Aspetta

27 novembre 2008

Ti sei voltata quasi per caso.
Seduta sul letto, al buio, sei capace di passarci le ore. Senza fare niente. Stai lì, acciambellata sulle coperte aggrovigliate e aspetti.
Ma quella volta là, è stato diverso.
Ti sei sentita, diversa.
Il corridoio era sempre il solito quadrato di pelle che con le porte chiuse sembra uno sgabuzzino finito lì per caso. Solo che stavolta avevi lasciato la porta della camera aperta, le altre no.
Allora ti sei voltata.
Nessun rumore, forse un clacson molto in lontananza verso la provinciale.
Eppure più lo fissavi, quel corridoio fatto di spigoli legnosi e marmo, più ne eri attirata.
Certi spazi hanno sentimenti, ti sei ricordata all’improvviso. Lo diceva tua nonna, quando già aveva gli occhi semi ciechi e le mani tremanti, un frullatore perennemente acceso.
Certi spazi hanno sentimenti.
Hai inarcato la schiena spostando il bacino. C’era solo buio denso, fitto. Lo sapevi che era tutto lì, quello che i tuoi poveri occhi miopi potevano vedere.
Eppure continuavi, insistevi.
Silenzio. Buio. Una leggera brezza che si infilava attraverso la fessura degli scuri accostati.
E’ stato allora che è successo.
L’oscurità si è mossa, ne hai visto i riflessi. Appena un attimo poi più nulla. Alcuni minuti poi di nuovo. Per la prima volta in quel corridoio il nero diventava materia, solidificava armoniosamente.
Non ti sei mossa perché ti sembrava giusto così.
I corridoi bui, di notte, diventano qualcos’altro, in quel momento questa nuova certezza ti ha riempito le narici, inumidito gli occhi.
Si modificano per recuperare quei canali che il giorno annulla. I rumori, gli orari, e le parole. Tutto li sovrasta. Ma la notte no.
Specie in un piccolo appartamento senza finestre con un’unica inquilina che dopo l’una spegne le luci ma non dorme. Aspetta.

Testo, foto e rielaborazione di Bg
Annunci

Apre gli occhi con una sgradevole sensazione addosso.

Qualcosa non quadra, se lo sente dentro la bocca impastata dal sonno appena concluso.

Prova a focalizzare l’ambiente ma non gli riesce.

Gli occhi gli fanno male. Bruciano, se li sente gonfi o forse è solo la suggestione del momento.

Il deja-vù è un lampo improvviso che attraversa le cornee e si fissa in un angolo del cervello. Gli era già successa una cosa simile. Di svegliarsi e non sapere bene dove si trovava e cosa aveva fatto. L’impressione a pelle di essere estraneo a se stesso.

Muove il collo, nessun dolore. Ecco un dettaglio diverso. Finalmente.

Ricorda dolori allo stomaco, bruciori così intensi da desiderare di non essersi svegliato, di rimanere nel limbo a vagare, pur di non doverli subire, quei dolori, da qualche parte oltre i polmoni fino all’inguine che pure pulsava ritmicamente. Danzavano al ritmo di una musica martellante, senza pietà. Poi la testa, le tempie, i nervi del collo. Tutti insieme bollivano, friggevano. E quel male – fisico si, ma forse già aggrappato ai brandelli rimasti della sua anima –  partiva come il miglior staffettista. Iniziava la corsa che avrebbe svegliato tutti. Arti, schiena, mani e piedi. Proprio tutti. Svegliati di soprassalto da un male inspiegabile. Violento e irruento che gli appannava gli occhi. Le orecchie ronzavano, qualcosa gli era rimasto incastrato dentro, qualcosa che doveva aver sentito la notte prima o chissà quando. E in quel momento tornava a disturbarlo.

Ma quello ero un altro film. Un’altra vita. Quando era più giovane e dannato. Quando mister Hyde, il suo mister Hyde, aveva il controllo di tutto. Del corpo come delle intenzioni sfogate solo dall’imbrunire, quando i più non potevano riconoscerlo, non ci avrebbero neppure fatto caso a uno come lui per strada.

Osserva un ciuffo di peli ribelli sul petto nudo. Grigio sporco. Si. Decisamente, si, sta pensando. Altra vita, altri risvegli.

Taluni ricordi si divertono a importunarti, è un modo come un altro per farti sapere che ci sono, sono ancora vivi e, anzi, godono di ottima salute. Solo che tu li tieni imbavagliati e finisci per trascurarli. Allora loro si ribellano, fanno i capricci. Ti saltano addosso e si divertono a punzecchiarti. A rievocare momenti impressi ma seppelliti. Volutamente seppelliti.

Lo fanno solo quando sei più vulnerabile, ci mancherebbe, quando non riesci a controllare le emozioni e sei meno vigile. Mentre dormi, ad esempio, o in quello spazio di incertezza che è il risveglio, la porta tra due monti opposti.

Strizza gli occhi e finalmente riesce a focalizzare la stanza.

E’ camera sua. Dove poteva essere altrimenti?

Lo scantinato – pag.2

29 agosto 2007

A un certo punto si immobilizza.
Sta urlando da così tanto che non sente più la sua voce. Si sta dimenando come un’anguilla da così tanto che si è graffiata indifferentemente braccia e gambe.
Però c’è qualcosa che non torna. Così. All’improvviso.
Lo scantinato se lo ricorda piccolo. Stretto. per via del mobile che ci mise suo padre per custodirci cianfrusaglie, robe sue comunque che la madre non voleva vedere in giro per casa. I vini li appendeva negli spazi creati dai ferri piantati nel muro a formare quadrati stretti, adatti alle sagome delle bottiglie. Fortunatamente quelli, i ferri, li ha tolti. Non ricorda quando ma a un certo punto, qualche anno fa, suo padre ha smesso di investire in bottiglie pregiate e lì sotto la struttura per sorreggerle non aveva più ragione di esistere.
Meno male, pensa. Altrimenti le toccava di rimanere anche accovacciata, a testa bassa insomma.
Di nuovo quel senso. Di incertezza. Sfuggevolezza.
C’è il mobile. Dalla parte opposta i buchi dove prima c’erano i ferri. Lei tocca una parete umida con la parte sinistra del corpo, proprio sotto a dov’era sistemata la scaletta pericolante. Così sono tre lati. Allora…
Allora davanti al mobile cosa c’è?
Niente.
Si sente una cretina.
Ha urlato e si è sbucciata pelle e muscoli per rimanere in un angolo strettissimo che in realtà non esiste.
Esita. Credere è un’arma pericolosa. Se si sbaglia come ne esce viva? Credere è sperare. E sperare può farle sbattere il muso contro qualcosa di insopportabile in quel momento.
Fanculo.
Allunga il braccio destro verso l’esterno.
Niente.
Non c’è niente.
Fanculo.
Con un colpo di reni sposta la gamba verso destra. Stesso nulla.
Muove il sedere in avanti. Ancora. e di nuovo. Toc. Con la punta dei piedi nudi ha colpito un angolo. Sarà il mobile. Certo che lo è, cretina!
Poggia le mani con il palmo rivolto verso il pavimento. Non fa caso al freddo, ormai è concentrata. Si aiuta con il sedere perchè la schiena le lancia ancora fitte dolorose. Con un piccolo movimento verso l’alto, sposta il busto e con i palmi cambia direzione. La schiena adesso poggia contro un’altra parete, quella che prima le ha scorticato il braccio e la gamba sinistra.
Provo? Fanculo, si!
Allunga le ginocchia, rilassa i muscoli delle cosce e spinge i piedi (punte comprese) fino alla massima estensione. Niente.
Niente!
Sente le formiche che camminano sui muscoli rattrappiti finalmente liberi di distendersi a piacimento. Con la mano sinistra esplora il vecchio mobile. Arriva ai piccoli piedi e si convince. Si. Adesso c’è posto davanti a lei. Può addirittura sdraiarsi.
Respira più in fretta. Anche meglio, le sembra. Sopra la sua testa alcuni tiepidi raggi sottili provengono dall’alto, da quelle fessure che non sono mai state sistemate.
Finalmente.
Fissa i coriandoli luminosi, così sottili eppure li vede bene. Sarà per l’oscurità a cui si è abituata. Sarà perchè da qualche parte ha letto che nei momenti di pericolo i sensi si potenziano. E’una forma di difesa.
Quello che è insomma.
Li fissa finchè le parlpebre si fanno pesanti.
Perchè no? Adesso si che può riposarsi senza preoccuparsi dei crampi, dei movimenti. Certo, non può ancora alzarsi, quello no. La schiena ha preso una certa botta nella caduta. Proprio. Nè può voltarsi completamente perchè adesso alla sua destra ha la parete lunga mentre a sinistra il mobile ormai famoso.
Però.
E’un cambiamento notevole.
Dolce.
Inaspettato.
Chiude gli occhi.
Sembra quasi sorridere per il piacere dell’abbandono.
Scivola nel sonno senza sentire nient’altro. La fame. La sete. La paura. Il dolore. La solitudine. L’angoscia. Le strizzate all’altezza del cuore.
Puf.
Spariti.
Lo scantinato si schiude come i petali di un fiore raro e profumato. Per proteggere quel sonno nuovo. Silenzio.
<!– –>

Lo scantinato

23 agosto 2007

Aiuto! Aiuto!
Urla. Forte. Fortissimo. Ha mal di gola per lo sforzo. E gli occhi che lacrimano.
Si spostata con le gambe ormai insensibili, ha provato ad allungarle ma il colpo contro il muro freddo ha frenato ogni tentativo. Adesso sono semipiegate, che è già quacosa tutto considerato.
Aiuto! Aiuto!
Non dovrebbe urlare, una vocetta tra i pensieri confusi e terrorizzati glielo ricorda con insistenza. Ma lei non ce la fa. A smettere. E’l’unica azione che le riesce. E allora insiste, si sgola. Solo una parola. Nient’altro. Non può muovere le braccia, bloccate davanti al petto dal nastro adesivo spesso mentre le gambe restano rannicchiate, meno di prima ma pur sempre piegate un pò. Quel tanto che basta per impedirle di rialzarsi. Di provarci almeno.
Si è dimenata per un tempo indefinito, sospeso. Fino a poco fa. O erano ore? Non saprebbe dirlo con certezza. ll tempo senza lancette è difettoso. Strano. Impalpabile. Spece se trascorso a muoversi all’impazzata in uno spazio angusto finendo con l’urlare di continuo.
Contorcersi. Urlare.
E magari pregare. Magari. Che qualcuno lassù si faccia venire in mente lo scantinato e noti la sua assenza.
Dopo che se ne saranno andati, è chiaro. O sono già usciti? Chissà.
Vera. La pensa e spera. Che alla piccola cagna randagia non abbiamo fatto del male. Se l’hanno drogata non importa, ma se. Se. No. Meglio evitare certe considerazioni, non da quel posto almeno.
La schiena e il sedere le fanno ancora male. Non bruciano come prima, per fortuna, pulsano a intermittenza. Di più se riprova a spostarsi tra i quattro muri umidi che puzzano di vecchio. Muffa. Merda secca. Ci deve essere anche un mobile ormai mangiato dalle termiti appoggiato al muro davanti a lei, il legno è leso e gonfio per via dell’umidità. Per questo il posto è così piccolo.
Non ci veniva nessuno da anni in quello scantinato che è, in realtà, una buca di due metri quadrati suppergiù. Ci portava le bottiglie pregiate suo padre, attraverso una scaletta di legno cigolante. Ogni volta sua madre gli urlava di tornare in fretta, che quei gradini si potevano spezzare ogni volta, tanto erano vecchi e mal messi.
L’hanno tolta, la scala. Ovvio. Prima si sono arrampicati con lei in braccio non proprio svenuta ma incoscente abbastanza da non reagire. Non sono scesi del tutto però. Lui non è sceso, quello che l’ha afferrata per la vita. E’arrivato fino all’ultimo gradino, è riuscita a contarli. Sei. Lì si è bloccato e se l’è tolta di dosso. Peso morto. E’stato così che si è procurata il mal di schena. L’osso sacro deve aver scrocchiato o qualcos’altro nei dintorni si è indispettito. Il dolore le ha fatto vedere nero per un pò. Il solito lasso che poteva essere qualche minuto come ore.
Aiuto! Aiuto!
Continua. La paura è meno pungente ma la voce non smette di uscire, è un riflesso incondizionato ormai. Qualcuno deve sentirla, prima o poi. Forse i suoi sono rientrati. O c’è la polizia. O i vicini. Dipende da come hanno lasciato la casa, riflette. Se non sembra ‘diversa’ da fuori ci potrebbero volere ore. Altre ore. Chissà cosa si sono portati via, si domanda per l’ennesima volta, sembravano sicuri come se sapessero dove andare a cercare. Ad ogni modo i suoi torneranno comunque, al massimo dopo cena.
Blocco.
E se si decidono per l’albergo?
Freddo. Tanto freddo. Goccie di sudore che le scorrono sulla pancia. Sgorgano dalle ascelle e la innondano.
Sua madre non è una che si lascia convincere facilmente. A tutto ieri mattina, prima della partenza, aveva ostentato un ‘no’ secco. Perentorio. Non le andava di restare più di una notte fuori casa, aveva delle faccende da sbrigare al lavoro, aveva decretato davanti al caffè. E lì suo padre si era arenato, se lei ha da fare non c’è cristo che tenga. Allora niente notte in più fuori casa.
Ma se alla fine ha cambiato idea?
La domanda le martella il cervello, trapana il crano e le toglie aria. Aria vitale.
No.
Impossibile.

Qualcuno deve arrivare. Fra poco. Anche ore, non importa. Basta che arrivi. Non la possono lasciare in quel buco buio un altro giorno e più. Con le braccia bloccate e le gambe insensibili. Il mal di schiena. La fame. E la sete.
Poi questa specie di buio corporeo che le entra dentro la pelle. Si muove davanti a lei sotto i sottili raggi che filtrano dalla porticina scardinata. Devono aver dimenticato di rimettere il tappetino sopra, nota. Solo per questo arrivano lingue chiare, impercettibili che tagliano il nero.
Questo nero. Opaco. Denso. Si diverte ad averla come compagna in quel posto dimenticato da Dio. Le sfiora le caviglie e i seni.
No. Lì dentro non si sopravvive a lungo. Lei lo sa. E il terrore le gonfia le vene.
Aiuto! C’è nessuno lassù? Aiuto!

