London Jack – Martin Eden

24 dicembre 2009

‘Martin Eden’ è stato scritto tra l’estate del 1907 e i primi mesi dell’anno successivo, finendo pubblicato nel 1909. Martin Eden è il protagonista di un romanzo di quattrocentocinquantatre pagine di narrazione ‘viva’, pulsante, entro un ritmo che evidentemente a distanza di cent’anni dalla sua nascita, oggi ha un sapore diverso, rallentante, affaticato. La percezione stessa del tempo, probabilmente, è diversa per noi oggi piuttosto che per London. Il romanzo è stato ripubblicato a cura di Davide Sapienza con la traduzione di Cecilia Scerbanenco, per la collana ‘Oscar Classici Moderni’ Mondadori, 2009 ma c’è anche un’altra ripubblicazione, sempre nel 2009 per Einaudi.

La storia, l’incedere di questo protagonista che tenta una salita all’apparenza impossibile, irraggiungibile, follia pura finché un passo alla volta, cadendo e rialzandosi in continuazione, ci riesce – almeno in parte – a proseguire questa salita che non è solo sociale ma anche intellettuale, creativa, istintiva, umana fino a un picco preciso, oltre il quale tutto – dietro, davanti, accanto – pare sfaldarsi davanti ai suoi stessi occhi senza che si possa (lui, Martin Eden, possa) fare alcunché. Perché il prezzo da pagare, alla fine, si mostra per ciò che era anche all’inizio, con qualche segnale debole ma pressante, eppure gli occhi non volevano (forse non potevano) vedere. Che è esattamente quello che si continua a fare, oggi, in letteratura ma anche in molti altri campi e mestieri.

Martin Eden vive nella miseria, circondato dalla miseria, tra miserabili senza sogni, speranze o guizzi vitali. Solo che lui ha qualcosa, dentro, che tenta in ogni modo di uscire con la prepotenza della forza e che si aggrappa al primo appiglio possibile, nella fattispecie una donna (decisamente diversa da quelle che era abituato a incontrare, borghese ed eterea, colta e quasi trasparente tant’è delicata e preziosa, agli occhi del Martin Eden ancora lontano dal raggiungere la meta). Martin Eden è etichettato – lo si avverte dai primi capitoli per bocca di diversi personaggi ma anche dall’incedere stesso del narrare – come ‘irrecuperabile’, un perditempo che se ne va in mare per guadagnare quel tanto che gli basta a campare sulla terra, senza far nulla, fino alla volta successiva, in attesa del prossimo viaggio. E’ rozzo, non conosce ‘buone maniere’ tanto meno è in grado di ‘stare in società’ (secondo le regole di inizio novecento almeno), beve e non si preoccupa per il futuro, finché. Una donna, come accennavo, irrompe e ne stravolge le percezioni, il senso del ‘vivere’. Anche se, in realtà, è piuttosto l’avvicinamento lento, tenace, costante, totalizzante, verso la cultura, le letture in prosa e poesia, lo studio di quelle discipline che aveva trascurato per la vita in mare; è tutto questo che lentamente lo elevano. Fino a diventare ‘scrittore riconosciuto’, cercato, decantato e ricoperto di soldi. L’esatto opposto dell’uomo presentato al lettore nelle prime pagine, e comunque lontano dalle realistiche aspettative per un miserabile qualunque con la passione per la scrittura, le storie e una dedizione rara verso l’apprendimento.

Di Martin Eden in realtà ce ne sono molti anche oggi. Quando le passioni, la voglia di fare, di sentire qualcosa, protendersi verso un qualcosa all’inizio senza nome, né volto o vestito. Talento, urgenza, creatività, capacità innate: dopo, mentre l’impasto prende forma i nomi scivolano, sbucano. Ce ne sono molti, insomma, ed è incredibile notare come la storia scritta da London un secolo fa è così attuale, piena di un realismo crudele. Perché è crudele ammettere che un secolo non è stato sufficiente a mutare dinamiche che infettano, risucchiano, decontestualizzano, mutano la scrittura. E Martin Eden lo racconta alla perfezione. Anzi meglio: Jack London usa Martin Eden per lanciare sassi pesanti, che peraltro ancora fanno un gran male.

