Paolin Demetrio – Il mio nome è legione I’parte

7 dicembre 2009

Parte 1– conoscenza dell’autore, chiarimenti sul personaggio.

Recita la breve biografia pubblicata da Transeuropa: Demetrio Paolin, classe 1974, vive a Torino dove svolge l’attività di ufficio stampa.
Ha pubblicato i libri Il pasto grigio (Untitled Editori), Una tragedia negata (Vibrisselibri/Il Maestrale).
Alcuni suoi racconti e saggi sono apparsi in riviste («Nuova Prosa», «Nuovi Argomenti») e in antologie (Vite rovinate dal pallone, Giulio Perrone Editore) o su blog letterari come Nazione Indiana e La poesia e lo spirito.
Ha curato, per le Edizioni Dell’Orso, le memorie di Giuseppe Calore raccolte ne Il partigiano disarmato. Il suo saggio “La memoria e l’oltraggio. Primo Levi interprete di Dante”, è stato pubblicato dalla rivista universitaria «Levia Gravia» (Edizioni Dell’Orso). Questo è il suo primo romanzo“.

Mi rimbalzano così alcune parole, chiavi forse, ma anche no.
Torino. Ufficio stampa. Racconti. Saggi. Demetrio. Romanzo.

Provo a virare, riprendo in mano il libro (riprendo perché non è la prima lettura, questa, alcuni appunti ‘di pancia’ qui), la quarta di copertina recita:
Questo romanzo racconta la storia di Demetrio, giornalista trentenne, e del suo rapporto con determinate figure della memoria, pubblica e privata, che da sempre lo ossessionano e lo influenzano’.

Eppure c’è di più, molto di più in quello che abitualmente viene definito riassunto della trama, trama che è struttura a incastro, fusione di frammenti e sviluppi uniti da piani differenti, diversi perfino nell’incedere (il più delle volte). Pezzetti di materia dove si qualcosa succede, ma i legami non sono visibili dallo strato superficiale, i tempi e gli spazi si spezzano, i respiri interrompono consequenzialismi ridefinendo una ragnatela fine, ma – come già accennato – è necessario infilare la testa sott’acqua, dalla superficie poco pare ‘sensato’ o quanto meno ‘legato’ al resto.

Eppure. Il protagonista, è un giornalista trentenne ma non lo sarà alla fine della narrazione. Finirà in uno sgabuzzino, sulla porta una targhetta che recita ‘ufficio stampa’. Ma il protagonista è anche osservatore attento, curioso, complesso nel suo immagazzinare volti, sentimenti, sensi sotterranei, nell’analizzare gesti, azioni, motivazioni. Scrive dunque, avvalendosi di varie modalità, mail che sono lettere virtuali, articoli dove l’elemento narrativo si impone, un apologo, e molti appunti misti, incontri di pensieri, miscelazioni.

Poi. Il protagonista va a vivere a Torino che “è” la sua città, la sente sua pur non essendoci nato.

Infine. Si chiama Demetrio, arrivando fino alla definizione di ‘Demetrio P.’ a pag.43.

Una delle abitudini di lettura più criticate, lo si sente ripetere spesso, è quella di dare per scontato che l’autore abbia scritto di sé, che magari il protagonista sia proprio lui, che i gesti, le parole, o gli accadimenti li conosca per averli vissuti piuttosto che ‘costruiti, impastati’. Il più delle volte, infatti, non è così, non del tutto, non necessariamente insomma.

Stavolta però qualcosa vistosamente stride. E non sono i fatti in sé, i nomi. Piuttosto quei sensi sotterranei capaci di delineare i tratti di un protagonista complesso, contradditorio. Difficile da avvicinare leggendo pagine bidimensionali che racchiudono simboli, codici, ragnatele visibili solo sott’acqua.

Lo chiedo direttamente all’autore: mi parli del Demetrio ‘di carta’ e di quello ‘di carne’? Puoi raccontarmeli, come vuoi, nelle vicinanze quanto nelle differenze?

Prima di tutto la scelta di arrivare a chiamare il personaggio del romanzo Demetrio è stata lunga e per nulla scontata. Anche la scelta di usare la terza persona invece della prima è stata per me un motivo di ripensamenti e di riscritture. Per il lettore la coincidenza tra il Demetrio personaggio e Demetrio l’autore è totale. Mi sono chiesto più volte: se il protagonista di Legione si fosse chiamato in un altro modo, il lettore avrebbe comunque pensato che l’autore e il protagonista fossero coincidenti? La risposta che mi sono dato è che sì, per il lettore la coincidenza narratore e protagonista era totale.

