Crateri

11 dicembre 2008

Lo guarda e si sente tremare.

É così bello, luminoso. Quando sorride succede qualcosa al suo stomaco, le viene da allungare una mano e accarezzarlo, piano, come fosse una porcellana rara, fragilissima. Invece no. É lei – adesso – quella fragile, friabile.

Ma deve, non c’è un’altra strada. Non esistono scorciatoie per quello che ha tra i denti e la saliva che scivola, scappa attraverso il palato.

Lui aspetta, capisce che, ma non dove. Allora la ascolta e ogni tanto abbassa gli occhi, aspetta ancora.

Se quelle frasi, quelle parole che hai, restano – per te – chiuse là, in quelle bolle di tempo che passiamo insieme.

Se quello. Era solo. Per te.

O magari.

Ormai l’ha detto e le lacrime la attraversano, scivolano sui buchi, i crateri che la ricoprono rendendola inconsistente, vuota.

Adesso è solo questione di tempo. Ma non dovrebbe averne così paura eppure è difficile, tanto, troppo.

Loro due, vicini, silenziosi. Che non sanno, non capiscono.

Poi la nebbia. Le mani si perdono.

Lo cerca, la stanza è vuota e il cuore accelera. La risposta non l’ha sentita, forse non c’è stata, forse non esiste. Ma lei ne ha un bisogno così disperato che lo chiama, smarrita.

É in quel momento che si sveglia.

Realizza, sfuoca e si asciuga gli occhi.

Non gliel’ha mai chiesto. Ecco perché qualcuno le preme il petto, la soffoca.

Il sogno è svanito. Sciolto.

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Flash sfilacciato apparso su TheSleepers

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Tra queste lenzuola

13 aprile 2008

Non lo so se poi, se noi.
Però ti aspetto.
Tra queste lenzuola fredde, vuote.
E non dormo altrimenti mi perdo, dimentico.
Che tu devi arrivare (vero? Non è un sogno, un’illusione. Mi hai detto ‘arrivo’. Due ore fa. Si sentiva il rumore della strada in sottofondo e il brusio della radio accesa . Ho sentito che sorridevi, ci giurerei. Per questo aspetto.)
Eppure mi sembra che.

Ho sonno.

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Stralcio simil-poetico pubbicato su TheSleepers.

Certi sogni

17 marzo 2008

Si è svegliato di soprassalto, aveva sete.

Sul muro i numeri proiettati dalla sveglia sembravano confondersi, si muovevano sotto i suoi occhi stanchi. Quando è rientrato in camera si è accorto che sul letto non c’era più posto.

Per lui.

Susanna si era voltata a pancia in sù, con le braccia semi aperte e le gambe divaricate. Accanto a lei, verso il centro del materasso, Stefania era ancora raggomitolata sul fianco destro, ne poteva vedere solo la schiena magra e qualche ciuffo di capelli ribelli. Susanna e Stefania gli avevano rubato il letto.

Gli è scappata una risata bassa, ironica. I corpi, quei corpi, seminudi e ormai freddi gli appartenevano, suoi e di nessun altro. Tenuti stretti, legati a sè. Amati e temuti.

Si è intrufolato tra loro, con delicatezza.

Certi sogni vanno anche coccolati, ogni tanto.

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Flash pubblicato sul blog TheSleepers.

Maledetti sogni!

11 gennaio 2008

La via è stretta.
C’è una strana foschia, eppure si vedono le case che sembrano cadergli addoso, lo vogliono abbracciare. Tutto è decadente, abbandonato.
Le fiamme sono laggiù, in fondo. Lingue lunghe e biforcute che staccano teste e lambiscono perfino i mattoni.
La gente se ne sta ammassata davanti a lui. Poco più avanti. Sono tutti lì. Agglomerato informe che osserva eccitato, terrorizzato. Lui se ne sta in disparte. Qualche passo più indietro ma è solo un’illusione. La cosa laggiù, le fiamme enormi, stanno arrivando. Si agitano, hanno bisogno di nuovo ossigeno. Hanno fame di loro.
I poliziotti tentano di spostare la barriera umana. Alzano i manganelli, cercano di convincere la gente ad allontanarsi. Alcuni urlano così forte che la voce diventa un suono prolungato, acuto, doloroso. Niente. I corpi si spostano ma non indietreggiano. La gente è agitata, adesso, fiuta il pericolo ma non riesce a staccarsene, ne è attirata.
Ormai è tardi. Non si può più aspettare.
Un gruppo di miliatari si avvicina, viene lanciato qualcosa (un ordigno infernale o qualcos’altro che lui non può capire, né vuole farlo). Le fiamme esplodono in alto. Lunghe dita rossastre diventano filamenti biancastri e precipitano sulla folla.
Inizia la fuga.
Scappare.
Adesso conta solo quello, anche lui lo capisce, è questione di attimi. Secondi spaccati. Preziosi.
Tutti indietreggiano e si lanciano. Sente gli schizzi che gli passano accanto, cerca di schivarli muovendo la schiena insieme alla gambe, ogni tanto chiude gli occhi nel ridicolo tentativo di non rimanerne accecato.
Le vie sono strette, sbucano muri ovunque. La gente è inferocita. Tutti corrono senza una meta, alcuni cadono e ardono. Altri si fanno largo a colpi disperati, ciechi.
Finchè la strada finisce.
Non ci sono più buchi dove infilarsi. I filamenti incandescenti sembrano scomparsi, esauriti. Sta arrivando una nebbia fitta, fumo scuro, denso, che avvolge gli edifici. Risale dalla terra e ingoia tutto, tutti.
Sente i respiri affannosi, isterici di chi gli sta accanto ma non li vede. Eppure. Sono tutti lì, a pochi passi dall’ultimo muro, da quel casolare che sembra infinito e blocca tutto. Impedisce la fuga. Sono tutti lì ma non si parlano. Non si toccano.
Si appoggia con la schiena alla parete dietro di lui, il freddo è una consolazione. Il fumo entra nei polmoni, lo fa tossire. Si sente nero ovunque. Però non ha più paura. Chissà se le lingue infuocate sono roventi. Chissà se si muore subito. Chissà.
E’ contento, lui, di non avere delle risposte.
I rumori sono cessati.
I respiri si alternano in un concerto di ciechi e muti.
Si può vivere fingendo che gli altri non ci siano? Immaginandosi soli, fregandosene e basta?


