Già pubblicate nelle scorse settimane:
Parte I: conoscenza dell’autore, chiarimenti sul personaggio.
Parte II: approfondimento sul libro.


Parte 3
: ’ragionamenti collaterali’.

Sposterei ora l’attenzione su una ’questione collaterale’ al libro, ma a esso legata da un sottile filo. ’Il mio nome è legione’ è uscito il 13 maggio 2009. Due mesi fa circa. In mezzo, anzi a ridosso dell’uscita c’è stata la presentazione, la prima, anteprima la si può chiamare, alla Fiera del Libro di Torino, assieme all’autore c’erano Giulio Mozzi
(che lo ha appunto presentato) e Giorgio Vasta (arrivato più tardi). Un passo indietro, il 19 settembre 2007, Giuseppe Genna scrisse sul suo blog: Pubblicate il mio nome è Legione di Demetrio Paolin.

Ad oggi, fine giugno 2009 (periodo di conclusione di questo pezzo, attualmente a metà luglio non sono a conoscenza di variazioni in proposito – n.d.r.), le letture più autorevoli, recensioni direbbe qualcuno, o comunque scritture importanti su questo libro sono proprio di:

Genna, segnalazione dell’uscita su Carmilla, poi la sua recensione.

Vasta, su Vibrisse.

Mozzi, su Vibrisse è stato pubblicato una sorta di ’conto alla rovescia’, i post dal 5 al 13 Maggio che propongono anche i disegni che Nadia Zorzin ha realizzato proprio per il romanzo di Paolin. Ma, più rilevante ancora, questo post dal titolo emblematico – La differenza – sempre su Vibrisse (consiglio la lettura di tutti i commenti fino alla fine).

Ogni testo è stato divulgato on line.
Eccezione
(che io sappia), voce fuori dal coro per ora Anna Mallamo, su La Gazzetta del Sud ( è possibile seguire la rassegna stampa cartacea dal sito di Transeuropa).

Ricapitolando. Mozzi. Genna. Vasta. Hanno tutti scritto (o detto) del libro di Paolin. Si sono ’esposti’ esprimento pareri sul testo, ognuno col proprio senso e modo. Eppure si tratta di tre nomi di rilievo dell’attuale panorama letterario in Italia. Autori a loro volta, anche operatori culturali ed editoriali. E ci sono, inutile girarci attorno, legami tra di loro, di produzioni letterarie, conoscenze, attività, approcci. Tra l’altro Mozzi viene citato esplicitamente nei ringraziamenti (“mi è stato vicino nella stesura e perché è un amico”) così come Genna (e molti altri, ben inteso).

Allora – forse – si può tentare di chiarire (risottolineo ’tentare’). Perché ci sono due concetti, che cozzano, mi pare.

Da una parte, l’idea, nell’immaginario collettivo quanto meno, che un libro o un autore, se vale, se merita, se ’è bravo’ prima o poi otterrà i consensi che gli spettano (per cui, forse, è ancora presto per questo romanzo e per il suo autore, chissà).

E dall’altra, il peso del tanto temuto e altrettanto praticato ’clientelismo’ (non solo nell’editoria intendo, praticato e temuto per mantenere l’immagine ‘bene’ di sé) ma anche quella sorta di tacito accordo da ‘siamo amici dai, faccio qualcosa per te, poi tu farai lo stesso’.

Ovviamente la questione è più complicata, l’apparenza è abile menzognera.

Per leggere un libro bisogna poterlo acquistare, prima ancora sapere che esiste. Dunque reperibilità e conoscibilità.

Ma per chi scrive di libri, per chi lo fa di mestiere o in quanto operatore culturale (in ogni sua forma ed eccezione), tutte queste dinamiche si flettono, dovrebbero tendersi diventando meno prepotenti (dovrebbero), rendendo più facile la ‘circolazione’ dei libri.

Dunque.
Mozzi, Genna, Vasta si sono pubblicamente espressi su ‘Il mio nome e Legione’, ma quali sono i reali legami, le conoscenze, le esperienze e i sensi con Demetrio Paolin?

Preciso, a scanso di equivoci, che non sto affatto mettendo in discussione l’integrità di quello che hanno scritto/detto, la volontarietà svincolata da ogni altro fine. Mi piacerebbe, però, quanto meno ’abbassare il volume’ di un certo brusio di fondo, fastidioso, che pare quasi coprire il resto, il libro per quello che è ad esempio, in un ’mondo’ (quello editoriale) dove la maggior parte delle ’equazioni e dinamiche economiche’ si storpiano, limano e virano trainate dai ’più forti’ (o furbi, dipende dall’angolazione o fortunati, altrettanto, o altro evidentemente).

Chiedo, infine, a Demetrio Paolin di chiarire il suo punto di vista:

Io credo d’essere una persona onesta e di avere intorno a me amici, pochi, ma onesti altrettanto. Io quando Mozzi, Vasta o Genna dicono determinate cose sul mio libro le leggo in questo modo: hanno letto e gli è piaciuto. Il fatto che con alcuni di loro io sia molto amico penso che non disturbi la loro capacità di discernimento e di giudizio.
Se non fossero stati convinti della bontà del mio romanzo non avrebbero scritto quello che hanno scritto e non avrebbero messo in campo le azioni di generosità che hanno attuato. Parlo di generosità perché, seguendo il tuo ragionamento, che cosa potrei dare io in cambio a loro tre, di quale valore aggiunto potrei essere latore?
Il loro spendersi per me è legato a qualcos’altro, che vada oltre l’amicizia e la frequentazione; e che riguarda una certa idea di letteratura. Con modi, stili e atteggiamenti diversi, il mio libro è fratello/sodale delle scritture di Vasta, Mozzi e Genna. Non scimmiotta nessuno dei loro lavori, ma dialoga, si confronta, s’arrabbia, smentisce e conferma le cose che loro in questi anni sono andati scrivendo.
Ci siamo trovati tutti e quattro in momenti diversi a parlare di temi medesimi, a rovistare negli stessi immaginari ed è normale che ci siamo parlati.
E’ normale che questa consonanza abbia portato loro a parlare per primi del libro, perché vedono ne Il mio nome è Legione qualcosa di simile a quello che hanno fatto in questi anni. C’è una idea di letteratura dietro, una idea di cosa si chieda alla scrittura e ai romanzi e che va oltre le belle trame, le immagini perfette, il compito preciso. E’ il tentativo, credo, di dire qualcosa che abbia a che fare con il bello ma anche con il vero: una tensione etica forte comune agli scritti di Mozzi, di Vasta e di Genna.
Giorgio nella sua recensione al mio libro parla di “ricapitolazione”, che mi pare un termine che spieghi perfettamente l’atteggiamento, che sto cercando di descrivere: è il tentativo non di dire tutto (questa è l’ossessione catalogativa di certi romanzi post moderni e non solo), ma di scrivere e salvare nella scrittura quelle che saranno le cose ultime. E’ una tendenza, o tensione se vuoi, apocalittica: parliamo e scriviamo come se fossimo alla fine di ogni tempo.
Mi pare in questo senso azzeccata la scelta di Genna che studia e mette sullo stesso piano tre libri – il mio, quello di Falco e quello di Vasta – che sembrano essere differenti rispetto ai protocolli narrativi del NIE (il discorso qui ci porterebbe lontano, quindi prendiamo per buona e finita questa mia affermazione). Tutti e tre i libri in questione hanno una tensione che non ha nulla di epico, al modo in cui l’intende Wu Ming nel suo saggio, ma hanno una tensione a ricapitolare, a fare i conti come se il tempo finisse. Scriviamo mentre cielo e la terra si sfanno sotto i nostri occhi.
Quindi per tornare alle tue riflessioni, io credo che esistano delle comunanze, esistano idee diverse di letteratura che si incontrano, scontrano e confrontano: queste idee producono vicinanze che è bene ed è giusto registrare.
C’è poi un discorso, che Mozzi fa nel suo breve articolo La differenza che riguarda il potere. Posto che esistono differenze di distribuzione, è ovvio che Transeuropa non è l’Einaudi, ci sono altre motivazioni che sanciscono il silenzio o qualcosa di simile verso un libro. E’ questo un argomento delicato che riguarda il tema dell’industria culturale. Io non ho un’idea precisa del perché del mio libro i giornali, contrariamente al web, ne parlino poco. Forse è un testo che richiede uno spazio di approfondimento che un giornale non può permettersi (quale giornale avrebbe ad esempio pubblicato un pezzo come questo?). Il mio nome è Legione è un libro che non suscita nessuna simpatia, che non si fa leggere, che non ammicca e che non concede la battuta brillante al giornalista di turno.
Negli scorsi anni, registrando un modifica nelle pagine culturali dei quotidiani, Tiziano Scarpa aveva parlato di critici letterari dei giornali come dei dee jay del libro coniando il termine book jay: io credo che Legione sia un testo un po’ recalcitrante rispetto a questa modalità di presentazione e recensione dei libri. E sta forse in questo il mistero, poi neppure tanto misterioso, del silenzio intorno a Legione e a libri simili a questo.

Ringrazio Demetrio Paolin per il confronto, e la disponibilità.

Altre letture recenti, condivisioni, analisi dalla rete del romanzo di Paolin: Saverino Simonelli, Stefania Ricchiuto.

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

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London Jack – Martin Eden

24 dicembre 2009

‘Martin Eden’ è stato scritto tra l’estate del 1907 e i primi mesi dell’anno successivo, finendo pubblicato nel 1909. Martin Eden è il protagonista di un romanzo di quattrocentocinquantatre pagine di narrazione ‘viva’, pulsante, entro un ritmo che evidentemente a distanza di cent’anni dalla sua nascita, oggi ha un sapore diverso, rallentante, affaticato. La percezione stessa del tempo, probabilmente, è diversa per noi oggi piuttosto che per London. Il romanzo è stato ripubblicato a cura di Davide Sapienza con la traduzione di Cecilia Scerbanenco, per la collana ‘Oscar Classici Moderni’ Mondadori, 2009 ma c’è anche un’altra ripubblicazione, sempre nel 2009 per Einaudi.

La storia, l’incedere di questo protagonista che tenta una salita all’apparenza impossibile, irraggiungibile, follia pura finché un passo alla volta, cadendo e rialzandosi in continuazione, ci riesce – almeno in parte – a proseguire questa salita che non è solo sociale ma anche intellettuale, creativa, istintiva, umana fino a un picco preciso, oltre il quale tutto – dietro, davanti, accanto – pare sfaldarsi davanti ai suoi stessi occhi senza che si possa (lui, Martin Eden, possa) fare alcunché. Perché il prezzo da pagare, alla fine, si mostra per ciò che era anche all’inizio, con qualche segnale debole ma pressante, eppure gli occhi non volevano (forse non potevano) vedere. Che è esattamente quello che si continua a fare, oggi, in letteratura ma anche in molti altri campi e mestieri.

Martin Eden vive nella miseria, circondato dalla miseria, tra miserabili senza sogni, speranze o guizzi vitali. Solo che lui ha qualcosa, dentro, che tenta in ogni modo di uscire con la prepotenza della forza e che si aggrappa al primo appiglio possibile, nella fattispecie una donna (decisamente diversa da quelle che era abituato a incontrare, borghese ed eterea, colta e quasi trasparente tant’è delicata e preziosa, agli occhi del Martin Eden ancora lontano dal raggiungere la meta). Martin Eden è etichettato – lo si avverte dai primi capitoli per bocca di diversi personaggi ma anche dall’incedere stesso del narrare – come ‘irrecuperabile’, un perditempo che se ne va in mare per guadagnare quel tanto che gli basta a campare sulla terra, senza far nulla, fino alla volta successiva, in attesa del prossimo viaggio. E’ rozzo, non conosce ‘buone maniere’ tanto meno è in grado di ‘stare in società’ (secondo le regole di inizio novecento almeno), beve e non si preoccupa per il futuro, finché. Una donna, come accennavo, irrompe e ne stravolge le percezioni, il senso del ‘vivere’. Anche se, in realtà, è piuttosto l’avvicinamento lento, tenace, costante, totalizzante, verso la cultura, le letture in prosa e poesia, lo studio di quelle discipline che aveva trascurato per la vita in mare; è tutto questo che lentamente lo elevano. Fino a diventare ‘scrittore riconosciuto’, cercato, decantato e ricoperto di soldi. L’esatto opposto dell’uomo presentato al lettore nelle prime pagine, e comunque lontano dalle realistiche aspettative per un miserabile qualunque con la passione per la scrittura, le storie e una dedizione rara verso l’apprendimento.

