C’è qualcosa di terribilmente inquietante in questa narrazione, unto, viscido direi.

La storia di un serial killer italiano dai contorni sfuocati, analizzato da qualcuno a lui molto vicino, che ne ha sbirciato (inconsapevolmente) le mosse, che lo ha ascoltato con occhi innocenti, privi di preconcetti o sospetti.

Cristiano Governa colpisce uno di quegli aspetti del nostro vivere in società che più si da per scontato, che in molte famiglie un passaggio di crescita per i figli: il catechismo o, nella fattispecie, proprio la figura del catechista.

Del resto è lo stesso Governa che spiega la logica di questa scelta in un passo fondamentale di una crudezza e realtà spiazzante:

“ Quando il ridicolo entra in scena, ogni omicidio fa davvero paura; non è l’ammazzare che spaventa, figurarsi, ne vediamo a bizzeffe di morti… […] ma quella follia ridicola, quel gesto di demenza squinternata, accoppiato all’infamia della morte, questo ci fa terrore. […] Jack lo Squartatore ci fa meno paura di Topolino con un coltello in mano.” (pag.38)

“Il male può essere fermato, ma se è il ‘bene’ ad uccidere, come si fa?” (pag.61)

Dunque tutta la trama ruota attorno al catechista, figura mitizzata, classificata tra i ‘buoni’ per eccellenza, inquadrata tra ‘quegli’ adulti che svolgono un compito ‘alto’, importante: educare alla fede. Eppure è l’approccio, la scelta narrativa su ‘come’ raccontare i fatti, gli svolgimenti, che proietta il lettore in un mondo in periodico capovolgimento.

Il narratore è uno dei personaggi, ma non si sa, non si deve capire, chi è veramente, questo narratore che non ricorda bene, a tratti frammenta la storia e non può fare altrimenti, essendo affetto da Alzheimer (per sua stessa ammissione). Poi la faccenda si complica. Il narratore riesce a seguire un debole filo logico grazie a un quaderno dove ha annotato i fatti prima di dimenticarli solo che, a un certo punto, appaiono pagine scritte da qualcun altro. Pagine che chiariscono incastri sfuggiti al narratore, già dimenticati. Eccolo dunque, l’espediente scelto da Governo: svelare subito chi è il serial killer. Che stravolge gli schemi a cui si è abituati. Ma allo stesso tempo arricchisce la narrazione di nuove domande, incertezze, paure. Perché, in fondo, non basta sapere chi. Non basta perché il suddetto serial killer rientra in quella categoria di persone che meno di tutti si immaginerebbero nel ruolo sanguinario. Perché si colpisce un aspetto delicato della vita sociale: la religione, l’educazione, la fede, la fiducia. Allora si finisce per cercare altro, per seguire i fili di una mente malata, confusa eppure abbastanza lucida da analizzare, riportare dialoghi, addentare le sottili allusioni, i giochi e le contraddizioni che la collettività, per molto – troppo – tempo non coglierà, intenta a lasciarsi ammaliare da un uomo carismatico quanto astuto, capace di conquistare con il fascino e la lingua sciolta.

È un mondo nel complesso arido, quello che descrive Governa, giornalista e quindi consapevole di una realtà italiana che qui non si nasconde. Ci sono molti riferimenti concreti alla nostra società moderna dove la tivvù e i reality sono membri tangibili di molti nuclei familiari, dove l’apparenza è ingrediente fondamentale, dove non ci si cura della verità ma di una sua versione più o meno deformata all’occorrenza.

Quindi, praticamente da subito il lettore sa chi è il colpevole, d’altronde il titolo stesso non lascia molti dubbi. Eppure si resta letteralmente disarmati di fronte alle descrizioni che scivolano tra i capitoli, che svelano il carattere, i modi, gli intenti. Si arriva al punto da chiedersi se esiste davvero una ‘fine’ a questa ragnatela di menzogne, illusioni, falsità celate, costruzioni a testa in giù.

“Quel tipo infatti sembrava possedere una dote inquietante, la capacità di prendere una cosa pacificamente identificabile come ‘buona e giusta’ e trasformarla, strumentalizzarla sotto i nostri occhi senza che però ricorressero gli estremi espliciti dell’offesa o della volgarità.”

Ecco dunque che inizia il processo di demolizione, distruzione, di quello che è un ruolo chiave per la comunità. Ecco dunque che il lettore inizia a interrogarsi anche sulla sua comunità. I dubbi si insinuano.

