Il tunnel

4 giugno 2008

– Ehi tu! Ti vuoi spostare? Non puoi stare qui, intralci gli altri!

Con la punta di una scarpa sta picchiettando la mia schiena, sento la forma quadrata e dura contro la spina dorsale e mi decido a muovermi.

– Ok… ok, stai calmo. Mi ero solo fermata un attimo a riposarmi. Chissà che danno!

L’ometto si pulisce gli occhiali con un lembo della maglia, prima di rispondermi. Fai pure con calma, tanto fretta di alzarmi non ne ho di certo.

– Il tunnel ha delle regola, bella. E se ancora non le hai imparate, almeno levati dalla strada. Non si bivacca ne si intralciano gli altri. Chiaro?

Non gli do altri pretesti per riprendermi, mi alzo barcollando, d’altra parte cosa ci posso fare? Sono ancora semi-addormentata e non mi aspettavo un risveglio del genere.

Il tunnel è molto buio in quel momento, ma poi, ripensandoci, quando mai l’ho visto illuminato?

La forma circolare delle pareti impedisce il famoso bivaccamento che mi è già stato contestato, altrimenti perché diavolo avrei dovuto sdraiarmi per terra? L’omino occhialuto si è mischiato agli altri senza che io me ne accorgessi.

Gli altri. Mentre muovo qualche passo li osservo ma non c’è molto da vedere, in realtà. Le facce sono tutte uguali. Concentrate. Scolpite. I corpi cammino seguendo un percorso preciso con ritmo e cadenza.

Solo io sembro ‘stonata’, in effetti. Ho iniziato a camminare davanti a me, ma il concetto non è proprio chiaro perché per alzarmi mi sono voltata verso sinistra e da lì sono partita, ma chi mi assicura che non sia la direzione sbagliata? Magari sto facendo il gambero e neanche me ne accorgo! Pazienza, ormai muovo i piedi, tanto vale proseguire poi vedrò cosa fare.

Un ragazzo con due grandi occhi luminosi mi avvicina, a guardarlo bene non avrà più di vent’anni. Parla. Parla. Ma non ho tempo per le chiacchiere vuote, non mi interessa e lo allontano proseguendo a passo più svelto. Se non altro, so cosa non voglio, è già un inizio.

Adesso il tunnel è immerso nell’oscurità, mi accorgo che urto qualcuno quando ormai il danno è fatto. La donna mi rende il favore strattonandomi con un gomito.

– C’è molto da fare. Sei pronta? La ti aspettano ma non per molto.

Mi fermo indecisa. Ho anche la sensazione di sapere cosa c’è da fare, ma non ne sono sicura. Poi vedo, con la coda dell’occhio, dei movimenti veloci accanto a me, folate di vento improvvise. Sono altre persone che corrono nella mia stessa direzione. Maledizione! Vuoi vedere che mi frego, proprio quando sono vicina?

Inizio a correre anch’io, ho il fiatone ma continuo e quando mi fermo mi piego sulle ginocchia. Ho esagerato, come al solito, dovevo capirlo subito che quelli erano troppo veloci per me. Fisso il pavimento e mi sembra troppo chiaro per il tunnel, ripresi i normali battiti mi rialzo e tutto intorno a me è pieno di luce.

Vuoi vedere che ce l’ho fatta lo stesso? Strizzando gli occhi riesco a individuare montagne di carte che mi circondano, mi avvicino e ne prendo in mano alcune.

Qui mancano dei dati… e qui ci sono degli errori di compilazione… bisognerebbe…

Mi guardo in giro in cerca di una biro o qualsiasi cosa con cui scrivere.

Aspetta un momento. Ma tutta questa roba è per me? No, dico… scherziamo? Ho corso, rischiando l’infarto, per farmelo venire lo stesso seppellendomi qui?

Non sono più sicura di voler rimare lì, forse non riesco a tornare indietro ma ci provo.

Cammino per un po’ convinta di rifare il percorso al contrario, chiudo anche gli occhi sperando di riaprirli nell’oscurità ma i primi tentativi non danno risultati. In testa continuo a vedere i numeri e gli spazi nei documenti e, quel che è peggio, la mia mente continua a inserire i risultati in quei fogli dietro di me.

Alla fine tento il tutto per tutto. Riprendo a correre.

