Premessa: da bambina – ragazzina ‘si diceva’ che ero portata per le arti grafiche ovvero disegnare, dipingere con tecniche varie soprattutto tempere, acquerelli e carboncini. Ho dei bei ricordi di quel periodo, quando ogni nuova lezione (specie alle medie inferiori) era una scoperta, un’energia propulsiva (in una classe sovraffollata, piena di odori non proprio gradevoli e schiamazzi vari). Ricordo che facevo infinite prove, a casa, nella mia cameretta-rifugio. Provavo e riprovavo, convincevo mia madre a comprarmi attrezzature professionali costose pur di continuare, andare avanti, mettermi alla prova.
In seguito, frequentare un Istituto Tecnico Commerciale ha bloccato tutto. Più o meno com’è successo a mia madre. Anche lei dipingeva, disegnava, faceva schizzi e tratteggiava con una precisione e decisione che (lo ricordo bene) anche dopo, quando io ero già una ragazzina, continuava a sorprendere. Anche lei ha frequentato il mio stesso indirizzo di studi, più per imposizione in realtà, perché una ragazza con poche possibilità economiche non poteva di certo dedicarsi a ‘futilità’ inconcludenti (dal punto di vista lavorativo, di ipotetici sbocchi professionali insomma). Erano gli anni settanta. Oggi non ne parla mai. Della non scelta. Oltre tutto lei è negata per i numeri per cui tutt’ora i conti li fa mio padre. Però quand’ero ragazzina ricordo che sorrideva, ricordando la remota possibilità di frequentare l’istituto d’arte.
Comunque.
Sono più di dieci anzi, forse quindici anni che non ‘lavoro di mani per creare immagini’.

Sto leggendo un libro di John Berger, questo, che raccoglie alcuni suoi scritti a proposito del disegnare, della filosofia del disegnatore, dei diversi approcci, e in generale dell’uso della mano su un foglio bianco per imprimere linee.
E non credevo, davvero, che ne sarei rimasta così colpita.
Sembrano blablabla inutili, inconsistenti, spiegati così, me ne rendo conto. Ma spero di poterne scrivere con più calma in futuro.
Ci sono tanti modi di disegnare.
Che non hanno nulla a che fare con il risultato finale. Non si tratta di classificare un’opera come, invece, si fa di continuo per i dipinti. Un disegno è un atto più ‘privato’, che può avere finalità diverse eppure non ci si aspetta di vedere una rappresentazione peculiare della realtà (sia in esso raffigurato un paesaggio, un dettaglio, un corpo o un oggetto).

Quello che vedete qui accanto è un disegno fatto dallo stesso Berger (che, in pratica, disegna da sempre).
Ed è anche la copertina originale del libro che sto leggendo (l’immagine è stata mantenuta, seppure rimpicciolendola) anche nella versione italiana.

Dentro il libro, ci sono molti disegni, che accompagnano e (a tratti) spiegano, chiariscono, gli scritti di Berger e anche questo mi piace immensamente.
Saggiare con gli occhi quello che le parole tentano di denudare, decodificare anzi.

Berger è capace di interrompere una cena o una conversazione per tirare fuori il suo blocco e mettersi a disegnare un volto o un dettaglio. E lo fa spinto da un bisogno incontenibile. Ce ne sono tracce tangibili anche nel testo di tutt’altra natura ‘Abbi cara ogni cosa‘ (Fusi Orari, 2007). Lì Berger ha lasciato il disegno di un volto femminile, Alexandra, a cui ha aggiunto delle frasi, in un’evoluzione delle contaminazioni tra significati e tratteggi. L’oggettività che si deforma in una trasposizione soggettiva alimentata da tratti e parole. Qui sotto ripropongo il disegno di Alexandra anche se, purtroppo, le dimensioni e la qualità dell’immagine che ho trovato on line non gli rendono giustizia, non è possibile leggere le frasi.


On line ho, anche, trovato il brano che si riferisce a questo disegno, pubblicato nel libro ‘Abbi cara ogni cosa’ appunto. E’ in inglese ma merita davvero. In particolare il finale è un messaggio per chiunque scrive:

“I look again at Alexandra’s face as she sat in the garden and I recall a sentence by Anton Chekhov, who was also a doctor. “The role of the writer is to describe a situation so truthfully… that the reader can no longer evade it.” We today with our lived historical experiences, which the political machines are trying to erase, have to be both that reader and writer… it’s within our power.”

Il testo completo dello scritto (sempre in inglese) QUI.

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Annotazioni apparsi sulla rubrica ‘Moleskine’ nell’Emagazine Declinate.