Experiment

29 luglio 2007

 

Nota per la lettura: la narrazione è stata qui stesa al contrario per necessità pratiche. Le date all’inizio di ogni atto e il numero romano all’inizio di ogni atto ne indicano l’esatta sequenza. In altre parole Atto XXXIX (il primo che si vede qui sotto) è in realtà il penultimo capitolo. Grazie.

domenica, 29 luglio 2007,

Experiment – Atto XXXIX

Il funerale è pacato. Grigiastro sporco. Pieno di facce. Umori. Singhiozzi trattenuti. Fiori morti. Canti strozzati. Poi il corteo. Lungo. Con i vigili che bloccano il poco traffico (quello dei poveri ignari che dovendo attraversare la città si sono ritrovati davanti una scena da rito paesano di provincia).
Marina si è tenuta indietro.
I cugini di Federica le hanno chiesto di leggere qualcosa ma lei si è rifiutata. Non ha voluto sentir ragioni.
I giornalisti fotografano di tutto. I cronisti fanno domande a tutti. Sorridono mesti. Si scusano. Poi partono all’assalto. Alcuni accettano di buon grado e si lasciano bersagliare. Il dolore è mutevole e colpisce a tradimento. Le reazioni sono imprevedibili. Lingue di fuoco che bruciano dentro. Alcuni il cuore, altri il fegato, i polmoni, il viso, gli arti, la pelle, il sangue. Dipende.
Marina se ne sta in disparte. Segue i riti. Piange. Da sola. Giovanni deve presenziare con i colleghi. Rappresenta lo stato insieme al corpo di polizia. Divisa e tutto il resto.
La città non dorme da settimane. E non ne può più di veder celebrare funerali. Quello di Federica sarà l’ultimo, tra i corpi rinvenuti al campetto.
L’ultimo.
La chiave che ha aperto la porta e ridato alla luce una realtà atroce. Assurda. Contorta nella sua linearità. Alimentata da un meccanismo perfetto.
Marina ha lo stomaco aperto. Squarciato. Un buco enorme che spurga melma giallastra poi scura poi di nuovo color dei girasoli. Tanti pensieri le hanno rotto la testa. Tanti ancora la perseguitano tutt’ora.
Ma chi è tutta questa gente che incrociamo vivendo?
Chi sono questi sconosciuti che ci piombano addosso al bar, on line, ovunque?
Perchè non siamo più in grado di riconoscerli?
Gli squilibrati. Ecco cos’è Giorgio per lei. Un pazzo con una mente geniale quanto devastata. Un’anima in pena che si sfogava sulla pelle delle donne. Di alcuni tipi di donne. Prescelte.
Un uomo come tanti. Questo è l’enigma principale. Un tipo qualunque complessato e impenetrabile. Quanti ne ha conosciuti lei di ometti del genere? Tonnellate.
Eppure.
Eppure respira ancora.
Federica è stata sfortunata, indiscutibilmente sfortunata. Per quanto aveva anche il suo caratterino impossibile. Le voleva bene per questo.
Un sorriso malinconico le sfiora il viso. Marina si stringe nel giubbotto estivo. Il vento si fa più intenso, fastidioso.
Dov’è il confine? Quella sottile linea che ci fa capire che abbiamo davanti una persona comune? Ne troppo buona nè troppo cattiva.
Aveva sempre pensato di sapersi muovere in quel mondo così vario e pericoloso. Lei ha vissuto di notte. Di giorno. Negli spazi aperti come nei locali più malfamati. Ne ha fatte tante, Marina. E si è ritrovata forte. Potente. Perchè sopravvivere nel mondo da un potere infinito. Se lo sai fare sul serio, questo prodigio, districarti tra i meandri. Anche Federica sembrava. Sembrava.
Poi è stata uccisa.
Dall’uomo che le piaceva.
Che aveva seguito.
Ascoltato.
Che l’aveva fatta ammattire di pensieri.
Lui insomma.
Così si è rotto tutto. Frantumato. In centinaia di pezzi sparsi ovunque.


Com’è successo, Fede? Maledizione. Potevi mica tenerti quel fetente di Matteo? Potevi piantare il Giorgiobastardomaledetto seduta stante quella prima nottata al locale. Potevi denunciarlo quando hai trovato i primi oggetti alla casa di campagna. Potevi semplicemente scopartene un altro. E poi ancora. Finchè un nuovo Matteo ti avrebbe strappato il cuore. Tu eri così. Le cose semplici le lasciavi agli altri. Ma questo, Fede, era un gioco pericoloso. Veramente pericoloso.
Anzi.
Non era un gioco.

—————–

 

venerdì, 13 luglio 2007,

Experiment – Atti XXXVIII

 

Io sono un predatore.

Lo sono sempre stato.

Quando mio padre me le dava fino a farmi sputare sangue.

Quando è morta mamma e l’ho accompagnata fino alla nuova dimora, tra quelli come lei. Buoni di cuore. Sensibili. Essere umani insomma.

Quando ho reso il favore a mio padre. L’ho sorpreso mentre sonnecchiava un pomeriggio estivo come tanti. Solo gli alberi sul retro riuscivano a bloccare i raggi brucianti del sole. Lui si metteva accanto a un tronco con uno sdraio vecchio e un asciugamano che puzzava di piscio. Non ho dovuto faticare molto. E non solo perché sdormicchiava. Ormai ero più alto e più veloce di lui.

Gli ho reso tutti i favori in una volta sola. In quella casa che avevo tanto odiato. Da quel giorno è nato un amore sviscerale. Per gli spazi aperti. I silenzi. L’immobilità. Per quella casetta in decadenza precoce dove sono nato. Dove lui mi penetrava da dietro lasciandomi graffi e lividi sulla schiena.

Sono un animale perché ho conosciuto un ambiente selvaggio che mi ha insegnato le leggi della natura, che non sono proprio le stesse degli uomini. Ci ho messo del mio comunque, nessuno mi ha imposto di elevare le dame.

Una mattina, all’improvviso, mi sono svegliato e sapevo.

Cosa fare del resto della mia vita.

Mi sono trasferito in città, ho avuto una fortuna sfacciata a trovare l’appartamento in due giorni. Ammobiliato e disponibile da subito.
La notte stessa sono sceso in strada e ho iniziato ad annusarle. La prima l’ho trovata a un incrocio. E l’ho trasformata nella dama numero uno. Non come preferenza. Ma per ordine cronologico.
Il resto è venuto da se.

Le ho amate tutte, ognuna in modo diverso. Mi hanno dato tanto, ognuna in modo diverso.

Poi Federica.

Due schiaffi così forti che mi si è girata la faccia. E un male del diavolo.

A un certo punto si è presentato il Parkinson. Gli ho riso in faccia. Poi me la sono fatta addosso.

Il resto è storia, si può dire.

La mia piccola Federica. Così contorta. Astuta. Dolce a tratti. Acuta e riflessiva. L’ho amata, ora posso ammetterlo. In quel modo che ti muove lo stomaco, ti confonde la testa, ti accelera il cuore trasformandoti in un verme sudato e balbettante.

L’ho amata.

Ma ho dovuto trasformarla in una dama. L’ultima.

Perché lei sapeva. Aveva capito tutto. Neanche voglio immaginare come ha fatto a unire tutti i tasselli ( e ce n’erano tanti, tutto considerato). Eppure ci è riuscita alla grande. Mi ha guardato in quel modo. Sei stato tu, mi dicevano i suoi occhi. Una parte del mio cuore è morta in quel preciso dannato momento.

Di magianera.

Federica mi ha insegnato che la mia natura da predatore non è la sola. Dentro a questo corpo malato c’è anche dell’altro. A cui non so dare un nome. Non voglio. E’meglio così. Ma già il fatto di sapere che c’è dell’altro mi fa stare meglio.

Adesso posso andare.

Ti amo Federica.

—————–

 

martedì, 03 luglio 2007,

Experiment – Atto XXXVII

Cinque giorni dopo.

Giovanni Qualcosa vomita ininterrottamente da trenta minuti filati.
Neanche ai tempi dei quindici-venticinque anni aveva mai realizzato un record del genere.
Il campetto è un fiorire di teste bardate e arti in movimento. Gli alberi sono sempre al loro posto ma la terra è stata calpestata da decine di piedi. Le zolle sono scaravoltate. A testa in giù. Ci sono crateri di varie dimensioni sparsi tra una radice e l’altra. Alcuni parlano concitamente. Altri sono incollati al cellulare. In molti telefonano, in effetti. Poi ci sono quelli sul ciglio della strada che fissano da lontano. Pallidi. Corrugati. Allucinati. I blocchi della polizia impediscono l’accesso da entrambi i lati della via principale. La vista dei curiosi non arriva oltre le foglie alte degli alberi. Alcuni si sono fatti tirare su aggrappandosi alla schiena dei compagni. Ma da lì si arriva alla parte superiore dei tronchi. Non oltre. Grazie a Dio.
Lo scenario è di quelli che evocano immagini da cinema o da vecchi filmini in bianco e nero sugli stermini di massa.
Nella parte centrale del campetto è stato ritrovato un cadavere sotto ogni tronco, abbracciato alle radici superiori. Ventisette tronchi.
Procedendo verso l’esterno non sono state rinvenute salme. Per ora.
Giovanni Qualcosa si pulisce la bocca secca e pulsante. Il fazzoletto è verdastro e marrone. Non si sente più la gola e gli occhi bruciano con ferocia.
– La devi chiamare, Giò. Non c’è altra scelta. Se non ha parenti diretti reperibili…
Il collega gli alita sul collo. Con il corpo curvo e storto. Un piede verso il campetto brulicante, l’altro che guarda un cespuglio e subito dietro la strada.
– S
ai che ci serve l’identificazione per procedere.
Annuisce, Giovanni, ma non si sposta. Non riesce a muoversi. Tutti i muscoli sono paralizzati. Increduli. Schiacciati.
La devi chiamare, gli ha detto. Come no. E’ovvio. Anzi, le telefono così faccio prima: Pronto Marina? Ciao tesoro tutto bene. A proposito: dovresti venire perchè avevi ragione. La tua amica si è cacciata nei guai. No, è solo morta.
Gli lacrimano gli occhi mentre pensa. Lui e Marina stanno insieme da poco. Due mesi circa contando le prime settimane di rodaggio nei locali per sballati. E’più onesto dire che ci stavano provando fino a cinque ore prima. Perchè dopo questo non è facile prevedere cosa ne sarà di loro. Del neo rapporto che li ha incatenati. Due single disincantati. Sballati a fasi alterne e senza peli sulla lingua. Insieme.
Storce la bocca e si asciuga il viso con la manica sporca di terra e sangue. Il sapore pungente gli arriva alle narici e i conati tornano prepotenti alla base della gola.
Flop.
Giovanni Qualcosa vomita di nuovo.
Dopo andrà a prendere Marina al lavoro. E le parlerà.
Se tutti i succhi gastrici saranno usciti dal suo corpo.


—————–

 

domenica, 24 giugno 2007,

Experiment XXXVI

 

Una settimana dopo

Gliel’ho vista negli occhi. Stupendi. Tremolanti. Incerti. Gliel’ho vista stampata nel volto. In mezzo a quei lineamenti che mi ossessionano da mesi ormai. Proprio. lì, tra le pieghe dei tessuti, rughe e incurvature c’era. La risposta.

[ Forse potevo. Forse dovevo. Chi ha certezze merita rispetto. Io no. Pensare mi stava trasformando in una pazza. Isterica. Acida. Lunatica.
Più del normale intendo.
Proprio non riuscivo a continuare. E decidere non mi veniva. D’altronde potevo sbagliarmi, così tanto che lo avrei distrutto. Definitivamente. Non mi piace questa parola, mai piaciuta. Definitivamente.
Chi ha in mano le sorti di qualcuno? Non io. No di certo. Neanche ci tengo.
Ecco perchè dovevo entrargli dentro. Attraverso gli iridi. Scivolare tra i tessuti molli. Una fermata al cuore, giusto per saggiarne la morbidezza. Poi risalire fino al cervello. Trovare la porticina della zona proibita ed entrare.
Mai avrei pensato che. ]


Quando sai qualcosa, ne sei sicuro come di chiamarti in un certo modo, non hai molte scelte. Io sapevo. Sapevo maledizione. Eppure mi sono scappati alcuni secondi. Per andare oltre, con la mente e immaginare scenari ed evoluzioni. Non ne ho visto nessuno che potesse anche solo lontanamente piacermi. Non ho mai considerato la possibilità che avrei potuto vivere sereno, a un certo punto della mia vita. Mai prima di Federica. Poi me la sono trovata addosso e ho iniziato a cambiare. Alcune parti del mio corpo si sono modificate. Non tutto, è chiaro. Già così avevo elementi sufficienti per riflettere, e valutare nuovi scenari.
Fottutissima merda che mi hanno spalato addosso.
Lei era un diversivo.
Per distorgliermi dalle dame.
Una maledetto infame diversivo.
Per impedirmi di proseguire, di essere me stesso. Quel groviglio di istinti e riti che è uscito dagli anni bui respirando ancora.
Volevano che lei mi cambiasse. Quel tanto che bastava per correggere il tiro, omologarmi. Perchè proprio Federica? Perchè? Non c’è pietà neanche per le cose belle?
Non.
C’è.
Pietà.
E basta.

[ Ho aperto la bocca. E sono rimasta così. Lui sapeva. Io sapevo. Per qualche minuto non si è mosso niente. Volevo abbracciarlo. Assurdo. Folle. Ironicamente contorto. Eppure volevo farlo. Ma quelle mani, le stesso che ho stretto anch’io hanno colpito altre donne. Tante. Le hanno tagliate. Segate. Sezionate. Pulite. Accarezzate. Avvolte. Trascinate.
Mio Dio.
Esisti davvero in tutto questo? ]

—————–

 

mercoledì, 20 giugno 2007,

Experiment – Atto XXXV

Questa poi è bella.
Me la ritrovo attaccata al campanello. Il mio campanello di casa. Con una faccia che è tutta un programma… no dico: sono le diciannove e non ho ancora fatto la doccia post ufficio, scherziamo?
Insomma, me la trascino dentro. Federica continua a parlare in modo incomprensibile. Neanche ci faccio caso alle parole che gli escono. Quando fa così è fuori controllo per cui è probabile che neanche ce l’abbiano un senso.
Finalmente ci rintaniamo dentro casa, la mollo sul divano e mi faccio la mia doccia. E che cavolo!
Quando esco è ancora lì. Semiseduta. Con gli occhi sbarrati e qualcosa in mano.
Provo a chiederle se vuole qualcosa, magari prendendola da lontano si calma. Niente. Riparte il fiume di parole insensate. Un campo. Roba che luccica. Giorgio.
Quando sento il nome fatidico mi cascano le braccia. Ancora? Porcaccia…
Io le voglio bene e lei lo sa, ma ultimamente si è fissata con un tipo troppo strano, perfino per una come lei. E non mi piacciono certe cose che mi ha raccontato. Per carità. Non lo conosco, sarà la persona migliore al mondo. Però.
Finalmente si calma. Sono le venti e trenta e io nel frattempo ho cenato e acceso la tv. Che altro potevo fare santa pazienza? Lei non la smetteva di farneticare.
Mi ha detto ‘Marina è successo un casino. Uno di quelli pericolosi’. Così mi sono detta: ‘Ammazza, e che è! Sara mica morto il gatto del Giorgio…’ Poi l’ho guardata per bene e mi sono allarmata.
Dopo un racconto che sembrava non finire mai siamo arrivate al punto. Ha trovato degli oggetti in una specie di campetto dove l’ha portata il Giorgio qualche sera fa. Però anche in quella strana casa di campagna aveva trovato dei resti discutibili. Considerando che il signorino è tra i sospettati per le sparizioni delle donne… due più due farà ancora quattro, no?
Nella fattispecie mi ha mostrato un braccialetto, di quelli da due soldi che compri alle bancarelle. Solo che nel centro è stato inserito un pendaglio raffigurante un sole con le punte ondulate che, guarda a caso, è il simbolo di un ristorante qui in città. E, sempre guarda a caso, l’altra volta in campagna ha trovato una biro con il marchio proprio di questo stesso ristorante. Tenerezze. Così ci siamo tolte subito il dente: ho controllato on line e tra le scomparse risulta anche una certa Elisabetta Sarti, studentessa che lavorava al ristorante part time la mattina, essendo nipote del proprietario. Come ragionamento è un pò cervellotico per i miei gusti ma ci sta tutto.
Così adesso non so come muovermi.
Lei mi guarda e aspetta che io le dica cosa deve fare. Io? Questa è proprio bella.
E’un fottutissimo casino. Me lo sento eccome stavolta.
Deve andare alla polizia però. E di corsa. Ora glielo dico.
Quello è uno pericoloso. Cos’altro può essere? A forza di coincidenze finiremo come tutte quelle donne sparite, puf! Ma dai, dove saranno finite le poverelle? Mah, sai com’è, con l’emancipazione fanno quello che vogliono, vanno dove vogliono… saranno scappate con uno da prestazioni durature.
Fanculo.
Qui non si scherza.
Federica contina a supplicarmi con quegli occhi enormi. Da cartone animato.
– Vai dal quel giovanotto che l’ha interrogato, quello che hai visto fuori dal negozio, te lo ricordarei pure se lo rivedi! Non hai altra scelta. Gli porti queste robe qui che hai trovato e te la svigni. Lascia fare a loro, Fede. E’meglio così. Molto meglio.
Piange.
– Non posso. Non ci riesco Mari, come faccio? E se poi…
Già. E se poi.
La mia amica doveva proprio essere una svitata vero?