Che fatica, però… non ho il fisico per queste cose, non l’ho mai avuto…

Quando mi sento ricoperta di sudore fino alla punta dei piedi, mi fermo. Finalmente è tornata l’oscurità.

Dopo tutto, il tunnel non poteva essere sparito… ho male dappertutto però l’ho ritrovato… perché diavolo non mettono delle indicazioni? Almeno uno si evita di correre avanti e indietro, pensando di sbagliare!

Dovrei fermarmi, giusto per capire quale sarà la prossima mossa, ma so che facendolo decreterei il ritorno del sonnellino sul pavimento e l’omino con gli occhiali mi ha già seccato una volta; non ho voglia di ricascarci.

La passeggiata prosegue tranquilla, gli altri sembrano meno fitti del solito e la strada è più libera.

Meglio così… prendersi contro è proprio seccante! E poi finisce che è colpa mia, ma che ne so? Io cammino o corro, poco per fortuna, ma ogni tanto lo faccio. Tutto qui. Sono loro che cambiano strada e incrociano la mia, ti pare che colpisco qualcuno, tanto per fare? Anzi, se non mi vengono addosso è molto meglio anche per me, ma sospetto che qualcuno lo faccia apposta…

Non riesco a smettere di pensare, camminare inizia a diventare noioso e monotono.

Poi lo sento. All’inizio sembra una cantilena lontana, finché si trasforma in un suono costante per trasformarsi in un pianto vicino. Ma non è un pianto qualunque. E’quello di un neonato.

Ma dov’è? Qualcuno lo sente?

Nessuno mi dà retta, come immaginavo, e mi guardo intorno perplessa. Non riesco a capire se anche gli altri possono sentirlo. Forse sono l’unica a cui interessa.

Ok, qui bisogna darsi una mossa… non si può lasciare da solo un bambino per molto tempo, specialmente se piange in questo modo…

Riprendo a correre, ormai sono più allenata e non sento la fatica. Le gambe si muovono come avessero il pilota automatico, la mente valuta ogni possibilità.

Quando mi fermo sono di nuovo circondata dalla luce, non è proprio la stessa della volta precedente e mi tranquillizzo.

Il pianto si avvicina sempre di più, anche se adesso sono ferma.

Ma allora dov’è?

Sto per perdere la pazienza proprio quando un uomo mi raggiunge, in braccio regge un neonato che indossa una tuta colorata.

– Ma non lo senti piangere? Almeno prova a cullarlo… ha mangiato? L’hai cambiato?

L’uomo mi sorride orgoglioso, posa un bacio sulla fronte del bambino, che si dimena, e me lo piazza tra le mani.

– Adesso vado. Se hai bisogno chiamami al cellulare. Ricordati però, che non posso tenerlo acceso mentre lavoro.

Come sarebbe? Ho bisogno adesso, resta e ti eviti di dover tornare…

Lo osservo mentre si allontana. D’accordo allora, vediamo cosa si può fare qui.

Il neonato ha smesso di piangere e mi fissa. Il suo profumo di buono è inebriante. Gli bacio una manina, una guanciotta paffuta e la testolina senza capelli.

Sai cosa ti dico? Proviamoci… poi vediamo come ce la caviamo, cosa ne pensi?

Un gridolino di risposta è più che sufficiente. Riprendo a camminare ma non faccio molta strada perché senza preavviso mi si para davanti la donna che mi aveva strattonato prima.

– Allora quando torni? Non ti vogliamo sostituire definitivamente, ma se non riprendi al più presto saremo costretti a farlo. Lo capisci vero?

Sono contrariata per essere stata interrotta, dopo tutto ho appena cominciato per la miseria! Ma quando la guardo rivedo quei fogli e quello che potrei fare per completarli.

Nel frattempo il piccolo si agita e devo cambiargli posizione appoggiandolo su una spalla.

Ei… ei… aspetta un attimo topolino… sto cercando di capire cos’è meglio fare…

– Hai deciso?

– Veramente…

La fisso ma non mi sento sicura, abbasso lo sguardo sul piccolo corpo che stringo e non miglioro la situazione.

Ma dico io: può una donna essere monotematica senza tradire la propria natura? Perché deve rinunciare a una fetta di possibilità per partito preso?

Non ho ancora trovato una risposta.

