Un giorno ti alzi

11 maggio 2008

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Un giorno ti alzi.
E fai le solite cose (lavarsi, vestirsi, colazione in piedi, accendere la macchina e cuccarsi l’aria fredda in faccia, inveire contro il pazzo davanti che ha frenato e a momenti gli salti in testa…).
Un giorno ti alzi e non pensi a niente, a parte le solite cose. Le fai, le hai programmate e come tutti i giorni unti, scivolosi ti plasmi attorno a loro, su di loro. Solo così arriva sera, solo così finisci a letto e sospiri pensano ‘cavoli, anche oggi è andata’ oppure ‘porca puttana che giornata di merda’ o ancora ‘non capisco se ho più mal di testa o la nausea’…
Solo che quel giorno lì, uno qualunque ben inteso, succede qualcos’altro. Che ti piomba addosso come una sassata, rapida e violenta.
Senti qualcuno che parla, sommessamente, a bassa voce. E tu sei lì, non importa cosa stai facendo, sei abbastanza lontano da non essere visto ma sufficientemente vicino da capire.
Allora ti accorgi che quella persona che sta parlando, bisbigliando (magari piagnucolando) la conosci. Si, la conosci eccome. Ascolti con il busto rigido, capti subito le stonature, gli acuti della voce, quel tono pesante, grave che si usa solo in certe circostanze. In quelle lì, insomma, quando qualcosa di grosso non va e non c’è una parola migliore da usare, un modo per renderlo meno gelido. Malattia. Ma non una di quelle comuni, banali tipo l’influenza che è quasi una moda o la bronchite (più grave della precedente ma curabile senza troppi sforzi).
No, no, no.
Malattia con la emme maiuscola. Che il solo pronunciarla ti vengono i brividi e il cuore si fa pesante, rugoso. Malattia come ‘non lo so mica se ce la faccio a crepare di vecchiaia ‘.
Ecco.
Un giorno ti alzi e scopri che qualcuno attorno a te ce l’ha, la malattia emme maiuscola.
Scopri che tutti gli sforzi per rispettare gli orari, fare tutto (ma proprio tutto quello che ci si aspetta da te, che tu vuoi riuscire a fare) insomma. Scopri che sono tutte cazzate. Inutili assorbitori di energie. Radar subdoli che ti risucchiano la linfa e in cambio ti fanno credere che vali qualcosa, che sai e capisci e riesci e affronti e sei e sarai e potrai e. E tutto quello che ti procura un brivido di eccitazione.
Nient’altro che puttanate però. Lo realizzi in quel momento, metabolizzi e ti senti pesante, soffochi.
Perché a qualche passo da te c’è qualcuno che sta male. Qualcuno che conosci (aggravante). E sta male sul serio (doppia aggravante).

In giornate così ti rendi conto che stai sprecando la tua vita. Che ti stai preoccupando di niente. Che ti dedichi al nulla e trascuri beatamente il resto.
Il resto
.
Che cos’è poi?
Respirare l’aria fredda della notte? Nuotare con l’acqua nelle orecchie e i muscoli che urlano? Ascoltare la signora che alla fermata dell’autobus vorrebbe raccontarti di quando suo marito è morto? Ridere di una battuta cretina con le mani affondate nella cioccolata? Fare giro-giro-tondo con i tuoi figli? Affacciarti alla finestra e basta, guardare e tacere?
Forse.
Tutto quello che ti perdi ignorando che il domani è meschinamente friabile, scivoloso. Che quello che stai facendo ora (si, si, anche adesso, cosa credi?) non tornerà; che i sorrisi, i pianti, le urla, le confessioni, i perdoni, le banalità, le parole, gli abbracci non sono eterni. Ma soprattutto non conoscono i salti temporali né la scomposizione molecolare. Se non le fai, quelle cose lì che accenno sopra, se le rimandi, pensi che poi, dopo, fra un pò. Ti convinci che ci sarà tempo. Ecco. Allora si che sei perduto. Perché se inizi a correre e non ti fermi, la perdi (l’abitudine di ascoltare, notare, sorridere, baciare, sospirare, non fare niente, lasciare tracce di te sugli altri – sul mondo che ti circonda anche se non lo guardi, lo ignori).

