Il tunnel

4 giugno 2008

– Ehi tu! Ti vuoi spostare? Non puoi stare qui, intralci gli altri!

Con la punta di una scarpa sta picchiettando la mia schiena, sento la forma quadrata e dura contro la spina dorsale e mi decido a muovermi.

– Ok… ok, stai calmo. Mi ero solo fermata un attimo a riposarmi. Chissà che danno!

L’ometto si pulisce gli occhiali con un lembo della maglia, prima di rispondermi. Fai pure con calma, tanto fretta di alzarmi non ne ho di certo.

– Il tunnel ha delle regola, bella. E se ancora non le hai imparate, almeno levati dalla strada. Non si bivacca ne si intralciano gli altri. Chiaro?

Non gli do altri pretesti per riprendermi, mi alzo barcollando, d’altra parte cosa ci posso fare? Sono ancora semi-addormentata e non mi aspettavo un risveglio del genere.

Il tunnel è molto buio in quel momento, ma poi, ripensandoci, quando mai l’ho visto illuminato?

La forma circolare delle pareti impedisce il famoso bivaccamento che mi è già stato contestato, altrimenti perché diavolo avrei dovuto sdraiarmi per terra? L’omino occhialuto si è mischiato agli altri senza che io me ne accorgessi.

Gli altri. Mentre muovo qualche passo li osservo ma non c’è molto da vedere, in realtà. Le facce sono tutte uguali. Concentrate. Scolpite. I corpi cammino seguendo un percorso preciso con ritmo e cadenza.

Solo io sembro ‘stonata’, in effetti. Ho iniziato a camminare davanti a me, ma il concetto non è proprio chiaro perché per alzarmi mi sono voltata verso sinistra e da lì sono partita, ma chi mi assicura che non sia la direzione sbagliata? Magari sto facendo il gambero e neanche me ne accorgo! Pazienza, ormai muovo i piedi, tanto vale proseguire poi vedrò cosa fare.

Un ragazzo con due grandi occhi luminosi mi avvicina, a guardarlo bene non avrà più di vent’anni. Parla. Parla. Ma non ho tempo per le chiacchiere vuote, non mi interessa e lo allontano proseguendo a passo più svelto. Se non altro, so cosa non voglio, è già un inizio.

Adesso il tunnel è immerso nell’oscurità, mi accorgo che urto qualcuno quando ormai il danno è fatto. La donna mi rende il favore strattonandomi con un gomito.

– C’è molto da fare. Sei pronta? La ti aspettano ma non per molto.

Mi fermo indecisa. Ho anche la sensazione di sapere cosa c’è da fare, ma non ne sono sicura. Poi vedo, con la coda dell’occhio, dei movimenti veloci accanto a me, folate di vento improvvise. Sono altre persone che corrono nella mia stessa direzione. Maledizione! Vuoi vedere che mi frego, proprio quando sono vicina?

Inizio a correre anch’io, ho il fiatone ma continuo e quando mi fermo mi piego sulle ginocchia. Ho esagerato, come al solito, dovevo capirlo subito che quelli erano troppo veloci per me. Fisso il pavimento e mi sembra troppo chiaro per il tunnel, ripresi i normali battiti mi rialzo e tutto intorno a me è pieno di luce.

Vuoi vedere che ce l’ho fatta lo stesso? Strizzando gli occhi riesco a individuare montagne di carte che mi circondano, mi avvicino e ne prendo in mano alcune.

Qui mancano dei dati… e qui ci sono degli errori di compilazione… bisognerebbe…

Mi guardo in giro in cerca di una biro o qualsiasi cosa con cui scrivere.

Aspetta un momento. Ma tutta questa roba è per me? No, dico… scherziamo? Ho corso, rischiando l’infarto, per farmelo venire lo stesso seppellendomi qui?

Non sono più sicura di voler rimare lì, forse non riesco a tornare indietro ma ci provo.

