Ti amo

29 luglio 2009

barbara gozzi

Ricorda di averla aspettata a lungo. Tra afa soffocante e volti sfuggenti. E anche di averla chiamata, oltre la decina di tentativi a vuoto. L’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile. Trullallà, trullillà. Sudore sotto le ascelle a formare aloni fastidiosi sulla camicia, non una qualunque, scelta proprio per andarla a prendere. Vagamente profumata di mare, per via di quell’ammorbidente blu, oceans recita l’etichetta invadente. A lei piace. Il mare. Il sole. Ridere. Stavolta qualcosa dev’essere andato storto.
Ripiega le braccia sotto la testa, con le pupille gonfie perlustra in lungo e in largo il soffitto della camera, straniera come la donna mollemente abbandonata sul suo fianco sinistro. Bella, dalla pelle scura, arsa dai raggi invadenti. Occhi chiari, sfumati. Labbra enormi, effetto risucchio.
Un ronzio gli provoca uno scatto fulmineo del collo. E’ lei, se lo sente tra le cosce. E’ come averla lì, davanti a lui, in ginocchio che fa la diva, a non guardarlo fissando oltre i suoi capelli sul cuscino mentre muove i fianchi e si passa i polpastrelli sul seno ancora parzialmente coperto dalla canotta. Bianca. Ultimamente indossa sempre lo stesso modello. Con i bordi spessi, da uomo. E rigorosamente di un bianco etereo, che acceca. Nessun vezzo tra la carne, gioielleria varia, trucco, profumi, nulla. Persi per strada, col tempo. Solo un sottile aroma denso, dolciastro, residuo insistente di una crema che la ossessiona. Ventisette euro il barattolo. Enorme, il barattolo. Sembra un cofanetto dagli spigoli tondeggianti. E lei che, con un solo movimento del polso ne fa rotolare il coperchio, gli provoca un brivido di quelli rari, la prima volta che gliel’ha visto fare ancora pioveva. Era il venti aprile. Poi con quelle mani piccole si riempie i palmi, schiariti improvvisamente dall’unguento compatto e molliccio.
Altra scossa. Chiude gli occhi il tempo di scacciarla. L’immagine delle sue mani che spalmano su fianchi, cosce, risalendo verso la pancia che splende lucida; l’immagine è diabolica. Messaggio! Allunga il braccio destro, la straniera si è accoccolata sulla spalla opposta, ne limita i movimenti ma con quell’unico arto libero rintraccia il cellulare. Il ronzio familiare ora lampeggia. Non ti è piaciuto? Corruga la fronte. Non ti è piaciuto? Perde contatto con il display, l’oggetto scivola sul pavimento con un tonfo attutito da un presunto tappeto che non ha memorizzato, d’altra parte l’arrivo della sera prima non era destinato ai dettagli. Ricorda precise emozioni, la ferita, ma anche quella rabbia che da dentro inspessisce tessuti e opacizza sguardi. Quel tipo di rabbia che trasforma un male in altro. Infatti si ritrova questa straniera tra le costole, stamattina, che gliel’ha succhiato fino a farlo urlare, con la bravura dell’esperienza e l’occhio del mercante ma poi non ha voluto niente. Resta. Solo questo, le ha sentito dire. In tutta una notte. Resta.
Non ti è piaciuto?, è un link, un rimando a quel qualcosa che tra loro si è inceppato mesi fa e non è più ripartito. Non come prima. Tra. In. Loro. Lui e lei. La straniera muta in controfigura. Comparsa.
Quando le ha detto: ci sarò, figurati, aspettami. Poi ha chiuso i contatti. Cellulare staccato. Fuori casa. Fuori città anche. Fuori tutto eccetto se stesso. Ricorda di averla pensata, uno o due attimi, secondi, minuti non è sicuro, secondi di certo. L’ha pensata con la solita voglia di quella sua schiena che è tavola da surf, richiamo a carezze precise, lente, prolungate. Altro no, non lo ricorda perché non c’è stato. L’ha lasciata fuori da sé. E lì, in quel fuori e dentro, è rimasta. Non una scenata, un verso, appena qualche riferimento, per lo più casuale, dopo alcune settimane di nulla. Fino a oggi.
Gli ha detto: il treno è quello solito, aspettami per le sei e qualcosa. Poi niente. Non c’era, sul treno. O non è scesa. Non c’era e basta.
Era un ritorno. Link di rimando. Coda che frusta prima di acciambellarsi su se stessa.
E’ resa o perdono?
Male o Bene?
La straniera si stiracchia, ha un sorriso strano, non brutto, no. Gli confonde la testa. Sente che le labbra enormi sono tornate. Ammorbidiscono un capezzolo. Il cellulare è ancora per terra, chissà dove sotto la rete, il materasso, le lenzuola, loro. E di nuovo si sente la pelle accesa. E’ lei, che torna e scompare. E’ la straniera, con quell’alone diverso e vicino insieme. E’ che tutto ha un prezzo. Non sempre quello previsto.
Poi si.
Si.
Gli è piaciuto.
Ma solo perchè nell’assenza c’era, lei.
Il corpo della straniera addosso al suo, lui dentro quella carne scura, soda.
La sua voce, era lei, che gli sussurrava quello che sempre, da sempre, ha aspettato di sentire. Sono qui, amore amore…
Poi l’oblio delizioso. Perfetto.
E’ bene, altro non può. Il resto glielo lascia. Lei è così, in fondo. Colpita si rialza ma zoppica anche se non si vede. Più male di quello che sente non riesce a provocarne. Ne resta comunque soffocata.
Confeziona la risposta, la incarta con la mente, pronta per l’invio non appena potrà lanciarsi con la testa sotto il letto. No, per niente. Ti amo.
La straniera intanto gli ha rubato le labbra, se lo stringe contro, ammobilia pelle nuda con carezze veloci, efficaci. Ti amo. E sospirando aspetta.