Le allungo il bambino talmente in fretta da non darle il tempo di reagire, finché non lo tiene in braccio.

– Ei! Ma cosa fai?

– Me ne vado.

– Come sarebbe? Qui siamo in ritardo e io devo…

Sento le parole che scorrono veloci ma sono sempre più lontane. Ho ripreso a camminare e non mi volto indietro, non posso. Prima o poi deciderò ma non adesso.

All’improvviso il tunnel mi sembra un posto più confortevole. Almeno lui non mi obbliga a decidere. O no?

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Ringrazio Patrizio Pacioni per aver pubblicato questo racconto, ormai risalente a due anni fa, sul suo portale.

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Del vivere e fregarsene

15 maggio 2008

Di tematiche a cui interessarsi ce ne sono infinità ed è evidente che ognuno fa delle scelte.
Se ci si occupa, in modo più o meno pressante, di qualcosa che colpisce una percentuale limitata di persone penso si metta in conto dall’inizio che sarà difficile ottenere attenzioni.
Eppure sembra che, alla fine, su tutto il livello di interesse è scarsissimo. Quasi nullo.

Il tema della madri lavoratrici tocca da vicino – vicinissimo – un numero considerevole di donne in Italia (ed è evidente che lo stesso vale per il resto del mondo ma vorrei soffermarmi su ciò che accade nel nostro povero stivale).
Dunque siamo in tante. E prima o poi ci tocca subire. A volte anche pesantemente. C’è chi è costretta a lasciare il posto di lavoro dopo una gravidanza, chi deve accettare demansionamenti, chi subisce atteggiamenti al limite della sopportazione, chi viene spostata a Canicattì e impiega ora solo per arrivarci, sul posto di lavoro… poi ci sono i farmaci per resistere, le tensioni in famiglia… ci vorrebbero mesi solo per stilare una lista reale di tutte le possibili situazioni che le donne si trovano ad affrontare.
Eppure.
Non se ne parla mai, pochissimo comunque.
E anche quando lo si fa non è uno scavare, un grattare lo strato superficiale per andare più a fondo. E’ uno sfioramento leggero, un accarezzarsi reciprocamente ferite nella speranza che prima o poi smettano di fare male. Prima. O poi.
Di recente qualcuno mi ha detto che ‘ siamo il primo paese del Terzo Mondo’. E questa affermazioni mi è rimasta cucita addosso perché i cellulari, i pc, internet, i tv al plasma, gli ipermercati, le vetrine luccicanti, i multisala… tutto, guardandoci dall’alto, ci mostra come un paese che segue una qualche forma di sviluppo, a modo suo magari ma la segue.
Invece no, non come vogliamo credere.
Abbiamo si, i cellulari con cui possiamo anche vederci e fare boccacce ma poi non ci indignamo più se una donna è costretta a rinunciare a lavorare perché madre.
Non ci incazziamo più.
Questo mi spaventa, come concetto generale.
Siamo ormai omologati, mi viene da pensare.
Tutti presi dalle nostre realtà, da ritmi e condizioni più o meno voluti ma che poi, una volta piovuti sul groppone, ci trasciniamo in giro per quest’Italia stanca. Nient’altro.
Certo, guardiamo i tiggì, poi col satellitare da qualche anno siamo diventati quasi malati di reality e prodotti televisivi vari… certo. Vediamo la gente che muore per strada, i bambini coi loro pancioni enormi e gli arti ridotti a mucchietti di ossa inermi. Appena possiamo ci lanciamo in risse e magari tiriamo anche fuori coltelli o altre armi che ‘casualmente’ abbiamo in tasca. Seguiamo dibattiti morbosi con i plastici che riproducono la scena del delitto e le tracce di sangue. Sappiamo tutto di questo o quello.
Crediamo di sapere.
In realtà è solo, semplicemente, dolorosamente lo strato superficiale che neanche tocchiamo, il più delle volte. Lo guardiamo sempre da lontano – rigorosamente da lontano.  Commentiamo, per carità! Abbiamo sempre qualcosa da ridire.
Poi basta. Si passa oltre, si va avanti con qualcos’altro da incastrare nel nostro microcosmo super impegnato di vita ‘a modo nostro’. Ognuno per sé. Con pochi scossoni se possibile.
Se.
Possibile.
E allora io non mi ritrovo in questo quadretto. Con tutte le imperfezioni che ho e ci mancherebbe non fosse così. Non è così che.
Eppure non frega niente a nessuno.
Anche questa frase l’ho sentita ripetere spesso, sempre riferita alle tematiche delle madri lavoratrici anche se poi, volendo andare un pò oltre (non tanto, appena un pò) è una filosofia generale.
Anche quando tentavo di guardare in quegli angoli che separano le madri e basta con le c.d. ‘madri assassine’, anche all’epoca il sentore era lo stesso. Non frega a nessuno di andare oltre.
Ci si indigna.
Magari a tavola, la sera, si fanno dibattiti con toni alti e nervosi. Si condanna. Questo sempre e comunque.
Ma poi tutto finisce lì.
Non vogliamo capire, non ci interessa grattarlo via questo strato superficiale. Tanta fatica, scomodità, sudore e forse dolore. E chi ce lo fa fare? Molto meglio restarne lontani, e lasciarci vivere come ci sembra di stare meglio.
Io non lo so, se così stiamo davvero meglio.
O se piuttosto ci costruiamo bolle di normalità dentro cui relegare i vari aspetti della nostra vita, del nostro essere comunque vivi e pensanti ma anestetizzati.
E se anche qualcosa si potrebbe cambiare speriamo sempre che lo faccia qualcun’altro. Lasciamo ‘l’onore’ agli altri, ci convinciamo che prima o poi si farà avanti quel qualcuno che troverà il modo giusto per.
Non esiste un modo giusto.
Tutti si prova e si sbaglia.
Poi però ci si rialza anche, volendolo.
Certo.
E’ più semplice e dolce evitare tutto: non incazzarsi mai sul serio, non scandalizzarsi fino in fondo, fare spallucce all’occorrenza, condannare senza capire, non.
Siamo una nazione di ‘non’.
Forse da perfino fastidio chi mostra qualche timido tentativo fuori dall’omologazione.