Cammino per un po’ convinta di rifare il percorso al contrario, chiudo anche gli occhi sperando di riaprirli nell’oscurità ma i primi tentativi non danno risultati. In testa continuo a vedere i numeri e gli spazi nei documenti e, quel che è peggio, la mia mente continua a inserire i risultati in quei fogli dietro di me.

Alla fine tento il tutto per tutto. Riprendo a correre.

Che fatica, però… non ho il fisico per queste cose, non l’ho mai avuto…

Quando mi sento ricoperta di sudore fino alla punta dei piedi, mi fermo. Finalmente è tornata l’oscurità.

Dopo tutto, il tunnel non poteva essere sparito… ho male dappertutto però l’ho ritrovato… perché diavolo non mettono delle indicazioni? Almeno uno si evita di correre avanti e indietro, pensando di sbagliare!

Dovrei fermarmi, giusto per capire quale sarà la prossima mossa, ma so che facendolo decreterei il ritorno del sonnellino sul pavimento e l’omino con gli occhiali mi ha già seccato una volta; non ho voglia di ricascarci.

La passeggiata prosegue tranquilla, gli altri sembrano meno fitti del solito e la strada è più libera.

Meglio così… prendersi contro è proprio seccante! E poi finisce che è colpa mia, ma che ne so? Io cammino o corro, poco per fortuna, ma ogni tanto lo faccio. Tutto qui. Sono loro che cambiano strada e incrociano la mia, ti pare che colpisco qualcuno, tanto per fare? Anzi, se non mi vengono addosso è molto meglio anche per me, ma sospetto che qualcuno lo faccia apposta…

Non riesco a smettere di pensare, camminare inizia a diventare noioso e monotono.

Poi lo sento. All’inizio sembra una cantilena lontana, finché si trasforma in un suono costante per trasformarsi in un pianto vicino. Ma non è un pianto qualunque. E’quello di un neonato.

Ma dov’è? Qualcuno lo sente?

Nessuno mi dà retta, come immaginavo, e mi guardo intorno perplessa. Non riesco a capire se anche gli altri possono sentirlo. Forse sono l’unica a cui interessa.

Ok, qui bisogna darsi una mossa… non si può lasciare da solo un bambino per molto tempo, specialmente se piange in questo modo…

Riprendo a correre, ormai sono più allenata e non sento la fatica. Le gambe si muovono come avessero il pilota automatico, la mente valuta ogni possibilità.

Quando mi fermo sono di nuovo circondata dalla luce, non è proprio la stessa della volta precedente e mi tranquillizzo.

Il pianto si avvicina sempre di più, anche se adesso sono ferma.

Ma allora dov’è?

Sto per perdere la pazienza proprio quando un uomo mi raggiunge, in braccio regge un neonato che indossa una tuta colorata.

– Ma non lo senti piangere? Almeno prova a cullarlo… ha mangiato? L’hai cambiato?

L’uomo mi sorride orgoglioso, posa un bacio sulla fronte del bambino, che si dimena, e me lo piazza tra le mani.

– Adesso vado. Se hai bisogno chiamami al cellulare. Ricordati però, che non posso tenerlo acceso mentre lavoro.

Come sarebbe? Ho bisogno adesso, resta e ti eviti di dover tornare…

Lo osservo mentre si allontana. D’accordo allora, vediamo cosa si può fare qui.

Il neonato ha smesso di piangere e mi fissa. Il suo profumo di buono è inebriante. Gli bacio una manina, una guanciotta paffuta e la testolina senza capelli.

Sai cosa ti dico? Proviamoci… poi vediamo come ce la caviamo, cosa ne pensi?

Un gridolino di risposta è più che sufficiente. Riprendo a camminare ma non faccio molta strada perché senza preavviso mi si para davanti la donna che mi aveva strattonato prima.

– Allora quando torni? Non ti vogliamo sostituire definitivamente, ma se non riprendi al più presto saremo costretti a farlo. Lo capisci vero?

Sono contrariata per essere stata interrotta, dopo tutto ho appena cominciato per la miseria! Ma quando la guardo rivedo quei fogli e quello che potrei fare per completarli.