C’è poi, sul pian linguistico, una particolarità di questa narrazione che mi ha colpito molto: l’abilità nell’usare aggettivazione precisa e stridente in frasi ravvicinate. L’accostare, insomma, parole che richiamano concetti spesso opposti o comunque difficili da avvicinare. Che è poi un simbolismo evidente della storia, del catechista stesso come ruolo pubblico quanto essere umano contraddittorio quanto volutamente doppio.

“ Un visagista delle anime.

Quell’uomo era pornografico…” (pag.32)

“… marketing della fede…” (pag.55)

“ … i genitori erano molto turbati ma avevano anche una strana eccitazione…” (pag.95)

“ Sembrava distrattamente morta, ma da viva però.” (pag.27)

“ Lui aveva fascino… […] quella bizzarra tiratura a lucido o, peggio ancora, quella fanatica ossessione per gli altri che serve a succhiar loro una qualche forza… “ (pag.31)

Poi tante, tantissime contraddizioni che Governa inserisce nella narrazione senza troppo clamore ma che colpiscono così duro che non può non stringersi lo stomaco, leggendo. Si sente, tra le pagine, la volontà dell’autore di non ‘scontare’ nulla a una realtà che vive ogni giorno attraverso la professione, che conosce intimamente, e che qui tenta di ricostruire seppure con espedienti narrativi che però acquistano valenze diverse, svincolate dalla trama principale. Diventano spunti di riflessione.

“ Guardare i bambini è sempre una faccenda sconveniente, se li ammazzi ti perdonano, se pensano che vuoi violentarli te la fanno pagare. E’ il sesso che li terrorizza, non la morte.” (pag.85)

Infine la contraddizione che più mi ha fatto male, quella che io stessa in ‘tempi non sospetti’ prima di arrivare a questo libro, avevo scarnificato:

“ Prendi la cronaca nera di un quotidiano, una famiglia su cinque fra quelle che si credono ‘improvvisamente colpiti dal male’ ci vivevano già nel male e ci stavano da Re; ne parlano come di un sogno infranto, ne hanno nostalgia quasi.” (pag.178)

Mi sono avvicinata agli scritti di Governa per un suo racconto nell’antologia ‘Giovani Cosmetici’ edita da Sortorio. Quel racconto mi ha letteralmente fatto innamorare di questa penna sciolta ma tagliente, apparentemente tranquilla ma feroce, dura e pregna di riflessioni intense sulla realtà che ci circonda.

Ebbene, in questo romanzo c’è, si ritrova quella penna, seppure ci ho sentito anche una certa ‘prolissità’ nella parte centrale, che scatena in parte stanchezza nel lettore. Di certo è l’espediente narrativo a creare, a un certo punto, qualche rischio in più. Il fatto di sapere subito chi è il colpevole e di acquisire a ogni capitolo nuove informazioni su di lui, alla lunga si sente il bisogno di proseguire e il corpo centrale della narrazione invece rallenta, spiega, insiste, precisa. Ecco, lì forse si poteva valorizzare le doti di sintesi che invece ho trovato egregie nel racconto.

Mi resta addosso una storia nerissima (che non è, in realtà, un’annotazione di genere), una percezione vischiosa, di sporcizia latente. E una gran voglia di urlare che tutte queste ‘cecità’ che ci circondano, di cui ci circondiamo, andrebbero riconosciute e combattute.

E penso anche che le produzioni future dell’autore potrebbero stupire ancora, lasciare il segno.

Il catechista
di Cristiano Governa
Aliberti Editore
Isbn: 978-88-7424-221-4

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L’immagine di cui sopra (sempre scattata da me) è in un certo senso simbolica.
La compagnia degli ‘Angeli‘ (che quest’anno ha festeggiato i trent’anni della società) dove mi sono ‘infiltrata’ l’anno scorso aveva scelto di lanciare un messaggio fuori dagli schemi, diverso diciamo dalle classiche mascherate o comunque dall’allegria tipica di questo periodo. Un lato del carro rappresentava la platea seduta in piazza a Persiceto (quello fotografato) mentre l’altro, quando il carro ruotava, diventava la facciata anteriore della chiesa (in pratica il carro ruotando mostrava i due volti della piazza che normalmente si guardano senza ‘litigare’). Ruotando quindi, il carro riproduceva l’ambientazione in una sorta di ‘visione allo specchio’. Dentro ogni lato latitavano gli scheletri a ricordarci che, alla fine, non siamo altro che mucchietti di ossa destinati a ritornare polvere.
Una parte della loro esibizione mi ha colpito molto. A un certo punto mentre tutto il carro fibrillava per i movimenti e la coreografia, la voce fuori campo diceva queste esatte parole:

‘ […] la vita stessa se ne va in fretta, e l’anima che albergava in noi decide di accomodarsi altrove e salire. Salire. Salire in alto. In alto. Più su. Tornando, forse, da dove era venuta…’

E forse, in parte anche per questo messaggio, celato tra parole che gli spettatori hanno sentito in mezzo a una musica assordante e scheletri intenti a esibirsi; comunque. Forse proprio per questo frammento sono arrivata a scrivere il racconto che di seguito si conclude.

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Carro con angelo – ultima parte

6. Ore 17.19

I raggi luminosi iniziano a incurvarsi sotto lo scorrere del tempo. La piazza del Popolo è ancora un brulichio di gente curiosa e divertita, che affluisce dalle piccole vie incastrate come serpenti irrequieti. Lo spettacolo degli ‘Spilli’, il momento più atteso del carnevale persicetano si avvia alla conclusione. Manca una sola esibizione. L’aria trasuda eccitazione. Attesa. Curiosità.
Il carro degli ‘Angeli’ è un fermento di corpi. Vittorio ripassa i comandi a voce alta. Gli altri si preparano frettolosamente.
E’ora. Il carro si avvia verso il centro della piazza.
Rossella si lascia cullare dal movimento oscillatorio. Lei è nata con il carnevale. Le piace viverlo ‘da dentro’ insieme agli altri. Poco importa se non la vedono. Le basta assorbirne l’energia.
La musica rimbomba tra gli edifici storici. I brusii si affievoliscono. Lo spettacolo deve iniziare.
Nell’intercapedine interna i tre addetti tirano con garbo i fili che devono trascinare l’enorme telo argentato verso il basso per liberare i palloncini posizionati con cura nel centro della struttura. L’apertura è proprio il volo delle anime.
Rossella capisce subito che qualcosa non va. Sa che ogni fase dello spillo ha una durata massima limitata, per questo i palloncini dovrebbero uscire in fretta, eppure, con gli occhi rivolti verso l’alto, vede solo una fessura piccola, appena lo spazio per una testa.
Sta pensando di andare a vedere cosa combinano nell’intercapedine quando viene trascinata verso l’alto. E’paralizzata. Si sente spingere verso la fessura senza poterlo impedire. La vede sempre più vicina, l’uscita, e non si accorge che insieme a lei anche un palloncino viene trascinato lontano dagli altri.
Uscire è come un pugno nello stomaco. Dentro il carro la luce è filtrata dal tendone ma fuori l’intensità del sole la acceca.
E’confusa, Rossella. Ha perfino la nausea. E non si rende conto che si trova dentro al palloncino. L’unico che riesce a passare attraverso la piccola fessura. Quello con la sua faccia disegnata sopra.
Il pubblico osserva la scena senza fiatare. Dentro il carro gli scheletri si dimenano inutilmente.
Ma il telo non si sposta.
Solo un palloncino sta uscendo come se gli altri fossero trattenuti verso il basso.
Rossella riesce finalmente a riaprire gli occhi, ormai è in volo. La piazza si allontana sempre di più. Vede mamma e papà, fermi in un angolo della chiesa. Alcune lacrime ne rigano i volti.
Il palloncino continua il suo viaggio, unica anima che si fonde con il cielo. Verso una destinazione sconosciuta.
Quando i contorni del palloncino sono ormai sfuocati, fusi nell’azzurro celeste, il telone crolla svelando il carro pieno di scheletri esasperati.
La musica riparte come se l’esibizione iniziasse in quel momento. Gli altri palloncini, finalmente liberi, si afflosciano sulla folla, mossi da folate improvvise. Vittorio urla i comandi e lo spettacolo riprende.
Rispettando gli stacchi, gli scheletri si muovono a ritmo e il carro ruota.

In mezzo alle note, le parole registrate acquistano un sapore nuovo. Agrodolce. Per chi sa cos’è successo davvero. Per chi ha visto l’angelo.