Dottore! Immediatamente un ciclo completo di terapie d’urto… così vediamo se avrà ancora voglia di urlare…

Mi sento come se fossi uno di quei bambini che vengono tenuti farmacologicamente calmi, forzatamente inermi.
Io non voglio vivere così.
Per poco che conti, almeno non mi nascondo.

Barbara Gozzi

Ma Elisa cammina

1 marzo 2008

Ma Elisa cammina di Barbara Gozzi

L’acqua è rumorosa. Scroscia e si infrange sul fondo della doccia dalle pareti di plastica.
Elisa si spoglia con calma. Entrando in bagno ha chiuso la porta, attenta a girare una sola volta la chiave.
Lei piange. In quel modo ossessivo, cadenzato ma adesso non può, proprio non riesce a darle retta. Per questo si è chiusa dentro, da lì è meno forte, il pianto. Apre l’acqua che scorre veloce, i primi vapori salgono mentre osserva la faccia riflessa nel piccolo specchio quadrato. Il pianto continua ma è meno pressante, sembra vicina ad addormentarsi. Sembra.
Dentro il box doccia sbatte i gomiti nel tentativo di afferrare lo shampoo poi niente, si lascia andare. Libera, svuotata, investita dal getto finalmente bollente che le arrossa la pelle.

Non si sente più, il pianto, con l’acqua nelle orecchie riesce a rilassarsi, abbandona il collo e cede. La testa ronza appena e la schiena le fa meno male.
Riapre la porta a fatica, la serratura scricchiola.
Esce avvolta nell’accappatoio ruvido comprato in Piazzola prima di partire (un’occhiata appena, ‘prendo quello’ e la mano che allunga una banconota), fa freddo nel piccolo appartamento, appena tre stanze bagno compreso ma Elisa non la sente la pelle intirizzita, improvvisamente porosa. Alcuni brividi isolati le raggiungono le labbra. C’è silenzio fuori dal bagno, di quel tipo stantio e sospeso che ormai conosce bene.