Nel frattempo il piccolo si agita e devo cambiargli posizione appoggiandolo su una spalla.

Ei… ei… aspetta un attimo topolino… sto cercando di capire cos’è meglio fare…

– Hai deciso?

– Veramente…

La fisso ma non mi sento sicura, abbasso lo sguardo sul piccolo corpo che stringo e non miglioro la situazione.

Ma dico io: può una donna essere monotematica senza tradire la propria natura? Perché deve rinunciare a una fetta di possibilità per partito preso?

Non ho ancora trovato una risposta.

Le allungo il bambino talmente in fretta da non darle il tempo di reagire, finché non lo tiene in braccio.

– Ei! Ma cosa fai?

– Me ne vado.

– Come sarebbe? Qui siamo in ritardo e io devo…

Sento le parole che scorrono veloci ma sono sempre più lontane. Ho ripreso a camminare e non mi volto indietro, non posso. Prima o poi deciderò ma non adesso.

All’improvviso il tunnel mi sembra un posto più confortevole. Almeno lui non mi obbliga a decidere. O no?

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Ringrazio Patrizio Pacioni per aver pubblicato questo racconto, ormai risalente a due anni fa, sul suo portale.

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Del vivere e fregarsene

15 maggio 2008

Di tematiche a cui interessarsi ce ne sono infinità ed è evidente che ognuno fa delle scelte.
Se ci si occupa, in modo più o meno pressante, di qualcosa che colpisce una percentuale limitata di persone penso si metta in conto dall’inizio che sarà difficile ottenere attenzioni.
Eppure sembra che, alla fine, su tutto il livello di interesse è scarsissimo. Quasi nullo.