‘ … la vita stessa se ne va in fretta, e l’anima che albergava in noi decide di accomodarsi altrove e salire. Salire. Salire in alto. In alto. Più su. Tornando, forse, da dove era venuta…’

FINE

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Immagine qui a destra scattata da me quest’anno, durante la sfilata in notturna. Il cielo era sfumato come in un acquerello, purtroppo la mia piccola fotocamera non è riuscita a rendergli giustizia.


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A conclusione del progetto ‘Carnevale tra le righe‘ alcuni degli autori ‘infiltrati’ tra le compagnie carnevalesche si sono ritrovati al teatro comune di Persiceto. Era il 14 Febbraio 2007. Ricordo le luci abbaglianti, fuori l’umidità della notte era devastante e io ero – naturalmente – terrorizzata.
Penso che nelle iniziative meno popolari si nascondono spesso cuori pulsanti perché proprio nelle piccole realtà di provincia si possono sviluppare progetti interessanti, che aprono mondi e fantasie inaspettate.
Basta tendersi in ascolto.
E chiudere i soliti schemi sociali in un cassetto, almeno per un pò.


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Questi appunti di un transito carnevalesco di provincia si concludono qui.
Lascio i riferimenti al volume che, alla fine, ha visto la luce da poco. L’ennesima raccolta di racconti, si potrebbe dire. Ennesima si eppure spero che, dopo questo breve viaggio, un pezzetto di quella magia vi sia rimasta tra le ciglia.

‘Carnevale tra le righe’
Autori Vari
a cura del comune di San Giovanni in Persiceto
finito di stampare nel mese di marzo 2008, distribuzione gratuita.
[‘Dal mirtillo al PVC’ di Letizia Trento, ‘Carro con angelo’ di Barbara Gozzi, ‘Loro ci mettono l’anima’ di Gianfranco Nerozzi, ‘Le apparenze’ di Alessandro Berselli, ‘Cannocchiale rovesciato’ di Matteo Marchesini, ‘Maistof’ di Maurizio Matrone, ‘Cinque minuti’ di Andrea Cotti, ‘Prima di domenica’ di Alfredo Colitto, ‘Sembra sia la pioggia’ di Stefano Severi, ‘Una faccia particolare’ di Silvia Torrealta e ‘Una storia fantastica’ di Franco Foschi.]
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Ringrazio:
Tutti i membri della Compagnia degli Angeli che mi hanno accolta l’anno scorso e sono rimasti in contatto con me anche dopo la pubblicazione del volume.
Il comune di San Giovanni in Persiceto.
Wolfango Horn, assessore alla cultura di Persiceto.
Andrea Cortesi ed Andrea Cotti per motivi diversi.
Tutti i membri del Circolo Fotografico ‘Il Palazzaccio’ per le fotografie scattate l’anno scorso.
Simona Zanicheli per le fotografie scattate quest’anno.

(Immagine scattata dai membri del circolo fotografico ‘Il Palazzaccio’ di Persiceto.)

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Apparso su Declinate al Femminile.

>> Prima parte.

>> Seconda parte.

Ogni carro viene realizzato da una compagnia diversa.
E ogni compagnia a San Giovanni in Persiceto ha una sua storia fatta di annate, prove, cambiamenti e impegno. Ogni compagnia è quindi una piccola ‘squadra’ che ogni anno si presenta allo Spillo per sfidare gli altri e, credetemi, la competizione c’è, ed è palpabile fino al momento dell’esibizione. Ogni anno si tentano nuove idee, ingranaggi innovativi, sequenze capaci di colpire lo spettatore nella speranza di scalare ‘la vetta della classifica’. E’ forse questo l’aspetto che più di tutto mostra il lato goliardico eppure serio del carnevale persicetano. Perché realizzare un carro è davvero una faccenda complessa e rigorosa, tanto quanto confrontarsi lungo le vie del paese e attendere la classifica. Il lunedì successivo lo Spillo, dopo cena, si riuniscono tutti per una sorta di ‘contro Spillo’, una serata all’insegna degli sfottò, quanto dei paragoni spesso spietati.