Entra in camera e si siede sul letto bagnando le lenzuola accartocciate. I capelli gocciolano.
Non piange più, nota.. Poi sorride. Un sorriso incurvato verso il basso, rassegnato, amaro. Certo che no, cretina.
Sul comodino brilla la fede argentata e una fotografia sgualcita, un tempo lucida e dai colori vivaci. L’immagine ritrae il volto di una donna pallida ma sorridente che stringe in grembo un mucchietto secco di pelle e ossa di dimensioni lillipuziane. E’seduta, la donna e indossa uno di quei camici verdastri che era obbligatorio nel reparto. Il reparto dei bambini sospesi, che aspettano di sapere se. Intensiva neonatale dov’è rimasta ricoverata una bambina, insieme a molti altri. La sua bambina.
Volta a faccia in giù la foto, sente suonare il telefonino e si maledice.

Non ha voglia di parlare, pensare, ascoltare.
Osserva il display e rimane immobile alcuni secondi. ‘Casa’ dice la scritta lampeggiante. Ma la sua casa è tra quelle mura, ormai. Lì, in una città sconosciuta quanto aggrovigliata. Non è colpa di Bologna o di qualche altro posto ma è lei che ha scelto, poi il Natale in arrivo che. Brivido. Sospira, rifiuta la chiamata e lo spegne.
Si allunga fino alla piccola finestra vicino ai fornelli (angolo cottura recitava l’inserzione).
Attraverso i vetri vede la strada principale, enorme ma tranquilla, due corsie per senso di marcia con uno spartitraffico di cemento vivo dove si fermano alcuni passanti incerti. Saranno turisti, nota, come lo eravamo noi. Noi ovvero lei e Luca, quasi due anni fa.
A ripensarci le sembra un’eternità, un’altra vita addirittura.
Due anni. A inizio Dicembre duemilacinque, in occasione della Fiera ‘più libri, più liberi’ al Palazzo dei Congressi.

Così quando ne ha avuto bisogno le è tornato in mente il posto, quello, e ha deciso. Qualche giorno per organizzarsi, una valigia stipata di roba presa a caso e il treno.
Sei un’egoista, le ha detto Martina ormai due settimane fa con una faccia scura da far paura.
Ebbene si, l’ha interrotta, ed era arrabbiata Elisa ma non se n’era accorta mentre le urlava contro. Ebbene si, sono una maledetta egoista che si fa i cavoli suoi proprio quando non dovrebbe.
Ma c’è Luca, ha provato a replicare l’amica un pò incurvata dalla risposta ringhiata.
Luca. Ah.
Luca, sua madre, suoceri, zii e cugini misti, amici, vicini, colleghi e. Tutti tranne lei insomma.

Ha mollato Martina davanti a un negozio con la vetrina in allestimento. Purtroppo.
Perché in realtà il problema è tutto lì. Negli addobbi, le canzoni dolci per forza, i fiocchi rossi, i campanelli, gli alberi pieni di roba colorata e scintillante che sembrano caricature, i sorrisi di gomma, le carte di credito che corrono alle casse, quella roba lì insomma.
Il Natale.
Il primo dopo. Senza.
Si stacca dalla finestra, ha i capelli appiccicati al collo e un vago sapore amaro tra la lingua.
Lì starà bene.
Lontano da loro, quelli che la conoscono e sanno.
Lontano dalle vie che le si sono stampate in testa nei tre mesi di spola da casa al reparto, ogni santissimo giorno che piovesse o ci fosse il sole, feriali e festivi, sempre di mattina presto lei c’era. Corse avvolte nell’angoscia, vissute col fiatone, la paura sempre addosso tra i vestiti sgualciti e la voce incrinata. Vie che adesso neanche riesce a sfiorare. Massarenti, Palagi, Mazzini ed Ercolani. Le provocano la tachicardia, le viene il fiato corto e un certo formicolio alle mani.
Lì starà bene.
Casa, diceva il diplay. Davvero la può chiamare ancora così? Che si trovi a Roma o altrove, là a Bologna, c’è davvero la sua casa? Senza sua figlia? Quel mucchio di pelle e ossa dalle sembianze vagamente umane che non è riuscita a sopravvivere, nata alla ventinovesima settimana di gestazione ha pensato bene che il mondo era troppo buio per rimanerci.
La piccola senza nome.
Elisa lo sente, il pianto, sta tornando a tormentarla e non c’è niente da fare.

Chiude la finta porta blindata (finta perché non è così spessa come dovrebbe, passano degli spifferi dalle estremità). Quattro rampe di scale poi la strada enorme che si perde oltre lo sguardo.
Si incammina verso la fermata dell’autobus assorbendo il grigio che la circonda, sfiora le facce chiuse dei malcapitati in giro a pomeriggio inoltrato in una giornata fredda di inizio Dicembre. La notte incalza, la sente che si avvicina a via Cristoforo Colombo come fosse un serpente affamato.
Ma Elisa cammina.