Il tema della madri lavoratrici tocca da vicino – vicinissimo – un numero considerevole di donne in Italia (ed è evidente che lo stesso vale per il resto del mondo ma vorrei soffermarmi su ciò che accade nel nostro povero stivale).
Dunque siamo in tante. E prima o poi ci tocca subire. A volte anche pesantemente. C’è chi è costretta a lasciare il posto di lavoro dopo una gravidanza, chi deve accettare demansionamenti, chi subisce atteggiamenti al limite della sopportazione, chi viene spostata a Canicattì e impiega ora solo per arrivarci, sul posto di lavoro… poi ci sono i farmaci per resistere, le tensioni in famiglia… ci vorrebbero mesi solo per stilare una lista reale di tutte le possibili situazioni che le donne si trovano ad affrontare.
Eppure.
Non se ne parla mai, pochissimo comunque.
E anche quando lo si fa non è uno scavare, un grattare lo strato superficiale per andare più a fondo. E’ uno sfioramento leggero, un accarezzarsi reciprocamente ferite nella speranza che prima o poi smettano di fare male. Prima. O poi.
Di recente qualcuno mi ha detto che ‘ siamo il primo paese del Terzo Mondo’. E questa affermazioni mi è rimasta cucita addosso perché i cellulari, i pc, internet, i tv al plasma, gli ipermercati, le vetrine luccicanti, i multisala… tutto, guardandoci dall’alto, ci mostra come un paese che segue una qualche forma di sviluppo, a modo suo magari ma la segue.
Invece no, non come vogliamo credere.
Abbiamo si, i cellulari con cui possiamo anche vederci e fare boccacce ma poi non ci indignamo più se una donna è costretta a rinunciare a lavorare perché madre.
Non ci incazziamo più.
Questo mi spaventa, come concetto generale.
Siamo ormai omologati, mi viene da pensare.
Tutti presi dalle nostre realtà, da ritmi e condizioni più o meno voluti ma che poi, una volta piovuti sul groppone, ci trasciniamo in giro per quest’Italia stanca. Nient’altro.
Certo, guardiamo i tiggì, poi col satellitare da qualche anno siamo diventati quasi malati di reality e prodotti televisivi vari… certo. Vediamo la gente che muore per strada, i bambini coi loro pancioni enormi e gli arti ridotti a mucchietti di ossa inermi. Appena possiamo ci lanciamo in risse e magari tiriamo anche fuori coltelli o altre armi che ‘casualmente’ abbiamo in tasca. Seguiamo dibattiti morbosi con i plastici che riproducono la scena del delitto e le tracce di sangue. Sappiamo tutto di questo o quello.
Crediamo di sapere.
In realtà è solo, semplicemente, dolorosamente lo strato superficiale che neanche tocchiamo, il più delle volte. Lo guardiamo sempre da lontano – rigorosamente da lontano.  Commentiamo, per carità! Abbiamo sempre qualcosa da ridire.
Poi basta. Si passa oltre, si va avanti con qualcos’altro da incastrare nel nostro microcosmo super impegnato di vita ‘a modo nostro’. Ognuno per sé. Con pochi scossoni se possibile.
Se.
Possibile.
E allora io non mi ritrovo in questo quadretto. Con tutte le imperfezioni che ho e ci mancherebbe non fosse così. Non è così che.
Eppure non frega niente a nessuno.
Anche questa frase l’ho sentita ripetere spesso, sempre riferita alle tematiche delle madri lavoratrici anche se poi, volendo andare un pò oltre (non tanto, appena un pò) è una filosofia generale.
Anche quando tentavo di guardare in quegli angoli che separano le madri e basta con le c.d. ‘madri assassine’, anche all’epoca il sentore era lo stesso. Non frega a nessuno di andare oltre.
Ci si indigna.
Magari a tavola, la sera, si fanno dibattiti con toni alti e nervosi. Si condanna. Questo sempre e comunque.
Ma poi tutto finisce lì.
Non vogliamo capire, non ci interessa grattarlo via questo strato superficiale. Tanta fatica, scomodità, sudore e forse dolore. E chi ce lo fa fare? Molto meglio restarne lontani, e lasciarci vivere come ci sembra di stare meglio.
Io non lo so, se così stiamo davvero meglio.
O se piuttosto ci costruiamo bolle di normalità dentro cui relegare i vari aspetti della nostra vita, del nostro essere comunque vivi e pensanti ma anestetizzati.
E se anche qualcosa si potrebbe cambiare speriamo sempre che lo faccia qualcun’altro. Lasciamo ‘l’onore’ agli altri, ci convinciamo che prima o poi si farà avanti quel qualcuno che troverà il modo giusto per.
Non esiste un modo giusto.
Tutti si prova e si sbaglia.
Poi però ci si rialza anche, volendolo.
Certo.
E’ più semplice e dolce evitare tutto: non incazzarsi mai sul serio, non scandalizzarsi fino in fondo, fare spallucce all’occorrenza, condannare senza capire, non.
Siamo una nazione di ‘non’.
Forse da perfino fastidio chi mostra qualche timido tentativo fuori dall’omologazione.

Dottore! Immediatamente un ciclo completo di terapie d’urto… così vediamo se avrà ancora voglia di urlare…

Mi sento come se fossi uno di quei bambini che vengono tenuti farmacologicamente calmi, forzatamente inermi.
Io non voglio vivere così.
Per poco che conti, almeno non mi nascondo.