Di Martin Eden in realtà ce ne sono molti anche oggi. Quando le passioni, la voglia di fare, di sentire qualcosa, protendersi verso un qualcosa all’inizio senza nome, né volto o vestito. Talento, urgenza, creatività, capacità innate: dopo, mentre l’impasto prende forma i nomi scivolano, sbucano. Ce ne sono molti, insomma, ed è incredibile notare come la storia scritta da London un secolo fa è così attuale, piena di un realismo crudele. Perché è crudele ammettere che un secolo non è stato sufficiente a mutare dinamiche che infettano, risucchiano, decontestualizzano, mutano la scrittura. E Martin Eden lo racconta alla perfezione. Anzi meglio: Jack London usa Martin Eden per lanciare sassi pesanti, che peraltro ancora fanno un gran male.

In questo romanzo non si narrano semplicemente le vicende di un poveraccio poi diventato ricco e affermato fino alla capitolazione in solitudine e fallimento. In questo romanzo si affondano le mani tra fatiche, sogni, sudore, ferite profonde; si striscia verso un’ipotetica luce che, una volta raggiunta, è altro da ciò che per quasi tutto il romanzo si aspetta. Quella luce non è luce, splende ma non illumina, acceca senza scaldare. Perché è Martin Eden che l’ha vista e desiderata. Scrivere per bisogno, necessità che è carne e sangue, visioni e storie in perenne galleggiamento. Ma questo scrivere lentamente, molto lentamente, diventa anche altro, deve diventarlo perché Martin Eden non si ferma, insiste, studia, scrive sempre, ancora e ancora. Dunque scrivere lo muta, trasforma l’atto creativo svelando code e artigli. Ecco che scrivere diventa anche guadagnare (attraverso la scrittura). Poi essere accettato in società, entro quella società borghese, ricca, ‘perbene’. Finché ciò che Martin Eden era si spegne, ogni pagina nuova lo soffoca. Non soltanto per la perdita dell’ideale di amore e condivisione, per la purezza dello scrivere in sé, il bisogno di sentire e vedere parole e storie, la febbre della follia quando nuove trame si incastrano nella sua testa: non soltanto per tutto questo. Ma perché quella luce, la meta fissata ogni giorno, desiderata con corpo e mente urlanti, doloranti, affannati; quella luce non era. O meglio. Non era solo. Luce. C’era dell’altro, attorno, che muta Martin Eden lasciandolo svuotato, solo.

London sceglie di uccidere il suo protagonista, virando rispetto alle esperienze vissute direttamente sulla pelle, perché come lo stesso London scrive in una lettera al ‘San Francisco Bulletin’ nel 1910: “ho fede nell’uomo, fede che Martin Eden non ha mai conquistato”. C’è dunque una chiave, sotto, diversi metri sotto, la storia. C’è un fallimento annunciato. Un talento consumato fino a non lasciare che polvere. C’è la convinzione (poi disillusa) che esistono sentimenti ‘assoluti’ come l’amore o l’amicizia per poche, rare ma preziose persone. C’è l’immagine di una realtà immutabile quanto meno negli obbiettivi, nei desideri più nascosti dunque anelati con la disperazione dell’urgenza (ma che poi, una volta raggiunti, si scoprono diversi, altro appunto). C’è che Martin Eden scopre il fuoco della scrittura, lo coltiva come un’ossessione, fa di tutto per ‘adeguarsi’ alla società, per poter vivere di questo nuovo fuoco, dunque studia, insiste, spedisce decine e decine di manoscritti puntualmente rifiutati, ma mai – mai – si da per vinto, perché è dentro di lui, il tarlo. Che si scopre falsità, inganno in un certo senso.

Ci sono dunque diversi snodi innegabilmente attuali, in questo romanzo, tratteggi disarmanti.
Ad esempio in un dialogo con Brissenden, dopo aver spedito tonnellate di manoscritti e aver ricevuto rifiuti o silenzi, senza aver mai guadagnato nulla, quest’ultimo mostra interesse in quello che Eden gli fa leggere. “Troppo viene scritto da uomini che non sanno scrivere sugli uomini che scrivono” (pag.312) sentenzia Eden a proposito della critica e dell’editoria, e, poco dopo, Brissenden gli replica: “Mi sembra che anche lei sia un po’ di quella polvere di stelle, gettata in un mondo di volgari gnomi incapaci di vedere.”(pag.313) E non è affatto un commento casuale. ‘Polvere di stelle’ è il titolo del manoscritto che Eden gli ha consegnato ma è un riferimento sottile, come l’uso di ‘volgari gnomi incapaci di vedere’. Che Eden non sia un santo tanto meno un eroe o una divinità, è indubbio. Brissenden non si esprime qui a proposito dell’Eden-uomo, piuttosto della carne-talento, delle capacità incredibili di un uomo che da solo vede e costruisce mondi, li rende vivi, pulsanti, necessari. Eppure, proprio queste capacità, questo talento coltivato tra fatiche e solitudine, non viene riconosciuto praticamente da nessuno (a questo punto della trama e per circa due terzi del romanzo), gli ‘gnomi’ sono ‘incapaci di vedere’ dunque non riescono a cogliere l’importanza del lavoro creativo, l’elevazione e la potenza, cercando unicamente e selvaggiamente ‘qualcosa’ che sia vendibile, commerciale e Martin Eden da fiducioso finisce per soffrirne molto. Brissenden sa, capisce, l’inquitudine e l’insofferenza del giovane amico ma non cede alle facili promesse: “ La gioia non si trova nel successo che si ottiene per ciò che si è fatto, ma si trova in ciò che si fa, mentre lo si fa. Non me lo dica, lo so già. Lei lo sa. La bellezza fa male, è un dolore incessante, una ferita che non guarisce, un coltello di fuoco. Perché dovrebbe insozzarsi con le riviste? Lasci che il suo scopo sia la bellezza. Perché dovrebbe trasformare la bellezza in oro? A ogni modo non ci riuscirà, non c’è alcun bisogno che io mi agiti.” (pag.314)
E il lettore ne capirà a pieno il senso nei capitoli successivi quando Eden decide di spedire una poesia (che da subito ha considerato “una folle orgia dell’immaginazione che gozzovigliava nel cranio di un uomo morente, di un uomo che, mentre singhiozzava a mezza voce, afferrava con ansia i selvaggi colpi d’ala di un cuore quasi esausto”, pag.333) di Brissenden a sua insaputa (e dopo che l’autore stesso gliel’aveva proibito rigidamente). Dopo la morte di Brissenden, Eden sfogliando una rivista scopre che la poesia dell’amico letterato è stata pubblicata. Ma la scoperta non è né dolce, tanto meno felice come avrebbe dovuto: “La banalità e la volgarità di quell’articolo erano nauseanti e Martin notò senza emozione che non era nauseato più di tanto. Si sarebbe voluto arrabbiare, ma non aveva energia sufficiente per provarci. Era troppo intorpidito. Il suo sangue si era troppo raffreddato per potersi gonfiare nella rapida onda di marea dell’indignazione. Dopotutto, che importanza aveva? (pag.379)

Si sente respirare London, in diverse pagine, il London appassionato, che plasma le ‘sue creature’, che dà loro la vita con cura, con la passione inesauribile che assorbe, totalizza, risucchia.