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BARBARA  Sei sicura?
ALICE   Certo. Cos’è che ti fa stare sulle spine, oggi?
BARBARA   Non lo so… magari potevo darti un altro finale…
ALICE   Ma non è un finale. Lo sai.
BARBARA   Si, si, ok… non sottilizzare. Intendevo…
ALICE   Compagno o maritino, almeno un figlio (magari in arrivo che fa molto ‘occhi a cuore’) e l’azienda con Luca una multinazionale? Ma ti sei ammattita? Quella non è la mia vita! Eih? Ci sei?

ALICE   Senti. Non lo so cos’è che oggi ti rende così… inquieta ecco. Però credimi, io sto bene così. Non lasciarti fregare dal tuo lato perbenista… l’hai scritto anche tu proprio ieri! ‘A volte le regole vanno infrante per sopravvivere’ o una cosa così… allora?
BARBARA   (sospiro) E’ che…
ALICE   Non stare in pensiero per me, non ce n’è bisogno… starò bene, anzi, benissimo…
BARBARA   Non fare l’esagerata proprio con me, lo so che non sei il tipo, da stare benissimo.
ALICE  Scusa, ci ho provato.
BARBARA  (si alza) Allora vado.
ALICE  (sorriso) Goditi la domenica coi tuoi, dai! Non fare quella faccia… io sono sempre qui, dove diavolo credi che vada!

ALICE  (si alza) Ah, senti! Una cosa che puoi fare per me ci sarebbe… non è che mi puoi immaginare alta, biondiccia e con due tette da paura…?
(risata generale)

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Foto, dialogo con un personaggio e inquietudini di Bg

Lessi ‘Liquidazione’ in un periodo di strappi e in un certo senso è stato proprio questo romanzo che mi ha aperto la mente, sciolto dei nodi.

Kertész scrive di Auschwitz perché è lì che si sono ossidati tutti gli elementi centrali alla sua pulsione narrativa, perché Auschwitz è dolore quanto disperazione quanto voragine nera e infinitamente buia dentro cui si cade e, pur rimanendo in vita, si è anche un po’ morti, si resta là pur camminando su altre strade.

Kertész insegna a disgregare le strutture, a mantenere potente e intensa una storia, una narrazione intaccando però la rigidità tradizionale delle strutture stesse.

In ‘Liquidazione’ il lettore sa dove sta andando segue Keserù (direttore editoriale decadente e alla deriva – non a caso- che vive dentro una sua ‘liquidazione’ editoriale ma anche culturale), ma anche Sara (l’amante – moglie di un amico di B che è un scrittore geniale quanto altalenante, sofferente) e Judit (la prima moglie di B). Il lettore li segue e insieme a loro ‘entra ed esce’ tra registri, strutture narrative, tra scritture teatrali quanto epistolari quanto poetiche. E forse quasi non se ne rende conto. Nel senso che è tutto ‘così naturale’, sequenziale, sorseggiare piano l’uno poi l’altro e ancora.

‘ADAM Nessuno può revocare Auschwitz, Judit. Nessuno, e non conta nessuna autorizzazione. Auschwitz è irrevocabile.
JUDIT (sempre più disperata) Io sono stata lì. Ho visto. Auschwitz non esiste.
ADAM (si avvicina a Judit, l’afferra forte per le spalle) Ho due bambini. Due bambini che sono per metà ebrei. Che non sanno ancora nulla. Dormono. Chi racconterà loro di Auschwitz? Chi di noi dirà loro che sono ebrei?
JUDIT (sottovoce, quasi scongiurando) E se non glielo dicessimo?

CALA IL SIPARIO

(pag.109)

‘Odiavo il fatto di essere ebrea, e avrei odiato ancora di più il fatto di negarlo. Soffrivo di vere e proprie nevrosi, come tanti altri, e proprio come questi altri, anch’io vedevo l’unica via d’uscita nell’abitudine. Ma accanto a B. imparai che ciò non era sufficiente.’- pag.98 – (dalla lettera di Judit al nuovo marito)

Morire è facile
la vita è un immenso campo di concentramento
che Dio ha messo su per gli uomini sulla terra
e che l’uomo ha poi sviluppato
sino a farlo diventare un campo di sterminio per l’uomo
Suicidarsi corrisponde
a fregare quelli che stanno di guardia
scappare disertare e di quelli che rimangono
sghignazzare contenti
In questo grande lager della vita
[…]
qui ho imparato che la ribellione è
RESTARE IN VITA
(pag.55-56)

Dunque, stralci poetici quanto linguaggio epistolare quanto frammenti di dialoghi teatrali e ovviamente narrativa pure. Tutto in unico testo che non è però ‘pesante’. La lettura è immediata, scivola. La lunghezza adeguata anzi, forse un tantino ‘meno’. Il lettore arriva in fondo e ne vorrebbe ancora, un’appendice, un prologo, un ‘qualcosa’ da continuare a leggere o che magari chiarisca (a me è successo).