Barbara Gozzi

Eccetto

5 aprile 2008

La sua voce era armonica, distesa.
Chiacchierava con Tania da ormai venti minuti. Erano secoli che non succedeva.
Tania aveva preso la cattiva abitudine di rimanere nello stesso posto per non più di mezza giornata. Milano. Londra. Amsterdam. Canicattì. Non c’era verso di afferrarla. Così Paola si era rassegnata a viverla come veniva, un’amicizia in trasferta. Finché quel pomeriggio sono riuscite a intercettarsi, Tania seduta su una valigia all’aeroporto di Linate e Paola che guidava piano, verso casa.
Il cancello automatico era lento, assonnato, Paola continuava a squittire, rideva con il telefonino stretto tra l’orecchio destro e la spalla mentre raggiungeva il garage. E’ scesa correndo, cadeva una pioggia fine e il cielo aveva ormai abbracciato i toni della notte in arrivo. Ha infilato l’utilitaria tra i muri chiari, la lampadina penzolava malinconica, emanava una luce chiara, ghiacciata. Ha chiuso il garage aiutandosi con i piedi, il portone in metallo pesante tendeva a slittare con facilità. Infilato il cellulare nella borsa ha alzato lo sguardo.
Il cortile interno era deserto, l’ha notato per la prima volta.
L’ha notato e ha sentito arrivare il formicolio dal basso. Era un’onda avvolgente, lingue infuocate che le attraversavano il ventre fino al collo. Stringevano i tessuti e le arrossavano le orecchie.
Poi un rombo sordo, come una sirena lontana ma non c’era una direzione precisa, un angolo da afferrare per capire, orientarsi. Paola continuava a guardarsi in giro, cemento e alberi secchi, spogli. Tutto era come doveva, come l’aveva lasciato uscendo qualche ora prima.
Eccetto.
Qualcosa le ha fatto salire le lacrime agli occhi. Qualcosa di sempre più preciso, nitido, che si è materializzato davanti a lei accecandola.
Mancava la macchina.
Non una qualunque, quella della signora Grenzi, la vecchia tata che chiamava nei fine settimana quando gli impegni improvvisi le impedivano di rimanere a casa, al calduccio a coccolarsi il suo cucciolo e a fare giro-giro-tondo ridendo come una scema.
Mancava la sua macchina, dunque. Il rombo era sempre più forte, insistente.
Ha aperto la borsa rompendo la cerniera esterna, le mani afferravano oggetti inutili. Il borsellino, fogli sparsi, due fazzoletti, il rossetto. All’improvviso lì dentro c’erano solo cose sconosciute, forme e colori privi di senso che ricacciava indietro nel vuoto della borsa maliziosa. Ma del telefonino nessuna traccia.
Se è uscita con Tommaso mi avrà mandato un sms o troverò una chiamata persa.
I pensieri ruotavano, formavano cerchi incompleti mentre le mani erano pale che giravano troppo in fretta, provocavano scintille inutili. E una voce (la sua?) ha iniziato a ripetere ossessivamente la stessa nenia, lenta e disperata.
Per favore no. Per favore no. Per favore no.
Paola si è lanciata verso l’ingresso della palazzina, aveva freddo mentre il cuore accelerava. La chiave ha girato al terzo tentativo. Tremava, era sorda e cieca. Perfino girare quella piccola chiave scura le sembrava complicato, un rompicapo nuovo.

La signora Grenzi aveva sessant’anni. Guidava solo per venire a casa sua il sabato o – meno spesso – la domenica. La signora Grenzi aveva le guance candide, i fianchi larghi e i capelli corti resi morbidi e gonfi dalla stessa permanente leggera che si faceva quando Paola era una ragazzina magra e brufolosa. La signora Grenzi non usciva mai con Tommaso. Aveva paura delle strade trafficate, dei malintenzionati, di perdere le chiavi per rientrare o di dimenticare aperto il gas. In tre anni non era mai uscita una volta, neanche in piena estate. La macchina bianca della signora Grenzi non era parcheggiata davanti al garage di Paola, non era accanto all’albero marcio dei Rinaldi che la primavera successiva sarebbe passato a miglior vita grazie all’ultima delibera condominiale. La macchina della signora Grenzi era da qualche parte fuori dal cancello di via due Giugno al civico trentanove.

 for FREE!