—————–

 

mercoledì, 02 maggio 2007,

Experiment – Atto XXXIV

Il pomeriggio volge al termine. C’è un venticello piacevole. Sarà perchè non ci sono case a fermare la sua corsa senza confini.
Il campo profuma di primavera. Quell’odore inconfondibile che saprei riconoscere anche a occhi chiusi in pieno inverno. Di fiori. Di colori. Di rugiada.
Ho lasciato la macchina dentro il passo di una vecchia casa disabitata, è l’unico posto lontano dalla strada dove posso parcheggiarla. Mi sono fatta cinque minuti buoni di scarpinata sul ciglio della strada, anche se poi non è passato nessuno nel frattempo. Di solito in queste strade di periferia si fanno i 120 kilometri orari uso ridere. E a quella velocità un pedone lo si aggancia che è un piacere. Non mi va di fare il volo sulle campagne desolate.
Finalmente ho raggiunto il campo di Giorgio. Mi faccio un giretto.
Il perimetro non è ben delineato anche se gli alberi sono piantati con una certa precisione. Non ho con me un metro ma le distanze tra le piante sono molto simili in effetti.
Dentro è effettivamente suggestivo. Tutte queste foglie che si muovono, il rumore del vento che sbatte tra i tronchi. Il silenzio. Lo stesso dell’altra sera. Solo che, alla luce del giorno, assomiglia a uno di quei parchi dove ci trovi vecchietti che sonnecchiano o bimbi che strillano. Col buio no. La calma oscura diventa più inquietante. O forse era Giorgio a trasferirmi il solito vago senso di allarme… no. Si. No. Non lo so.
Continuo a camminare. E’piacevole in fondo. Niente smog, ne case, ne macchine, ne rompiscatole. Spariti i semafori. I clacson. I telefoni.
Pace. E tanto verde.
Più di così non vedo.
Mi volto per tornare alla macchina. Sono la solito paranoica. Leggo troppi triller, Marina me lo ripete di continuo. Cosa ne sa lei che al massimo sfoglia Vogue?
Poi mi blocco. Ho visto qualcosa ma non ho capito bene dove. Sento che attorno a me un elmento stona. Ne sono sicura. Ho la peluria alla base del collo dritta.
Eccolo.
Luccica.
Oh-oh.
Cosa ci fa un oggetto, qualsiasi cosa sia, in un pezzo di terra abbandonato?
L’avrà perso qualcuno. Più che giusto.
Ma chi verrebbe fin qui? Giorgio. Ok, a parte lui…
Non so se voglio vedere cos’è quell’affare che luccica.
Ho un flash che mi ronza nella testa. Di una scena già vissuta. Un’altra volta che ho seguito le tracce di Giorgio.
E’ stato quando sono andata a fare quella specie di sopraluogo nella sua casa di campagna. Per terra, sul retro, c’erano degli oggetti che ho raccolto.
Un ferma capelli. Una biro con il marchio del ristorante ‘Tenerezze’. Un fazzoletto con le iniziali S e P.
Oh-oh.
Non è niente. La devo piantare di fare la drammatica. Non è mica una puntata di CSI questa! Devo respirare con calma, tornare padrona della situazione e chinarmi. Magari è solo un pezzo di plastica che riflette la luce.
Oh-oh.
Odio i luccichii.
—————–

domenica, 29 aprile 2007,

 

Experiment – Atto XXXIII

E’un periodo strano. Buono mi azzardo a dire.
Al lavoro mi ingastridisco di meno, sarà la primaverà. Con Giorgio abbiamo trovato una specie di equilibrio.
Sono molto preoccupata. E’malato. Me lo ha raccontato lui. Il 25 aprile. Scherzandoci mi ha detto che in questo modo si è liberato da un peso. Sarà.
Marina si è accasata. Pare. Ne ha trovato uno che ha totalizzato il punteggio più alto da quando è a caccia di uomini. Ovvero da sempre. Meglio così… temevo che si spingesse un pò troppo oltre con tutti questi valzer qui e là…
Tutto bene insomma? Si.
E no. C’è sempre quel maledetto diavolo che mi bisbiglia nelle orecchie. Infame.
Giorgio non quadra. Come sempre, non del tutto almeno.
Per esempio quel posto dove mi ha portato l’altra sera… un campo incolto pieno di alberi ormai decennali tutti piantati alla stessa distanza. Formano un quadrato o almeno è questa l’idea che deve aver avuto chi li ha messi lì. E allora? Siamo rimasti in silenzio. Abbiamo camminato. Osservato. D’altra parte era notte, non è che si vedesse poi granchè. Eppure ho capito che per lui è un posto speciale. Ha un legame affettivo profondo con quel pezzo di terra. Gli alberi. L’erba.
E non capisco quale.
Non è roba sua, altrimenti me l’avrebbe detto.
Non ci sono case nelle vicinanze, quindi non può averci abitato qualcuno che conosceva.
Il solito vago sentore di strano. Una puzzetta fastidiosa che mi pizzica il naso.
Giorgio è sempre lui, solo più mansueto, diciamo. L’occhio malandrino ritorna ogni tanto. Eppure non ha mai commesso un’infrazione. A parte la prima sera al locale. Dopo niente. Tutto più che comprensibile.
Beh, tutto proprio no… il suo modo di comportarsi con me non ha una sbavatura. Per il resto vedo piccoli dettagli. Forse insignificanti. Che ogni tanto lampeggiano. Stridono.
Perchè questa condanna?
Lui mi piace. Ma ne ho anche un pò timore. E’difficile da spiegare… è che neanch’io so esattamente cos’è che non mi fa stare tranquilla… Marina dice che sono troppo cerebrale. Ogni tanto bisognerebbe lasciar parlare il cuore. O il corpo. Straveropercarità!
Eppure non mi riesce.
Con Matteo invece si. Sarà questo il problema? Una scottatura è sufficiente a evitartene un’altra. Mah…
Pensavo di tornare in quel campo… da sola però. Così. Giusto per vederlo alla luce del sole. Non ce la faccio proprio a perdere il vizio dei sopraluoghi…
—————–
<!– –>

 

venerdì, 27 aprile 2007,

Experiment – Atto XXXII

Ho deciso di accettare.
Questa nuova vita. O pseudo tale. Non posso fare altrimenti.
L’altro ieri ho fatto l’ultima prova. Quella definitiva. Non potevo mollare senza esserne sicuro. Volevo un segno.
E’ arrivato.
Ho portato Federica al campetto delle dame.
Ringraziando gli Dei l’altro ieri, il 25 aprile, era un giorno infrasettimana. Un perfetto mercoledì. La giornata era luminosa, calda al sole e ventilata all’ombra. Roba da catalogo postalmarket.
Avevo voglia di stare all’aria aperta, dopo tante settimane barricato in casa.
Ci siamo dati appuntamento in un parcheggio fuori città e siamo andati al parco dei caduti, quello grande, lontano dallo smog e le vie congestionate. C’ero già stato in passato. Lì avevo visto per la prima volta Elena e Sofia. La prima soddisfacente, formosa e scura. La seconda troppo nervosa per i miei gusti.
Abbiamo passato un pomeriggio tranquillo. Passeggiando. Ascoltando. Godendo del silenzio. Non avevo mai notato quante cose si possono dire senza parlare. Una moltitudine. Basta saper captare l’onda giusta. A cena ci siamo fermati in una pizzeria. Una cosa veloce comunque, Federica non aveva voglia di stare seduta in mezzo al caldo e alla gente. C’è sempre troppa gente in giro nei giorni di festa.
E’stato così, con un lampo improvviso davanti agli occhi, che ho deciso di portarla al campetto. Siamo saliti in macchina quando l’orologio nel cruscotto segnava già le ventuno passate. La notte era arrivata. Finalmente.
Le ho spiegato che volevo portarla in un posto che per me ha un significato particolare. Non ho mentito.
Gli alberi sono più alti. Rigogliosi. Forse no ma a me è sembrato di si. Era troppo tempo che non ci andavo.
Siamo rimasti a fissare il paesaggio. Lei non mi ha chiesto niente. Durante il viaggio mi ero preparato una serie di frasi di circostanza, per non farmi trovare impreparato. Non ho dovuto usarle. Meglio così. Alcune storielle in meno sul groppone.
Era buio.
La strada che costeggia il campetto non ha neanche i lampioni pubblici.
Camminavamo sopra alle miei dame, le sentivo respirare. Sussurri attraverso le foglie.
Il momento ideale.
Per decidere.
Chi sono.
Le possibilità erano due. Avrei potuto farla mia. Lì. Tra l’erba umida e i tronchi. Potevo riprendere il rituale che l’avrebbe trasformata da donna qualunque a dama. La mia dama. L’avrei baciata. Accarezzata. Spogliata. Legata.
Avevo la cassetta con gli attrezzi nel baule. Unica sopravvissuta all’abbandono della casa in campagna.
Avrei potuto.
Volevo?
No.


 

martedì, 24 aprile 2007,

Experiment – Atto XXXI

Giovanni è un uomo annoiato. Statura media, corporatura media, tutto banalmente comune. Ne poco ne troppo. Neanche voleva entrarci in polizia. Ma poi è finita così. Sempre meglio della strada, questo si. Le capacità ci sono, da qualche parte, ma ci sono e Giovanni lo sa. Ogni tanto le usa, ma proprio se è alla frutta perchè lui di fare più fatica degli altri proprio non ne ha voglia.
Il caso delle donne scomparse è un rompicapo. E lui detesta tutto quello che dura più di un giorno. Per questo ha temporaggiato, ha provato a farsi assegnare ai reatucoli mordi e fuggi (scippi, furti, tentativi di scasso…)ma niente. Il capo non gliel’ha data vinta. Doveva occuparsi di quello. Perchè vuoi filartela stavolta? Non è interessante? Quando mai si vedono queste cose da noi? Dai sù… vedi di pedalare…
Sempre molto incisivo, il capo.
Giovanni le ha cercate. Alcune sembravano facili da trovare ma è stata un’odissea. Unire i fili. Scovare tracce. Cercare imformazioni in mezzo a gente gretta e ignorante che non ha voglia di sapere, che non si preoccupa neanche di chi conosce. Immondizia. Ecco perchè non voleva fare il poliziotto: pulire merda tutto il giorno è un lavoraccio perso in partenza. Con quanta ne togli, altrettanta ne sbuca altrove.
Eppure se ne sta lì, accoccolato nell’auto a controllare il bar. Ci avrebbe scommesso mezzo stipendio che quei due sciroccati si sarebbero rivisti. Ci hanno messo un pò in effetti… ma conta il risultato no?
Sorride. Qualcosa si muove finalmente.
Il Giorgio è diventato un monaco buddista. Non esce più. Non fa una stramaledetta cazzata neanche a pagarlo. Non fuma. Non beve. Non si aggira di notte al buio… ma com’è? Si è stufato di collezionare donnine della zona?
Giovanni è convinto che dietro alle sparizioni ci sia lui. Ne è strasicuro. Tutti i colleghi lo prendono in giro. Medium, lo chiamano usando una vocina da maschietto a cui hanno tolto gli attributi. Idioti rompicoglioni.
Sorride ancora. Prima o poi ci salterà fuori. Il Giorgio esploderà, in un qualche modo ancora da definire, ma lo farà. E allora lui gli sarà addosso.
Poi potra tornare a sonnecchiare. Dopo aver risolto un caso come questo, chi glieli toglie due mesi di riposo?

 



giovedì, 19 aprile 2007,

Experiment – Atto XXX

Non so perchè. Nè come.
Ma sentivo che sarebbe successo. Eppure dovevo stargli alla larga… camminare lasciando qualche kilometro abbondante tra noi… evitare certi quartieri… e invece è successo. Ci siamo rivisti.
Giorgio era al solito bar, quello all’inizio di via rimembranze dove c’è il negozio. Se ne stava nel suo angolino. Quasi rannicchiato. Rattrappito.
E’dimagrito. Mi ha fatto uno strano effetto. Non è mai stato un ‘maciste’ ma così sembra Bambi… esile e indifeso.
Non c’eravamo dati appuntamento. Sono entrata (sperando di vederlo) e lui era lì. Mi stava aspettando, ne sono sicura. Gliel’ho letto negli occhi, quando li ha alzati dal giornale che sfogliava. Quegli iridi profondi mi stavano dicendo qualcosa del tipo ‘che bello rivederti’ o forse ero io che desideravo sentirglielo dire.
Mi ha sorriso. E lì, in quel preciso momento, ho rivisto il malandrino del negozio, la prima volta che ci siamo incontrati tra maglioni e gonne.
Abbiamo bevuto in silenzio. Lui un infuso, io un cappuccino pieno di cioccolata in polvere. Non la finivo più di tenere il barattolo del cacao a testa in giù. Mi tranquillizzava. La polverina nera che si posava sulla schiuma. Lenta. Precisa. Perfetta.
Sapevo che era compito mio, iniziare la conversazione, non per una qualche legge divina… piuttosto perchè mi sembrava giusto così. Dopotutto l’ho tradito. Figuriamoci se me lo dimentico!
Ma le parole non venivano. ‘Come stai?’ ‘Tutto bene?’ ‘E’un pò che non ci si vede..’ ‘Come va il lavoro?’… Niente. Parole superflue.
Ha attaccato lui. Con calma. Non sono stato molto bene di recente… poi c’è stata una perquisizione… ecco, in quel momento avrei voluto ricevere una martellata in testa. Di quelle forti che ti sfondano il cranio. Annuivo grave, come se lo capissi. Come se mi dispiacesse. In effetti, erano sincere entrambe le emozioni… solo che ho provocato io il trambusto in campagna… mi sono sentita come un vampiro che succhia il sangue dalla nuca…
Ha parlato molto. Era la prima volta. Senza fretta. Un fluire uniforme. Cadenzato.
Non ricordo quante ordinazioni abbiamo confermato. Ma ho stampato in testa quello sguardo.
Giorgio sta male. Dentro. Chissà se ha visto la stessa emozione sulla mia faccia?
Mi sono davvero sbagliata così tanto? Tutti quei tasselli che sembravano fuori posto… dove sono finiti? Li ha mangiati? Li ho immaginati io in preda alla crisi post Matteo?
Ho idealizzato un prototipo di uomo misterioso e contorto e l’ho proiettato su di lui?
Adesso non lo so più.

 

mercoledì, 18 aprile 2007,

Experiment – Atto XXIX

Ho pensato. Pensato. E ancora. Sempre di più. Sempre più giù.
Ma niente.
Non c’è una spiegazione razionale, irrazionale, fantastica, allucinata, illusoria, passeggera… non c’è niente.
Io sono cambiato.
Tutto qui.
Dopo tanti anni è successo. E senza il mio permesso.
Se è stata Federica o la malattia o entrambe insieme come un gioco di forze avverse ma amiche, non lo saprò mai. Io non sono più io.
E adesso?
Non vado più in campagna. La casa sarà piena di polvere, sempre più vecchia e incurvata.
Non scelgo più le dame. Il sesso mi manca, eccome. Lo sogno, specialmente di notte, ma non provo più quella pulsione violenta. Quel malessere costante. Lacerante. Sanguinante. Solo qualche sprazzo, per lo più momentaneo. NIent’altro.
Potrebbe essere una reazione, gli incontri con le dame si stavano intensificando e, forse, era troppo anche per uno come me. Già. Uno come me.
Chi sono oggi? Perchè ho perso quell’identità che mi ero cucito sulla pelle viva?… dove sono i morsi subiti, le ferite, le urla? Li ricordo, ci mancherebbe… ma non li vedo più.
Ho paura.
Di perdere il controllo. Di essere qualcosa di strano. Come tutti quei manichini che si alzano, vanno al lavoro, parlano di niente e la sera si addormentano davanti alla tv.
Ho bisogno di vederla. Credevo di farcela, di poterla relegare in un angolo come ho fatto con mamma. Mi sbagliavo. Non sono più così forte. E sento un prurito costante per tutte le parole che si muovono dentro di me senza poter uscire.
Lei saprebbe capirmi? Forse. Ma non ho altre soluzioni. Ho solo lei.
Proverò a uscire. E’la prima volta da settimane.
E cercherò di incrociarla. Forse ha saputo della perquisizione. Forse no. Non ne ho la più pallida idea.
Mi manca Federica. Di questo, si, sono sicuro.