All’apparenza, avrebbe dovuto essere uno splendido racconto di mare… […] Ma al di sotto del fluttuare del racconto doveva esserci  qualcosa d’altro… Qualcosa che il lettore superficiale non avrebbe mai intuito, senza che ciò sminuisse in alcun modo l’interesse e il divertimento che quel lettore ne avrebbe tratto. Era questo, e non la semplice storia, che spingeva Martin a scrivere. Era sempre quel grande, universale motivo a suggerirgli le trame. Una volta messo a fuoco quel motivo, Martin andava alla ricerca dei personaggi e delle località specifici per tempo e luogo con i quali e nei quali esprimere la cosa universale.
(pag.348)

Da leggere almeno una volta nella vita, possibilmente con la maturità dell’incosapevolezza.

Una lettura di Goffredo Fofi, QUI.

Si Ringrazia l’autore della foto per la copertina

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Già pubblicata: Parte I : conoscenza dell’autore, chiarimenti sul personaggio.
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Parte 2– Approfondimento del libro.

Tra le parole chiavi citate nella prima parte (link sopra), c’è anche ‘romanzo’. E credo qui sia necessario chiarirsi bene, eliminare eventuali aspettative falsate.
Da Dizionario Italiano on line: sm in epoca moderna, componimento narrativo in prosa, di ampio respiro, imperniato sui casi di uno o più personaggi.
Da Wikipedia (ma ho trovato la stessa spiegazione anche su altri siti minori): Il romanzo è un genere della narrativa in prosa, caratterizzato da un testo di una certa estensione.
La parola romanzo deriva dal termine francese antico romanz o roman, che è una abbreviazione della locuzione latina romanice loqui, cioè “parlare in lingua romanzata”, vale a dire in lingua di derivazione latina.

Di fatto per essere un romanzo non ci ‘devono’ essere precisi ‘ingredienti’ eccetto – parrebbe – la prosa, una certa estensione (dunque una lunghezza che lo distingue ad esempio dal racconto sebbene esistono poi i c.d. romanzi brevi nonché i racconti lunghi, ma è tutt’altro discorso), personaggi e i casi (di uno o più personaggi appunto).

Ha scritto Giorgio Vasta in questa recensione pubblicata su Vibrisse (sulla quale tornerò nella terza e ultima parte):
[…]…ho pensato che sarebbe bello che Il mio nome è Legione venisse affrontato e letto con la stessa perentorietà con la quale la sua scrittura affronta il lettore. Senza presumere di dover capire in quale tassonomia critica ordinarlo, senza domandargli moderazione e correttezza… […].

In effetti, seppure a livello teorico (la pratica, secondo me, è soggettiva nel momento in cui il cui c’è lettura, diventa del lettore), ‘Il mio nome è legione’ è un romanzo, ne ha i requisiti, la precisazione di Vasta è urgente, necessaria. Perché le aspettative quando si usa il termine ‘romanzo’ non sono soltanto – nell’immaginario del lettore, nella consuetudine di lettura – per la presenza di personaggi, di una ‘certa’ lunghezza nonché ‘accadimenti’. L’aspettativa, in realtà, ruota attorno a una trama, sviluppi che, prima o poi, in un qualche modo o maniera, si ‘spiegano’, chiariscono la linea temporale, generano sequenzialità nei fatti, negli eventi stessi. Inoltre – possibilmente – si attendono colpi di scena, capovolgimenti, rotazione di volti, e un finale che ’chiude cerchi’ (seppure quest’ultimo elemento si sta limando, anche grazie a numerosi libri di contemporanei che non hanno ceduto alla tentazione da chiusura attesa, l’happy end per intenderci).

Chiarire tutto questo è fondamentale perché ‘Il mio nome è legione’ non ha molti di questi elementi, non nel senso ‘classico’ del termine. Se riprendiamo in mano la quarta di copertina (qui in formato virtuale, come scheda di approfondimento), è più semplice ora intuire cosa non è. Ci sono accadimenti, ma sono schegge. Non c’è linearità, nell’esposizione, seppure i capitoli scandiscono tempi apparentemente lineari (1998, maggio – 2001, fine novembre – 2004, aprile – 2006, marzo). In effetti è ciò che viene narrato dentro i capitoli, i sotto tessuti, sono loro che virano, salgono e scendono, fondono eventi con ricordi con analisi con testi scritti dal protagonista. Questa narrazione è un magma in movimento, ma è magma sotterraneo, fatto di strati come la crosta terreste. Dunque non ci si deve aspettare una struttura simil ‘inizio-svolgimento-fine’ tanto meno ‘personaggi che fanno, dicono, poi succede, allora accade, infine si scopre’. Non ci sono scoperte ‘materiali’. Ci sono morti ma non si cercano colpevoli, non ci sono indagini né Ris o investigatori o commissari. Ci sono sviluppi, il protagonista muta, si evolve ma resta qualcosa di intangibile (non c’è il misero cittadino comune che diventa eroe, non c’è il cattivo poi redento in buono, non c’è il fallito trasformato in vincente, il single che ne esce innamorato e così via). La crescita c’è, ma è interiore e delimitata da avvenimenti che ne strutturano le tappe, segnali velati, simboli. Il protagonista muta perché la narrazione mira a spogliarlo, scarnificarlo, scuoterlo fino a strappargli gli organi (o forse è più onesto riconoscere che è lui stesso a strapparsi interiora pulsanti, le mostra così come sono, viscide e repellenti, al lettore).