Paola aveva il fiato corto, le gambe molli affrontavano i gradini a due la volta.
Per favore no. Per favore no. Per favore no.
Ormai lo sapeva, se lo sentiva tra i polpastrelli tremanti che era successo qualcosa di brutto. Molto brutto. E il ronzio assordante, il cuore impazzito, i tremori. La stavano avvertendo che ormai non c’era più niente da fare, l’incanto era stato spezzato. Le risate sotto il piumone, sgridarlo mentre piroettava yogurt dal seggiolone appiccicaticcio, parlare con il vasino per convincerlo a sedercisi sopra e quegli abbracci che sapevano di buono; loro insomma, non esisteva più.
Alla seconda rampa i gradini sono diventati alti e scivolosi. La bretella della borsa le strappava la pelle delle spalle, un piccolo masso che le rallentava l’andatura, la strattonava verso il basso; giù, sempre più. La paura era ovunque, gridava attraverso i muri e le stringeva le caviglie, l’eco era assordante.
Si è aggrappata alla ringhiera, Paola. Ha strizzato gli occhi mentre ordinava alle gambe di alzarsi, alle ginocchia di piegarsi in fretta e ai piedi di appoggiarsi sul marmo freddo. Ordinava attraverso rantoli silenziosi, imprecazioni strozzate.
Per favore no. Per favore no. No. No. No.

La porta blindata si è aperta subito. La signora Grenzi non l’aveva neanche chiusa con le solite tre mandate.
Il profumo della pelle di Tommaso l’ha investita a tradimento dopo il prima passo. Dietro di lei la porta ha sbattuto seccata, la rimproverava per tutta quella confusione improvvisa. Ha rovesciato la borsa sul tavolo della cucina, gli oggetti hanno preso a correre attraverso il tessuto rugoso della tovaglia in plastica, quella con i fiori enormi che Tommaso cercava sempre di strappare.
Il cellulare la fissava da dentro il sottile astuccio scamosciato. Era dove l’aveva infilato pochi minuti prima, non si era mosso da lì.

Schiacciava tasti a caso, li premeva sotto un impulso illogico quanto isterico. Paola non era più lì, il suo corpo – quello si – continuava a dimenarsi, ma la sua mente si era nascosta, accucciata da qualche parte non voleva vedere, sentire, capire.
Chiamate perse.
Nessuna.
Sms in entrata.
Cartella vuota.
Si è rialzata barcollando – con il cellulare tra le mani si era lasciata scivolare finché il pavimento l’aveva afferrata. Il freddo era penetrato oltre le ossa, direttamente dentro il cervello e le mangiava la materia grigia molliccia, trasparente.
Rialzandosi ha allungato una mano per afferrare il cordless sulla piccola mensola dietro di lei.
‘Zero zero’ segnava il display rosso.
E quel rosso lì l’ha assorbita. Annientata.

Ti sto implorando.
Per favore.
Fai quello che vuoi.

Ma lui no.

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Immagine di BG

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Questa composizione rappresenta la seconda pagina del Moleskine su Declinato al femminile.

E se noi, se poi.
Ti guardo e so che basterebbe proprio poco. Potresti allungare un braccio, spostarlo dal comodo appoggio sotto le coperte, potresti sai? Sfiorarmi e magari stringermi fino a convincermi.
Mi piace parlarti piano, sussurrarti mentre dormi chiuso nel tuo mondo, con le labbra leggermente piegate come adesso, i tuoi capelli sono morbidi, mi solleticano i polpastrelli.

L’ho fatto, si.
Si.
Ti ho dimenticato per un po’ mentre un altro corpo si muoveva dentro di me, mentre altre mani mi facevano tremare, odori diversi, suoni improvvisi e quel risucchio che non ricordavo, pensavo di non esserne più capace e invece.
Poi Sara. Quando se n’è andata credevo di spezzarmi, di non riuscire a reggere l’urto e avevo paura che quel buco enorme e pieno di spifferi ci risucchiasse. Eppure siamo ancora qui.