Non voglio stare qui a tirare fuori gli strumenti d’analisi di Contini e del suo saggio su “Dante come personaggio della Commedia e sulle sue riflessioni su acutor e agens”. Di certo la mia scrittura possiede una indubbia ambiguità che non permette di capire dove finisce il Demetrio di carne e inizi quello di carta. Nel mio modo di scrivere io mischio il privato e il pubblico (potrei citarti il mio saggio sul terrorismo, dove le mie esperienze personali, le mie vicissitudini sono entrate dentro un ragionamento letterario). Ne Il mio nome è Legione ho voluto fare di questa ambiguità la cifra stilistica del racconto. E ho voluto sancire questo chiamando il personaggio con il mio nome.

Ovviamente molte delle esperienze che Demetrio vive sono le mie, alcune vissute direttamente altre vissute indirettamente. Credo che il nodo stia e nella scelta di quale delle esperienze vissute raccontare e quale no e nel tipo di linguaggio che ho deciso di usare.

Io ho sempre pensato che la scrittura sia una sorta di reazione chimica, in cui tu dosi parti diverse e ne ottieni qualcos’altro che pur avendo ingredienti e materiali comuni è tutt’altro da quei materiali e ingredienti.

In una parola la scrittura e il risultato della stessa è un precipitato, è un resto, una rimanenza differente di tutto ciò che hai vissuto. La scrittura obbedisce a delle regole sintattiche, retoriche e d’invenzione che la vita non è tenuta a rispettare. Lo scrittore vuole comunicare qualcosa e per farlo deve distillare una parte di quello che è il suo vissuto e nel distillarlo lo rende differente, lo rende altro rispetto a quello ha realmente esperito nella sua vita privata.

Se dovessi usare una parola per descrivere questo modus operandi parlerei di allegoria. Io ho fatto di tutto perché Demetrio, le sue avventure e gli altri personaggi che incontrava fossero allegorici: i personaggi sono umani e reali (l’esempio in grande è quello della Commedia: quando leggiamo Francesca o Farinata noi sentiamo la loro vera e profonda umanità), ma che nello stesso tempo suggerissero un oltre, un altro significato più nascosto.

Il Demetrio di Legione è quindi parte di me, è forse la descrizione di una parte intima e nascosta, ma non mi rappresenta in tutto. E’il Demetrio che va in fondo al male, che prova a guardarlo. La scrittura del libro, che son poi 150 pagine, ha occupato un lasso di tempo lungo: cinque anni di scrittura e due di riscrittura. Sette anni per venire a capo di alcuni miei fantasmi. Mi ricordo che arrivato agli sgoccioli della prima stesura avevo gli incubi. Eppure sentivo che stavo scrivendo qualcosa di bello e importante, sapevo che avrei consegnato alle stampe un romanzo difficile, complesso, ambiguo, discutibile ma nello stesso tempo ne ero soddisfatto. Avevo fatto i conti con le mie fantasie, le mie ossessioni. Le avevo scritte.

Non so se il Demetrio di carta abbia esaurito le mie inquietudini, dubito fortemente, ma ha dato loro una forma riconoscibile, ha dato loro una lingua, pensieri e parole. E credo che questo risulti consolante.

Ma anche: scrivendo di un Demetrio ‘di carta’ hai guardato in faccia il tuo male dentro?

Credo di avere in parte risposto alla tua domanda, ma cerco di chiarire alcune questioni. Non so se esista un male dentro e un male fuori. Io credo d’essere una persona normale. Quando finisco di lavorare me ne torno a casa e gioco con mia figlia, le faccio fare i passetti, andiamo al parco, ci mettiamo per terra e costruiamo alte torri con i cubi di carta. Sono lontano quindi dal prototipo dello scrittore maledetto e tormentato, che passa la vita a vergare pagine e pagine per descrivere il proprio male.

Io sono una persona che vive nel mondo e che fa i conti con quello che sente e prova. Che nel mondo ci sia il male, la sofferenza dell’innocente, il sopruso e la violenza, è chiarissimo. Che anche noi di volta in volta facciamo del male non solo lo subiamo è altrettanto chiaro.

Io ho voluto con il mio romanzo parlare di questo scandalo: del fatto che il male esista e sia presente e ognuno lo viva con estrema indifferenza.

Mi ha sempre colpito un episodio che Dostoevskij racconta ne I fratelli Karamazov: ovvero del Diavolo che ha fatto di tutto per diventare un buon borghese che si mette la grisaglia e va a messa e accende una candela votiva. Legione prova a dare ragione a questa possibile permeabilità del male nelle nostre vite: noi mettiamo in atto, consapevolmente o meno azioni di male alcune volte così perché ci è connaturato. Il Demetrio del mio romanzo è solo molto attento nel registrare tali atteggiamenti e nel portarli alla luce. Demetrio è come un sismografo che registra il male. E lo registra nell’unico modo che conosce: scrivendolo.

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

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