Il cuore martella quando riapre gli occhi. La stanza è nella penombra di una mattina autunnale. Fuori c’è grigio, lo capisce dal colore della luce che filtra dalle persiane. Lo capisce perchè c’è troppo bianco per quell’ora.
Adesso va meglio.
Nessuna esplosione.
Si mette a sedere e quasi gli viene da ridere. I sogni. Questa stramberia generata dalla mente senza un criterio. Così. Arrivano. Scompaiono. A volte ti fanno cagare addosso senza ritegno. Oppure ne esci così bene che non vorresti tornare più, vorresti dormire sempre.
Poi sono subdoli, questi sogni.
Si alimentano di quei sentimenti che nel mondo reale devi filtrare. Non puoi manifestare. E te li rivoltano contro.
Sono simbolici se ci si mettono. E lì acquistano i massimi livelli di perfidia.
Questo per esempio, che gli ronza ancora in testa. Questo. Lo prende in giro, si fa beffa delle sue paure creando scene da film americano. E gli ribalta il cuore, solo che la reazione è reale, nessuna finzione.

Maledetti sogni!

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Versione ridotta su The Sleepers.

La fame ha ucciso il sonno

24 novembre 2007

Non ci riesce.
A dormire.
Cazzo, neanche un accenno.
Sono le tre di una mattina fredda. Umidiccia. Nebbiosa. Nebulosa.
E lei se ne sta sdraiata su un fianco. Poi sull’altro. A pancia in giù ma così è peggio. Allora di nuovo di lato, con le braccia strette al petto e le coperte arrotolate intorno al corpo, piccolo feto cresciuto. Il libro sonnecchia per terra, le parole scorrono ma non restano. Scivolano. La testa è impermeabile. Vuota.
Ha fame.
Non c’è niente da fare. Eppure ha rispettato la tabella di marcia, quella che la porterà di filata verso la bellezza. Stasera, ovvero ogni martedì sera, due etti di insalata mista scondita e mezzo yogurt 0,5% di grassi saturi (rigorosamente bianco). Un pugno di cereali light dentro lo yogurt e un frutto (tutti tranne le mele). Programma rispettato alla perfezione poi adesso.
Adesso le brontola tutto. Lo stomaco. La testa. Gli arti.
La fame ha ucciso il sonno. E’stanca. Sa di esserlo, porca puttana. Eccome. Solo che non c’è una soluzione.
A parte cedere.
No.
Mai.
Si addormenterà quando sarà ora. Basta aspettare. Il sonno è un bisogno primario, prima o poi arriverà.
Pessimo ragionamento, si rimbrotta, anche la fame dovrebbe esserlo. Un bisogno primario in senso stretto. Solo che quel bisogno la sta distruggendo.
E intanto non ci riesce. A dormire.
Le palpebre non si chiudono. Il letto è freddo. Le ossa scricchiolano.
Da bambina il nonno le raccontava favole stupende, piene di animali colorati e bambini che correvano, ridevano. Si addormentava perché era bello ascoltarlo. Il suono della sua voce. Le immagini che vedeva, che le sembrava di vedere mentre lui raccontava. Erano loro che la accompagnavano lungo il viaggio. Verso il riposo. Quello genuino, privo di malizie, senza ragionamenti.
Ma adesso?
Le favole non bastano più.
E lei. La fame. Detesta essere messa a tacere.
Bastarda.
Ricorda l’odore però. Di quel sonno bambino ingenuo. Ingenuo perché non guardava oltre, l’oltre era lì, in quel momento e basta. Non serviva altro. Non mancava niente. Bastava chiudere gli occhi e lui arrivava. Il sonno bambino.

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Pubblicato su The Sleepers project.