Kertész Imre – Liquidazione

9 gennaio 2008

liquidàre
v. 1ª tr. (Ind. pres. lìquido) calcolare, determinare una ragione di credito, un conto e sim. e provvedere al relativo pagamento; est.: liquidare un impiegato, corrispondergli, alla cessazione del rapporto di lavoro, ciò che gli spetta come buonuscita; liquidare una merce, venderla a prezzo di realizzo; svenderla
com. pagare
fig.: liquidare un affare, concluderlo; liquidare una questione, risolverla, deciderla; liquidare qu., levarselo d’attorno o, anche, ucciderlo.

liquidazióne
s. f. saldo, pagamento: liquidazione di una pensione, pagamento che viene corrisposto a un dipendente di un ente pubblico o privato quando cessa la propria attività e comprende tutte le spettanze maturate durante gli anni di servizio
vendita a prezzi ribassati o di realizzo
cessazione di attività
rendiconto.

Ho cercato il significato di ‘liquidazione’ perché in tutto il romanzo si avverte questo senso (a tratti oppressivo, diversamente rassegnato) di fine, conclusione, tentativo di chiusura verso qualcosa che si percepisce come importante ma che, per gran parte del testo rimane impalpabile, quasi nebuloso, inafferrabile. Liquidazione, quindi, come chiusura della casa editrice (simbolo di un certo meccanismo di gestione della letteratura) ma anche conclusione del regime e sopratutto tentativo di ‘levarsi di torno’ (più semplicemente: uccidere) Auschwitz. E’quindi un processo enorme, quello di cui parla Kertész che va ben oltre la trama nuda e cruda, anzi, proprio attraverso la semplicità dei personaggi prova a scavare, incoraggia il lettore con dettagli che solleticano la curiosità, lasciano perplessi, spronano all’approfondimento, alla comprensione attraverso diversi strati narrativi.

La trama, accennavo sopra, è tutto sommato semplice.
B., traduttore appassionato, uomo contorto, rivoluzionario incastrato in un’esistenza difficile e perfino scrittore (anche se lui stesso nega con tutte le forze di esserlo), B. insomma, si suicida in casa sua. E lo fa con una modalità quanto meno singolare, che lascia intravedere premeditazione, un piano meditato fino all’ultima mossa. Lascia una lettera all’amante, Sara, (moglie di un amico) che arriva a casa sua per colazione (come lui le aveva chiesto in precedenza) e quindi prima di tutti gli altri. Sara, sconvolta, chiama poi Keserù (che narrerà in prima persona una fetta importante della storia), direttore editoriale e amico di B. che fruga tra le sue cose prima dell’arrivo della polizia per cercare di salvare quanti più scritti del defunto gli è possibile. Più di tutto però, Keserù matura lentamente la consapevolezza, poi certezza, che B. non può essersi ucciso così, lasciando un inutile biglietto ‘ Scusatemi! Buona notte!’. Ci deve essere qualcos’altro, di più importante, che custodisce il segreto di un gesto così estremo e di quei demoni del passato di B. legati ad Auschwitz e alla condizione di sopravvissuto a quarant’anni di distanza dall’olocausto. ( ‘Lì, in quell’ufficio, dove – per quel che sentivo – si concentrava tutta l’indifferenza del mondo, compresi che ogni storia giunge a una fine, e che la storia di noi tutti è una storia inenarrabile, e che lui, B., è l’unico ad aver tratto le conseguenze che da ciò si possono trarre, a modo suo […] Per questo avevo deciso di cercare il romanzo scritto dal defunto: perché probabilmente in esso c’era tutto quello che avrei dovuto sapere, e che comunque sarebbe stato possibile sapere ancora.’ (pag.30)
La ricerca sarà vana, il lettore lo intuisce ancora prima di scoprirlo, attraverso i pensieri di Keserù che ha vissuto una parte della sua vita grazie alle parole di quest’amico consumato dal vivere, dalle colpe, dalle assurdità che sente come inaccettabili, dall’essere proprio quello che è ( ‘Così che Keseru, ormai, non sapeva se stesse ammirando la preveggenza cristallina dell’autore – il suo amico morto -, o piuttosto la propria determinazione, quasi computa, a identificarsi con il ruolo prescrittogli, per poter dare compimento alla storia. ‘- pag.17– ma ancora più forte ed evidente in seguito: ‘ Vedevo un uomo vivere secondo le proprie leggi. Il tempo passò, e tutt’a un tratto mi ritrovai a vivere delle sue parole, come un parassita. Mi ritrovai sincronizzato con lui, a sentire il bisogno di sapere che cosa pensava, che cosa faceva, a cosa lavorava.’- pag.42-) Infatti nel momento in cui Keserù cerca disperatamente ‘il’ grande romanzo rivelatore, la prima moglie di B, Judit, ha già eseguito le ultime volontà dell’autore bruciando il manoscritto (dopo averlo letto, trovandoci parti di sè, della loro vita insieme e naturalmente di Auschwitz).
Definire ‘Liquidazione’ un romanzo è quanto di più riduttivo si possa fare. Dentro questo testo ce ne sono almeno quattro che latitano, si intrecciano, danzano e si amalgamano, senza che il lettore possa fare alcunché per evitarlo (a parte lasciarsi guidare tra meandri, silenzi, sottintesi): la narrazione di Keserù in prima persona, testi teatrali, brevi componimenti poetici e la stesura epistolare di Judit. Ci sono davvero molti sapori in questo testo e i personaggi si muovono con lo stesso ritmo altalenante. Quelli che sembrano vitali all’inizio della narrazione scompaiono in fretta per lasciare il posto ad altri, pronti a svelare l’essenza di una ricerca, di un uomo (Keserù) ormai stanco e confuso (’… per Keseru la realtà era diventata un concetto problematico, anzi, e la cosa è ancora più grave, uno stato problematico. Uno stato nel quale […] era proprio e soprattutto la realtà a mancare.’ – pag. 11-), di una donna (Judit) che ha cullato dentro di sè l’orrore verso la proprio condizione di ebrea eppure ha lottato per lasciarsi tutto alle spalle, abbandonando B (all’apparenza un abbandono definitivo, quasi un annullamento del precedente rapporto quando in realtà è solo una facciata, un modo per non ricordare continuamente cos’era per lei quel rapporto complicato eppure così ’sopra le righe’, inebriante) che la spingeva verso il pericoloso limite della perdita dell”io’ per poi risposarsi e avere figli con un altro(’ Perché, ti ho detto, è umiliante. Ma cosa c’è di umiliante? Quanto in basso si è riusciti a cadere. Che cosa vuoi dire? In basso cosa? In basso, giù, fino al livello di Auschwitz; fino al punto in cui l’uomo perde la capacità di resistere, la volontà, dimentica i suoi fini, perde se steso.
– Eppure hai resistito accanto a lui.
Era proprio vero. – pag.97 -).