Non mi è quindi possibile spiegare ogni compagnia, non ne sarei in grado, essendo stata ospitata da una sola per appena un pomeriggio. Per rendere giustizia a tutti ho assemblato nella Slide sotto un’immagine per ogni compagnia, gli scatti si riferiscono sempre all’anno scorso e sono state realizzate dai membri del circolo fotografico ‘Il Palazzaccio’ di Persiceto. La scelta delle immagini è arbitraria eppure in ognuna mi sembra di sentirlo. L’eco delle mani che lavorano, le voci, i richiami e le prove.
L’immagine in alto a destra l’ho scattata io quest’anno durante la sfilata primaverile ‘in notturna’. Il centro del paese illuminato a festa.
La seconda, invece, è stata scattata da Simona Zanicheli quest’anno, e coglie esattamente la spettacolarità, l’intento di colpire con effetti, fantasia e novità.

Link alla slide.

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Carro con angelo – parte III

4. Ore 23.17

Stanotte c’è qualcosa nell’aria. Sento tante cose da quando sono morta.
Sono caduta sull’asfalto bollente. La mia bicicletta rosa si è piegata come una cannuccia. Ricordo l’odore della pelle grattugiata e una spinta molto forte sulla schiena, da qualche parte tra il collo e le gambe, insomma. Mi sono ritrovata con la faccia sul cemento ruvido e scuro. Poi non c’ero più. Stavo bene e riuscivo a muovermi senza usare le gambe. Ho visto la macchina correre lontano e la gente che scendeva in strada urlando. Poi i pianti e le sirene.
Stanotte però sono informicolata e non mi piace. Non mi piace essere agitata.
L’aria ha cambiato odore. Succederà qualcosa domani.
Ho fatto un giretto a casa ma sono andata via quasi subito. Mi
mancano. Mamma. E papino.
Così sono tornata dentro il carro, nel magazzino. Mi sono sdraiata su un gradino che simula l’impalcatura originale. Dove sono adesso. E’rilassante fissare il cielo. Oltre il telo e il tetto, li vedo. Puntini che brillano. Ognuno per conto suo. Luccicano senza chiedere niente. Io non ci riesco. Se non faccio domande esplodo! Da quando sono morta nessuno mi spiega.
Ho sonno.

5. Ore 16.40

Odio aspettare. Non ne posso più. Le formiche continuano a camminarmi addosso. Sono stanca.
Ci sono tanti bambini e hanno dei costumi bellissimi. Il mio preferito è Cat Woman ma non l’ho mai messo. La compagnia è tesa. Siamo stati estratti per ultimi. Che noia! Aspettiamo da ore assistendo alle esibizioni degli altri. E siamo sempre più nervosi. Ecco, sono arrivata sul nostro carro rigorosamente coperto. Gli scheletri si sono sparpagliati in attesa del nostro turno. Vittorio si aggira per il Corso con gli occhi invasati. Fa sempre così poco prima dell’esibizione, deve scaricare la tensione e concentrarsi. Ieri ha fatto rifare le prove cinque volte. E’ un po’ esagerato, Vittorio. Gli altri lo prendono poco sul serio ma senza la sua precisione molte esecuzioni sarebbero saltate.
Entro attraverso il telo argentato, mi siedo sulle gradinate. Sono proprio stanca oggi e non so perché.

Mamma e papà stanno arrivando. Si sono fatti un giro per salutare un po’ di amici. Chissà come mai mamma non sale sul carro come fa sempre. Si diverte a stare in mezzo agli altri. Mi piace quando ride. E’meno triste. E più bella.

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Immagine dentro il racconto scattata da me l’anno scorso durante l’attesa dello Spillo.

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Link alla slide.

[ Fotografie nella slide poco sopra scattate nel corso del Carnevale primaverile 2008 a S.Giov.in Persiceto da Simona Zanicheli.]

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Apparso su Declinate al femminile.

>> Prima parte QUI.

Annotazioni sulle fasi prelimari dall’ ‘Officina‘: La preparazione di un carro carnevalesco richiede svariate abilità e mestieri. Non si tratta solo di scegliere un tema e incastrare pannelli da dipingere. Anzi. Di solito all’origine c’è un progetto vero e proprio, specie se è prevista una struttura con movimento meccanico o manuale. E’ necessario valutare ogni aspetto, scegliere i materiali, adattare l’illuminazione, l’impianto sonoro…
Confesso che non immaginato una tale attività febbrile che impiega, assorbe e richiede manualità quanto competenze elettriche, elettroniche, meccaniche, di materiali oltre che di pittura, arrangiamento e creatività a trecentosessanta gradi.