 

domenica, 15 aprile 2007,

Experiment – Atto XXVIII

Il buco nero mi ha inghiottito di nuovo. Ma stavolta sono andata molto giù… fino all’umidità del sottosuolo…
La solitudine. Mia unica compagna, non mi abbandona mai. Un’ombra costante. A ricordarmi chi sono e cosa ho fatto.
Ho passato la pasqua con il ronzio del tv in sottofondo… il più delle volte neanche sapevo cosa stavo guardando… qualche bel film l’ho anche trovato, per carità… ma basta qualche ora di evasione? Non mi sembra…
In ufficio è tutto come al solito. Piatto. Monotono. Pratiche, conti, telefonate, altri conti… se non fosse per qualche stronzata che mi fanno i geni di là penserei di essere un automa. Dopo tanti anni conosco le procedure fin troppo bene. Praticamente ristagno.
Faccio fatica a dormire così Marina mi porta in giro tra la moltitudine di posti e amici che conosce… di recente ha sostituito la vecchia agendina con quella elettronica del nuovo cellulare… pazzesco! Collega date, nomi, recapiti, compleanni e luoghi… mi sembra di frequentare un microchip! Ad ogni modo è molto carina, a trascinarmi in giro, quando farebbe molto prima da sola. Se non altro non c’è pericolo che gli ‘rubi’ qualche potenziale ragazzo… non mi ci metto neanche. Neanche morta! Di guai ne ho già abbastanza…
L’ho tradito. Giorgio.
Ho fatto la spia, come si diceva ai tempi dei banchi di scuola. Ebbene si. Sono stata io.
Sono andata da Giovanni qualcosa e gli ho raccontato della casa di campagna, di come l’avevo scoperta e delle stranezze che ho visto… credevo che fosse mio dovere, ecco. C’erano (e ci sono ancora) tanti particolari di lui che stonano o comunque ‘suonano male’ e quella casa mi sembrava la più inquitante di tutte…
In ogni caso, giustificazioni a parte, ho commesso un errore. Non hanno trovato niente. Di pericoloso o attinente alle indagini almeno. Giovanni qualcosa mi ha confermato che è semi abbandonata e mancano alcuni servizi primari. Solo alcune stanze sembrano essere state usate di recente, pur non brillando in tecnologia e arredamento. Secondo lui Giorgio è un tipo sospetto, nonostante il buco nell’acqua della casa. Mi ha sconsigliato di continuare a frequentarlo. Frequentarlo? E quando mai? Sono settimane che non lo vedo… da quando è partito per quel viaggetto a Venezia.
Mi sento un verme. Da quando l’essere bizzarro è diventato un crimine? Una vocina nella testa mi sta dicendo che ‘dipende dalla bizzarria’…
—-

 

martedì, 10 aprile 2007,

Experiment – Atto XXVII

Ho pensato di lasciarmi andare. Non fare niente e andare… dove mi portano i passi, senza una metà. Stop ai piensieri. Tanti. Troppi. Solo l’aria della notte e il mio respiro.
Questa dannata malattia mi ha preso più del previsto. Mi sono documentato, credevo di essere pronto. E invece no. Ho una dannata paura che neanche riesco a esternarla. E poi mi ha ingoiato questa strana forma di apatia… non ho più voglia di fare niente. In negozio devo continuamente ricordarmi di lavorare perchè mi perdo in mille pensieri… e rimango imbambolato. Io. Neanche riesco a immaginarmi con lo sguardo perso nel vuoto e la bocca semi aperta… e invece finisco proprio così se non faccio attenzione.
Non credevo mi rimanesse così poco tempo. Ecco svelato il mistero. Pensavo che, prima o poi, qualcuno in divisa mi avrebbe additato… tanto da lì a incriminarmi… e poi con la giustizia che abbiamo e un buon avvocato… immaginavo che altri quarant’anni puliti, puliti non me li avrebbe tolti nessuno.
Non sono più tornato in campagna. E questo mi preoccupa sempre di più. Io adoro quella casa, maledizione! Ci ho vissuto in simbiosi per tutta l’infanzia e l’adolescenza… lì ho scoperto chi sono… e adesso non ho più voglia di andarci… devo ancora ripulirla dopo l’assalto dei poliziotti…
Ancora peggio però… molto peggio… è la mia totale inerzia verso le dame. Le sogno, si… le desidero, si… immagino cosa farei, si… e basta. Da quando ho iniziato ad agire non mi era mai successo. E’una sorta di astinenza forzata… che mi logora perchè so che, in questo modo, non sto dando il giusto sfogo alla parte più nascosta di me. Spero solo che quando tornerà fuori, prepotente, non sia incontrollabile. Il mare è ancora molto agitato, bisogna essere prudenti…
Ecco che mi chiamano dal magazzino… che noia! Quelle due rammollite devono sempre spacchettare nuovi ordini grossi e pesanti… ma quanto vendiamo? D’accordo le pasqua e tutto il resto ma santa pazienza… lo fanno apposta. Per vedermi sudare.
Le vipere.
—-

lunedì, 02 aprile 2007,

Experiment – Atto XXVI

E’iniziata la mia seconda e ultima settimana di riposo. Se non ne chiedo ancora, si intende. Non so… pensavo che mi sarei stufato presto. E invece ho scoperto che mi piace starmene rintanato. L’appartamento è silenzioso, di giorno gli inquilini attorno vanno al lavoro. Mi piace proprio. Ho sempre pensato di essere un predatore, uno che ama cacciare, muoversi all’aperto senza barriere. In libertà. Adesso so che la libertà può essere vissuta anche tra le mura di una casa, perchè in effetti è così. Qui sono libero di scegliere cosa fare della mia giornata senza dover indossare una maschera per uscire. Non devo fingere. Neanche un pò. Ed è meraviglioso. Il gatto mi prende per quello che sono. Posso gironzolare tra le varie stanze con la vecchia tuta da lavoro… non mi pettino… bevo e mangio se e quando mi va… non devo rendere conto alla società meschina e beffarda del mio stato… di quello che sono.
Vediamo come passo questa settimana poi sabato deciderò se chiedere altro tempo. Data la mia condizione appena scoperta… tutte le meravigliose stronzate sul trauma, l’accettazione e viadicendo potrebbero tornarmi utili. Io non sono traumatizzato. Mi sono letto ogni tipo di documento possibile on line, ho ordinato libri medici anche molto tecnici. So tutto quello che c’è da sapere sul Parkinson. Siamo più che conoscenti ormai. Perchè dovrei essere traumatizzato? C’è di peggio… non morirò domani e neanche dopodomani… ho tutto il tempo per organizzarmi… prima o poi quelli dell’ospedale mi chiameranno per il consulto finale dove si dovrebbe scegliere la terapia per me… o almeno così mi hanno detto… si sa, i tempi di attesa sono quello che sono…. razza di scansafatiche incapaci!
Si direbbe che l’ho presa bene… penso di non aver ancora preso in considerazione niente. Io sono un analizzatore come tutti i predatori. Prima studio la situazione e solo dopo, valuto e decido. Magari avrò il famoso crollo. No… non credo. Quelli come me sono abituati alla vita difficile. Grazie papà, se non ci fossi stato tu quando ero bambino oggi sarei distrutto. Già… grazie tante…

 

—-

venerdì, 30 marzo 2007,

Experiment – Atto XXV

Sono qui, fuori dalla MIA casa di campagna e sono costretto a osservare uno sciame di api che la mette sottosopra.
Giovanni Qualcosa è in preda a un attacco di onnipotenza. Si crede il tenente Colombo… anzi, meglio: quelli della scientifica che tutto possono e tutto scoprono… sè! al massimo qui arrivano a capire dov’è il bagno o la fossa biologia! Sè!
Me lo sentivo che mi stava addosso, ha un alito pesante l’amico Giovanni Qualcosa. Non sono preoccupato. E perchè dovrei? La casa è perfettamente pulita e sterilizzata. Considerando, poi, che sono almeno due settimane che non ci metto piede non c’è il rischio che qualche residuo sia rimasto in cortile o nei paraggi…
Ecco. Ho appena sentito un rumoraccio. Questo si, mi fa innervosire. Cosa cazzo hanno combinato? Anche se è mezza distrutta, questo non significa che devono finire di demolirla! Porca puttana… ma possibile? Non c’è niente, finitela di grattare e spostare…
Un ceffo mi osserva storto, deve aver capito che mi sto agitando. Arriva Giovanni Qualcosa, suda. E ci credo: inizia a rendersi conto di aver fatto la figura del novellino… qui non c’è niente, ma come te lo devo ripetere? E smettela di distruggere tutto, vi faccio ripagare ogni singola mattonella marcia!
Mi sta facendo delle domande. Tanto per cambiare. Le solite cretinate da detective della domenica.
‘Cosa ci faccio con una casa semi-abbandonata come questa’. Ma che domanda seria è? Cosa te ne frega? Ci lavo il bucato scemotto…
‘Perchè hanno trovato peli animali in giro’. Perchè ho un gatto e lo porto con me quando sto qui qualche giorno. Mica vorrai che lo lasci nell’appartamento a patire la fame e la solitudine?
‘Perchè il riscaldamento è spento e sembra non funzionare da un pò’. Non vengo qui da almeno due settimane e le bollette costano. Lo accendo solo se ne ho bisogno, è un reato non regalare soldi?
‘Perchè non ci sono apparecchi elettronici in casa.’ Ci risiamo… cosa te ne frega? Sono obbligato a comprarli per legge? Non ho soldi e non mi servono.
‘Se sono in difficoltà economiche potrei cercare di venderla, la casa o meglio il terreno sotto. Perchè invece me la tengo e ci pago regolarmente le tasse?’. Ha un valore affettivo. E’una mezza verità, lo so, ma è una delle poche risposte serie che ho dato… perfino Don Matteo farebbe di meglio… non c’è nessuno che mi vuole annusare il vestito? Magari ci sono tracce di sangue…. Ve ne andate adesso? Non avete trovato uno spillo fuori posto.
E’vecchia. Un pò decadente. Non l’ho risistemata. Ma le carte sono tutte in regola. Dunque?
Se ne vanno.
Dovrei ridere o almeno ballare un pò.
Ma ho tutta la casa da risistemare.
Dopo uno dei soliti appuntamenti con le dame è quasi liberatorio ripulire ogni cosa. Libero la mente e impegno il corpo.
Ma così, proprio in questo periodo che sono spompato… l’idea di sgurare non mi alletta per niente. Lo farò nei prossimi giorni. Tanto ho tempo. Sono in malattia io!

—–

 

giovedì, 29 marzo 2007,

Experiment – Atto XXIV

Sono snervato.
Assuefatto.
Me ne starò rintanato per un pò. Dopo il check up (finto perchè in realtà sapevano già cosa cercare) il medico mi ha prescritto del riposo in attesa del verdetto finale. Ho dovuto insistere, lo confesso. Ho finto tic nervosi e robe così per dare l’idea di essere un pò esaurito. E suonato. La prima è assolutamente falsa. La seconda può essere vera.
Sta di fatto che il mio medico di base, Doc old (avrà almeno cent’anni) mi ha firmato un certificato di due settimane. Tanto per cominciare.
Mi sembrava di stringere il biglietto della lotteria che ha vinto il primo premio. Due intere settimane a casa stipendiato. Al negozio avranno inscenato la danza del malocchio estremo, ce le vedo le due arpie. Pazienza. Al massimo ci resto secco prima. Niente di irreparabile.
So già cosa mi diranno i medici, non è tanto quello. Oddio… magari il pensiero di cosa diventerò con il tempo non è proprio il massimo dell’allegria… però mi urta di più l’idea di essere sotto controllo.
Ho avuto la netta impressione che Giovanni Qualcosa non si fidi di me. E’venuto troppe volte a cercarmi. Inutile negarlo. Sempre con domande generiche e pertinenti, per carità. Ma non credo che abbia fatto lo stesso con gli altri commessi di zona.
Sospetta qualcosa. Non necessariamente sul fatto delle donne scomparse… io non lo convinco. E questa consapevolezza è come un pungiglione che tiene aperta la stessa ferita purulenta.
Perchè?, dico io. Andava tutto così bene neanche due mesi fa.
Settimana piatta. Fine settimana perfetto. Poi si ricominciava.
Non poteva rimanere così?
Evidentemente no.
Federica.
La caccia al serial killer (che poi, per i geni della polizia, tanto seriale non è dal momento che non sanno ancora delle altre… razza di incompetenti…)
I tremiti.
L’attesa.
Quando si dice che le cose prendono una certa direzione…
Meglio tornare a letto. Con una dose doppia dell’amico sonnifero smetterò di far fumare il cervello per il resto della giornata.
—–

 

mercoledì, 28 marzo 2007,

Experiment – Atto XXIIIb

Ho metabolizzato.
Porca puttana.
Giorgio.
Le donne scomparse.
Possibile. Vi sembro pazza? Uno con cui sono uscita e che, tutto sommato, non mi dispiace… potrebbe essere un pazzo assassino? Un pò fuori dalle righe lo sono sempre stata… e che Giorgio fosse MOLTO particolare l’ho notato subito… si possibile. Che abbia ucciso. Troppe cose stonavano anche prima che lo collegassi alle scomparse. Scomparse. In effetti, per ora, si sa solo che un certo numero di donne della zona non si trovano. Una magari è scappata dal marito violento e si nasconde. Ok. Un altra è partita per un viaggio e si è dimenticata di avvisare. Insomma… diciamo ok. Ma dalla terza in poi che scusa si può trovare? Sono state rapite, come minimo. Violentate, probabile. Uccise… per me si. Eccome. Dove le mette uno (o più di uno) un gruppo di donne vive e ragionevolmente feroci, ferite, terrorizzate?
Ma Giorgio, da solo, riuscirebbe a farlo? Bella domanda… in linea teorica, tutto è possibile. Lui non è un colosso come uomo… voglio dire che non ha una corporatura particolarmente robusta. Però c’è quella casa sperduta nelle paludi… oh Dio! E se le tenesse prigioniere lì dentro?… adesso mi sto agitando sul serio… potrebbe averle addirittura sepolte là attorno… non c’è anima viva… chi lo noterebbe? I vermicelli!
….
Adesso si che me la sto facendo addoso. Maledetta me e la mia mente laboriosa… mi devo calmare. E riflettere. Ancora. e Ancora.

—–

 

mercoledì, 28 marzo 2007,

Experiment – Atto XXIII

Sto attraversando un periodo strano.
Non sono più in crisi nera come alcune settimane fa. Di questo sono sicura perchè non penso più a Matteo ne al fatto di non avere un ragazzo fisso.
Eppure continuo a sentirmi inquieta. Sola.
Forse è stato Giorgio. Mi ha guarito dalla temporanea depressione con le sue stranezze… ma mi ha contagiato con qualcosa di insidioso. Silenzioso.
E’un pò che non lo vedo ne lo sento. Giorgio. Ma vi sembra che uno della sua età nel ventunesimo secolo non possiede neanche un cellulare? C’è chi ha addirittura tre numeri grazie a quelle promozioni passa da qua, compra di là… boh!
Sono uscita. Ho conosciuto persone nuove. Un pò perchè Marina mi ha trascinato in giro a forza. Un pò grazie al nuovo locale per scambisti. Ma niente sesso, se è questo che pensavate. Attualmente sono in osservazione. Non agisco. Non ne vale la pena. Non finchè sarò così… nervosa. Guardinga.
Sabato scorso al locale ho visto quel poliziotto in borghese che ha fatto alcune domande a Giorgio e alle sue colleghe alla chiusura del negozio. Giovanni qualcosa. Era strafatto (di non so che cosa) e cercava di spassarsela con due ragazze che se avevano diciotto anni era già molto. Ne ho approfittato. Si ricordava di me e del fatto che conoscevo Giorgio. Ma non mi ha detto molto, in effetti. Non era nella sua forma migliore, gliene devo dare atto e io non avevo la minima intenzione di fingermi interessata a lui. Per carità!
Però si è fatto scappare che Giorgio è un tipo bizzarro, che ha delle cose che non quadrano… forse lo tengono sotto controllo per la questione delle donne scomparse. Ecco, adesso l’ho detto. Devo ancora metabolizzarlo, però.