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Grazie a Fabrizio Centofanti, questo racconto è stato pubblicato su La poesia e lo spirito.

Valerio è il primo personaggio che ha iniziato a bussarmi in testa due anni fa. Ed è stato un bussare basso, all’inizio, una cadenza ritmica, un vago formicolio di quelli che non noti sempre ma sai che c’è.

Di Valerio sapevo già molte cose quando ho iniziato a guardarlo in faccia, mentre prendeva forma e si spogliava davanti e per me. Sapevo molte cose ma non ero sicura di capirle fino in fondo. E’stato questo l’ostacolo maggiore, forse lo è tutt’ora. Sapere ma temere di non riuscire.

Valerio è un personaggio complesso sotto molti punti di vista. L’ho amato molto, soprattutto quando ci siamo ‘conosciuti’ perché le sue fragilità erano così evidenti e il suo tentare di rimanere in piedi, a ogni costo, sempre e comunque mi faceva tenerezza. Avevo voglia di abbracciarlo e dirgli che sarebbe andato tutto bene anche se poi, sapevo (come so ora) che erano solo ridicole bugie neanche tanto velate per farlo stare meglio appena un pò, quel tanto che bastava a me per respirare in mezzo al suo dolore.

Poi sono cambiate alcune cose, tra di noi. Valerio ha tirato fuori altro, aspetti che evidentemente io non ero pronta a conoscere (prima) ma che poi mi hanno investita, avvolta. Aspetti duri, freddi, che mi hanno spaventato davvero. Perché andavano a colpire nervi scoperti, paure profonde, radicate e che non c’entrano con il sesso o l’età o le scelte di vita. C’entrano con cosa siamo. Dove andiamo. Ma soprattutto perché.

Valerio ha smesso di urlare da poco. Ha trovato una sua pace, credo. Io gliel’ho data, in effetti perché ne avevo bisogno quasi più di lui, sentivo che non poteva rimanere incastrato in una non – azione che da ormai un anno lo teneva sospeso, lo rendeva schiavo di un dolore davvero straziante. Ma non so se stia meglio davvero ora.

E capisco anche che può ‘suonare’ strano parlare di un personaggio come se fosse un amico intimo, quasi un amante in un certo senso. Può si, sembrare bizzarro, da svitata. Ma è così che è andata, tra me e Valerio. E ogni volta che riprendo in mano quelle pagine torna e ci riprova. A trascinarmi nel cunicolo buio e freddo che ormai è la sua casa nascosta, da qualche parte nella mia testa.

Valerio è la scelta che inbavaglia, da cui non si torna indietro. Ma è anche una vita a metà, vissuta a testa alta per non vederlo quel burrone così vicino, così ripido che rischia di ingoiarlo. Valerio è la sottile rabbia sorda che martella fino a sfinire, che sgretola le false certezza e sa di essere il più forte. Valerio si è costruito un’armatura per convincersi che va tutto bene, che lui sta bene e continuerà a fare del bene ogni giorno un pò. Ma tutto questo bene alla fine si è ribellato e gli ha mostrato cosa c’è dietro lo strato superficiale di calma e tranquillità. E quel qualcosa lo ha trasformato o forse, ne ha solo svelato le vere sembianze.

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Ringrazio molto Erika Furci (che mi ha letta e commentata con sensibilità e onestà) e il team di Books Brothers per aver pubblicato un monologo di Valerio, dandogli per la prima volta sembianze esterne a me. Per chi fosse interessato lo si rintraccia QUI per ora ma lo pubblicherò anche qui su Frammentando prossimamente.

Di certi libri non si può parlare (scrivere in questo caso) per tanti motivi ogni volta diversi.

Nel mio caso non scriverò una ‘non recensione’ a questo romanzo, ‘Madri assassine’ di Adriana Pannitteri (Gaffi Editore). Non lo farò perchè la tematica che tratta mi stordisce, mi graffia da dentro da troppo tempo per poter mantenere quel minimo distacco necessario a commentare un testo nella sua interezza.