di Bg, notte tra il 28 e il 29 luglio 2009.

Credit Photo.

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Ho sbagliato tutto

30 novembre 2008

Ieri sera ti ascoltavo parlare e realizzavo per l’ennesima volta quanto siamo diversi.
Non me lo ricordavo, in fondo ormai ci si vede quando capita. Un mese si e tre no.
Allora con questo caldo che strozza anche dopo cena, mi sono concesso il lusso di ascoltare e basta. I rumori della strada, bambinelli frignoni che non ne vogliono sapere di starsene fermi sui passeggini (o quelle robe lì), i ragazzi in bicicletta rigorosamente in short (qui ho sbirciato) che cinguettano di nulla.
Mai uscire coi vecchi amici nelle serate estive dominate dall’afa malata della padania. Anzi no. Ho già cambiato idea. Uscire va anche bene (dipende da chi resta in casa) è il ritrovare gente quasi persa di vista che se si può, conviene evitare.
Comunque è andata così. Io e te siamo diversi. Punto.
Allora come abbiamo fatto a diventare inseparabili?
Va bene, te lo concedo. Eravamo giovani e fessacchiotti. Tu, con quella specie di bandana che sembravi un cartone animato e io con le solite fisse. Magari eravamo solo temporaneamente complementari.
Comunque ieri sera ti ho guardato per bene. Quand’è che ti sei inscurito i capelli? No, ti dico che sono sicuro. Mica ce li avevi così, anni fa. Non ti consiglio di ribattere. Il massimo che ho cambiato io è la dimensione della pancia (lievitata, mi pare ovvio).
Poi cavoli.
Quel tuo salutare tutti, per strada, al bar, nel tragitto verso le macchine.
Mi sa che sono io.
Quello che non è cambiato per niente. Diciamo poco, allora.
E a vederti, ieri sera, mi sa anche che ho sbagliato tutto.


‘La questione di Jekyll e Hyde’: genesi e affettività di Barbara Gozzi

Ci pensavo da alcuni mesi: rileggere ‘Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde’ di R.L.Stevenson. Ho anche cercato inutilmente la vecchia copia usata alle superiori. Alla fine l’ho ricomprato, era giugno 2007. Nello stesso periodo tenevo sul comodino ‘Lezioni di letteratura’di ‘Vladimir Nabokov,  (Garzanti, 1992).

La prima volta ‘ho visto’ una singola scena, esattamente come l’ho poi riportata nella storia.
Una piccola mansarda con gli scaffali semivuoti, libri sparsi, alcuni dentro scatoloni. Una scala a chiocciola che porta al piano di sotto con uno stereo acceso in sottofondo. Poi lui, quello che è poi diventato il protagonista, Marco, che annusa i libri, li scorre affascinato prima di riporli negli scatoloni rimasti aperti. Finché. La copertina con la faccia deforme, il ghigno di Hyde gli resta tra le mai. Poi un foglio che scivola dalle pagine ingiallite. Cose che vorrei si ricordassero di me, c’è scritto nell’intestazione con una grafia sconosciuta.
È iniziato tutto da lì.