Dunque, è necessario secondo me che il lettore sappia.
E’ un romanzo.
Ma non è facile, la lettura, l’avvicinamento, la comprensione.
Non lo consiglierei sotto l’ombrellone.
E scrivo tutto questo non per discriminarlo, anzi. Per liberarlo da precisi schemi, o meglio dalle aspettative. Per spezzare catene.
Leggere ‘Il mio nome è legione’ implica l’accettazione di un qualcosa a cui si è poco abituati, nella letteratura contemporanea italiana intendo. Qualcosa dove ogni paragrafo – il più delle volte – ha bisogno di ampi respiri, decodifiche, de-compressioni.

E fino alla fine i simboli, le chiavi, gli accessi sfuggono facilmente, attendono, chiamano. Forse non sono neanche alla portata di tutti, anche questo va chiarito. E anche qui non sto discriminando. Opero di onestà. Bisognerebbe chiedere: cosa sai di Renato Curcio, Mohamed Atta, il Cristo di Quattordio, Vittorio Alfieri, Cesare Pavese?

Ma soprattutto: sei pronto ad addentrarti nel Male in molte sue forme, facce, aspetti, manifestazioni, interiorizzazioni, ammissioni? Sei disposto a entrarci, abbracciandolo, cedendogli, aprendoti a lui?

E non sono banalità. Piuttosto ammissioni di responsabilità. Perché ci sono libri che proseguono anche se il lettore decide (più o meno consapevolmente) di rigettare, ignorarne richiami, strati o collegamenti interiori, fondi. ‘Il mio nome è legione’ non è uno di questi. Perdere la presa, mollare il contatto con ‘il Male’, e tutti gli altri strati significa finire inghiottiti dalla lava o peggio, non vederla affatto.

Ci sono quattro personaggi, eccetto il protagonista, che di fatto reggono precisi nodi nella tela del romanzo. Quattro figure che si rincorrono, appaiono e scompaiono al punto che è estremamente facile perderne le tracce o trascurarne l’impatto nella visione d’insieme. Eppure è proprio attraverso la consapevolezza di ’cosa’ sono, che è possibile delineare una sorta di percorso ipertestuale.
Il padre di Demetrio.
La madre.
Silvio, il fratello minore.
E Giulia. Quest’ultima, figura femminile sfocata, amica-amante-collega-complice o nessuno dei quattro ruoli in particolare, è probabilmente il personaggio più ’defilato’, tra quelli significativi eppure in lei si racchiude un preciso sentire, un antagonismo per/verso/attraverso il protagonista che gli restituisce un’ombra precisa solo dopo, in fase conclusiva, quando Demetrio-personaggio decide di interrompere definitivamente i seppur altalenanti e lontani rapporti con lei. Le mail che si scambiano, lettere e pezzi che rimescolano memorie con logiche, hanno uno spessore preciso, che affonda in una complicità sottile, alone pur sempre velato eppure proprio con lei (ma lontano da lei) Demetrio riesce a scavarsi più in profondità, alla fine le parole hanno finalmente un ’corpo’, complesso certo, contorto al punto da sembrare un ’non senso’. Ma c’è. Mi sembra (sbaglierò) che il personaggio di Giulia sia tratteggiato per porre l’accento su un certo Bene, come una torcia che ogni tanto – quasi a tradimento – viene accesa, illumina, poi di nuovo buio. Giulia è spesso un’apparizione, si insinua nel tessuto narrativo poi ne resta inghiottita, cede il passo. Ma quando c’è sembra illuminare. Scrivo ’sembra’ perché i tratteggi non sono nitidi. Non si chiarisce mai, con parole o frasi precise, che lei gli vuole bene eppure il lettore lo sa, lo sente nella pazienza con cui lo segue, lo cerca, lo ascolta, tenta di entrare in questo suo mondo che però la spaventa. Perché Demetrio la spaventa, questa sua familiarità con il male, l’esserlo, l’averlo, il viverlo, lei comunque non può capirlo, non le riesce. E questo finto scontro, che è più un gioco di ruoli e inversioni, stimola secondo me il lato più acuto del protagonista, lo sprona a farsi luce tra le sue tenebre che tali resteranno ma con precisi sensi, consapevolezze anche rassicuranti, alla fine.

Se io faccio una cosa malvagia sono nel male, ma non c’è differenza se io il male lo soffro. Per te siamo nella medesima sostanza. Non credo nemmeno tu faccia troppa differenza tra il male fisico e quello morale. Tu hai vissuto un’esperienza, di cui non hai mai parlato con nessuno, che ti ha mostrato la malvagità come qualcosa di fondamentale.
(pag.105 – voce di Giulia da una email a Demetrio)

Lui parlava e io ricordavo di quando parlava da solo e tutti mi dicevano che ero come lui: abbiamo qualcosa nel nostro cervello che è una specie di tara, una malattia; è un bernoccolo: è il mio male, era il male di mio padre.
[…]
Mi sono chiesto se tutto quello che mi è toccato di vivere sia stato bene o male; se anche la follia di mio padre, carsica e viva, abbia avuto un senso, una ragione.
C’è forse male in questo?
[…] … è anche vero – ne prendo coscienza solo adesso che il bianco della tinta mi macchia le mani – che io ho amato mio padre, come ho amato mia madre e mio fratello, come ho amato ogni persona che ho amato in vita mia e come alla fine ho amato anche me stessa, per quel male che covava dentro, che coviamo in noi, per quella lebbra che aveva nel cervello e che avevamo tutti noi coperto, lui per primo.
È perverso tutto questo? È perverso postulare il male per poter avere la possibilità di amare senza riserve?
(pag.138-139 – voce di Demetrio, da una email a Giulia)

Ma, se Giulia acquista un senso preciso attraverso i contatti con Demetrio, gli altri tre personaggi principali mi sembrano funzionali più per quello che scatenano nel protagonista, per il ruolo e il sentire che gli scaricano addosso. Figlio-(s)conosciuto. Figlio-bastone. Fratello maggiore-colpa.
C’è dunque qualcosa, in questi legami, tra i ricordi che riaffiorano come l’urlo della madre di cui Demetrio non vorrà mai parlare, tra le piaghe di vicinanze e lontananze, che svelano la nascita, l’approcciarsi del protagonista al Male. Il suo sentirlo, esserlo. Di fatto, sin da bambino, Demetrio si sente annegare in questa sorta di liquido denso, pesante, faticoso, intriso di colpa e vergogna che ha facce diverse, passa attraverso gesti, volti, relazioni, ma resta pur sempre Male. Subito. Procurato. Sentito. Annusato. Cercato anche. Bevuto. In effetti, è l’esperienza diretta, che glielo fa sentire, questo Male, è scontrandocisi, assecondandolo, sentendoselo dentro, che Demetrio impara a dargli un nome, a guardarlo negli occhi. Ad affrontarlo accettando di svelare se stesso per quello che è. Essere imperfetto, difettoso, incerto, confuso, attratto dall’oscurità, dai meandri nascosti, scomodi, da quello che ’non è bene dire, fare, provare, essere’.