L’altro giorno mi è tornata in mente mia madre. Lo so, lo so, riusciva a inacidire perfino le torte – con te poi che la stuzzicavi ogni volta era quasi dovuto, un gioco di ruoli solo vostro, direi. Comunque l’ho rivista fasciata in quel vestito lungo macchiato di fiori piccoli, fini. Ti ricordi com’era bella? Io si. Andavo a lavarle i capelli e ci mettevo ore a pettinarla come voleva lei.
Mi è apparsa per strada, in quella panchina che fa angolo con il vecchio parco, prima non c’era niente da quelle parti, solo alberi e prati pieni di erbacce, mentre adesso. Lo sai. Comunque era lì e mi guardava, è stato l’altra mattina che ero anche in ritardo. Quella cavolo di sveglia nuova ha suonato mezz’ora dopo – o l’avevi spenta tu, secondo me è andata così ma non insisto. Avevo la testa già dentro le scartoffie quando il suo sorriso mi ha riacciuffato prima della curva. Era lei ti dico, sono sicura. E voleva che frenassi, anzi no, che inchiodassi proprio per sedermi lì anche se faceva un gran freddo e in alcuni angoli l’asfalto era lucido, brillava per il ghiaccio sottile, subdolo.


So che lo sai, comunque. Di Piero. E adesso ti vorrei, ho bisogno di sentire che tu ancora; di stringerti e leccarti finché non riesci a stare fermo e allora anch’io. Il tuo corpo mi ha sempre mosso qualcosa, laggiù dove non c’è spazio per le bugie, i rancori e la voglia di farsi del male. Anche questo dovresti sapere. Solo che alle volte è così… così e basta.
Com’è poi che non ti spuntano mai i capelli grigi?
Fuori il cielo si muove, vedo i primi bagliori.

Sogni d’oro, amore.

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Questo testo rappresenta la prima pagina del Moleskine su Declinato al Femminile.

 

Ma Elisa cammina

1 marzo 2008

Ma Elisa cammina di Barbara Gozzi

L’acqua è rumorosa. Scroscia e si infrange sul fondo della doccia dalle pareti di plastica.
Elisa si spoglia con calma. Entrando in bagno ha chiuso la porta, attenta a girare una sola volta la chiave.
Lei piange. In quel modo ossessivo, cadenzato ma adesso non può, proprio non riesce a darle retta. Per questo si è chiusa dentro, da lì è meno forte, il pianto. Apre l’acqua che scorre veloce, i primi vapori salgono mentre osserva la faccia riflessa nel piccolo specchio quadrato. Il pianto continua ma è meno pressante, sembra vicina ad addormentarsi. Sembra.
Dentro il box doccia sbatte i gomiti nel tentativo di afferrare lo shampoo poi niente, si lascia andare. Libera, svuotata, investita dal getto finalmente bollente che le arrossa la pelle.

Non si sente più, il pianto, con l’acqua nelle orecchie riesce a rilassarsi, abbandona il collo e cede. La testa ronza appena e la schiena le fa meno male.
Riapre la porta a fatica, la serratura scricchiola.
Esce avvolta nell’accappatoio ruvido comprato in Piazzola prima di partire (un’occhiata appena, ‘prendo quello’ e la mano che allunga una banconota), fa freddo nel piccolo appartamento, appena tre stanze bagno compreso ma Elisa non la sente la pelle intirizzita, improvvisamente porosa. Alcuni brividi isolati le raggiungono le labbra. C’è silenzio fuori dal bagno, di quel tipo stantio e sospeso che ormai conosce bene.

Entra in camera e si siede sul letto bagnando le lenzuola accartocciate. I capelli gocciolano.
Non piange più, nota.. Poi sorride. Un sorriso incurvato verso il basso, rassegnato, amaro. Certo che no, cretina.
Sul comodino brilla la fede argentata e una fotografia sgualcita, un tempo lucida e dai colori vivaci. L’immagine ritrae il volto di una donna pallida ma sorridente che stringe in grembo un mucchietto secco di pelle e ossa di dimensioni lillipuziane. E’seduta, la donna e indossa uno di quei camici verdastri che era obbligatorio nel reparto. Il reparto dei bambini sospesi, che aspettano di sapere se. Intensiva neonatale dov’è rimasta ricoverata una bambina, insieme a molti altri. La sua bambina.
Volta a faccia in giù la foto, sente suonare il telefonino e si maledice.

