dentro, tutto questo fa parte di una questione che ‘lampeggia’, aspetta di essere riconsiderata.
“Riusciremo mai ad ammettere che non ci sono sconti, che siamo tutti dosaggi diversi della stessa miscela chiaroscura?” (pag.90, ‘La questione di Jekyll e Hyde’).

Scrive Nabokov: ” L’obbiettivo artistico di Stevenson era di suscitare < un dramma fantastico alla presenza di uomini semplici e assennati>, in un’atmosfera familiare ai lettori di Dickens, in un contesto di gelida nebbia, di austeri e anziani signori che bevono vecchio porto, di case dalle brutte facciate, di avvocati di famiglia e di maggiordomi devoti, di anonimi vizi che attecchiscono dietro la solenne piazza dove vive Jekyll.” (pag.234- Lezioni di letteratura)
‘La questione’ non è nata a tavolino, non avevo una scaletta precisa tanto meno il sotterraneo bisogno ‘copiativo’ di attingere alla linfa di Stevenson. Eppure mi sembra che l’intento, quello di cui parla Nabokov, aleggi, forse è rimasto imprigionato dentro le due copie de ‘Lo strano caso’ che abitano il racconto. La differenza sta nel contesto, nell’aver inquadrato la narrazione all’interno di una realtà moderna dove gli ‘uomini semplici e assennati’ possono essere scrittori quanto critici d’arte, dove le donne sono più presenti (o almeno determinanti nelle conseguenze), dove gli ‘anonimi vizi’ hanno nomi precisi come ‘droga’ o ‘alcool’ e le case non sono più ‘brutte facciate’ bensì luoghi pregni di ricordi, alveari a cui aggrapparsi al bisogno.

Le immagini che sono state inserite dentro il racconto sono contaminazioni consapevoli, simbolismi precisi che però non vogliono essere niente di più di quello che (spero) coglierà l’occhio della mente di chi sfoglierà le pagine. Non sono una fotografa, né ho mai avuto la pretesa o l’aspirazione di diventarlo. Non uso strumenti professionali, scatto quando posso, per lo più di corsa, tra un transito e l’altro. E non cerco ‘La’ bellezza nelle inquadrature, non mi interessa la precisione nei bilanciamenti, nelle messe a fuoco e tutto il resto. È il dettaglio capace di catturare, che attira e lascia addosso qualcosa, è quello che cerco ogni volta e che spero si ritrovi nelle fotografie che accompagnano questo libro.

Tutto, in una storia, è soggettivo. Il ‘sentire’ una scena, l’avvicinarsi ai personaggi al punto da capirli, seguirli. La percezione delle vibrazioni in un’atmosfera, la forza di un dialogo. Ma anche il contrario. I disagi di una scrittura che non si comprende, le parole che sfuocano, scivolano. O la pesantezza, il retrogusto di una trama che sembra lontana, magari assurda e incompleta.
Non ci sono regole, mai.
Ecco perché, di solito, l’autore non ha certezze, né risposte.
Ma solo affettività verso una storia che dopo – quando smette urlare, sostituita da una bolla vuota – dopo non gli appartiene più. Esce da lui e se ne va.
Questo breve scritto, dunque, è il mio saluto affettuoso a ‘La questione di Jekyll e Hyde’ che spero ‘vivrà’ tra i polpastrelli e gli occhi di chi vorrà leggerla.

Barbara Gozzi, 05/09/2008

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La questione di Jekyll e Hyde di Barbara Gozzi

La questione di Jekyll e Hyde

di Barbara Gozzi
Historica – Il Foglio Letterario
Collana: narrativa contemporanea

Racconto lungo con immagini
Isbn: 978-88-903572-2-0
Pag.97 – Euro 7

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