Per rendere meglio l’idea di quanto ci sia ‘da fare’ nelle fasi che precedono la sfilata vera e propria, propongo di seguito una slide che unisce alcune immagini pubblicate sul volume ‘Carnevale tra le righe’ o comunque scattate quel sabato durante l’incursione di noi scriventi nei vari cantieri delle società carnevalesche. Dalle immagini si vedono distintamente i mestieri e le abilità.
Di seguito alla slide la seconda parte del mio racconto.

Link alla slide.

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Carro con angelo – parte II

2. Dicembre

Se hai tempo ti faccio vedere. Solo se hai tempo però.
Stanno lavorando al carro, vedi? Sembrano degli invasati, lo so. E’ normale.
Là in fondo c’è Federico, lavora il ferro. Quelli sotto di noi, invece, sono i carpentieri. Aspetta, non ho finito! Il signore col berretto rosso è Renzo. Fa magie col legno. Ma mi stai ascoltando? Quelle che ridacchiano sulla soglia sono Rosetta, la Pia e Margherita. Preparano da mangiare e cuciono i costumi. Li fanno sempre allegri e colorati. Mi piace quando sono tutti allegri. Quando sono morta hanno smesso. Di ridere intendo. Eppure eccomi qui.
Vedi che litigano? Fa parte del lavoro. L’importante è finire in tempo. Alla compagnia non piace ritardare, per niente. Anche se gli imprevisti ci sono sempre, che carnevale sarebbe senza?
Alcuni ‘Spilli’ li ho dimenticati, quando ero molto piccola e venivo qui in cantiere con mamma e papà. Certi dettagli no. Li ricordo alla perfezione. L’odore della legna che brucia. Le decorazioni viscide. La musica forte durante le prove. Adesso ho dieci anni e ricordo tutto quello che vedo. Aspetta un attimo! Avevo dieci anni quando sono morta. Però non lo festeggio, il compleanno. Per cui ho sempre dieci anni. Giusto?
Cosa stavo dicendo? Vedi quel tipetto con l’aria svogliata seduto sulla cassa di legno? Per tre anni si è travestito con tanto di trucco e parrucca. Giuro! E ha sfilato insieme agli altri, è ovvio. Non fare quella faccia, è vero, ti dico! Non racconto bugie, io.

3. Sabato 10 Febbraio ore 17.48

«Tua cugina è arrivata?» La donna minuta con lo strofinaccio in mano finge noncuranza mentre parla.
«Si, è di là. Ormeggia coi palloncini.» Roberto smanetta con il vecchio stereo, sta lavorando alle ultime prove sulla musica dello Spillo.
«Capisco. Forse era meglio chiederlo a qualcun altro.» Un gruppo di ragazzi passa tra loro e il carro incelofanato. Ridacchiano mentre salutano.
« Perché dici?»
«Non so, mi sembra un po’ giù quest’anno.»
Roberto alza gli occhi.
«Può essere. So che non sale sul carro. Sarebbe la prima volta. Beh, a parte dopo la morte di Rossella.»
«Pensavo che il tempo avrebbe aiutato di più.» La Pia si infila lo strofinaccio nell’enorme tasca del grembiule.
Roberto annuisce e riprende l’ascolto con le cuffie. Certe ferite sono più profonde di altre, o almeno lui la vede così. Basta lasciarle cicatrizzare. Spera.
La donna si allontana, circumnaviga il carro dormiente e sbircia il retro. La vede seduta per terra, tra i palloncini appena gonfiati. Le sorride con calore. Elena contraccambia. Pallida. Lontana. Poi si concentra sul palloncino che stringe. Il primo schizzo sarà un volto vero. Il più difficile da realizzare.
Chiude gli occhi, Elena, e si lascia avvolgere dall’odore dell’erba bagnata. L’aria frizzante e il sole caldo. Rossella corre nel campetto dietro la parrocchia. Ride. E apre le braccia come a voler acchiappare l’aria. D’improvviso si volta. I raggi del sole le illuminano il viso.
Fermo immagine.

Torna alla realtà, Elena e inizia tratteggiare i lineamenti della figlia con movimenti rapidi. Decisi. Terminato lo schizzo osserva il palloncino. Può andare. Quel palloncino è.

Continua…

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Link alla slide.