—–

 

lunedì, 26 marzo 2007,

Experiment – Atto XXII

 

Venerdì

Ieri pomeriggio abbiamo bevuto un caffè insieme.
Ho avuto una giornata pazzesca in ufficio, di quelle che ogni ora te ne capita una peggiore della precedente… e ti viene voglia di prenderti i capelli e urlare come il bambino di ‘Mamma ho perso l’aereo’… ero un’acida isterica, per intenderci. Così ho fatto una passeggiata in centro e, prima di arrivare al negozio di Giorgio, mi sono fermata in un bar anonimo all’angolo. Lui era seduto al banco.
E’stato strano. Intenso.
Aveva un’esperssione diversa dal solito. Meno controllata. Se ne stava semicurvo su quelle assurde sedie senza schienale il cui unico scopo è quello di farti venire un mal di schiena da manuale e mescolava un cappuccino gigante. Avete mai visto un uomo che sorseggia un cappuccino dentro una tazza enorme di quelle da tè? Io no. Sta di fatto che mi sono seduta alla sua destra, verso l’esterno per non dover fissare il barista ogni minuto – detesto sedermi al bancone proprio per quello – .
Era in pausa. Così mi ha detto. Il giovedì pomeriggio il negozio è chiuso al pubblico ma sono alcune settimane che sbrigano certi lavoretti di magazzino. Tutto in nero, neanche a dirlo, perchè la proprietaria non paga gli straordinari in busta. Eh l’Italia degli onesti…
Mi è sembrato più mogio del solito. Parlava quasi con un tono più basso. Ma forse era il rumore della musica alta nel bar. O forse ero io che lo volevo – e lo voglio – disperatamente diverso da quello che è. Meno enigmatico. Più solare. Meno bizzarro. Più avventuroso.
Alla fine è stata una chiacchierata piacevole. Mi ha raccontato del suo gatto. E anche qui ci ho trovato delle stonature. Chi conoscete che ha un animale in casa e non gli da un nome? Giorgio lo chiama ‘ Ilgatto’, praticamente un’unica parola che pronuncia senza prendere fiato. Però ne parla bene. Si potrebbe azzardare che si intenerisce. Si potrebbe.
Mi ha detto che si è preso due giorni di ferie. Parte. Si fa uno di quei viaggetti last minute… un week end lungo, insomma. Venezia. E’ li che va perchè sostiene che è il momento migliore. Prima che arrivi l’acqua alta e l’afa insopportabile. Tanto i turisti ci sono sempre, col gelo o con l’arsura.
Sarà… altro fischio stonato. Quanti maschietti single conoscete che vanno in vacanza in una delle città più romantiche per antonomasia da soli? A meno che non mi abbia omesso il dettaglio che è accompagnato. Forse. Sta di fatto che mi toccherà arrovellarmi su ‘stò matto per la bellezza di tre giorni. Domani sera è meglio se me ne torno al locale. Inizio a sembrare davvero una psicopatica che si fissa su ogni dettaglio, – come cantilena Marina, pace ai suoi giudizi da santona -.
Quest’uomo finirà con l’uccidermi.
Mentalmente, si intende.
—–

 

venerdì, 23 marzo 2007,

Experiment – Atto XXI

Ieri pomeriggio ho chiesto un permesso. Avevo una visita di controllo. Di solito evito queste cose come la peste. I dottori sono degli idioti in bianco che il più delle volte cercano in tutti i modi di ucciderti. E’ successo così a mia madre. Dicevano una cosa diversa tutti i giorni. Non si capiva mai niente. Prendeva pastiglie colorate a intervalli regolari. Certo, mio padre che se n’è andato lasciandoci con il culo per aria non ha aiutato. Eravamo mamma e io. Senza una lira.
Non mi va di ricordare certe cose.
Sono stato dal dottore perchè proprio non ne potevo fare a meno. Volevo sentire cosa mi raccontava. Adesso che sono più grande e capace posso approfondire le questioni anche da solo. Ma ho dei limiti oggettivi non avendo studiato medicina. Per cui ci sono andato più che altro per avere un’imbeccata… una dritta diciamo. Poi proseguo da solo. Come ho sempre fatto.
Mi ha prescritto delle analisi, una specie di check up da fare in un giorno solo in day hospital. L’appuntamento è prenotato per venerdì. Al negozio non sono stati molto entusiasti per la mia assenza. Ho dovuto chiedere due giorni, per sicurezza. Non mi piace fare il relitto. Al lavoro devo rimanere concentrato. E se sto male diventa tutto più difficile. Tenere a bada la testa, i pensieri… è un lavoro impegnativo. A volte snervante.
Ho appena finito di fare ricerche on line sui nomi degli esami. Me lo aspettavo.
Solo che adesso non so bene cosa devo fare. Incazzarmi? Piangere? Mobilitare specialisti illuminati? Licenziarmi e darmi alla bella vita? Trovarmi tre dame nuove a notte?
…. …. …..
Non so decidermi. Sto fissando lo schermo. Il gatto mi è salito sulle ginocchie ma non ho voglia di accarezzarlo. Schizza via dopo avermi fissato, lui si che avverte l’odore dell’aria che tira.
Peccato che non ci capisca niente, dei casini degli esseri umani. Lui è perfetto. Furbo. Invincibile.
Ce le avessi io sette vite saprei come usarle….

—–

 

martedì, 20 marzo 2007,

Experiment – Atto XX

Marina dice che la devo smettere. Di fare la psicopatica. Certe nevrosi ce le avevo quando ero in piena crisi adolescenziale… ma adesso sono adulta! Bel consiglio… si… peccato che il suo solito stile un tantino eccessivo a volte mi irrita.
Cosa c’è di male se voglio capire con chi sto uscendo? Oddio… è una parola grossa, uscire, l’unica volta che lo abbiamo fatto lui è scappato. In ogni caso il week end scorso l’ho cercato ma non c’è stato verso di rintracciarlo. Sono stata nel complesso di case dove c’è il suo appartamento ma la sua macchina non c’era… sapevo dove trovarlo, in realtà. Però ho resistito. Non aveva senso tornare in quelle campagne desolate con lui là… a fare cosa
poi? Dorme? Mangia? Si trastulla? Mah…
Ci sono andata ieri notte. Ecco perchè Marina dice che sono tornata fuori di testa. Mi era capitata una sola volta una frenesia del genere… con quel dannato di Matteo. E’stato lui ha insegnarmi l’arte del mistero, dei pedinamenti, dei sospetti… alla fine diventa una lotta per sopravvivere perchè quando hai il cuore a pezzi ti resta solo la dignità. E quella lui non me l’ha tolta.
Sta di fatto che dopo appena un giorno di lavoro ero diventata elettrica così mi sono detta ‘Ebbè? Cosa sarà mai una scappata tra le lande desolate… giusto per una sbirciatina.’ . Così sono andata. Era tutto buio, come immaginavo. Giorgio non c’era. Evidentemente durante la settimana non ci va. E’tutto abbastanza decadente… diciamo semi abbandonato. La porta d’ingresso invece è perfetta. Blindata. Pulita. Sul retro c’è una specie di capanno per gli attrezzi. La porta è rotta così ho curiosato… so cos’è la violazione di domicilio! Solo che, una volta là, mi sembrava stupido tornarmene indietro così… senza aver combinato niente.
Davanti al capanno ho trovato degli oggetti. Caduti involontariamente. Un ferma capelli. Di fatturato moderno. Una biro con il marchio di un ristorante famoso in città. Un fazzoletto con delle iniziali incise in rosa. Tutti oggetti recenti, è evidente.
Me li sono messa in tasca. Prima o poi mi serviranno. Lo sento.
Sono rientrata con la certezza che in quel posto non si può vivere stabilmente. Però non ha tutte le comodità medie di una casa di villeggiatura… E il posto è deprimente. Risultato: cosa ci va a fare un ultra trentenne in una casa dissestata, da solo e per di più durante il fine settimana?
Così, a mente calda, mi verrebbe da rispondere: ‘qualcosa che vuole nascondere. Che nessuno deve sapere’. A meno che Giorgio non sia un pazzo, di quelli da manicomio per intenderci, che fa cose senza senso.
No. Non è per niente plausibile. Ma lo avete visto Giorgio? Mister lucidità in persona!

—–

 

lunedì, 19 marzo 2007,

Experiment – Atto XIX

Quegli idioti mi hanno innervosito per tutto il week end. Incapaci.
Il loro mestiere dovrebbe essere indagare… ma lo fanno di malavoglia, con la testa chissà dove a sfumazzare dappertutto… mi danno i nervi. Non sono per niente stimolanti. Non che io abbia bisogno di essere tenuto sulla corda… tutt’altro. Non è questo che mi fa stare bene. Però un pò di competizione, tutto sommato non guasterebbe… e invece mi ritrovo faccia a faccia con dei mezzi trogloditi. Sanno di alcune delle mie ex-dame. Ma non di tutte. Così si arrovellano tutto il giorno per trovare similitudini… elementi comuni… quando, in realtà, lavorano per niente perchè mancano dei tasselli!
La scorsa settimana uno dei ‘geni’ è tornato a rompere in negozio. Era l’ora di chiusura, oltretutto e io avevo bisogno di rintanarmi in santa pace nell’appartamento. E invece niente. Mi sono cuccato l’ennesima raffica di domande inutili. Le mie ex-dame non sono tutte clienti del negozio. Ma vi sembra? Se fossi davvero così banalotto e ignorante, tanto valeva che mi dedicassi al giardinaggio….
Oltretutto c’era anche Federica quando mi sono visto sbucare l’agente. Giovanni qualcosa.
Non so cosa può aver pensato, Federica, assistendo alla scena. Poco importa. Io e gli altri del negozio siamo semplicemente ‘persone informate sui fatti’… su quanto poi, io, sia informato se ne può parlare…
Alla fine ce l’ho fatta. Ho portato Elisabetta in campagna. Dovevo farlo. O rischiavo di spezzare la catena. Non è andata male, solo che avevo la faccia di quell’idiota in borghese che mi ronzava attorno, come un insetto fastidioso. So che non ho commesso errori. Non hanno niente di concreto. In quello sono imbattibile.
Eppure mi tormentano le sbavature… la natura umana è imperfetta per definizione, è l’aspetto
di me che odio di più … eppure è così. Se ho dimenticato anche solo un dettaglio piccolo…. anche adesso mi sale il sangue alla testa!
Lei tace. L’ho dovuta mettere nel bagagliaio perchè ho esagerato con le borse… e tra il gatto e tutto il resto nei sedili dietro ho riempito ogni angolo! In ogni caso sta comoda lo stesso. L’ho avvolta per bene.
La sto portando al campo.
Quel posto è un vero paradiso. Le piacerà.

—–
Venerdì, 16 marzo 2007,

 

Experiment – Atto XVIII

Non mi ha convinta. Cosa vi devo dire? Quell’uomo ha qualcosa che non va. Non che io sia proprio un chilo esatto… ma in lui vedo schegge preoccupanti… oscure. Il modo in cui parla. Fissa. Deglutisce. Si guarda in giro.
Mi ha aspettato dopo il lavoro e mi ha spiegato. Tutto regolare. E mediamente comprensibile. Ma ha tralasciato di raccontarmi della casa dove si è rinchiuso dopo. Gliel’ho chiesto apposta. Con finta noncuranza gli ho buttato lì un ‘Sei tornato a casa poi?’ e lui ha annuito. Balla galattica. Quella non è casa sua. O almeno non la principale perchè abita in un appartamento qui in città… non dico che sia entrato senza averne diritto… non lo so… ma mi ha raccontato una verità a metà (sperando che la metà sana lo sia davvero)… e questo mi infastidisce. Crede di potermi fregare solo perchè ci conosciamo da poco? Poveretto… non sa in che guaio si è cacciato.
Poco fa sono andata a salutarlo. L’ho beccato mentre usciva dal negozio con una mega sciarpa avvolta intorno al collo. Subito non mi ha neanche vista, talmente era chiuso in chissà che pensieri. Forse ha un altra nei paraggi. O magari più di una. E’come se fosse ‘preso’da più parti. Sbaglierò…
Volevo proporgli un’innocua pizza. Ma un agente è venuto a disturbarci. Era in borghese e Giogio sembrava conoscerlo. E’per quella brutta storia delle donne scomparse in zona. A quanto pare alcune di loro frequentavano il negozio dove lavora Giorgio e il tipo in incognito aveva alcune domande da fargli. Cose sugli orari, la frequenza… non ho capito bene perchè mi sono allontanata. Fissavo un’altra vetrina in chiusura. Poi sono arrivate altre due ragazze: una deve essere la proprietaria del negozio mentre l’altra l’avevo vista sistemare le vetrine… hanno parlato fitto, fitto.
Ho sbirciato Giorgio. Calmo. Serio. Quasi preoccupato. Appunto. Quasi.
Mi sono venuti i brividi e ho lasciato perdere la pizza. Stasera insalatone con il tonno e un sacrosanto telefilm sulla tv satellitare. Dal mio comodissimo divano con la porta blindata ben chiusa.

—–
giovedì, 15 marzo 2007,

 

Experiment – Atto XVII

Proprio non potevo aspettare oltre. Non era il caso.
In fondo non sono una femminuccia tremante, io. Per quanto, ultimamente non sono nella mia forma migliore. L’ho aspettata all’uscita dal lavoro. Non c’era niente di male dal momento che era stata lei a raccontarmi per filo e per segno cosa fa e sopratutto dove. Volevo chiudere la faccenda. Una volta e per tutte.
L’altra notte mi è arrivata una di quelle folgorazioni da film in bianco e nero: è Federica il problema. Da quando l’ho vista la prima volta al negozio ho smesso di essere il solito io. Più ci penso, più tutto torna. Finalmente. E’stata lei a rovesciarmi il mondo. E intendevo darci un taglio.
Poi l’ho vista, appena corruciata all’uscita degli uffici… e puf! Mi sono dimenticato il bel discorsetto che avevo preparato. Non ero più arrabbiato. E mi sono scusato. Le ho detto che attraverso un periodo strano… sono stressato… e non era mia intenzione lasciarla al locale da sola… Proprio non me lo spiego. Cosa mi sia preso intendo. Ancora adesso sono incazzato perchè mi sono uscite un mare di stronzate ma non potevo farne a meno. Forse qualocosa di vero c’era… lei è così bella.
E strana. Ecco, anche questo è un guaio. Tutte le donne che ho conosciuto sono abbastanza prevedibili. Mi basta osservarle un pò… alcune più delle altre ma nel complesso riesco sempre a capirle. So cosa vogliono, chi cercano, qual’è il loro punto debole.
Ma con Federica è una continua onda. E siamo usciti una volta sola per giunta! Ho notato che ha delle variazioni nell’umore… che cerca di tenere a freno. E’estroversa, di fondo, ma ha qualcosa di profondamente introverso. So che è rimasta molto scottata da un certo Matteo ma è un argomento off limits.
Federica è complicata. E questa realtà ha un impatto devastante su di me. Ma solo perchè mi piace. Proprio così. Se mi fosse indifferente non ci sarebbero problemi… proprio no. Ho conosciuto tante donne, specialmente al lavoro, che non mi hanno dato niente.
In ogni caso ci siamo lasciati con la promessa che sarebbe tornata. Qui al negozio, si intende.
Com’è che sono già nervoso? Che seccatura questi sentimenti… qualcuno sa come si cancellano?