Kertész ha un’abilità straordinaria nel cambiare registro, condurre la narrazione esattamente dove vuole ma senza forzature, senza lasciarlo intendere facilmente al lettore. Alterna pagine intense, con riflessioni che scavano, lasciano sospesi e immobilità apparenti con scene veloci, dialoghi pregni e sfuggevoli.

‘… e mentre si radeva si sentiva preso dalla sensazione che avrebbe dovuto finalmente decidere, quel giorno, anche se non aveva poi davvero presente cosa avrebbe dovuto decidere, e allo stesso tempo era perfettamente cosciente delle propria incapacità di decidere.’ (pag.19)

‘ADAM Nessuno può revocare Auschwitz, Judit. Nessuno, e non conta nessuna autorizzazione. Auschwitz è irrevocabile.
JUDIT (sempre più disperata) Io sono stata lì. Ho visto. Auschwitz non esiste.
ADAM (si avvicina a Judit, l’afferra forte per le spalle) Ho due bambini. Due bambini che sono per metà ebrei. Che non sanno ancora nulla. Dormono. Chi racconterà loro di Auschwitz? Chi di noi dirà loro che sono ebrei?
JUDIT (sottovoce, quasi scongiurando) E se non glielo dicessimo?

CALA IL SIPARIO

(pag.109)

Auschwitz è il terzo personaggio principale, tra B. e Keserù, o forse è semplicemente il protagonista assoluto che si nasconde per circa metà del testo, si cela dietro sguardi e provocazioni per irrompere come un fiume in piena quando ormai è inevitabile. Quando ogni scena è stata rappresentata e non resta che svelarsi, scarnificarsi e lasciarsi osservare, senza pudore (e qui l’esperienza diretta di Kertész pulsa in un modo che non si descrive, si legge e basta). Auschwitz è un ‘non ritorno’, qualcosa che sprigiona una potenza inaudita su chi l’ha vissuto (in qualsiasi modo possibile). Auschwitz è un marchio profondo che alcuni personaggi cercano di celare, ignorare, relegare in cantina (per poi riconoscere il totale fallimento di tale intento. In particolare Judit svelerà questo specifico atteggiamento nella lettera al marito Adam: ‘Odiavo il fatto di essere ebrea, e avrei odiato ancora di più il fatto di negarlo. Soffrivo di vere e proprie nevrosi, come tanti altri, e proprio come questi altri, anch’io vedevo l’unica via d’uscita nell’abitudine. Ma accanto a B. imparai che ciò non era sufficiente.’- pag.98 -) mentre altri, in primis B. ne sono ossessionati, lo cercano, lo ritrovano nella realtà che vivono, a quarant’anni di distanza, al punto dal sentirsi come se.