Il tema del dualismo mi ha sempre affascinato. Il riconoscere, l’ammettere, che non esistono i toni forti ma tante – infinite – gradazioni, suona banale, scontato. Oggi preferiamo le ‘favolette’ (il più delle volte), ci raccontiamo che esistono precisi confini, cataloghiamo le persone, ci etichettiamo e facciamo di tutto per rimanere fedeli a quella precisa versione di noi che ci piace, che vogliamo trasmettere. Oggi viviamo per e attraverso la perfezione.
Allora l’idea di frenare e recuperare una storia (appunto quella di Stevenson) che risale al 1885, partorita da un uomo intrappolato in un corpo malato, costretto a lunghi periodi a letto, ma con la testa piena di personaggi, avventure, quanto crudeli affreschi della società; insomma. Sentivo che tra quello che vedevo (vedo) io nel XXI secolo e quello che circondava Stevenson non c’era nessuna differenza. Il dottor Jekyll deve – vuole – essere rispettabile, non gli passa mai per la testa che certi istinti o bisogni si possono svelare (a domestici o amici) senza per questo perderne la stima e il rispetto, o peggio, la considerazione. Hyde, invece, se ne frega, non le conosce neanche le inibizioni, nasce proprio per tirare fuori ‘tutto ciò che Jekyll’ ha soffocato seppure nella sua grande genialità di studioso e sperimentatore. È il prezzo da pagare insomma, per lo sforzo di essere perfetto, rispettabile, onesto. Per non avere, appunto, sbavature nei comportamenti perché per quanto riguarda i pensieri – almeno in quelli – Jekyll sa, ammette, di avere precisi voglie, riconosce la necessità di uscire dalla perfezione per assecondare quei bisogni che lo portano a forzare la natura umana stessa.
Due simboli, due entità che sono dentro ognuno noi. Due ‘vocine’ opposte. Eppure così sottilmente legate da non poter essere mai divise, neanche quando prendono decisioni ‘in autonomia’ lo sono, separati.

La prima bozza de ‘La questione’ l’ho scritta nell’agosto 2007. In un periodo di rallentamenti, qualche giorno al mare poi di nuovo il cemento, le corse e l’incalzante quotidiano. Poi ha subito vari ‘interventi’, riscritture. Il mare ha avuto un ruolo preciso, nella genesi.
Da bambina ci passavo almeno un mese (se non di più) con la mia famiglia. Le nostre vacanze erano il mare. Poi ho perso il contatto, il tempo e le necessità sono cambiate.
Allora il recuperare certi odori, ritmi e percezioni mi ha riallineato. Mi ha dato modo di ‘collocare’ i personaggi in un preciso contesto passato che poi è diventato presente.

Una delle scene a cui sono più legata ha appunto a che fare con il mare. Con un ritrovarsi a distanza di molti anni e il riconoscersi diversi dall’immagine che si aveva allora, che ci si era costruiti e si voleva imporre agli altri. Ma c’è anche, in fondo, tra granelli di sabbia e ombrelloni chiusi, l’ammettere un fallimento. Il crollo di fondamenta preziose che coinvolgono i legami familiari, che scuotono antiche certezze e chiariscono quelle nature rimaste nascoste fino a quel momento.

Dunque scene, sequenze, immagini, singole inquadrature. È così che vivo questo racconto, è così che lo richiamo a me, che sento le voci, gli odori e i suoni. Ma le angolazioni possono cambiare, invertirsi, capovolgersi. In realtà è l’occhio della mente che decide.
“ I vari fili di un racconto ogni tanto si uniscono e nell’ordito creano un’immagine; i personaggi incorrono ogni tanto in certi atteggiamenti – tra di loro o rispetto ala natura – che contrassegnano il racconto come un’illustrazione. […] Altre cose possiamo dimenticarle; […] possiamo dimenticare il commento di un autore, anche se era forse ingegnoso e veritiero; ma queste scene che fanno epoca […] le adottiamo nel grembo della nostra mente in maniera tale che né il tempo né le circostanze possono cancellarne o diminuirne l’impressione. Questa, dunque, è la parte (suprema), plastica della letteratura: incarnare un personaggio, un pensiero o un’emozione in un atto o in un atteggiamento che colpisca profondamente l’occhio della mente.” (‘Chiacchierata sul romanzo’ di R.L.Stevenson)