[ Fotografie nella slide poco sopra scattate nel corso del Carnevale primaverile 2008 a S.Giov.in Persiceto da Simona Zanicheli.]

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La prima immagine in alto l’ho scattata io l’anno scorso.
Le immagini della prima slide nonché quella dentro lo stralcio narrativo, invece, sono state scattate dai membri del circolo fotografico ‘Il Palazzaccio’ di S.Giov.Persiceto (A.Bencivenni, L.Fontana, I.Serra, R.Moscardini, R.Pizzetti, A.Risi, R.Risi, G.Tomba, I.Volpi) che ringrazio.
L’immagine dentro il racconto si riferisce alla prova generale dello Spillo quel sabato precedente l’esibizione. La compagnia dove mi sono ‘infiltrata’ si era radunata davanti al carro incelofanato con la musica in sottofondo per provare gesti e tempi dello Spillo.

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Apparso su Declinate al femminile

Annotazioni sulle fasi preparatorie dall’ ‘Officina’:
Nel paese dove vivo, San Giovanni in Persiceto in provincia di Bologna, il carnevale è un periodo magico. E allo stesso tempo seriamente vissuto da persone che lavorano duramente mesi e mesi prima per preparare carri, maschere e sviluppare tematiche. E’ davvero un lavoro duro che ho toccato con mano l’anno scorso, invitata insieme ad altri a seguire le fasi finali della preparazione. L’idea – che mi è piaciuta subito – era passare un sabato pomeriggio (e per alcuni anche la notte) insieme a una compagnia della zona. E naturalmente il giorno dopo lungo le vie del paese per assistere allo spettacolo vero e proprio. Da questa esperienza sono nati dei racconti che il comune di Persiceto ha poi riunito in una raccolta che cela un sentire, approcci, angolazioni diverse. Per la prima volta io (ma è chiaro che vale anche per tutti gli altri) ho vissuto una storia partendo dai luoghi e le persone che ho conosciuto, ho stretto mani, visto sorrisi e inspirato odori (di pennelli sporchi, vernice, legno e metallo, prosciutto fresco). Io c’ero, immersa in questo clima inusuale, forse surreale eppure eccitante a modo suo. Che unisce.
Il carnevale non è solo maschere e costumi, stelle filanti o ragazzini che si rincorrono spruzzandosi schiuma.
Il carnevale è anche competizione (e qui a Persiceto davvero non si scherza) e voglia di giocare, ma giocare sotto ogni punto di vista. Con l’identità, lo spirito di squadra, le abilità manuali e i travestimenti.
E’ un calderone di colori, musica, storie estremizzate – eccessive nella loro rappresentazione finale – eppure vere, pulsanti, allegria ‘leggera’ che non si fa domande e tanta, ma proprio tanta forza.
Lascio qui, in questo taccuino virtuale, il mio racconto diviso in parti. Ma proverò anche ad aggiungere dettagli su questo sentire. Nelle prossime parti il Moleskine si arricchirà di impressioni, ricordi, immagini e sensazioni.
La foto in alto l’ho scattata nel febbraio 2007, la domenica, in attesa dell’esecuzione dello ‘Spillo’. Il carro che ho immortalato era quello a cui ero ‘stato assegnata’ realizzato dalla compagnia degli ‘Angeli’ di Sant’Agata Bolognese (il carro non si distingue bene perché è rimasto ‘incelofanato’ come un salamino fino all’ultimo momento, però attorno si vedono alcuni ‘scheletri’ nervosi).
Lo Spillo è di fatto un’esibizione in tutto e per tutto. Ogni carro ha un tempo limitato per fermarsi in piazza a Persiceto e, con una musica di sottofondo scelta appositamente, esibirsi in un mix tra coreografie, parole, danze ed esecuzioni dal carro stesso (che spesso è strutturato in modo che alcune sue parti si muovano). Ogni compagnia partecipante viene infine giudicata per poter decretare il vincitore. (Se siete curiosi dal sito del comune è ancora possibile visionare la classifica 2008, qui)
Lo Spillo è l’essenza del carnevale persicetano.
E’ uno svelare l’intento, l’idea che ha portato alla realizzazione del carro stesso. Attraverso lo Spillo viene spiegato il significato delle maschere, il tema scelto e il messaggio che si spera di lasciare al pubblico.