Perché la straordinaria grandezza di Kertész è la stratificazione. I simboli, i significati, i sensi ‘celati’ sono sparsi, disseminati dentro una trama tutto sommato semplice. Non è l’originalità della storia nuda e cruda, l’elemento con cui Kertész vuole colpire, attirare l’attenzione. E’ tutto ciò che sta dietro a quella trama, che ‘richiama’ anche in corso di lettura.

Kertész è un abile giocatore, secondo me. Mescola i personaggi, varie le importanze, sposta gli assi temporali ma soprattutto i registi. E lo fa come io preparo il caffè la mattina presto. Con naturalezza e semplicità.

Penso che la lettura di almeno un libro di questo autore possa essere illuminante per molti. Anche se di ‘talune tematiche’ forse si preferirebbe leggere poco. Auschwitz è un personaggio ingombrante e onnipresente. Eppure anche dentro questo ‘buco nero’ che assorbe e annulla, anche lì dentro c’è qualcosa che vale la pena di afferrare.

‘ Il sopravvissuto costituisce, nel suo sistema, una specie a parte. – continua -, una sorta di specie animale. Secondo lui siamo tutti sopravvissuti, e ciò determina il nostro mondo concettuale perverso e atrofizzato. Auschwitz. E poi questi quarant’anni alle nostre spalle. Diceva di non aver trovato ancora una risposta precisa a qust’ultima deformazione della sopravvivenza – cioè a questi quarant’anni. Ma la stava cercando, e ormai era assai prossimo a trovarla.’ (pag.24) (il dialogo è riferito a B.)

Concludo con una nota di personale attaccamento all’autore.

La presenza continua e potente di Auschwitz, i cambi di registro, gli scavi tra dinamiche culturali quanto simboliche; tutto in Kertész può portare il lettore a trascurare i sentimenti. Sembra quasi che per lungo tempo non ci sia posto per ‘certi’ sentimenti. L’amore tra tutti. Keserù era amico di B ma non ne capisce il suicidio. Judit ha amato molto B ma alla fine si sono comunque separati. Anche Sara gli vuole bene ma restano comunque distanti, come se ad amplesso concluso avessero esaurito gli argomenti di conversazione.

Sembra.

Ma in mezzo a una narrazione che è anche denuncia sociale, intellettuale; i sentimenti grandi e potenti ci sono e questo me lo ha fatto apprezzare ancora di più. Perché certe volte non c’è bisogno di abbondare con le parole, di affogare nei preludi. Bastano poche, sapienti righe.

‘Tra le fiamme la scrittura si faceva incandescente:
... sulla base dell’autorizzazione che mi viene da quanto ho vissuto e sofferto, per te, e soltanto per te, revoco …
E’ sempre colpevole chi rimane in vita. Ma saprò sopportare la ferita.
(pag.108)

Eccola dunque, una delle più grandi dichiarazioni d’amore. B che ‘revoca’ tutto ciò che Auschwitz rappresenta alla sua amata Judit, per sempre.

Liquidazione
di Kertész Imre
(Feltrinelli, 2005), isbn: 88-07-01673-7
Titolo originale: Felszámolás
Traduzione di Antonio Sciacovelli

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Barbara Gozzi

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La mia non recensione a ‘Liquidazione’ QUI.

Del vivere e fregarsene

15 maggio 2008

Di tematiche a cui interessarsi ce ne sono infinità ed è evidente che ognuno fa delle scelte.
Se ci si occupa, in modo più o meno pressante, di qualcosa che colpisce una percentuale limitata di persone penso si metta in conto dall’inizio che sarà difficile ottenere attenzioni.
Eppure sembra che, alla fine, su tutto il livello di interesse è scarsissimo. Quasi nullo.