Il titolo è un richiamo preciso, me ne rendo conto. E per chi non lo leggerà diventerà probabilmente un ridicolo tentativo di attirare l’attenzione. È stata la forza del racconto di Stevenson a lasciare nell’immaginario una precisa associazione. Jekyll e Hyde non sono solo due personaggi.
È davvero così difficile risolverla, questa questione?, pensa Marco a un certo punto della narrazione. E rileggendo proprio questo frammento, a distanza di mesi mi è tornata in mente una frase di John Berger:
“A volte succede che una domanda sia per un istante più pertinente di qualsiasi risposta o spiegazione” ( ‘Abbi cara ogni cosa’ di J.Berger, Fusi Orari, pag.108).
Il titolo è nato da questi ragionamenti. Mentre Marco si interroga, nella scena che accenno sopra, c’è – mi sembra sia quasi corporea – la consapevolezza che il libro di Stevenson, l’avere una precisa miscela di un ‘Jekyll’ e un ‘Hyde’ nascosti dentro, tutto questo fa parte di una questione che ‘lampeggia’, aspetta di essere riconsiderata.
“Riusciremo mai ad ammettere che non ci sono sconti, che siamo tutti dosaggi diversi della stessa miscela chiaroscura?” (pag.90, ‘La questione di Jekyll e Hyde’).

Scrive Nabokov: ” L’obbiettivo artistico di Stevenson era di suscitare < un dramma fantastico alla presenza di uomini semplici e assennati>, in un’atmosfera familiare ai lettori di Dickens, in un contesto di gelida nebbia, di austeri e anziani signori che bevono vecchio porto, di case dalle brutte facciate, di avvocati di famiglia e di maggiordomi devoti, di anonimi vizi che attecchiscono dietro la solenne piazza dove vive Jekyll.” (pag.234- Lezioni di letteratura)
‘La questione’ non è nata a tavolino, non avevo una scaletta precisa tanto meno il sotterraneo bisogno ‘copiativo’ di attingere alla linfa di Stevenson. Eppure mi sembra che l’intento, quello di cui parla Nabokov, aleggi, forse è rimasto imprigionato dentro le due copie de ‘Lo strano caso’ che abitano il racconto. La differenza sta nel contesto, nell’aver inquadrato la narrazione all’interno di una realtà moderna dove gli ‘uomini semplici e assennati’ possono essere scrittori quanto critici d’arte, dove le donne sono più presenti (o almeno determinanti nelle conseguenze), dove gli ‘anonimi vizi’ hanno nomi precisi come ‘droga’ o ‘alcool’ e le case non sono più ‘brutte facciate’ bensì luoghi pregni di ricordi, alveari a cui aggrapparsi al bisogno.

Le immagini che sono state inserite dentro il racconto sono contaminazioni consapevoli, simbolismi precisi che però non vogliono essere niente di più di quello che (spero) coglierà l’occhio della mente di chi sfoglierà le pagine. Non sono una fotografa, né ho mai avuto la pretesa o l’aspirazione di diventarlo. Non uso strumenti professionali, scatto quando posso, per lo più di corsa, tra un transito e l’altro. E non cerco ‘La’ bellezza nelle inquadrature, non mi interessa la precisione nei bilanciamenti, nelle messe a fuoco e tutto il resto. È il dettaglio capace di catturare, che attira e lascia addosso qualcosa, è quello che cerco ogni volta e che spero si ritrovi nelle fotografie che accompagnano questo libro.

Tutto, in una storia, è soggettivo. Il ‘sentire’ una scena, l’avvicinarsi ai personaggi al punto da capirli, seguirli. La percezione delle vibrazioni in un’atmosfera, la forza di un dialogo. Ma anche il contrario. I disagi di una scrittura che non si comprende, le parole che sfuocano, scivolano. O la pesantezza, il retrogusto di una trama che sembra lontana, magari assurda e incompleta.
Non ci sono regole, mai.
Ecco perché, di solito, l’autore non ha certezze, né risposte.
Ma solo affettività verso una storia che dopo – quando smette urlare, sostituita da una bolla vuota – dopo non gli appartiene più. Esce da lui e se ne va.
Questo breve scritto, dunque, è il mio saluto affettuoso a ‘La questione di Jekyll e Hyde’ che spero ‘vivrà’ tra i polpastrelli e gli occhi di chi vorrà leggerla.