In questo libro ci sono aspetti positivi e negativi ma, come ho detto, non voglio soffermarmi sull’ ‘oggetto libro’, per fortuna non sono un critico, posso evitare uno schema rigido quando scrivo di un testo.

In questo libro ho trovato delle conferme.
Conferme legate alle analisi del fenomeno, l’infanticidio e più nello specifico di quelle dinamiche che portano alcune donne a uccidere i proprio figli. Conferme crude, macabre, dannatamente tristi e rabbiose. Eppure si, leggendo mi sono sentita immersa in una materia insidiosa ma che col tempo (ormai è più di un anno che studio e seguo le dinamiche), col tempo insomma ho imparato ad affrontare senza condizionamenti mediatici o teorie preconfezionate. Quello che si vede quasi mai è quello che è, nemmeno le madri stesse lo sanno, quello che è, non subito almeno e, in certi casi, neanche dopo.

” Una prima cosa che veniamo a sapere è che non sono malattie che si creano da un giorno all’altro. La dicitura ‘raptus’ che i giornalisti usano sempre è sbagliata e forviante. Ci sono, in ognuna delle storie riportate, lunghi periodi in cui il rapporto con la realtà, e in particolare con quella del proprio bambino, pian piano s’altera, fino a un punto di non ritorno raggiunto il quale bisognava uccidere…” (dalla postfazione di Annelore Homberg, psichiatra e psicoterapeuta, pag.117).

Questo per me è un nodo cruciale nell’approccio. Ne ho scritto anche nella prefazione a un romanzo (Gezim di Susanna Sarti) e si ritroverà in ‘Cicatrici’ (se mai prima o poi verrà pubblicato), pur non volendo cucirmi addosso un ruolo che non mi appartiene, ho sempre sentito che quel modo di raccontare, percepire le storie terribili delle madri assassine non può fermarsi alla mera catalogazione in ‘raptus‘ che lo snatura, di fatto, dal contesto, il passato e la ragione. Se è stato un raptus non era prevedibile. Ergo i parenti e amici non potevano fare niente. Ergo non c’era modo di prevederlo. Ergo la donna era davvero felice fino a pochi secondi prima poi le sono venuti dei ‘momenti di buio totale, spina staccata’ e basta. Ergo le madri assassine non si potevano aiutare prima del fatto. Ergo viviamo in un mondo di pazzi.
Più o meno funziona così, nelle discussioni a cena tra amici, nelle cene in famiglia, nei commenti davanti alla macchinetta del caffè e viadicendo.
E’certamente una valutazione di comodo, egoistica mi sento di definirla che ha un suo senso nell’essere imperfetti perchè uccidere un figlio è di certo una delle tragedie più sentite, dolorose e temute. Ancora più che uccidere un convivente, un amante… perchè coi figli si instaura (dovrebbe) un legame diverso, che ha radici in una profondità che nessun altro tipo di rapporto può raggiungere. Di solito. E allora quando arrivano certe notizie, queste, anche la mente di chi le vive da spettatore ha bisogno di trovare risposte (anche se fasulle), ha bisogno di individuarne le dinamiche e convincersi che non può succedergli. Convincersi che sarà diverso per la sua famiglia, gli amici e tutti quelli che conosce. Assolutamente. Allora arriva in soccorso il raptus che spiega tutto in fretta e bene. E ci rende schiavi di una motivazione subdola e sorda. In un certo senso le storie che oggi danno vita a ‘Cicatrici’ sono nate per demolire proprio questa dinamica moderna.

“Sono tornata a sedermi. Sola. Il dolore è diventato ribellione. Una rabbia che avrebbe voluto spaccare il mondo. Mi sono chiesta se tutti attorno a Manuela hanno finto di non vedere o non sono stati capaci di capire. Si gira sempre la testa dall’altra parte e si aspetta fingendo che il bene trionfi. E ho persino odiato gli uomini in camice bianco. Non ho avuto pietà per loro, imperfetti. Ho pensato a Debora, alla sua bambina com’era in una foto. I capelli ondulati, la pelle del viso morbida… odore di pesca, fragola, nuvole di soffice borotalco.
Ma in fondo si assomigliano tutti i bambini a quell’età. Ho guardato i suoi occhi dolci e grandi riempirsi di terrore, spalancati in una fuga impossibile.
E dentro, un tormento senza risposta.
Per Manuela, per Debora, si poteva fare qualcosa di più?” (pag.38)