Il tema della madri lavoratrici tocca da vicino – vicinissimo – un numero considerevole di donne in Italia (ed è evidente che lo stesso vale per il resto del mondo ma vorrei soffermarmi su ciò che accade nel nostro povero stivale).
Dunque siamo in tante. E prima o poi ci tocca subire. A volte anche pesantemente. C’è chi è costretta a lasciare il posto di lavoro dopo una gravidanza, chi deve accettare demansionamenti, chi subisce atteggiamenti al limite della sopportazione, chi viene spostata a Canicattì e impiega ora solo per arrivarci, sul posto di lavoro… poi ci sono i farmaci per resistere, le tensioni in famiglia… ci vorrebbero mesi solo per stilare una lista reale di tutte le possibili situazioni che le donne si trovano ad affrontare.
Eppure.
Non se ne parla mai, pochissimo comunque.
E anche quando lo si fa non è uno scavare, un grattare lo strato superficiale per andare più a fondo. E’ uno sfioramento leggero, un accarezzarsi reciprocamente ferite nella speranza che prima o poi smettano di fare male. Prima. O poi.
Di recente qualcuno mi ha detto che ‘ siamo il primo paese del Terzo Mondo’. E questa affermazioni mi è rimasta cucita addosso perché i cellulari, i pc, internet, i tv al plasma, gli ipermercati, le vetrine luccicanti, i multisala… tutto, guardandoci dall’alto, ci mostra come un paese che segue una qualche forma di sviluppo, a modo suo magari ma la segue.
Invece no, non come vogliamo credere.
Abbiamo si, i cellulari con cui possiamo anche vederci e fare boccacce ma poi non ci indignamo più se una donna è costretta a rinunciare a lavorare perché madre.
Non ci incazziamo più.
Questo mi spaventa, come concetto generale.
Siamo ormai omologati, mi viene da pensare.
Tutti presi dalle nostre realtà, da ritmi e condizioni più o meno voluti ma che poi, una volta piovuti sul groppone, ci trasciniamo in giro per quest’Italia stanca. Nient’altro.
Certo, guardiamo i tiggì, poi col satellitare da qualche anno siamo diventati quasi malati di reality e prodotti televisivi vari… certo. Vediamo la gente che muore per strada, i bambini coi loro pancioni enormi e gli arti ridotti a mucchietti di ossa inermi. Appena possiamo ci lanciamo in risse e magari tiriamo anche fuori coltelli o altre armi che ‘casualmente’ abbiamo in tasca. Seguiamo dibattiti morbosi con i plastici che riproducono la scena del delitto e le tracce di sangue. Sappiamo tutto di questo o quello.
Crediamo di sapere.
In realtà è solo, semplicemente, dolorosamente lo strato superficiale che neanche tocchiamo, il più delle volte. Lo guardiamo sempre da lontano – rigorosamente da lontano.  Commentiamo, per carità! Abbiamo sempre qualcosa da ridire.
Poi basta. Si passa oltre, si va avanti con qualcos’altro da incastrare nel nostro microcosmo super impegnato di vita ‘a modo nostro’. Ognuno per sé. Con pochi scossoni se possibile.
Se.
Possibile.
E allora io non mi ritrovo in questo quadretto. Con tutte le imperfezioni che ho e ci mancherebbe non fosse così. Non è così che.
Eppure non frega niente a nessuno.
Anche questa frase l’ho sentita ripetere spesso, sempre riferita alle tematiche delle madri lavoratrici anche se poi, volendo andare un pò oltre (non tanto, appena un pò) è una filosofia generale.
Anche quando tentavo di guardare in quegli angoli che separano le madri e basta con le c.d. ‘madri assassine’, anche all’epoca il sentore era lo stesso. Non frega a nessuno di andare oltre.
Ci si indigna.
Magari a tavola, la sera, si fanno dibattiti con toni alti e nervosi. Si condanna. Questo sempre e comunque.
Ma poi tutto finisce lì.
Non vogliamo capire, non ci interessa grattarlo via questo strato superficiale. Tanta fatica, scomodità, sudore e forse dolore. E chi ce lo fa fare? Molto meglio restarne lontani, e lasciarci vivere come ci sembra di stare meglio.
Io non lo so, se così stiamo davvero meglio.
O se piuttosto ci costruiamo bolle di normalità dentro cui relegare i vari aspetti della nostra vita, del nostro essere comunque vivi e pensanti ma anestetizzati.
E se anche qualcosa si potrebbe cambiare speriamo sempre che lo faccia qualcun’altro. Lasciamo ‘l’onore’ agli altri, ci convinciamo che prima o poi si farà avanti quel qualcuno che troverà il modo giusto per.
Non esiste un modo giusto.
Tutti si prova e si sbaglia.
Poi però ci si rialza anche, volendolo.
Certo.
E’ più semplice e dolce evitare tutto: non incazzarsi mai sul serio, non scandalizzarsi fino in fondo, fare spallucce all’occorrenza, condannare senza capire, non.
Siamo una nazione di ‘non’.
Forse da perfino fastidio chi mostra qualche timido tentativo fuori dall’omologazione.