Barbara Gozzi, 05/09/2008

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La questione di Jekyll e Hyde di Barbara Gozzi

La questione di Jekyll e Hyde

di Barbara Gozzi
Historica – Il Foglio Letterario
Collana: narrativa contemporanea

Racconto lungo con immagini
Isbn: 978-88-903572-2-0
Pag.97 – Euro 7

Allo specchio

5 settembre 2008

ALLO SPECCHIO (clicca qui per la slideshow)

Lo specchio è rettangolare.
Illuminato da un neon giallastro.

Entra e si spoglia in fretta.
Via
i pantaloni, la camicia color vinaccia e i gambaletti grigiastri. Si ammassano dentro la lavatrice, l’oblò rimane aperto, in attesa.
La luce dello specchio la fa sembrare più colorita, con le dita si allunga la pelle delle guance, l’angolo delle sopracciglia, le labbra. Si guarda con attenzione ma quello che c’è – dall’altra parte – quella sagoma riflessa non le piace.
E non è la giornata lunga, la pioggerella subdola, il fumo o il sudore. E’ proprio lei che non.
Respira piano, quasi rantola. Smette di toccarsi la faccia.
Il beauty è un astuccio nero enorme rivestito di brillantini. Con la mano destra rovista, le è venuta una certa frenesia.
La spazzola passa attraverso le sottili maglie dei capelli lunghi, sono folti e castani con qualche venatura chiara. Li liscia con cura annullandone la piega rimasta miracolosamente in equilibrio per più di dodici ore. Alcune ciocche finiscono davanti agli occhi, le solleticano le ciglia. Inizia proprio da quelle. Le lame sottili delle forbicine scivolano sicure, forti, sente una leggera resistenza mentre conclude il primo taglio ma è uno sbuffo veloce. Prosegue con lo stesso ritmo mentre le lunghezze scivolano come burro fuso sul lavandino. Taglia seguendo una melodia stonata, casuale. Restano spuncioni corti, cespugli radi dall’andamento sconclusionato.
La testa è adesso una palla lucida ricoperta da peluria irregolare, si distingue la pelle candida, timida. Sa di avere il rasoio, da qualche parte, ma non lo cerca.
E’ così che vuole essere. Nuda e imperfetta.
Posa le forbicine sul mobile accanto al lavandino e immerge le dita nel barattolo dello scrub. La crema è fredda, densa e grumosa. Se la plasma attorno al collo, raggiunge ogni spigolo del volto e ricopre la pelle della testa. Interamente fasciata da uno strato abbondante di esfoliante inizia a massaggiarsi. Movimenti piccoli, circolari che strizzano la pelle e le fanno assaporare pieghe e incavi, ruvidità e pori. Inizia così a frizionare più forte, spinge i polpastrelli e affonda nei cerchi immaginari che sta seguendo, sul naso, nella gola, lungo la fronte, attraverso la testa spoglia fino al retro delle orecchie. Si sente friggere, migliaia di pizzicotti invisibili la procurano brividi involontari.

Infila la testa dentro la doccia, afferra il rubinetto dal collo morbido e lo apre con movimenti meccanici. Il getto è bollente, le arrossa la pelle del collo poi tutta la testa che perde il colorito biancastro e l’unto della crema, la schiuma scivola rapida verso lo scolo e lei la fissa con gli occhi semichiusi che bruciano, l’acqua le è finita tra le labbra secche, sta aprendo nuove ferite.
Lo specchio la aspetta. Serio.
Allora recupera le pinzette da un cassetto e avvicina il volto al vetro. E’ un lavoro che richiede tempo e pazienza. Inizia a strapparsi le sopracciglia. Una a una. Ne afferra l’estremità con cura poi tira secca, i gomiti saltellano concentrati.
Gli occhi sembrano più piccoli, adesso, si perdono nelle pianure tortuose quanto morbide. Eppure sono lucidi.

Non sembra più una faccia.
Non sembra più una testa nascosta dietro ornamenti e vezzi faticosi. Le barriere sono sparite, erbacce selvatiche strappate con forza. Via i capelli, il trucco e le cellule morte, perfino le sopracciglia.
E’ diventata un ammasso deforme, splendente. Ci sono angoli, spigoli vivi e distese chiare che seguono le rotondità del cranio. Le gocce d’acqua rimaste sulle spalle si stanno asciugando. Nel bagno c’è caldo, ha alzato il riscaldamento prima di entrare.
Si slaccia il reggiseno poi sfila le mutande. Entrambi finiscono per terra. E lei lì, dritta e immobile.
Eccola finalmente.
Così com’è all’esterno.
Si sorride e la fa stare bene quel movimento dei muscoli facciali. Si sente pronta.
Le forbicine sono ancora sul mobile, silenziose. Le afferra con cautela, lucide e sottili, quasi inconsistenti.
Adesso si, è davvero pronta per la scarnificazione.
Per cercare al suo interno.