In questo romanzo non si narrano semplicemente le vicende di un poveraccio poi diventato ricco e affermato fino alla capitolazione in solitudine e fallimento. In questo romanzo si affondano le mani tra fatiche, sogni, sudore, ferite profonde; si striscia verso un’ipotetica luce che, una volta raggiunta, è altro da ciò che per quasi tutto il romanzo si aspetta. Quella luce non è luce, splende ma non illumina, acceca senza scaldare. Perché è Martin Eden che l’ha vista e desiderata. Scrivere per bisogno, necessità che è carne e sangue, visioni e storie in perenne galleggiamento. Ma questo scrivere lentamente, molto lentamente, diventa anche altro, deve diventarlo perché Martin Eden non si ferma, insiste, studia, scrive sempre, ancora e ancora. Dunque scrivere lo muta, trasforma l’atto creativo svelando code e artigli. Ecco che scrivere diventa anche guadagnare (attraverso la scrittura). Poi essere accettato in società, entro quella società borghese, ricca, ‘perbene’. Finché ciò che Martin Eden era si spegne, ogni pagina nuova lo soffoca. Non soltanto per la perdita dell’ideale di amore e condivisione, per la purezza dello scrivere in sé, il bisogno di sentire e vedere parole e storie, la febbre della follia quando nuove trame si incastrano nella sua testa: non soltanto per tutto questo. Ma perché quella luce, la meta fissata ogni giorno, desiderata con corpo e mente urlanti, doloranti, affannati; quella luce non era. O meglio. Non era solo. Luce. C’era dell’altro, attorno, che muta Martin Eden lasciandolo svuotato, solo.

London sceglie di uccidere il suo protagonista, virando rispetto alle esperienze vissute direttamente sulla pelle, perché come lo stesso London scrive in una lettera al ‘San Francisco Bulletin’ nel 1910: “ho fede nell’uomo, fede che Martin Eden non ha mai conquistato”. C’è dunque una chiave, sotto, diversi metri sotto, la storia. C’è un fallimento annunciato. Un talento consumato fino a non lasciare che polvere. C’è la convinzione (poi disillusa) che esistono sentimenti ‘assoluti’ come l’amore o l’amicizia per poche, rare ma preziose persone. C’è l’immagine di una realtà immutabile quanto meno negli obbiettivi, nei desideri più nascosti dunque anelati con la disperazione dell’urgenza (ma che poi, una volta raggiunti, si scoprono diversi, altro appunto). C’è che Martin Eden scopre il fuoco della scrittura, lo coltiva come un’ossessione, fa di tutto per ‘adeguarsi’ alla società, per poter vivere di questo nuovo fuoco, dunque studia, insiste, spedisce decine e decine di manoscritti puntualmente rifiutati, ma mai – mai – si da per vinto, perché è dentro di lui, il tarlo. Che si scopre falsità, inganno in un certo senso.

