Ellis usciva dal bar mentre il rintocco della vecchia campana annunciava che mancavano trenta minuti a mezzanotte. La tipa aveva lasciato il tavolino da un pezzo abbandonando la fotografia plastificata in un angolo  accanto alla tazza con un goccio di tè freddo sul fondo. Lui era rimasto a osservarla, la tazza, finché si era reso conto che il tempo passava.
Passava inesorabile come sempre quando era in ritardo e non aveva uno straccio di idea. Gliene bastava una, di idea, un minimo convincente ma non c’era niente da fare. L’articolo non accennava a voler nascere. Vagava da qualche parte tra i suoi ricordi di bambino povero e la neve di dicembre. O quella volta che.
Non importava, non in quel momento almeno. Non c’era tempo per le stronzate da diari di famiglia strappalacrime.
La Coscienza, cinica e brusca come sempre, è arrivata a tradimento per riportarlo alla realtà ma era un’impresa impossibile perfino per una come lei. Una che se ne fotte di tutti.
Sei proprio un caso perso mio caro Ellis, neanche la storiella della  tipa mollata dal cavaliere codardo che le porta un regalo di pace ti ha dato una folgorazione? Dai Ellis, c’è tutto. La pianti di fare il poeta? Non sei manco uno scrittore. Sei uno che si crede un giornalista ma non conclude niente di buono. Dai su, mettici dentro l’intreccio dei sentimenti rubati poi magari concludi con le ‘meravigliose’ considerazioni filosofiche sul Natale, regno del consumismo, ma anche capro espiatorio delle colpe degli uomini moderni. Mi ascolti? E’notte fonda e sei maledettamente  in ritardo per fare un pezzo coi fiocchi quindi.

Quindi caro Ellis, muovi le chiappe e spara l’unica cartuccia che hai!

In effetti non le si poteva dare tutti i torti. Per niente.
Si è fermato all’improvviso, Ellis. Le strade erano buie e silenziose. Da una vetrina illuminata a festa un gruppo di bambole a grandezza reale gli sorridevano. In quel modo finto e plastico che gli procurava i brividi perfino da bambino, quando ringraziava per non doverci giocare con quei mostri in gonnella. Avevano la bocca aperta in una specie di risata sostenuta da denti candidi e opachi, una smorfia che non aveva niente di umano tanto meno di allegro.
E’stato così che si è deciso.

Le soluzioni facili non gli erano mai piaciute. Un articolo era pur sempre un articolo. Lungo o corto. Impegnato o allegro. Era un lavoro. Quello che si era faticosamente impegnato a raggiungere. Consegnare  due puttanate era il meno, il redattore non se ne sarebbe accorto comunque, non per un tappabuchi sul Natale. Ma lo saprebbe lui. E di robe scritte per convenienza del portafoglio ne aveva abbastanza.
Liberatosi dai brividi provocati dalle facce sardoniche delle bambole si è incamminato a passo svelto. Il vento era decisamente ghiacciato, sferrava pugni a tradimento sul  naso e sulle guance arrossate. La sciarpa di lana non serviva granché. Non a Praga. Non in un dicembre pieno di neve.

… … …

IL NATALE è MAI NATO?
Siamo davvero sicuri che sia venuto alla luce, questo benedetto Natale? Che qualcuno abbia assistito alla nascita e lo possa testimoniare?
Le illusioni non servono, non dopo secoli di domande, risposte false, mezze verità e ricerche. Per nascere deve prima essere stato qualcosa.
Dunque.
Il Natale cos’è? Talune religioni hanno specifiche teorie in proposito ma tutti gli altri?
Tu. Si, proprio tu. Credi? Non credi? Professi? Tramandi? Rispetti?
Come ti pare.
In fondo, se ci guardiamo negli occhi senza mentire sappiamo entrambi che non importa a nessuno. Basta sapere. Che il venticinque dicembre è Natale. E’festa. Niente studio né lavoro. Si incontrano i parenti e gli amici. Ci si scambia regali rigorosamente enormi, luccicanti e impacchettati da mani sapienti (perché se non te n’eri accorto anche saper fare bei pacchetti è un’arte. La teatralità dell’oggetto è fondamentale).
Il ventunesimo secolo è appena iniziato. Robot. Computer. Microchip. Tecnologie che si autoalimentano. Telecamere ovunque. In tutto questo c’è davvero posto per il Natale? La nascita di Cristo? Di un bambino all’apparenza come tanti ma destinato a grandi cose. A salvarci dicono.
Salvarci.
Basterebbe che oggi, ma solo oggi, riuscissimo a salvare noi stessi dai demoni che ci si sono ancorati addosso, invisibili parassiti succhiasangue.
L’egoismo. L’odio. Il consumismo. La fame di potere. La sete di vendetta. I rancori. Le ossessioni. La rabbia feroce. La cattiveria marcia. E.
E il resto che sai.
I sentimenti ‘nobili’, grandi direbbe qualcuno, forse sono rimasti in una capanna isolata, tra il freddo e i vagiti di un neonato sporco. Con due bestie che lo vegliavano. E l’indifferenza delle stelle.

 pubblicato il 26 Dicembre 2.006

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