C’è questo gusto, di sapone e ferro.
Il neon ammorbidisce i contorni, sul lavandino i dettagli sono nitidi, segnano il tempo, scandiscono lo spazio.
E quel rosso che scende, cola, si mescola a peli e capelli morti, quel rosso la sta liberando dalla schiavitù dello specchio. La svuota.

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> Alcune riflessioni  su Declinate.

Che vita di

1 luglio 2008

Sono un gigolò.
Lavoro prevalentemente on line. E funziona bene, il sistema intendo.
Ho imparato a non farmi fregare, le donne sono furrbe e ci provano ogni volta, a non pagare.
Non proprio ogni volta, bisogna essere onesti. Diciamo alcune.
Perché ci sono anche le timidone, quelle che cercano poi hanno paura, le religiose in evasione, le accasate con pruriti e le mammine con il grembiule ancora arrotolato alla vita… ce ne sarebbe da dire, sull’argomento.

Eppure mi capita questa.
Proprio a me che ormai sono quindici anni che lavoro e ho un certo nome.
Insomma mi accordo con una dall’aria banale, niente di che insomma. Frangetta lunga, capelli lisci e castani slavati, pelle impura e labbra sottili. Mi accordo sul prezzo, i tempi e le frequenze (perché questa, da subito via mail, chiarisce che mi vuole vedere con ‘un certo ritmo’… e figuriamoci se mi sono tirato indietro!)
Allora stiamo a posto, le dico io.
E lei mi sorride, si appoggia allo schienale della macchina, si rilassa (vedo che abbassa le braccia dal volante, mi sono pure guardato in giro preoccupato che si volesse spogliare così, senza cercare un posto sicuro) e attacca.
A parlare.
Mi seguite?
Questa qui non voleva scopare o fare alcunché’di fisico’… manco per il cazzo!
Questa voleva solo parlare.
Cercava un prostituto dell’ascolto, che non è proprio un confidente, neanche una semplice spalla su cui sfogarsi. E’ una via di mezzo, credo.
Uno che ascolta e ogni tanto risponde, dice la sua insomma, magari senza sapere tutta la storia ma per quello che ha sentito… uno a cui poter dire anche le questioni più delicate (tanto, non è che un gigolò si possa scandalizzare di qualcosa, che professionalità è?).

Uno pensa di essersi guadagnato il rispetto col duro lavoro. Pensa di potersi rilassare, di non doversi più preoccupare di quantità e qualità perché l’esperienza ormai è arrivata, conquistata anzi.
E pensa male, cazzo!
Perché ti arriva una che ti paga per farsi ascoltare, oltretutto in quel modo ibrido che solo le donne sono capaci di ( e valla poi a capire com’è la faccenda, quando è meglio tacere, quando vuole essere consolata, quando sarebbe il caso di dire qualcosa o magari annuire e stringerle le mani in quel modo da fratello maggiore… )
E adesso non lo so mica se glielo devo dire, che io mi so vendere benissimo e lo faccio con piacere. Ma non con le parole. Quelle, cazzo, sono tutt’altra faccenda. Ci sono i preti, gli assistenti sociali o quelle robe lì, gli psicologi (o psicoterapeuti, non ho mai capito che differenza c’è), gli amici (anche se qui, in effetti, le devo dar ragione: è sempre più una merda riuscire a trovare qualcuno che), poi – super cazzo – le chat. Vuoi che nel world wild web una così non trovi uno spostato che la ascolti e la tenga buona?
Mi sa che mi sto infognato.

Sono tre settimane che va avanti questa storia e inizio a pensare che sia una roba da ‘contrappasso’.
Perché ormai, a forza di sentirla parlare finisce che la osservo anche, ogni tanto, mica sempre.
E non è proprio come mi era sembrata all’inizio. Non sexy o provocante, per carità! Eppure…
Che vita di merda.
E dire che ridevo di mio padre quando ripeteva che ‘non esistono più le mezze stagioni’. Che deficiente che ero! Adesso mi tocca dire che ‘non esistono più le sane scopate e basta’, pensa un pò.
Che vita di merda.

Foto Bg