Non ha voglia di parlare, pensare, ascoltare.
Osserva il display e rimane immobile alcuni secondi. ‘Casa’ dice la scritta lampeggiante. Ma la sua casa è tra quelle mura, ormai. Lì, in una città sconosciuta quanto aggrovigliata. Non è colpa di Bologna o di qualche altro posto ma è lei che ha scelto, poi il Natale in arrivo che. Brivido. Sospira, rifiuta la chiamata e lo spegne.
Si allunga fino alla piccola finestra vicino ai fornelli (angolo cottura recitava l’inserzione).
Attraverso i vetri vede la strada principale, enorme ma tranquilla, due corsie per senso di marcia con uno spartitraffico di cemento vivo dove si fermano alcuni passanti incerti. Saranno turisti, nota, come lo eravamo noi. Noi ovvero lei e Luca, quasi due anni fa.
A ripensarci le sembra un’eternità, un’altra vita addirittura.
Due anni. A inizio Dicembre duemilacinque, in occasione della Fiera ‘più libri, più liberi’ al Palazzo dei Congressi.

Così quando ne ha avuto bisogno le è tornato in mente il posto, quello, e ha deciso. Qualche giorno per organizzarsi, una valigia stipata di roba presa a caso e il treno.
Sei un’egoista, le ha detto Martina ormai due settimane fa con una faccia scura da far paura.
Ebbene si, l’ha interrotta, ed era arrabbiata Elisa ma non se n’era accorta mentre le urlava contro. Ebbene si, sono una maledetta egoista che si fa i cavoli suoi proprio quando non dovrebbe.
Ma c’è Luca, ha provato a replicare l’amica un pò incurvata dalla risposta ringhiata.
Luca. Ah.
Luca, sua madre, suoceri, zii e cugini misti, amici, vicini, colleghi e. Tutti tranne lei insomma.

Ha mollato Martina davanti a un negozio con la vetrina in allestimento. Purtroppo.
Perché in realtà il problema è tutto lì. Negli addobbi, le canzoni dolci per forza, i fiocchi rossi, i campanelli, gli alberi pieni di roba colorata e scintillante che sembrano caricature, i sorrisi di gomma, le carte di credito che corrono alle casse, quella roba lì insomma.
Il Natale.
Il primo dopo. Senza.
Si stacca dalla finestra, ha i capelli appiccicati al collo e un vago sapore amaro tra la lingua.
Lì starà bene.
Lontano da loro, quelli che la conoscono e sanno.
Lontano dalle vie che le si sono stampate in testa nei tre mesi di spola da casa al reparto, ogni santissimo giorno che piovesse o ci fosse il sole, feriali e festivi, sempre di mattina presto lei c’era. Corse avvolte nell’angoscia, vissute col fiatone, la paura sempre addosso tra i vestiti sgualciti e la voce incrinata. Vie che adesso neanche riesce a sfiorare. Massarenti, Palagi, Mazzini ed Ercolani. Le provocano la tachicardia, le viene il fiato corto e un certo formicolio alle mani.
Lì starà bene.
Casa, diceva il diplay. Davvero la può chiamare ancora così? Che si trovi a Roma o altrove, là a Bologna, c’è davvero la sua casa? Senza sua figlia? Quel mucchio di pelle e ossa dalle sembianze vagamente umane che non è riuscita a sopravvivere, nata alla ventinovesima settimana di gestazione ha pensato bene che il mondo era troppo buio per rimanerci.
La piccola senza nome.
Elisa lo sente, il pianto, sta tornando a tormentarla e non c’è niente da fare.

Chiude la finta porta blindata (finta perché non è così spessa come dovrebbe, passano degli spifferi dalle estremità). Quattro rampe di scale poi la strada enorme che si perde oltre lo sguardo.
Si incammina verso la fermata dell’autobus assorbendo il grigio che la circonda, sfiora le facce chiuse dei malcapitati in giro a pomeriggio inoltrato in una giornata fredda di inizio Dicembre. La notte incalza, la sente che si avvicina a via Cristoforo Colombo come fosse un serpente affamato.
Ma Elisa cammina.

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Grazie a Fabrizio Centofanti, questo racconto è stato pubblicato su La poesia e lo spirito.