Ci sono dunque diversi snodi innegabilmente attuali, in questo romanzo, tratteggi disarmanti.
Ad esempio in un dialogo con Brissenden, dopo aver spedito tonnellate di manoscritti e aver ricevuto rifiuti o silenzi, senza aver mai guadagnato nulla, quest’ultimo mostra interesse in quello che Eden gli fa leggere. “Troppo viene scritto da uomini che non sanno scrivere sugli uomini che scrivono” (pag.312) sentenzia Eden a proposito della critica e dell’editoria, e, poco dopo, Brissenden gli replica: “Mi sembra che anche lei sia un po’ di quella polvere di stelle, gettata in un mondo di volgari gnomi incapaci di vedere.”(pag.313) E non è affatto un commento casuale. ‘Polvere di stelle’ è il titolo del manoscritto che Eden gli ha consegnato ma è un riferimento sottile, come l’uso di ‘volgari gnomi incapaci di vedere’. Che Eden non sia un santo tanto meno un eroe o una divinità, è indubbio. Brissenden non si esprime qui a proposito dell’Eden-uomo, piuttosto della carne-talento, delle capacità incredibili di un uomo che da solo vede e costruisce mondi, li rende vivi, pulsanti, necessari. Eppure, proprio queste capacità, questo talento coltivato tra fatiche e solitudine, non viene riconosciuto praticamente da nessuno (a questo punto della trama e per circa due terzi del romanzo), gli ‘gnomi’ sono ‘incapaci di vedere’ dunque non riescono a cogliere l’importanza del lavoro creativo, l’elevazione e la potenza, cercando unicamente e selvaggiamente ‘qualcosa’ che sia vendibile, commerciale e Martin Eden da fiducioso finisce per soffrirne molto. Brissenden sa, capisce, l’inquitudine e l’insofferenza del giovane amico ma non cede alle facili promesse: “ La gioia non si trova nel successo che si ottiene per ciò che si è fatto, ma si trova in ciò che si fa, mentre lo si fa. Non me lo dica, lo so già. Lei lo sa. La bellezza fa male, è un dolore incessante, una ferita che non guarisce, un coltello di fuoco. Perché dovrebbe insozzarsi con le riviste? Lasci che il suo scopo sia la bellezza. Perché dovrebbe trasformare la bellezza in oro? A ogni modo non ci riuscirà, non c’è alcun bisogno che io mi agiti.” (pag.314)
E il lettore ne capirà a pieno il senso nei capitoli successivi quando Eden decide di spedire una poesia (che da subito ha considerato “una folle orgia dell’immaginazione che gozzovigliava nel cranio di un uomo morente, di un uomo che, mentre singhiozzava a mezza voce, afferrava con ansia i selvaggi colpi d’ala di un cuore quasi esausto”, pag.333) di Brissenden a sua insaputa (e dopo che l’autore stesso gliel’aveva proibito rigidamente). Dopo la morte di Brissenden, Eden sfogliando una rivista scopre che la poesia dell’amico letterato è stata pubblicata. Ma la scoperta non è né dolce, tanto meno felice come avrebbe dovuto: “La banalità e la volgarità di quell’articolo erano nauseanti e Martin notò senza emozione che non era nauseato più di tanto. Si sarebbe voluto arrabbiare, ma non aveva energia sufficiente per provarci. Era troppo intorpidito. Il suo sangue si era troppo raffreddato per potersi gonfiare nella rapida onda di marea dell’indignazione. Dopotutto, che importanza aveva? (pag.379)

Si sente respirare London, in diverse pagine, il London appassionato, che plasma le ‘sue creature’, che dà loro la vita con cura, con la passione inesauribile che assorbe, totalizza, risucchia.

All’apparenza, avrebbe dovuto essere uno splendido racconto di mare… […] Ma al di sotto del fluttuare del racconto doveva esserci  qualcosa d’altro… Qualcosa che il lettore superficiale non avrebbe mai intuito, senza che ciò sminuisse in alcun modo l’interesse e il divertimento che quel lettore ne avrebbe tratto. Era questo, e non la semplice storia, che spingeva Martin a scrivere. Era sempre quel grande, universale motivo a suggerirgli le trame. Una volta messo a fuoco quel motivo, Martin andava alla ricerca dei personaggi e delle località specifici per tempo e luogo con i quali e nei quali esprimere la cosa universale.
(pag.348)

Da leggere almeno una volta nella vita, possibilmente con la maturità dell’incosapevolezza.

Una lettura di Goffredo Fofi, QUI.

Si Ringrazia l’autore della foto per la copertina

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

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