Dottore! Immediatamente un ciclo completo di terapie d’urto… così vediamo se avrà ancora voglia di urlare…

Mi sento come se fossi uno di quei bambini che vengono tenuti farmacologicamente calmi, forzatamente inermi.
Io non voglio vivere così.
Per poco che conti, almeno non mi nascondo.

Barbara Gozzi

Leggere è un atto soggettivo quanto privato. Che risente degli umori, i desideri del momento, il tempo e gli impegni, i gusti e i suggerimenti.

Ecco perché trovo assolutamente sensata l’esistenza di una c.d. ‘letteratura di intrattenimento’ quanto di una ‘da scavo, approfondimento, interiora in movimento’.

Leggere è vivere, perché si dovrebbe solo ridere o solo piangere? E’ una semplificazione, me ne rendo conto, ma il nodo cruciale mi sembra questo. E spesso le donne non si lanciano, hanno paura di ‘addentare’ una storia più difficile da digerire o raccontare. Ecco perché ho l’impressione che si tenda tutt’ora ad accostare la scrittrice con determinati generi letterari, diciamo meno impegnati. Più da indigestione di cuori palpitanti e corpi muscolosi o aneddoti divertenti sul colore degli smalti e le tinte per capelli.
Siamo noi, le donne di ieri, oggi e domani, che dobbiamo imparare a non temere. Di leggere o raccontare della morte, il sangue, i demoni e l’odio tanto quanto di un amore segreto, i corpi che si cercano e la cura del barboncino francese.

L’uno e l’altro si può. Assolutamente.

Io guardo i documentari sulle anoressiche con le costole di fuori e le teste dentro i water tanto quanto mi perdo in certi serial tv americani… la logica è la stessa. Io – come tutti – ho bisogno di momenti di approfondimento, anche di dolore perché no?, ma allo stesso modo non potrei rinunciare a un sano relax, qualche risata leggera o magari un tuffo in una storia intrigante e improbabile. Ma che fa bene a una certa parte di me che così respira, si ricarica.

Non ho mai considerato la letteratura di intrattenimento come spazzatura o pseudo tale. Ci sono libri che si, sono immondizia ma possono essere di qualsiasi genere, provenire dall’Italia come dall’estero, essere scritti da mani sottili e ben curate come da dita enormi e grassocce. Intrattenere, ma soprattutto saperlo fare bene, è un’arte. Non ho dubbi in proposito. Così come c’è bisogno di un certo ‘dono’ per addentrarsi in quelle storie che nascondono cicatrici profonde, dolori, angosce, ossessioni e tragedie.

Ed è certamente più ‘commerciabile – per usare un termine di marketing – la storia leggera, l’intrattenimento che si divora per sapere se, piuttosto che un racconto crudo, che indaga e magari stordisce per quanta forza scatena in chi lo legge. Per tanti motivi è così. Ma è così.

Allora perché fingere che un libro sia una sorta di ‘viaggio mistico’?
Un libro è un prodotto.
Ha dimensioni e spessori, colori e odori. Può essere riposto nelle librerie e diventare un buon ornamento, che si abbina alle tonalità del divano. O può essere stretto, frustato da mani sudate e matite sporche. Può essere un oggetto estetico quanto sentimentale. E’ morto e vivo nello stesso momento.

C’è un mercato, ricordiamocelo. Domanda e offerta, c’è chi li ‘produce’ con una catena tutta sua e chi li compra. E ‘di certo poco ‘nobile’ come visione d’insieme ma pur sempre realistica. C’è un’industria a monte e ci sono dei potenziali acquirenti. Più prodotto di così! Poi certo, che dalla lettura del libro ‘x’ io mi arricchisca di più rispetto a quando consumo un cartone di latte… ci sta anche questo.

I libri sono oggetti che celano ‘poteri’ tanto soggettivi quanto facilmente ignorabili. Siamo noi che leggiamo a decretarne l’importanza, l’uso e il segno che ci lasceranno addosso. Conosco persone che li comprano perché c’è un buco tra ‘quello grosso sugli Elfi’ e quall’altro che mi hanno regalato per Natale. E quel buco lì mette tristezza.
Ma conosco anche chi non sopravvivrebbe senza aprirne uno ogni giorno, per leggerne anche solo poche righe se i ritmi e gli impegni non permettono altro.
Per me un libro è quel sapore che non si può descrivere, colori che attirano, forme e parole che non hanno (quasi mai) un solo significato. Ogni lettura è un viaggio differente, soggettivo come ho già accennato.

Quindi si, un libro è un oggetto prima ancora di essere personaggi, intrecci, storie e sentimenti.
E’ un oggetto magico però.

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Ringrazio Francesca Mazzucato che ha pubblicasto su Books and other sorrows questo mio breve pensiero.