Fin ora ho evitato un altro personaggio. Perché secondo me non lo è, mero personaggio. Ma soprattutto perché è il cuore pulsante di un preciso simbolismo nonché di facili fraintendimenti.

Tomacek.
Mai ’realmente presentato’ al lettore. Si capisce che è un bambino quando anche il protagonista lo è. Un bambino che però non è come gli altri, e lo si intuisce da quello che fa, dice, da come l’autore lo inquadra soffermandosi su dettagli precisi, anche qui simboli. Tomacek dunque amico di Demetrio. Grande amico. In un rapporto che scatena un’affettività diversa da ogni altro legame che il protagonista affronterà anche da adulto. Eppure Tomacek è destinato a un epilogo preciso, che può scatenare confusione, pare scheggia impazzita. Ma non lo è.

Nessuno osava dir niente, solo Tomacek reagiva con forza: « È handicappato, è un cretino» […] Ma Tomacek era irremovibile: « Mica solo a lui fanno cose orribili, non c’è solo lui con cose terribili» E se ne andava via come un gatto… […] Demetrio andava a prenderlo e gli carezzava i capelli rossi, appoggiava le sue labbra sul capo… […] Tomacek per un attimo stava fermo, stupefatto da questi atti d’amore – amore lui stesso – e poi ripartiva quasi che nulla fosse accaduto.
(pag. 13- prima scena con l’ingresso di Tomacek nel romanzo)

Tomacek era nato in Polonia e aveva questi occhi vispi, le guance rosse come i capelli e lentiggini dappertutto. […] Non gli riusciva di stare fermo neppure a messa: quando la serviva, faceva piccoli salti sul posto.
[…]
« Ma quando si diventa grandi ci sono anche cose belle»
« No. Si diventa grandi, si piange quando si diventa grandi e si diventa tristi. Io non divento grande.»
« Tu non vuoi essere grande?»
Non disse una parola, ma scrollò da destra a sinistra la testa e con la testa tutti i capelli che aveva, e quel gioco – per lui tutto era un gioco – gli piacque a tal punto che continuò a farlo fino a stordirsi e a rischiare di cadere a terra.
(pag. 64-65)

Vorrei a questo punto, tra i diversi simboli del romanzo, tentare di chiarire, decodificare, Tomacek.

Demetrio, chi è Tomacek? Cosa rappresenta, e qual è il suo apporto al romanzo?

“Mi verrebbe da risponderti che Tomacek è un personaggio del romanzo e di chiuderla qui. Ovviamente non è solo questo. Credo che la storia di Tomacek, la parte vera e quella inventata spieghino benissimo come ho cercato di lavorare al romanzo. Il personaggio di Tomacek nella realtà ha un altro nome, la medesima età e la stessa fine. Successe veramente nel paese dove allora vivevo, io avevo giustappunto 16 anni, che un piccolo ragazzino di 11 anni si togliesse la vita senza lasciare spiegazioni e altro. Questo aveva scatenato in tutte le persone del luogo un eccesso di morbosità e di attenzione su questo accadimento, che per molti ragazzi della mia età credo divenne – volendolo o meno – un passaggio decisivo della adolescenza. Eppure di questo fatto inusitato, inusitato per un paese di mille anime, nessuno sembra averne memoria. E’ stato dimenticato e rimosso.
Perché, mi sono chiesto, la gente non ricorda più questo fatto? Per quale motivo ci si è scordati così in fretta del bambino che ha ingerito il veleno?
Ho provato più volte a darmi una risposta a tali questioni e più volte ho provato a scriverne, ma ogni volta qualcosa mi sfuggiva. Infine nella mia mente è nata la fantasia di questo bambino che toccava con un misto d’amore e crudeltà il cuore del protagonista. E ho capito che quel silenzio che avvolgeva il fatto era legato alla consapevolezza che quel suicidio ci mostrava nudi. Completamente nudi di fronte al male.

Quella buona creanza e buona educazione che ci permette di vivere in questo consorzio di persone civili saltava se si guadava al bimbo undicenne morto suicida.

Era il desiderio e la caduta. Egli era il peccato originale.
Tomacek, il personaggio del romanzo, vive di questa ambiguità: ogni suo gesto sembra essere primigenio, è dettato da qualcosa che è avvenuto prima della creazione, prima d’ogni cosa. Questo lo rende desiderabile, amabile e amato. Il suo destino (proprio come il frutto dell’albero che è la mela, il malum ovvero il male) è segnato: Tomacek è consapevole d’essere ‘il male originale’ e Demetrio lo sente e lo vive con la medesima consapevolezza.
Credo che i miei compaesani, e io stesso allora in modo confuso, fummo colpiti da questo: avevamo davanti a noi il male puro, il male come poteva essere alle origini, quando ancora né cielo né terra erano stati creati, e ne abbiamo provato un senso di disagio che abbiamo voluto subito tacitare.
Quel disagio, credo, sia lo stesso avvertito dal lettore quando Tomacek e Demetrio sono in scena insieme o quando Tomacek viene evocato.”

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Parte 1– conoscenza dell’autore, chiarimenti sul personaggio.

Recita la breve biografia pubblicata da Transeuropa: Demetrio Paolin, classe 1974, vive a Torino dove svolge l’attività di ufficio stampa.
Ha pubblicato i libri Il pasto grigio (Untitled Editori), Una tragedia negata (Vibrisselibri/Il Maestrale).
Alcuni suoi racconti e saggi sono apparsi in riviste («Nuova Prosa», «Nuovi Argomenti») e in antologie (Vite rovinate dal pallone, Giulio Perrone Editore) o su blog letterari come Nazione Indiana e La poesia e lo spirito.
Ha curato, per le Edizioni Dell’Orso, le memorie di Giuseppe Calore raccolte ne Il partigiano disarmato. Il suo saggio “La memoria e l’oltraggio. Primo Levi interprete di Dante”, è stato pubblicato dalla rivista universitaria «Levia Gravia» (Edizioni Dell’Orso). Questo è il suo primo romanzo“.