Questa è la voce di Adriana Pannitteri, giornalista e donna sensibile, attenta che in un intermezzo si interroga, svela quei pensieri che , dentro l’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere deve aver trattenuto, celato molte volte.
Questo è un’altro nodo stretto, strettissimo che spesso sento anch’io intorno al collo. Superata l’illusione del raptus, è davvero così difficile, addirittura impossibile, accorgersi di certi segnali? Non notare i malesseri, gli umori, i gesti e la sofferenza. Molte delle donne ricoverate a Castiglione erano già state da psicoterapeuti, chi più chi meno, eppure non era servito, non era bastato. Somministrazioni blande, pacche sulle spalle e sorrisi di gomma. Allora? Chi e come può? A volerle guardare da una certa angolazione, tutte queste vicende di morte, solitudine e dolori insopportabili, sembra che davvero nessuno possa. Eppure io non ci credo, non del tutto e forse, anche per questo bruciore che ho dentro, continuo a cercare, studiare, ascoltare. Forse.

“Talvolta le madri uccidono ciò che non sono riuscite ad amare, la loro stessa identità. Eliminado il loro bambino, spiegano i medici, è come se cancellassero la loro insoddisfazione ma anche la parte di sè che non amano, che non riconoscono e che dunque non accettano. Ci sono quelle che straziano i loro piccoli, ripetendo sul loro corpo ciò che magari hanno subito da bambine, come le violenze, il dolore degli abbandoni. E ci sono quelle che vogliono salvarli da un mondo crudele.
Accade qualcosa nella loro testa, come ‘un clic’ nel cervello, ma prima di quel clic c’è stato sempre qualcosa che gli altri non hanno capito. Nemmeno i medici. Quelle madri non hanno volti maligni, come pensava Lombroso, ma sono ombre, battiti di ciglia… chi guarda davvero negli occhi delle madri che stanno male?” (pag.44)

Ecco dunque la nuda e cruda realtà. Le madri assassine non sono donne indemoniate che sputano fuoco. Non sono creature nate malvage e dedite a riti satanici. Non mettono al mondo bambini con l’intento di ucciderli nel peggiore dei modi. La c.d. madri assassine sono un mondo complesso di silenzi (tantissimi, troppi), dolori, cicatrici del passato e del presente, difficoltà ad adattarsi ai modelli che oggi ci sono imposti (‘hai visto quella là che dopo due settimana dal parto sfila in passerella?’, ‘Ma lo sai che la Pina fa la pasta in casa e i suoi tre figli sono sempre ordinati, puliti ed educati?’). Sono creature che vorrebbero gridare, chiedere aiuto ma spesso non ci riescono, non sanno neanche loro come e dove farlo. Sono esseri umani, nient’altro, che perdono la rotta, non riescono a distinguere i contorni di giornate che diventano lente, soffocanti, piene di confusione e circostanze che faticano a gestire e sopportare ma che per gli altri sono assolutamente normali. E in questa normalità talune madri si smarriscono.

” Vorrei che tutti potessero vedere Maria P. come l’ho vista io e provare un pò di rimorso per le banalità scritte nei rotocalchi. Davanti a me c’è solamente una donne di ventinove anni che avrebbe potuto avere dinanzi a sè una vita felice e si è trasformata invece in una giovane madre divorata dalla depressione. Qualche medico l’aveva visitata ma non aveva capito. Si tende sempre a pensare che le donne quando hanno partorito diventano un pò noiose.” (pag.104)

Allora è questo il passo grosso, faticoso e complicato che tutti, come società ed esseri umani, dovremmo fare. Imparare ad ascoltare, non fermarsi ai gesti di rito, non lasciare che le cose si risolvano da sole perchè funziona così, lo dicono tutti.
Ma soprattutto non dimenticare che un papà e una mamma sono prima di tutto esseri viventi autonomi, con proprie identità, desideri, caratteri e bisogni. E amarli per quello che sono, offrire un aiuto anche se non richiesto, capire come vivono la neo condizione di genitori e non cedere all’egoismo, accettare anche la possibilità che possano avere dei problemi, delle difficoltà soggettive, delle imperfezioni insomma.
Perchè siamo tutti imperfetti.
Che ci piaccia o meno.