Foto di Simona Zanicheli – Spilli 2008

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Carro con angelo – parte I

1. Ottobre

Il tavolino di legno è di quelli traballanti, il ripiano è un minestrone di colori incrostati con qualche scalfittura qua e là. Straripa di fogli enormi sdraiati sulla superficie. Bozze per il prossimo carro carnevalesco.
La porticina laterale si spalanca all’improvviso e alcuni angoli dei fogli si alzano senza garbo. Vittorio Vetro si guarda in giro con fare circospetto. «Aloura, as pol savèir sa vlì fèr? » (Allora, si può sapere cos’avete deciso?)
La scena si ripete ogni anno. Perfino la battuta è la stessa.
« Du a si andè a finir, carògna ed sgrazié? » (Dove vi siete rintanati, razza di disgraziati?)
Un’altra porta, più pesante, cigola dalla parte opposta del capannone. La testa di un ragazzo fa capolino. Sorride.
« Stiamo preparando per stasera, capo. Decidete voi. Poi a cena ci spiegate con calma. »
Sparisce senza aggiungere altro, con quella faccia rossa per le risate che risuonano nella cucina adiacente.
Brontola, Vittorio, a denti stretti. Nessuno vuole decidere, mai. Dopo è un delirio di ‘facciamo’,’spostiamo’ e viadicendo. Sempre dopo, però.
Si ferma davanti alle bozze con lo sguardo assorto. Le sopracciglia folte, del colore della neve, delineano strane geometrie sul viso rugoso.
« Bon, ades agh pèns me. Acsè a la finen una volta par tot … » (Va bene, adesso ci penso io. Così la finiamo una buona volta).
Si volta dando la schiena al tavolo, le gambe vecchie del mobile cigolano implorando pietà sotto il peso del corpo appoggiato.
Immagina, Vittorio, i carri lungo il Corso. Se strizza gli occhi e si concentra quasi ci riesce. A vederli. Quest’anno sono arrivate due proposte. Mai successo. Eppure.
Due progetti. Una scelta.
Si concentra, Vittorio, e immagina i colori, la piattaforma che si alza e l’altra che ruota su se stessa. Le vede.
Finché qualcosa si muove. Una folata d’aria. Tiepida. Fulminea.
« As pol saveir chi ròmp i quaiòn propri ades? » (Si può sapere chi mi rompe i coglioni proprio adesso?)
Riapre gli occhi di soprassalto, si volta verso la porticina da cui è venuto ma non c’è nessuno. Tutto tace.
« Zuvnaz! »(Delinquentelli!).
Quando butta gli occhi sul tavolo uno dei progetti è scomparso. Vittorio fa un passo avanti e pesta qualcosa. Carta. L’altro progetto, probabilmente finito a terra con la folata d’aria di poco prima.
« Bon. Al va bein quas que. » ( Ecco fatto. Va bene questo.)
Lo arrotola con cura e si avvia in cucina. L’altro foglio rimane per terra a incurvarsi sotto l’umidità che penetra dal pavimento.

Quest’anno ho aiutato Vittorio nella scelta.

Nessuno può sentirlo, il pensiero silenzioso che fluttua nella stanza.
Gli unici rumori distinguibili provengono dalla cucina, dove le mani sapienti della massaie stanno preparando una succulenta cena per tutta la compagnia. Una delle tante.

[continua…]

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La foto dentro il racconto è uno scatto rubato quel Sabato pomeriggio quando sono stata mandata presso la società carnevalesca degli Angeli. Quello che vedete è l’interno del capannone della compagnia, nello sfondo c’è sempre il carro ‘incelofanato’, pronto per l’esibizione dello Spillo, ‘celato a occhi indiscreti’.
Immagine scattata dai membri del circolo fotografico ‘Il Palazzaccio’ di Persiceto.

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Direttamente dal carnevale primaverile da poco concluso, lascio qui una slide che assembla una prima parte delle fotografie scattate da Simona Zanicheli che ringrazio. Quelli che potete vedere sono i carri che hanno sfilato quest’anno. E penso che da queste immagini si assorba molto. L’atmosfera magica, lo spirito goliardico e la voglia di divertirsi, travestirsi e colorare tutto. Se volete assaporarle singolarmente, potete cliccare sull’immagine, si aprirà una finestra da dove è possibile visualizzare ogni immagine in formato più grande. Meritano davvero.

Qui il link alla slide.

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Apparso su Declinato al Femminile