Mi rimbalzano così alcune parole, chiavi forse, ma anche no.
Torino. Ufficio stampa. Racconti. Saggi. Demetrio. Romanzo.

Provo a virare, riprendo in mano il libro (riprendo perché non è la prima lettura, questa, alcuni appunti ‘di pancia’ qui), la quarta di copertina recita:
Questo romanzo racconta la storia di Demetrio, giornalista trentenne, e del suo rapporto con determinate figure della memoria, pubblica e privata, che da sempre lo ossessionano e lo influenzano’.

Eppure c’è di più, molto di più in quello che abitualmente viene definito riassunto della trama, trama che è struttura a incastro, fusione di frammenti e sviluppi uniti da piani differenti, diversi perfino nell’incedere (il più delle volte). Pezzetti di materia dove si qualcosa succede, ma i legami non sono visibili dallo strato superficiale, i tempi e gli spazi si spezzano, i respiri interrompono consequenzialismi ridefinendo una ragnatela fine, ma – come già accennato – è necessario infilare la testa sott’acqua, dalla superficie poco pare ‘sensato’ o quanto meno ‘legato’ al resto.

Eppure. Il protagonista, è un giornalista trentenne ma non lo sarà alla fine della narrazione. Finirà in uno sgabuzzino, sulla porta una targhetta che recita ‘ufficio stampa’. Ma il protagonista è anche osservatore attento, curioso, complesso nel suo immagazzinare volti, sentimenti, sensi sotterranei, nell’analizzare gesti, azioni, motivazioni. Scrive dunque, avvalendosi di varie modalità, mail che sono lettere virtuali, articoli dove l’elemento narrativo si impone, un apologo, e molti appunti misti, incontri di pensieri, miscelazioni.

Poi. Il protagonista va a vivere a Torino che “è” la sua città, la sente sua pur non essendoci nato.

Infine. Si chiama Demetrio, arrivando fino alla definizione di ‘Demetrio P.’ a pag.43.

Una delle abitudini di lettura più criticate, lo si sente ripetere spesso, è quella di dare per scontato che l’autore abbia scritto di sé, che magari il protagonista sia proprio lui, che i gesti, le parole, o gli accadimenti li conosca per averli vissuti piuttosto che ‘costruiti, impastati’. Il più delle volte, infatti, non è così, non del tutto, non necessariamente insomma.

Stavolta però qualcosa vistosamente stride. E non sono i fatti in sé, i nomi. Piuttosto quei sensi sotterranei capaci di delineare i tratti di un protagonista complesso, contradditorio. Difficile da avvicinare leggendo pagine bidimensionali che racchiudono simboli, codici, ragnatele visibili solo sott’acqua.

Lo chiedo direttamente all’autore: mi parli del Demetrio ‘di carta’ e di quello ‘di carne’? Puoi raccontarmeli, come vuoi, nelle vicinanze quanto nelle differenze?

Prima di tutto la scelta di arrivare a chiamare il personaggio del romanzo Demetrio è stata lunga e per nulla scontata. Anche la scelta di usare la terza persona invece della prima è stata per me un motivo di ripensamenti e di riscritture. Per il lettore la coincidenza tra il Demetrio personaggio e Demetrio l’autore è totale. Mi sono chiesto più volte: se il protagonista di Legione si fosse chiamato in un altro modo, il lettore avrebbe comunque pensato che l’autore e il protagonista fossero coincidenti? La risposta che mi sono dato è che sì, per il lettore la coincidenza narratore e protagonista era totale.

Non voglio stare qui a tirare fuori gli strumenti d’analisi di Contini e del suo saggio su “Dante come personaggio della Commedia e sulle sue riflessioni su acutor e agens”. Di certo la mia scrittura possiede una indubbia ambiguità che non permette di capire dove finisce il Demetrio di carne e inizi quello di carta. Nel mio modo di scrivere io mischio il privato e il pubblico (potrei citarti il mio saggio sul terrorismo, dove le mie esperienze personali, le mie vicissitudini sono entrate dentro un ragionamento letterario). Ne Il mio nome è Legione ho voluto fare di questa ambiguità la cifra stilistica del racconto. E ho voluto sancire questo chiamando il personaggio con il mio nome.

Ovviamente molte delle esperienze che Demetrio vive sono le mie, alcune vissute direttamente altre vissute indirettamente. Credo che il nodo stia e nella scelta di quale delle esperienze vissute raccontare e quale no e nel tipo di linguaggio che ho deciso di usare.

Io ho sempre pensato che la scrittura sia una sorta di reazione chimica, in cui tu dosi parti diverse e ne ottieni qualcos’altro che pur avendo ingredienti e materiali comuni è tutt’altro da quei materiali e ingredienti.

In una parola la scrittura e il risultato della stessa è un precipitato, è un resto, una rimanenza differente di tutto ciò che hai vissuto. La scrittura obbedisce a delle regole sintattiche, retoriche e d’invenzione che la vita non è tenuta a rispettare. Lo scrittore vuole comunicare qualcosa e per farlo deve distillare una parte di quello che è il suo vissuto e nel distillarlo lo rende differente, lo rende altro rispetto a quello ha realmente esperito nella sua vita privata.

Se dovessi usare una parola per descrivere questo modus operandi parlerei di allegoria. Io ho fatto di tutto perché Demetrio, le sue avventure e gli altri personaggi che incontrava fossero allegorici: i personaggi sono umani e reali (l’esempio in grande è quello della Commedia: quando leggiamo Francesca o Farinata noi sentiamo la loro vera e profonda umanità), ma che nello stesso tempo suggerissero un oltre, un altro significato più nascosto.

Il Demetrio di Legione è quindi parte di me, è forse la descrizione di una parte intima e nascosta, ma non mi rappresenta in tutto. E’il Demetrio che va in fondo al male, che prova a guardarlo. La scrittura del libro, che son poi 150 pagine, ha occupato un lasso di tempo lungo: cinque anni di scrittura e due di riscrittura. Sette anni per venire a capo di alcuni miei fantasmi. Mi ricordo che arrivato agli sgoccioli della prima stesura avevo gli incubi. Eppure sentivo che stavo scrivendo qualcosa di bello e importante, sapevo che avrei consegnato alle stampe un romanzo difficile, complesso, ambiguo, discutibile ma nello stesso tempo ne ero soddisfatto. Avevo fatto i conti con le mie fantasie, le mie ossessioni. Le avevo scritte.