——
mercoledì, 14 marzo 2007,

 

Experiment – Atti XVI

 

Siamo già a metà settimana e sono tornata al lavoro.
La vacanza improvvisa è finita. Volata. Solo che la mia crisi non si è risolta… anzi! Sono diventata lunatica. Rido e piango. A fasi alterne. Senza preavviso. Ho la testa e lo stomaco in subbuglio, come per un virus.
Solo che il virus si chiama Giorgio.
L’altra sera al locale stavo così bene che ho commesso l’errore imperdonabile di desiderare. E lì mi sono rovinata. Desiderare è il preludio di qualcos’altro… della volontà di andare oltre… e non sto parlando dell’abito bianco – depressa si ma rincretinita ancora no!- intendo di quelle pianificazioni a breve termine che partono da sole quando si supera una certa fase di contatto. L’olfatto è il traditore per eccellenza. Volevo fare l’amore con lui. Ecco il primo desiderio bastardo. Evidentemente Giorgio aveva un’altra idea… e lì non ci ho più capito niente.
Seguirlo è stato ridicolo. Lo sapevo anche allora ma la mente si rifiutava di ragionare. Dovevo sapere.
Sono rimasta in macchina, al freddo, fino alle prime luci dell’alba. A pensare. A far muovere gli ingranaggi più arrugginiti della mia mente. Niente.
E oggi sono punto a capo. So che, dopo sabato, dovrei battere in ritirata. Fingere con eleganza che non sia successo niente e non andare più al negozio… si dovrei proprio.
Ma lo posso fare? Non lo so… ci penso troppo spesso. E se Giorgio stesse male? Magari ha un vecchio trauma che lo frena… non è un’esclusiva delle donnine aver subito abusi o cose così… vi sembra?
Altrimenti non si spiega la ritirata, proprio quando gli avevo fatto capire cos’avevo in mente… è scappato si… in quel posto, poi! Non si è sentita un’anima per tutta la notte… non credo neanche che là dentro ci sia la corrente o l’acqua… magari si, ma la televisione? Non c’erano antenne fuori. Ho la testa che mi scoppia.
Desiderare è una grossa fregatura. Se lasci che qualcuno ti entri dentro quel minimo indispensabile a farti scattare la scintilla… l’idiota dell’ufficio davanti al mio mi chiama. Andiamo bene. Sono solo le nove di mattina e ha già impallato il computer… certe volte li strozzerei a mani nude…

—–
lunedì, 12 marzo 2007,

 

Experiment – Atto XVI

Abbiamo ballato. Con i bicchieri tra le mani. Toccandoci dove capitava. Gli ho leccato il collo.
Luci basse. Si distinguevano appena i contorni del mobilio. Era l’una e trenta suppergiù. Mi sentivo viva. Inebriata come ai tempi di Matteo. O forse un dito in più. Forse.
Il bacio poi è stato un incontro di anime. Le nostre si sono cercate. Curiose. Biricchine. Credo di aver mollato la presa del mio bicchierino di vodka. Non ne sono sicura però. Fatto sta che dopo avevo le mani libere.
Giorgio si era scioto del tutto. Complice qualche sorsetto alcoloso. Le prime due ore ha faticato a lasciarsi andare. E’un tipo sulle sue, Giorgio. Uno che si guarda sempre le spalle. Ma poi gli ho tolto il luccetto e l’istinto ha fatto il resto. Certe alchimie sono inspiegabili.
Poi è cambiato tutto. A un certo punto si è irrigidito. Un tronco secco. Lontano.
Si è allontanato di un passo. Io l’ho guardato. Dovevo sembrare un cartone animato con la bocca aperta. Mi mancava solo la vignetta con ‘Oh-Oh’. Aveva uno sguardo buio. Quasi supplichevole. Sembrava imbarazzato ma anche eccitato. Ha farfugliato qualcosa che suonava come ‘Non posso’ o non ‘Non riesco’… insomma, non ci ho capito niente.
Così ho fatto una stronzata. Una di quelle grosse che in passato mi hanno cacciato nei guai. L’ho seguito. Giorgio è uscito dal locale in tutta fretta. E io gli sono stata dietro. Con il cuore così accelerato che ho rischiato il collasso. Ma sapevo di potercela fare, grazie alle esperienze passate. E’stato così che ho scoperto ‘gli impegni’ di Matteo. Mi sono tenuta distanza di sicurezza, fortunatamente avevo parcheggiato qualche macchina dietro alla sua – c’eravamo dati appuntamento al locale -. Abbiamo percorso circa un’ora di strade provinciali. Nel frattempo avevo acceso il riscaldamento al massimo. Sentivo freddo. Ma non era solo l’umidità della notte. All’improvviso ha girato a destra, in un viottolo fangoso immerso nella campagna. Ho aspettato quindici minuti. Parlando da sola con le quattro frecce che scandivano i miei ragionamenti. Poi ho spento tutte le luci e mi sono avventurata.
Il viottolo non ha illuminazione ed è pieno di buche. Già pensavo al divertimento nel rifare lo stesso percorso in retromarcia con le mani tremanti che mi ritrovavo.
Sono arrivata. Davanti a me c’era una casetta di campagna un pò decadente. La macchina di Giorgio era parcheggiata davanti all’ingresso senza recinzione.
Ho inchiodato. Andavo ai cinque all’ora. E sono rimasta lì, alla fine della via. A osservare le luci che si spostavano di stanza in stanza, in quell’edificio abbandonato dal mondo. In mezzo al verde. Al silenzio.
Perchè Giorgio era venuto in quel posto lasciandomi – in linea teorica – al locale proprio mentre l’atmosfera si stava scaldando?

—–
venerdì, 09 marzo 2007,

 

Experiment – Atto XV

Ieri era la festa della donna.
Il solito schifo insomma. Anche mettendo da parte tutte le polemiche che mi salirebbero alla gola, è una giornata infernale. Sono ovunque. Giovani e vecchie. Alte e basse. Povere e ricche. Spuntano dalla terra stessa. Al negozio siamo sempre di corsa e ieri non si sono smentite. Da manuale. Sembravamo il terminal di un aeroporto quando i voli sono in ritardo.
Come se non bastasse, mi sono fatto incastrare dai soliti ex compagni… lo so, avevo detto che non ci sarei più cascato ma rischiavo lo zapping dal divano… e non volevo infrangere la regola ritrovandomi in giro a caccia… no, proprio non me lo posso permettere. Ho accettato solo per stare lontano dai guai. Infatti stavolta non ho bevuto. Mi hanno preso in giro ma ho fatto spallucce. Sanno essere sciocchini, gli uomini, quando sono in branco e si fissano su stupide regole da cowboy in bianco e nero.
Sono un pò confuso.
Federica mi ha chiesto di uscire. Ma, dal momento che ho accettato senza riflettere, non posso lamentarmi.
L’appuntamento è per domani sera. E qui iniziano i problemi. Di solito il sabato sono già in campagna… ma così, mi salta tutto il programma…
Iera sera, mentre fissavo le facce rosse e vuote dei miei compari, mi chiedevo come mai non ho ancora pensato di portarci Federica in campagna. In effetti è strano. Ma lei è così… non riesco a spiegarmi…
Giusto per la cronaca, comunque, prima di andare a letto sono andato a salutarle. Tutte le mie ex dame. Non ho dovuto fare molta strada dal locale.
Il campo è sempre lo stesso, con gli alberi alti, piantati tutti alla stessa distanza a formare un quadrato perfetto. E sotto ad alcune piante, attaccate alle radici, giaciono loro. Le mie ex dame.
Silenziose. Sparse. Stupende.
Le ho salutate al chiarore della luna. E’stato bello. Sembrava quasi che i rami si muovessero per me. C’è una tale pace in quel pezzo di terra tra le città… mi piace davvero… è il posto ideale per riposare… vorrei finire anch’io lì quando me ne sarò andato.
Si. Magari al centro del quadrato. In mezzo a loro che mi hanno tanto amato…

——
giovedì, 08 marzo 2007,

 

Experiment – Atto XIV

Sono andata al negozio a metà mattina. In quel momento di tranquillità perfetta dove i più sono rinchiusi tra le mura lavorative. Giorgio mi ha sorriso, non ne sono sicura ma giurerei di aver intravisto un lampo di sorpresa quando sono entrata. Girovagavo senza meta tra le gonne e i maglioni della nuova collezione primaverile. Potevo andare da lui, al banco, e fare quella diretta, senza peli sulla lingua. Già. Potevo. Ma non l’ho fatto. Non mi andava e basta.

L’ho vista muoversi tra i vari ripiani. Lenta. Curiosa. Incerta.
Dovevo rimanere dietro la cassa a fingere di fare qualcosa… niente. Non riuscivo a rimanere fermo. Ci siamo messi a chiacchierare tra un abito da sera e le cintura. Emanava quella luce particolare che mi attira come una calamita. Federica.
Quando ride si incurva leggermente in avanti e muove le mani verso le labbra. Ha dita curate ma non volgari. Punte corte e smalto trasparente.

Alla fine non ho comprato niente. Ci siamo persi tra i colori e le disquisizione sugli abbinamenti e si è fatto tardi. L’ho guardato dritto negli occhi. E gliel’ho chiesto. Tutto d’un fiato. Senza intonazione. Sembravo tornata indietro di dieci anni. Una liceale decisamente comica. Solo che ho frequentato un istituto tecnico, io!

Non ho capito bene, non subito almeno. Un attimo prima litigavamo bonariamente sui tessuti e le lunghezze… poi, all’improvviso, boom! Mi ha lanciato un masso grande come una macchina. Neanche un’unutilitaria, è no! Era una station wagon!
Mi ha chiesto di uscire. Mi ha parlato di questo locale di un’amica… dice che è molto carino e si sta tranquilli… io non lo conosco ma l’ho sentito nominare da certi tipi al bar qui davanti e, se ricordo bene, non è un posto da aranciate e giochi da tavolo…
Ho accettato.
In un secondo. Sento già l’odore del suo sangue. Ma è una scia diversa dal solito.

——-
martedì, 06 marzo 2007,

Experiment – Atto XIII

Quando l’ho vista entrare i polmoni hanno smesso di cercare aria. Per un attimo. Un blocco istintivo. Non so perchè ma non mi aspettavo di vederla tornare.
Dopo Sofia, due week end fa, la mia routinne ha subito una battuta d’arresto. Venerdì scorso mi sentivo strano. Stanco. Nervoso. Sudavo freddo. L’ho seguita lo stesso, dopo cena. Elisabetta Prandi via Verdi al numero 338. Non potevo farne a meno, avevo già programmato tutto. Verso le ventidue è scesa dall’appartamento dove vive da sola per stendere i panni nel garage. Ormai fanno appartamenti così piccoli che non c’è posto per la lavanderia, come la chiamava mia madre. Stendeva tutto nell’unica stanza senza mobili che avevamo. Ed era comodissimo. Adesso non c’è posto sufficiente per mettere nell’armadio tutti i vestiti, figuriamoci!
Resta il fatto che è scesa, attraversando il cortile che ha perfino due lampade esterne rotte. Nella semioscurità sarebbe stato un gioco da bambini. E stavo anche per alzarmi e sorprenderla alle spalle.
Ma avevo la testa pesante. E un vago senso di confusione, un ronzio di sottofondo. Così Elisabetta è rientrata con il cesto vuoto come sempre. Forse canticchiava.
Sabato ho poi scoperto che avevo la febbre. Ma non sono ancora convinto che quell’indecisione che ho avuto sia dipesa dal mio stato fisico. Ridicolo. Io ho bisogno delle mie donne per stare bene. Per dimenticare il grigiume delle maledette giornate infrasettimana. Per amare come piace a me.
Con Sofia, la dama di due week end fa, è stato quasi sublime. Le rosse sono sempre le più soddisfacenti, lo devo riconoscere. Aveva un caratterino forte e furbo. Ci ha provato in tutti i modi. Abbiamo parlato molto, seduti per terra in salotto. Faceva un pò freddo dopo un pò perchè non tengo mai il riscaldamento acceso in campagna, ma nessuno dei due ci ha fatto caso. Poi mi ha toccato. E ci sapeva fare, niente da dire. Naturalmente il suo sangue era rosso come tutti gli altri. Ma aveva un sapore diverso o forse ero io che, grazie a lei, ero più eccitato e soddisfatto.
Acqua passata comunque. La settimana è ricominciata e io vengo da un’astinenza più lunga del solito… spero di resistere. Non mi piace quando certe pulsioni prendono il sopravvento. Ma se osservo la cliente che è appena entrata già mi si muove qualcosa dentro. Si è provata molti capi la volta scorsa e sembrava così divertita… una bimba che può finalmente giocare… mi piacciono le donne fragilmente forti. Quelle double face.

——

 

lunedì, 05 marzo 2007,

Experiment – Atto XII

Sono davanti al computer. E’notte fuori. Le luci delle case mi salutano dalla finestra che ho alla mia destra. Era una vita che non accendevo questo povero elaboratore di casa… ci ha messo un pò ad avviarsi, temevo che avesse qualche problemino a riemergere dal letargo.. comunque, alla fine ce l’ha fatta. Ho rivisto una vecchia foto scattata al mare che avevo messo come sfondo. Io. Marina. Matteo. E Franco. Non ricordavo neanche di averla messa lì! Povera me… in ogni caso l’ho già sostiutuita con dei gattini dentro un cesto. Dolci e innoqui. Non come Matteo. Dannatamente buono. Maledettamente impegnato. Come me del resto. Lasciarlo è stato uno dei terremoti peggiori della mia vita. Paragonabile forse a un licenziamento.
Lasciamo perdere.
Stò facendo alcune ricerce in internet. Cerco di capire in quale teatro di zona mettono in scena una piccola commedia scritta da un’amica. Mi sto scoprendo curiosa verso ogni forma d’arte. Io che lavoro con i numeri e le scadenze tutto il giorno. Ma adesso sono in vacanza. E al diavolo tutti i culi rinsecchiti del mio ufficio.
In un angolo nascosto della mia mente continuo a vedere il locale dell’altra sera. Il posto è decisamente ‘scenico’, adatto a creare le giuste atmosfere… al secondo piano ci sono le attrezzature più ‘serie’… manette attaccate ai muri, frustini (rigorosamente veri) e altre diavolerie sadomaso che neanche conosco… devo ancora capire come hanno fatto ad aprire regolarmente un posto così con quel genere di locali ‘a tema’… forse le spacciano per stanze qualunque a pagamento come negli hotels… mah! Deformazione professionale.
Ogni tanto ci penso però. Vorrei tornarci. Non mi sono divertita in senso stretto… cioè, non avevo aspettative precise e forse sono stata un pò sfortunata con gli incontri… sarà sicuramente più interessante per chi ci va in coppia o con un gruppo di persone… è che detesto essere vista come la fanciulla indifesa da ‘tondare’ a piacimento. Trovo offensivi e squallidi quegli uomini che si credono grandi per via del ‘cosetto’in mezzo alle gambe… o per qualche spicciolo in più dentro le tasche… mi trasformano in una vendicatrice fredda e spietata. Eccitante come pulire i bagni di un centro commerciale. Eppure loro si sentono ‘potenti’ e desiderabili. L’altra sera mi sono cuccata alcuni esempi da manuale.
Sto pensando che potrei portarci Giorgio. Perche no? Così si che la questione si fa più intrigante anche per me… che male c’è, dopo tutto? Siamo nel ventunesimo secolo! Se una donna invita un uomo si preannunciano scintille…

——-

 

venerdì, 02 marzo 2007,

Experiment – Atto XI

 