Un giorno ti alzi e ti senti un cretino. Anzi, peggio. Uno che si è dimenticato perché è lì e chi vuole essere. Come vuole spendere il tempo che ha a disposizione (e non si sa, quanto sarà questo tempo, sta lì la fregatura. Anni. Decenni. Mesi. Altri venti, trentacinque, sette, sessanta, cinquantuno o tre. Fa differenza, lo so, ma non è permesso saperlo).

Forse ci vorrebbero più giornate così, per ricordarti cos’è davvero importante. Per cosa vale la pena lottare e a chi stai rinunciando per (ammettilo, solo un attimo, che ci hai pensato anche tu).

Sei sicuro di sapere, capire, potere (e se proprio in quel momento non è così allora ti impegni per arrivarci, barricato nelle tue convinzioni, vittima e carnefice di quel bisogno di dimostrare, essere, fare, comprare). Sei sicuro che il domani ti sia dovuto (e figurarsi perché dovrebbe essere diversamente). Poi arriva il giorno che senti la parola con la emme maiuscola e rimani come una statua di cera. Immobile. Inebetito. Tremante.

Povero piccolo ometto di carta pesta.
Non vedi che è scaduto il tempo?
(
non il tuo, per ora, ma sei sicuro adesso che basti? Per ripartire. Sorridere a comando. Tenere la schiena dritta e il petto in fuori. Sventolare la carta pagatutto e sentirti orgoglioso del luccichio. Sei davvero sicuro che la emme maiuscola non ti tocchi?).
L’hai vista allontanarsi, quella persona malata che conosci e ti è venuta voglia di rincorrerla, rassicurarla, chiederle se le va di andare da qualche parte con te magari per parlare in pace, raccontarsi, ricordare di quando.
Solo che non l’hai fatto. Perché è complicato, il transito. Il non sapere se e come e quando e perché e dove e. E’sempre una ‘e’ che ti frega. Eppure. La lasci andare e pensi che la chiamerai, domani. Facciamo lunedì (un lunedì diciamo).
Riprendi a fare (quello che ti teneva impegnato prima del subbuglio, prima della emme maiuscola e il sudore freddo).

Un giorno ti alzi e scopri che non sarà una giornata qualunque (non per te almeno).
E ti viene voglia di urlare. Al cielo che continua a essere azzurro. Ai maledetti impegni che ti assillano e ti ricordano che è tardi (è sempre tardi, ci hai fatto caso?). A quel bastardo del tempo che non c’è mai, scompare e non sai dove rintracciarlo, come convincerlo a tornare, a darti tregua, a lasciarti in pace.

Sai che c’è?
Quei giorni lì ti conviene non alzarti.

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Questo racconto stato pubblicato all’interno della rubrica ‘ Contorsioni’ sulla rivista Historica.

Alcune informazioni dall’ ‘Officina’ QUI.

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Il rosso è arrivato

21 dicembre 2007

Il rosso è arrivato.
Quel rosso che abbraccia tutto prima di scomparire, prima di lasciarsi inghiottire dalla notte che incalza, pretende, vuole essere la padrona anzitempo. Ma lui, il rosso del sole che tramonta in un pomeriggio invernale, lui non la manda a dire. Illumina i vetri, si riflette sulle superfi, scaccia le tende (le trapassa addirittura).
Ha aperto la finestra, l’aria fredda è entrata subito, un soffio gentile.
Ma è un freddo che sa di buono, di aspettative cullate, tempo allungato. Perchè l’aria lo sente, il rosso, e sorride.
Marco inspira. Lentamente. Assapora l’eccitazione, assorbe l’attesa, la voglia di fare (che di solito gli scivola addosso, lo stordisce giusto il tempo di farglielo credere, che farà insomma. Poi evapora, non c’è verso di ritrovarla e finisce spossato, confuso, tediato).
Marco aspetta.
Che il rosso gli entri dentro. E spera.
Che stasera. Stanotte. Finalmente sarà. Arriverà.