‘ Il sopravvissuto costituisce, nel suo sistema, una specie a parte. – continua -, una sorta di specie animale. Secondo lui siamo tutti sopravvissuti, e ciò determina il nostro mondo concettuale perverso e atrofizzato. Auschwitz. E poi questi quarant’anni alle nostre spalle. Diceva di non aver trovato ancora una risposta precisa a qust’ultima deformazione della sopravvivenza – cioè a questi quarant’anni. Ma la stava cercando, e ormai era assai prossimo a trovarla.’ (pag.24) (il dialogo è riferito a B.)

B. è decisamente una figura contraddittoria. Praticamente venerato da Keserù che allo stesso tempo ne riconosce i limiti e le ambiguità. Amato da Sara in un modo quasi fanciullesco, fresco e altrettanto adorato da Judit che, pur rimanendo nell’ombra, svela i propri sentimenti più intimi proprio quando è ormai inevitabile confessare la colpa (l’essere ebrea) e il passato con il primo marito ovvero B. (che acquista così spessore come uomo capace, nonostante gli estremismi e il rifiuto, di provare sentimenti profondi attraverso le parole di Judit). E’curioso come B., di cui si parlerà per tutta la durata dell’opera, in realtà non c’è. È già morto. Eppure i ricordi degli altri personaggi sono sufficienti a ‘tenerlo in vita’ per il lettore, ne delineano tratti, voce, movenze, modi. B. è talmente forte, carismatico, che lo si sente respirare anche da morto.

Resta comunque senza risposta la domanda che più di tutte ha assillato Keserù, perché B. si è suicidato? Lui che aveva sempre lottato facendosi forza di questo suo essere comunque, a ogni costo, vivo. Rarefatto. Disgustato eppure energico (specie nei suoi scritti), intenso, profondo.
C’è in particolare una pagina dal tocco poetico che rafforza i dubbi di Keserù (e quindi del lettore che lo segue come un’ombra):

BI Morire è facile
la vita è un immenso campo di concentramento
che Dio ha messo su per gli uomini sulla terra
e che l’uomo ha poi sviluppato
sino a farlo diventare un campo di sterminio per l’uomo
Suicidarsi corrisponde
a fregare quelli che stanno di guardia
scappare disertare e di quelli che rimangono
sghignazzare contenti
In questo grande lager della vita
[…]
qui ho imparato che la ribellione è
RESTARE IN VITA
(pag.55-56)

Lo stesso Keserù, nel corso della narrazione si interroga sui motivi di un cambiamento così radicale, si rimbrotta perfino, a un certo punto, perché sente di aver dato per scontato il suicidio con troppo leggerezza, come se fosse ovvio che uno come B.l’avesse fatto e basta. Al lettore un pò resterà il dubbio, anche dopo aver saputo della dipendenza di B. dalla morfina che Judit gli lasciava prendere dall’ambulatorio fingendo di non sapere, non vedere che. Anche dopo averne saggiato l’amarezza, la depressione per uno stato di cose che non si sposta, cede alle illusioni e dimentica facilmente.

Concludo con un passaggio che a mio avviso svela l’umanità più profonda di B., quei sentimenti che sembrano mancanti, persi, annientati dal passato, i ragionamenti, l’isolamento. Quel particolare sentimento che non sembra appartenere a uno come B. e invece. Eccolo spuntare come un piccolo fiore in pieno inverno destinato all’unica donna che ha davvero amato senza riserve, Judit.

‘Tra le fiamme la scrittura si faceva incandescente:
... sulla base dell’autorizzazione che mi viene da quanto ho vissuto e sofferto, per te, e soltanto per te, revoco Auschwitz…  
E’ sempre colpevole chi rimane in vita. Ma saprò sopportare la ferita.
(pag.108)

Liquidazione
di Kertész Imre

(Feltrinelli, 2005), isbn: 88-07-01673-7
Titolo originale: Felszámolás
Traduzione di Antonio Sciacovelli
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APPROFONDIMENTI IN RETE

Una recensione dal punto di vista del traduttore, a mio avviso molto acuta, QUI (ed è proprio in libri come questo dove la traduzione diventa indispensabile strumento di trasposizione dell’intento, lo stile e più semplicemente lo scrivere dell’autore). Un’altra su Wuz QUI.
Auschwitz su wikipedia QUI e su YouTube QUI e QUI.

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Una Risposta to “Kertész Imre – Liquidazione”

  1. […] La mia non recensione a ‘Liquidazione’ QUI. […]

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