Luci soffuse. Rosse. Blu. Viola. Ma rigorosamente scure.
Ambiente grande, pieno di separé. Divani enormi a delimitare micro spazi assestanti.
L’isoletta del bar al centro di tutto, un enorme anello con dentro barman succulenti. Tutt’attorno gente. Corpi aggrappati al bancone con qualcosa in mano. Sciolti, alcuni. Rigidi, altri.
Le inconfondibili cameriere in jeans stretti e corti. Seni sodi in perenne lotta con le leggi della gravità. Ammiccanti. Svelte. Concentrate.
Sono arrivata alle dieci. Presto. Volevo parlare con Elisa, la conoscente della banca che è anche una delle proprietarie. Quando l’ho vista mi sono sentita uno scorfano. Pelle scintillante. Capelli raccolti in un’acconciatura voluminosa. Trucco pesante. Abito baby-doll rosa perlato. Tacchi a spillo oltre il limite dei trampoli. Davvero di un altro mondo.
E’stata sorprendentemente gentile, per niente altezzosa o atteggiata a divinità – e poteva permetterselo alla grande! -. Mi ha fatto fare un giro ‘conoscitivo ‘ del locale. Piano terra. Primo e secondo piano. La questione iniziava a farsi davvero intrigante. Ero anche un po’ spaventata, lo confesso. Non sembrava un posto per timidi. Non che io sia proprio una timorata, vi sembra? Io? Neanche nella punta dei piedi. Però ammetto di non aver sperimentato proprio tutto, nella sfera del sessuale almeno. E tra quelle mura era lecito sfogarsi in qualsiasi modo. Così mi ha detto Elisa. Comunque ero più curiosa e eccitata che preoccupata. Figuriamoci… alla fine qual è il problema? Se non mi va ti assesto uno ‘carezza’ nel punto giusto e sei bello che sistemato.
Dopo mezzanotte mi sono imbattuta in tipi decisamente originali. Un ragazzetto, non più di ventiquattro anni, con una maglietta trasparente e pettorali scolpiti mi ha puntato appena entrato. Dieci minuti per invitarmi ai piani superiori. Bocciato.
Poi è stata la volta di Qui e Quo. Completi firmati e sorrisi decisi, del genere che ti spunta quando hai già raggiunto certi traguardi e poche cose di impensieriscono. Qui era decisamente spigliato, rideva molto. Quo mi ha fissato intensamente, senza toccarmi. Era seduto alla mia sinistra e mi sfiorava con il braccio, appena. Abbiamo bevuto coctail rigorosamente alcolici. La conversazione è stata piacevole, io e Qui ce ne siamo raccontate varie mentre Quo continuava a stuzzicarmi nell’ombra. Al terzo bicchiere ho visto che si lanciavano occhiate strane. Così mi è venuto un sospetto: pensavano di farmi ubriacare, poi magari di aggiungere qualche polverina, per trasformarmi in una bambola? Adesso si che c’era da divertirsi! Ho iniziato a indietreggiare, senza smettere di fare le fusa con Qui, fino a urtare Quo. In pratica mi sono appoggiata sul suo petto con la schiena e gliel’ho sentito duro. Ottimo. Qui si prodigava in tutti i modi per riavvicinarmi a lui e io stavo al gioco. Ridevo. Lo toccavo. E mi strusciavo su Quo. Sempre continuando a bere.
Finalmente mi sono sporta verso Qui e l’ho baciato, gli ho sentito il sollievo sulle spalle. Anche lui era molto eccitato. Perfetto. Ho giocato un po’ con la lingua, senza farmi stringere troppo. Faceva parte del gioco, dopo tutto. Quo era rimasto immobile dietro di noi, immaginavo che si stesse divertendo a modo suo.
Passati i dieci minuti canonici di preliminari – e creazione delle aspettative – mi sono alzata dallo sgabello allontanandomi da entrambi. Mi fissavano come stralunati. Incapaci di capire cosa stava succedendo. Anche loro avevano bevuto abbastanza da perdere i primi neuroni di lucidità. Ed erano convinti che io mi fossi spinta più in là, verso la perdita completa delle inibizioni. Quanto sbagliavano! Sono abituata all’alcool, bevo da quando avevo diciassette anni… con o senza uomini, non importa. Una volta a settimana, se sono in vena e ho la compagnia giusta non faccio la conta dei bicchieri che butto giù. Mai stata sbronza però. Reggo tutto molto bene.
Insomma, alla fine sono rimasta in piedi tra Qui e Quo. Entrambi rincoglioniti dalla voglia. Ma c’era troppa gente per potermi saltare addosso seduta stante. Che geni! E io li ho fissati ammiccando alcuni secondi – avevano le pupille dilatate – poi ho sorriso. La vendetta è il piatto più gustoso al mondo!
Li ho lasciati con un ‘ Ci si vede. ‘ che sapeva di botta in testa e risate amare.
Credevano che fossi una sprovveduta che si lascia fregare da due tronchi passabili coi portafogli gonfi? Ecco, belli che serviti. Volevano un giocattolo inanimato? Ah belli, compratevelo! Ci sono molti modelli in commercio. Basta gonfiarle e via. Problema risolto. Ma se cerchi carne vera, calda e pensante non lamentarti se ogni tanto ti va male.

——–

 

mercoledì, 28 febbraio 2007,

Experiment – Atto X

 

Ero lì che gironzolavo per casa in mutande con montagne di vestiti in mano. Provavo. Brontolavo. Mettevo via e ricominciavo. Volevo trovare un abbigliamento sexy ma non volgare, dopo tutto non avevo ancora deciso cosa fare al locale… cioè, speravo di divertimenti, ma il concetto può diventare molto astratto o estremamente concreto, a seconda di come si muovono i pianeti, diciamo così… insomma: ero indecisa sul da farsi per cui non mi andava di sembrare una battona alla prima presenza.
Poi ha suonato il cellulare. E io, cretina come al solito, ho risposto con le mani piene di vestiti e il fiatone. Chi diavolo speravo che fosse, se non ho uno straccio di uomo all’orizzonte e sono una depressa in ferie? Ancora non ne ho idea.
Era l’ufficio. Macigno gigante sulla testa. Nello stile del cartone con ‘Beep-beep’… ve lo ricordate? Superlativo l’animaletto… solo che io non sono così svelta di corpo, né di spirito e sono rimasta seppellita dalla voce catatonica del mio collega.
Neanche due giorni, era l’altro ieri ovvero martedì, e già avevano combinato un casino con un cliente straniero. Tedesco. Fate voi che allegria…
Mi sono precipitata con l’intento di risolvere tutto in un’oretta al massimo, la scelta del vestito mi reclamava e non avevo nessuna intenzione di farmi incastrare da quei rammolliti incapaci. Quando sono arrivata ho trovato tutto sparso. Documenti. Ricevute. Atti notarili. Cartelline. Era passata la bomba dell’ignoranza.
A quel punto ho ricevuto una folgorazione – di quelle che ti fanno sentire un click misterioso in testa e tutto cambia all’improvviso -. Ho osservato il mio collega d’ufficio, e tutti gli altri in verità, che gesticolavano e si scannavano per spiegarmi. Le parole mi rimbalzano, sono diventata di gomma. Li ho seguiti per i vari uffici mentre mi mostravano questo o quello sudando come maiali in procinto di diventare prosciutti. In pratica mi sono fatta una passaggiata.
Scaduta l’ora prestabilita sono uscita. E li ho lasciati esattamente nella stessa condizione in cui li avevo trovati.
Geniale non trovate?
Sono in vacanza, l’altro ieri era appena il mio secondo giorno. E loro mi rompono le palle per sistemare un casino che, oltre tutto, hanno provocato in mia assenza?
Il click che ho sentito nella testa è stato liberatorio. Chi era la perfettina? Quella precisa e puntuale? Quella che imparava tutto a memoria per non sbagliare? Quella che sapeva rispondere su tutto perché si studiava anche gli incartamenti degli altri? Quella che con 38 di febbre si trascinava davanti alla scrivania?
Io.
Bene. E’ ora di guardare il lavoro da un altro punto di vista. La perfezione non esiste. Gli errori succedono. La gente è stupida e ignorante. Perché tirarsi il collo? Gastriti. Mal di testa. Cotture da paura. Tutto finito.
La ricerca del vestito è ricominciata senza altri intoppi.
Ho tolto la batteria dal cellulare.

———

 

martedì, 27 febbraio 2007,

Experiment – Atto IX

 

Sono seccata. Molto seccata.
E poi annoiata.
Svogliata.
Ingrigita.
Ho il morale a terra – striscia sul pavimento ogni volta che mi sposto dal letto al divano e viceversa – mi è perfino venuto il mal di testa! Andiamo bene…
Pensavo che un pò di riposo mi avrebbe fatto bene. E invece ho combinato un disastro!
Il primo giorno è andato bene. La bella giornata di sole. Lo shopping. Giorgio.
Ma adesso sono punto e a capo.
Marina mi ha proposto di organizzare un viaggetto, tanto in due settimane di ferie posso fare più o meno quello che voglio… neanche morta! Il solo pensiero di dover organizzare il tragitto in aeroporto, i documenti, il controllo medico – perchè se parto non vado di certo a Cesenatico -, le valigie… no dico: le valigie.! Scherziamo? Ho già raggiunto il livello massimo giornaliero di stress consentito… Fine della questione.
Potrei uscire. In questo momento ci sono alcuni raggi di sole malandrino. Un ora fa c’era la nebbia.
Si, potrei andarmene un pò in giro nei paraggi… ci sono un sacco di eventi in questo periodo… mostre, presentazioni, congressi, spettacoli teatrali… tutto luccicante e pieno di aspettative. Magari ci vado sul serio, a teatro o a una presentazione. Ma non basta.
Mi sono trasformata in una vecchietta brutta e depressa. E tutto perchè stò in questo momento di ‘crisi’… che palle… d’accordo, non ho un uomo fisso… e, quasi tre settimane fa ormai, ho dato buca a uno che sembra la reincarnazione di una scultura greca… e allora? Non faccio sesso da… un mese e mezzo direi. La devo piantare di tenere il conto di qualunque cosa. Adesso mi sono demoralizzata del tutto.
Ho un piano però: stasera me ne vado in un localino diverso dal solito. Sono anni che quella specie di amica – traduzione: una conoscente che incrocio sempre in banca – mi invita. Lei è una delle proprietarie. E considerando che a quarant’anni se ne va in giro di giorno con le minigonne inguinali e il seno che assorbe tutta l’aria fresca, ho già detto tutto. Si, è un locale ‘particolare’. Credo sia nato come luogo di incontro per scambisti, cinque anni fa o giù di lì. Ma poi si è liberalizzato anche per quelli come me, i perduti dell’ultima fila, che non hanno ancora un patner da scambiare…
Mi sto spingendo molto vicino al mio limite – ne sono consapevole – ma ho bisogno di una scossa. Forte. Adrenalinica. Che mi spari fuori da questo appiattimento in cui sono piombata.
Sono le 11.57. Ho tutto il tempo per decidere cosa mettermi. Mi sono fermata davanti allo specchio del bagno: se mi do una ravvivata non sono poi così male… mi sento già meglio, in effetti.

———-

 

lunedì, 26 febbraio 2007,

Experiment – Atto VIII

Negli ultimi tempi mi sono scoperta più disperata di quanto pensassi. Si, proprio io. L’infaticabile. La stacanovista. Quella che se non lavora almeno dieci ore – e con profitto, intendiamoci – sta male. Ebbene, mi sento crollare. E i segnali ci sono tutti.
Due settimane fa, in uno dei soliti disco pub del sabato notte, ho incrociato lo sguardo di un fisico statuario. Di quelli che da ragazzina mi facevano diventare rossa e balbettante – un paramecio, insomma – in cinque secondi netti. Davvero notevole, me l’ha detto anche Marina e lei di bei corpi se ne intende e come… Per farla breve, ci siamo strusciati tutta la sera. Tocchi leggeri. Sfarfallii bagnati. E quando ci siamo baciati – che ora era già? Ormai il locale stava per chiudere – sapevo che non l’avrei lasciato andare finché entrambi non avessimo ottenuto quello che volevamo. La perdita totale, violenta della ragione. Quel piacere che, dopo una dura settimana di lavoro, mi meritavo alla grande. Com’è andata a finire? Zero. Già mentre salivo sulla sua auto di lusso – e anche questo avrebbe dovuto contribuire all’atmosfera, i soldi non fanno la felicità ma ogni tanto ci stanno bene – iniziavo a smontarmi. Diventavo sempre più floscia, un mollusco che si ritirava nel guscio. Davanti al portone del suo appartamento l’ho guardato negli occhi – scuri ma di quella tipica tonalità magnetica che a noi donne piace molto in certe occasioni – e gli ho detto: ‘No, grazie’. Me la sono filata alle quattro di mattina. Da sola. E con i tacchi che rimbombavano sull’asfalto bagnato.

E’no, non c’è niente da fare. E’crisi nera.

Così ieri mi sono detta: ‘Devo risolvere in fretta questa situazione, prima di trasformarmi nel solito mascherone carnevalesco’. Perché divento davvero ridicola quando sono stanca e depressa. Che poi, a volerla dire tutta, è più una malinconia latente, dovuta all’affaticamento. Quando i miei neuroni alzano bandiera bianca è chiaro che anche i sensi e le voglie ci vedono doppio.

Ad ogni modo ieri mi sono presa due settimane di ferie. Il giusto stacco.

Come prima tappa mi sono buttata nello shopping. Un classico, è vero, ma pur sempre efficace. Almeno per me. Senza orari ne scadenze ho bighellonato per le vie del centro approfittando della calma – immagino che molte donne stessero lavorando alle dieci di mattina – e della bella giornata.

Così ho conosciuto Giorgio. Basso e secco. Non lo si può definire bello. Ma neanche brutto. Mi ha servito con garbo, i suoi modi di fare ricordano un po’ quelli dei nonni. Galante è la parola giusta. Ho comprato un tubino lungo e due gonne. Ma ho provato capi per due ore. E’stato rilassante, in effetti, ma il fatto di averlo nei paraggi, tra gli spogliatoi e l’enorme specchio esterno, mi ha solleticato la fantasia. Lui si aggirava per il negozio rimettendo a posto maglie sgualcite, servendo altre clienti. Tutto con una tranquillità da manuale. Eppure con la coda dell’occhio mi sbirciava, tra una prova e l’altra. Non si è intromesso nella mia intimità, in quel magico mondo sospeso alla ricerca del capo perfetto per il mio corpo, e anche questo mi ha incuriosito – il più delle volte i commessi vengono a interromperti ogni cinque minuti per sapere se comprerai – .

Mi ha osservata da lontano. Con discrezione.

E’un tipo strano, Giorgio. Pacato, questo si, è la prima cosa che si nota. Ma i suoi occhi sono vivaci, ti attraversano il corpo come raggi laser. Ho provato un brivido quando mi ha stretto la mano per presentarsi, non proprio la tipica scossa da colpo di fulmine ma qualcosa di strano e seducente.

No, quel uomo non me la racconta giusta. Nasconde qualcosa dentro ai jeans scuri e la camicia bordeaux, ancora non ci sono arrivata ma ho intenzione di addentrarmi nei meandri.

Mi piacciono le sfide.