Non so se il Demetrio di carta abbia esaurito le mie inquietudini, dubito fortemente, ma ha dato loro una forma riconoscibile, ha dato loro una lingua, pensieri e parole. E credo che questo risulti consolante.

Ma anche: scrivendo di un Demetrio ‘di carta’ hai guardato in faccia il tuo male dentro?

Credo di avere in parte risposto alla tua domanda, ma cerco di chiarire alcune questioni. Non so se esista un male dentro e un male fuori. Io credo d’essere una persona normale. Quando finisco di lavorare me ne torno a casa e gioco con mia figlia, le faccio fare i passetti, andiamo al parco, ci mettiamo per terra e costruiamo alte torri con i cubi di carta. Sono lontano quindi dal prototipo dello scrittore maledetto e tormentato, che passa la vita a vergare pagine e pagine per descrivere il proprio male.

Io sono una persona che vive nel mondo e che fa i conti con quello che sente e prova. Che nel mondo ci sia il male, la sofferenza dell’innocente, il sopruso e la violenza, è chiarissimo. Che anche noi di volta in volta facciamo del male non solo lo subiamo è altrettanto chiaro.

Io ho voluto con il mio romanzo parlare di questo scandalo: del fatto che il male esista e sia presente e ognuno lo viva con estrema indifferenza.

Mi ha sempre colpito un episodio che Dostoevskij racconta ne I fratelli Karamazov: ovvero del Diavolo che ha fatto di tutto per diventare un buon borghese che si mette la grisaglia e va a messa e accende una candela votiva. Legione prova a dare ragione a questa possibile permeabilità del male nelle nostre vite: noi mettiamo in atto, consapevolmente o meno azioni di male alcune volte così perché ci è connaturato. Il Demetrio del mio romanzo è solo molto attento nel registrare tali atteggiamenti e nel portarli alla luce. Demetrio è come un sismografo che registra il male. E lo registra nell’unico modo che conosce: scrivendolo.

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

matti4Le precedenti quattro parti dell’ipertesto rintracciabili da QUI.

Dopo una carrellata-analisi di voci e parole contenute nel saggio ‘FramMenti’, Mobydick, 2006, propongo infine la voce dell’autrice.

Chi sono ‘i matti’ per Barbara Garlaschelli?

“Sarebbe facile e ruffiano risponderti: ‘I matti siamo noi’, anche se un po’ è vero. Nella mia piccola esperienza di scrittrice che ha frequentato per quasi due anni un cps milanese (per scrivere il libro framMenti) ho capito una cosa: i matti sono donne e uomini che per qualche motivo non riescono a essere “dentro” un universo cui vorrebbero appartenere e questo provoca loro dolore e solitudine immensi.  La ‘normalità’ diventa un valore assoluto. Il poter condurre una vita fatta di cose “normali” in autonomia per molti è un miraggio. Ho incontrato pochi ‘matti felici’. L’idea romantica del folle che vive nel suo universo di bizzarrie non è vera. Ho incontrato molte persone straordinarie, questo sì. Ma segnate dalla sofferenza, dalla consapevolezza di sentirsi ‘diversi’. Ed erano tutti lì per curarsi, per tornare all’ambita ‘normalità’. Diversa per ciascuno di loro.”

Quanto lo scriverne, il narrare storie che li riguarda può ’servire’, favorire la decodifica di sensi, disagi, dolori, visioni e battaglie? Oppure è mera ’spettacolizzazione’ per attirare attenzione da superficie, che non scava ma smuove sentimenti ’semplici’ e lontani, da mero intrattenimento o quasi?

“Io posso rispondere solo per quel che riguarda la mia esperienza con FramMenti: è un libro che, nonostante la difficoltà di distribuzione, sta girando da quattro anni, ha portato a dibattiti, incontri, letture, ha suscitato emozioni forti. In me che l’ho scritto e in tutti quelli che lo hanno letto e con cui ho avuto la fortuna di parlare. Cosa poi possa un libro, non lo so. Sta nelle coscienze di coloro che lo tengono tra le mani. Io ho fatto ciò che desideravo fare: scriverlo. Non so perché me lo hanno chiesto, ma perché una volta entrata in contatto con queste persone sono stata travolta da ciò che mi raccontavano e che suscitavano in me. È stata un’avventura umanamente e professionalmente unica e straordinaria, di cui sarò loro eternamente grata.”

L’esperienza di FramMenti, il progetto poi il libro, cosa rappresentano per te, oggi?

“Credo stia nella risposta due, con un’aggiunta: Guido Leotta (l’editore di FramMenti, Mobydick) insieme al gruppo Faxtet e all’attrice Elena Bucci, hanno ccostruito un reading musicale sul testo che hanno portato in giro per l’Emilia Romagna e che lunedì 19 ottobre  approderà al  Teatro Verdi in via Pastrengo a Milano all’interno degli eventi legati al mese della psichiatria.
Questo rappresenta una sorta di continuità dell’esperienza FramMenti. Come se il viaggio di tutti quelli che sono lì, tra quelle pagine, me compresa, non fosse ancora terminato.”

Barbara Garlaschelli cura diversi blog. Uno ‘ufficiale’ ricco di storie, condivisioni tra altri autori e segnalazioni. Un altro, per i pensieri disordinati. Oltre a collaborare con altri spazi virtuali, tra i quali il recente MissFatti, dedicato all’antologia ‘Alle signore piace in nero’ pubblicata da Sperling & Kupfer, curata assieme a Nicoletta Vallorani.

Ho scelto romanzi, storie che hanno faticato a diffondersi, a farsi conoscere, per questa che vorrebbe essere qualcosa di più di un’analisi. Ho tentato di ascoltare voci, di virare attraverso strumenti e modalità volutamente differenti eppure, ognuno attraverso un modo ‘proprio’, hanno qualcosa dentro che si aggrappa, resta e lascia. Energia che è condivisione. Ricerca. Ascolto. Riflessione. Dunque anche musica, serie tv e tante, tantissime parole. Per spezzare qualche vecchia catena, tentare almeno. E andare oltre la patina luccicante dell’apparenza.

Ringrazio Cristiano Ferrarese e Barbara Garlaschelli.

Foto di copertina: Funky64 da Flickr che si ringrazia per tutte le foto utilizzate in questo progetto e si invitano i visitatori a scorrere l’intero set di scatti ‘Manicomi e abbandoni‘ .

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.