E poi non ha la fede.
———-

 

giovedì, 22 febbraio 2007,

Experiment – Atto VII

Stanotte ho sognato che non trovavo più i miei attrezzi. Ero in campagna, come al solito e sul più bello li andavo a prendere ma non erano al loro posto. E’stato molto strano. Non mi succede mai. Di sognare. E invece stavolta è successo, e mi sono alzato convinto che stesse per succedere qualcosa (lo sapevo che in campagna è tutto a posto, lascio sempre in ordine, sono quasi maniacale).
A questo punto non saprei dire se ho davvero avuto uno sesto senso oppure no, fatto stà che stamattina sono venuti due agenti, in borghese, a farci alcuni domande. Sono venuti in negozio verso le undici (in piena ressa pre pranzo) e hanno chiesto a tutti qualcosa. E’chiaro che non avevano sospetti precisi, come potevano? Sono preciso, io!
Ad ogni modo è stata un’esperienza bizzarra perchè ci aveva fantasticato a lungo, su come sarebbe andata quando mi avrebbero interrogato per la prima volta. Con quelle facce metà annoiate e per il resto vaghe e perplesse… mi ero fatto quest’idea che sarebbe stato eccitante, per me almeno… e invece niente. Ho risposto. Calmo. Sorpreso. Lucido. E loro se ne sono andati mogi. Com’è che in televisione è sempre tutto un affanno, un ‘dimmi la verità!’ con scalpitii e facce attente? Mah…
Tra l’altro ho capito che si riferiscono solo a tre donne in particolare. Elisa. Sara. E Maura. Erano del quartiere e mancano da varie settimane… lo so, sono stato imprudente… ma è successo solo con loro! Le altre lo ho tutte scelte lontano… in posti molto diversi, senza collegamenti o porcate simili in modo che non si possano trovare fili conduttori… ehehehehe, qualcosina mi sono studiato anch’io in fatto di indagini!
Stanotte non vorrei sognare. Domani è venerdì. Manca poco al paradiso e devo rimanere concentrato. I capelli rossi mi aspettano…

———-

 

martedì, 20 febbraio 2007,

Experiment – Atto VI

Oggi mi sento stanco. La settimana è appena cominciata e io ne ho già abbastanza. Butta veramente male. Se poi ci aggiungiamo che questo fine settimana la dama non ha collaborato come al solito… lurida troia! Eppure l’avevo scelta con cura, come sempre del resto. Non potrei mai amare qualcuna scelta a caso, magari di fretta… le studio tutta la settimana, a volte anche di più, poi le porto con me solo al momento giusto. Stavolta è stato un disastro. Forse perchè era più giovane del previsto. Il problema è il solito ogni volta, le vedo sempre truccate e ben vestite… così ho leggermente sbagliato sull’età dell’ultima. Ventotto. Non sono poi così pochi per comportarsi da donna. E invece niente. Ha pianto. Sempre. Ininterrottamente. Una fontana con i rubinetti aperti. Neanche un briciolo di lucidità. Alla fine ero così tediato dalle sue urla che ho lavorato male. Avrei voluto godermela un pò di più… magari con qualche olio profumato… adesso mettono in commercio dei prodotti favolosi, ce n’è per tutti i gusti… due settimane fa ho riempito di campioncini il bagno ma ne ho potuto provare uno solo, lo stesso week end. Vaniglia e cioccolato. D i v i n o. Poi il nulla. Maledetta puttana pudica! E’così difficile far godere un uomo come me?… inizio a pensare che sia questo il problema… solo che in questo modo divento sempre più assetato… e fatico a tenermi a freno. Però no. Ho promesso. Devo resistere. Niente più incursioni infrasettimanali come quella orrenda notte di san Valentino.
Eppure ho così voglia di loro… questo venerdì penso che toccherà a Sofia. Capelli rossi gonfi e setosi. Cosce lunghe e ben piantate. Pelle candida. Perfetta.
Il telefono mi strappa dai soliti buoni propositi. So già chi è, il fornitore della linea ‘Teen’, un rompicoglioni come pochi… lui si che non scopa da una vita…

———-

 

venerdì, 16 febbraio 2007,

Experiment – Atto V

Stanotte non ho dormito. Maledetto me e la volta che mi sono fatto attirare dalla pagina del giornale. Avevo promesso che non ci avrei guardato. Ma poi, al bar dove mi fermo tutte le sere dopo il lavoro, la pagina era lì, davanti a me che mi bisbigliava traditrice. Così l’ho sbirciata e mi sono fregato.
Donna trovata Squartata nel parco. Serial Killer?
Ti pareva! Le solite frignacce da telefilm americano… tanto per cominciare non può essere squartata, non l’ho mai fatto! D’accordo, non ricordo esattamente com’è andata ( quei balordi con cui sono uscito, prima o poi riceveranno una sorpresina per avermi fatto bere…) però non potrei aprirle completamente. Non è nel mio stile. Non c’è poesia, vi pare?
Morale: non ho dormito. E adesso sono qui al bancone con due occhiaie spaventose sperando che nessun cliente si avventuri fino in centro per entrare proprio da noi. Porca puttana. E’mai possibile che ‘stì cretini scribacchini non abbiano niente di meglio da fare che diffondere boiate? Sempre la stessa minestra, tra l’altro. Se si trova una femminuccia morta chissà dove è per forza a pezzetti minuscoli o stuprata da un maniaco… ma la fantasia gliela risucchiano quando li assumono nelle varie testate? Idioti… Non era squartata, ok? Cosa ne sapete poi? Mica vi fanno vedere certe cose prima che sia intervenuto il medico legale e tutta la trafila solita… ah, sarà stato un informatore… già me lo immagino, il carabiniere con tre peli in testa frustrato e annoiato che cerca un pò di popolarità o magari due soldi… bella roba davvero!
Il trillo della porta mi avvisa che si sta avverando il mio incubo giornaliero. Alcune clienti entrano ridacchiando. Ragazzine che hanno marinato la scuola.
Che due palle… ecco, con quelle come loro si potrebbe anche ragionare in termini di squartamento totale… tanto non hanno niente di buono in superficie… d’accordo la pelle giovane e fresca… ma poi? Io voglio donne vere, da amare e coccolare… mica boccioli brufolosi che arrossiscono e piangono con niente…
Se becco quel tizio che ha fatto l’articolo…

———-

 

giovedì, 15 febbraio 2007,

Experiment – Atto IV

Mi stà stretto. E’inutile. Più ci provo e meno riesco a evitarlo.
Il negozio mi soffoca. I clienti non sono più quelli di prima. O forse sono io. Anzi, sono certamente io, il cuore del problema.
Credevo di aver trovato l’occupazione ideale. A contatto con la gente. Ogni giorno è diverso da un altro. Posso fingere tranquillamente senza la paura di essere scoperto (perchè un commesso DEVE essere tranquillo, compito e disponibile).
Eppure adesso SO. Ho sbagliato tutto. Qui non ci voglio più stare. E non trovo il sistema di farmi cambiare idea… E’una cosa folle, ne sono consapevole perchè ho bisogno di questo lavoretto. I soldini mi aiutano ad arrivare a fine mese (avrei un gruzzoletto sporco che sonnecchia in banca ma non lo voglio neanche guardare, sono i risparmi che mi ha lasciato mia madre). Ma più di ogni altra stronzata c’è il fattore week end. Se non mi tengo impegnato durante la settimana, come posso godermi a pieno le mie dame?
Inutile.
Mi sento in un vicolo buio e lercio. Possibile che sia così complicato? Qui non ci voglio stare e basta.
Non ho più stimoli. Tutto mi annoia. I colori, i tessuti, i modelli, le taglie… non rompetemi le scatole di continuo!
Ieri sera mi sono lasciato andare, ed è stato un disastro. Quei balordi dei miei ex compagni di liceo mi riempivano il bicchiere di continuo… e io ero tentato, molto tentato… così il sangue mi si è riscaldato e ho perso il controllo. Solo per qualche ora. Ma è stato tremendo. Non ho preso il giornale stamattina perchè non voglio sapere. Mi rifiuto. Chiunque fosse, ovunque io l’abbia lasciata, non ci voglio più avere a che fare. E’chiaro che mi dispiace perchè non era programmata. Però ero fuori di me e avevo bisogno del profumo della pella che mi ricorda il paradiso. I fine settimana in campagna. Ecco di cosa avevo bisogno ma era appena mercoledì notte. E avevo bevuto troppo.
Sto peggiorando. E sono preoccupato. Sul serio. Se non trovo il sistema di controllarmi e digerire questa vita a metà dal lunedì al venerdi… non lo so… ho idea che finirò per fare qualche ‘extra’ come ieri sera senza un perchè. Lo so, sono allenato e preparato. Competente, direi. Per cui non temo di essere fiutato… per carità! Le cose che mi piacciono le eseguo alla perfezione, io!
Solo che questa insoddisfazione latente mi lacera… e mi fa sentire solo… e quando mi sento così divento un belva in gabbia…
———-

 

mercoledì, 14 febbraio 2007,

Experiment – Atto III

Ma sarà insulso San Valentino? L’ho sempre trovato ridicolo e inutile. Sarà perchè l’amore lo dimostro tutto l’anno… o magari perchè odio la ressa che c’è al negozio in previsione della festa… oggi, che è appunto il quattordici febbraio, c’è un casino che sembra di stare a un concerto! Tutti toccano, spostano, spiegazzano… veramente assurbo. Per cosa poi?
E’solo mercoledì però… e già avrei voglia di ricaricare la macchina (gatto compreso) e tornare in campagna. Inizio a diventare meno paziente, e questo non è un bene in effetti. C’è un momento e un posto per ogni cosa. E anticipare equivale a rovinarne alcune parti. Lo so benissimo, maledizione!
Eppure fisso i corpi delle clienti e vorrei… non importa. Se non ci penso è meglio.
Stasera dovrei uscire con qualche balordo, di quelli che mi rompono le scatole ogni tanto per fare cene o rimpatriatre. D’altra parte dai tempi delle superiori non ci siamo spostati molto. Abitiamo tutti in città. Figuriamoci se ogni tanto non ci incrociamo… e allora scatta la proforma e l’invito. Poco male. Sono dei mezzi sballati per cui non devo preoccuparmi troppo di essere diverso dal solito. Anzi! Sono sempre il più tranquillo… potrei concedermi qualche strappo alla regola… perchè no? Due bicchierini o magari una fumatina… che male può farmi? Sono sempre lucido e compito. Io. E che palle!
Una tizia con un sedere che quasi non entra dalla porta mi chiede un consiglio. Spero che gli abiti che ha comprato non siano per lei. Ha preso la taglia 44. Ma dove? Per coscia forse… alle volte i clienti sono davvero assurdi. Hanno delle fisse sempre nuove. Comprano e non ne hanno bisogno. Oppure passano ore a fissare qualcosa poi escono. Io almeno concretizzo. Le mie dame diventano davvero regine, non faccio chiacchiere inutili. Io. Le porto con me e agisco. Verba volant.
Spero solo che questa giornata assurda finisca presto. E arrivi venerdì sera. Sento il profumo della loro pelle… quell’aroma a volte fruttato… o magari floreale… sanno sempre di buono le mie donne.
E io le adoro. Per questo mi mancano sempre di più durante la settimana.
Ma devo stare calmo.
Io.
O rovinerò tutto. E allora si che sarò nei guai…

———-

 

martedì, 13 febbraio 2007,

Experiment – Atto II

Ogni tanto l’amore è sufficiente. Non sempre però. Io ne so qualcosa… vuoi sapere perchè? Ne avrei tante da raccontare… Io le amo tutte. Le mie donne. Silenzionse. Pallide. Ma perfette.
Per il resto non credo che ci sia molto altro. Mio padre me lo diceva sempre. Che non avrei mai combinato niente di buono. Secondo i suoi canoni, chiaramente. Non sono diventato l’ingegnere che voleva. E allora? Neanche lui ce l’aveva un titolo così… però si credeva migliore degli altri. Perfino di mia madre che non replicava mai. Fingeva. Sorrideva. Ma poi piangeva in cucina quando usava le cipolle (che erano pomodori).
E stato lui a insegnarmi il rispetto per le donne. Quante se n’è fatte? Difficile quantificare… molte. Tantissime.
E io? Mah… è ancora presto per dare i numeri. Però le tratto da regine. Le porto in campagna e le coccolo per bene… con calma e pazienza, come piace a loro e come è giusto. Sono soddisfatto.
Adesso sto guidando. Procedo ai settanta all’ora. Vecchietto col cappello? Vero. Ma è domenica sera, domani si torna al lavoro. Riprendono le giornate infrasettimanali. E io devo tornare nei panni sgualciti e apatici del commesso di città. Mi ci vuole uno stacco, per questo guido piano, senza fretta. E poi nessuno mi aspetta all’appartamento…
Il gatto soffia sulla grata di metallo. E’sempre molto silenzioso in macchina. Osserva. Pensa. Studia.
Credevo che il portantino gli andasse stretto, ma lui non si lamenta mai. Neanche un miagolio. Mi salta in braccio, aspetta l’apertura della grata ed entra. Sarà intelligenza questa o no? Credo sul serio che i week end in campagna gli piacciano molto. D’altra parte siamo due predatori anomali, per questo andiamo d’accordo.
Sono alle porte della città. Mi sento depresso. Ho il morale sotto le scarpe mentre parcheggio nel garage sotterraneo. Le cose belle durano poco. E’ un dato di fatto. E le mie dame sono soffi d’aria fresca che mi profumano la pelle per qualche giorno. Sabato e Domenica. A volte anche meno. Eppure non sopravviverei senza di loro.
Perchè io le amo. Profondamente. E mi nutro di quel sangue che scorreva svelto nelle loro vene delicate.
Sono già le ventitre. Entro in casa e mi butto sul letto. Porca puttana!
———-

 

giovedì, 08 febbraio 2007,

Experiment – atto I

– Senti un pò… com’è che vieni sempre a cercarmi a quest’ora? Non si trovano più topolini succulenti?
Il gatto mi osserva, con quel muso attento e furbo. Ha il pelo gonfio e maculato, reduce da una qualche scorribanda nel fango.
Io me ne sto a sedere, per terra, con la schiena appoggiata al muro scrostato. Sono senza forze. Ma succede sempre così, è normale. Dopo. Aspetto di recuperare il controllo dei muscoli.
La casa è immersa nel silenzio irreale della notte, dal mio bilocale in centro a quest’ora sarei invaso dal maledetto ronzio di sottofondo. I clacson. Le frenate degli sballati con un occhio chiuso. Le risate dei balordi che si fermano sotto la mia finestra perchè c’è una rientrarza ed è un buon punto per farsi in santa pace. Quanto vi odio bastardi!
Fletto le gambe e mi rialzo, con qualche tremito leggero ma riesco a rimettermi in piedi. Mi sento rilassato e questo è un bene perchè adesso devo pulire tutto e sarà un lavoraccio che mi impegnerà fino alle prime luci dell’alba (se non faccio pause). Mi piace lavorare di notte, quando tutti gli altri dormono. O fanno l’amore. O guardano la tv. O incrociano gli occhi davanti a un computer. Io sguro. E mi diverto anche. Mi sembra di lavare via il marcio. Quello che ho nel profondo. Quello che mi lascia le immagini negli occhi e non mi fa dormire finchè non le ho realizzare.
Mi metto la tuta da lavoro, quella che mio padre usava per fare giardinaggio (quando ancora avevamo un giardino da far invidia al Re Sole) e fischietto.
Entro con cautela. Lei è sempre là, dove l’ho lasciata. Sfiorita. Informe. I resti di qualcosa di bello, che ora se n’è andato. Adesso stai meglio, vero amore?
Il gatto mi segue come un ombra e mi scappa un sorriso. Perchè no? Sono gli animali più riusciti al mondo. Silenziosi. Astuti in un modo così profondo e sottile da far impallidire certi uomini. Autonomi per vocazione. E predatori.
Come me.

———-

martedì, 06 febbraio 2007,

Experiment – atto pilota

– Ti ho già detto che non ne ho voglia… perchè non la pianti?
Mi fisso sulla finestra, o meglio, su quello che c’è oltre i vetri luridi. L’erba verde che ricopre tutto. Il sole che se ne sta andando (beato lui) da un’altra parte. Un alberello magro che assiste al tramonto (costretto alla visione ogni santissimo giorno alla stessa ora).
– Allora? Ti sei calmata?
Esco dalla stanza per andare in bagno. All’improvviso ho bisogno di lavarmi la mani. Mi prudono. Le sento sporche.
Mi insapono fino ai gomiti, bagno per terra con gli schizzi ma me ne frego. Non ricevo ospiti nella casetta di campagna.
Terminato il lavaggio a fondo (sembro un chirurgo in sala pre-operatoria) cerco un asciugamano pulito. Ovviamente non ce ne sono. Deficente! Inizio a muovere la mani avanti e indietro e gli schizzi si spiattellano sul muro verdastro. L’immagine che vedo nello specchio è distorta, colpa di quella vecchia crepa di quando ero piccolo. Bastardo d’un aguzzino! Ogni volta che cerco di dimenticarlo lui torna sempre.Dentro la mia testa. Mio padre.
Quando rientro lei è ancora dove l’ho lasciata. Bella come una dea. Con quel viso immacolato che mi viene voglia di imbalsamarla per non farla sfiorire. La perfezione andrebbe chiusa in un’ampolla e conservata per i momenti di crisi.
– Così va meglio… non ti sembra? Quando sorridi sembri una regina…
Le sposto una ciocca di capelli, le era finita davanti all’occhio destro. Le accarezzo le guance e la bacio delicatamente. Fuori il buio sta arrivando, è questione di minuti. E io sono pronto.
Fischietto allegramente mentre tiro fuori la mia cassetta da lavoro.
Dietro di me lei fissa il pavimento.
Con quegli occhi vitrei e luminosi. Neri come la morte.
– Da dove vuoi cominciare amore?
I miei attrezzi non luccicano solo perchè il sole se n’è già andato, ma io li sento vibrare sotto i polpastrelli. Sono pronti. Ansiosi. Di toccare la carne morbida e profumata della mia dama. E io di sentire l’odore del sangue che mi avvolge. Delizioso aroma di una linfa vitale scomparsa.
Le sorrido. E’così bella…