Mi è già capitato di spiegare che i titoli ai capitoli mi disturbano, il più delle volte penso di saltarli, non leggerli proprio ma finisco col disobbedirmi allora ritorno (a lettura del capitolo conclusa) per rileggerli e individuarne il senso.
In questo romanzo il problema era doppio (quasi triplo ho scoperto nelle ultime pagine).
Titolo del romanzo.
Titoli dei capitoli.
Immagine in copertina.
C’è un filo sottile eppure importante che li unisce e questo filo meriterebbe una decodifica accurata. In parte ci si arriva, leggendo. Ma non del tutto perché gli scacchi sono parte integrante della narrazione e purtroppo confesso di aver preferito (da ragazzina al mare) la dama, più semplice e senza tutte quelle figure inquietanti (cavalli, alfieri, regine e re…).
Per cui, ancora prima di spiegare cosa mi ha lasciato questo romanzo vi dico: se non lo conoscete, fatevi spiegare gli scacchi. (‘Donna nera mangia pedone in F2’mi è rimasto impresso perché appunto, non conoscendo bene il gioco ho attribuito al titolo un altro significato, più letterale diciamo.)
Il primo elemento che colpisce, dalle prime righe è il narratore. Non si tratta di una ‘voce esterna’ nel senso tradizionale del termine ma non è neppure uno dei protagonisti che racconta. E’ una narrazione in seconda persona che, ammetto, non è soltanto inusuale ma anche rischiosa. Siamo molto abituati a leggere seguendo l’ ‘occhio’ lontano di un ‘qualcuno’ che da subito qualifichiamo come ‘il narratore’ intesa come entità che si muove tra gli svolgimenti, le ambientazioni e i personaggi stessi. Il narratore esterno può tutto o quasi, aleggia, nota dettagli, sfumature, avverte i sentimenti e i pensieri, può davvero descrivere ogni possibile sfumatura (poterlo fare, certo, non significa che poi lo faccia veramente, non sempre quanto meno). Oppure, meno frequentemente, accettiamo che sia proprio uno dei personaggi a raccontare, con tutte le imperfezioni e mancanze del caso. Un paio di occhi che non si muovono dunque e descrivono la loro parziale visione della storia.
In questo romanzo invece il narratore non è un personaggio ma lo conosce, il protagonista. Ed è proprio a lui che si rivolge narrando la sua storia. E al lettore può ‘suonare’ strano. Ma come? Io sono qui, ti leggo e tu che fai? Mi boicotti? Te ne freghi? Non scrivi per me, non ti preoccupi di nessun’altro se non del protagonista stesso?
Ebbene si.
Il narratore in seconda persona è dunque un rischio, l’intera struttura del romanzo verte sulle mosse compiute davanti alla scacchiera (da qui i titoli) e sulle scelte di quella ‘voce’ che ripercorre il passato remoto, recente e il presente del protagonista come a volerglielo ricordare. Come se glielo sussurrasse nell’orecchio un momento prima che. Quel ‘che’ non lo posso chiarire ma è un punto di ‘approdo’.
Giovanni, il protagonista, è un uomo abituato a vivere di mosse, è come se tutto fosse un gioco. Conosce benissimo le regole al punto da piegarle ai propri interessi e ha una straordinaria capacità di ‘cammuffamento’. Giovanni cambia casa in continuazione. Periodicamente cambia il numero di cellulare, lasciando non soltanto il riferimento in sé ma anche tutti i contatti indesiderati, quelli a cui deve dei soldi che non è disposto a rendere o che lo cercano per qualche favore da restituire. Giovanni ha un’abilità particolare con le banche, ha numerosi conti aperti in istituti di credito diversi dai quali sposta somme di denaro al bisogno, se ne fa prestare per coprire uno scoperto, versa qualcosa ogni tanto e così a rotazione.
Ci sono tre parole che mi sembrano riassumano molto bene il vivere di Giovanni: trucco, talento e sfuggire. Le ho cerchiate da una frase in particolare che mi è rimasta impressa.

“Questo se ricevi la convocazione. Il trucco sta nel non riceverla affatto. Bisogna avere un talento, per questo. Bisogna saper sfuggire, sottrarsi, mai firmare niente che il postino voglia farti firmare.” (pag.98)

Giovanni vive decisamente al di sopra delle sue possibilità economiche, come gli farà giustamente notare un creditore. Non perché il suo reale tenore di vita sia scadente, bensì perché è il sistema che lo porta a possedere una porche, ad attirare registi ricercati, a ottenere finanziamenti della comunità europea e viadicendo – è il sistema insomma che gli procura eccitazione, lo fa sentire un ‘vincente’. Perché quel sistema di incastri, corde tirate ma mai troppo, equilibri rivolti alla fuga, promesse puntualmente disattese- tutto questo è un gioco. Un enorme gioco che Giovanni affronta ogni giorno convinto di vincere la sua partita perché è quello che ha fatto per vent’anni e più.

“ Ora invece camminavi su una strada di periferia, stanco, malmesso, senza soldi, rischiando ogni momento di essere investito: e la scommessa era tutta lì” (pag.192)  (i termini ‘gioco’, ‘scommessa’, ‘partita’, ‘mossa’ ricorrono con una certa cadenza nella narrazione che fitta li ingoia ma non mancano di emergere nei significati importanti)

Perfino i rapporti umani sono misurati in base alla loro minore o maggiore quotazione, al valore di ‘mercato’ insomma. In particolare la sua relazione con la moglie e perfino il recente legame rimasto dopo la separazione viene spiegato con termini proveniente dal mondo azionario. Ho avuto spesso l’impressione che per lui i più comuni sentimenti non esistano, neanche si pone il problema (o almeno è quello che traspare dall’ironia velata del narratore tanto quanto dalle azioni stesse del protagonista). Il sesso certo, non si discute, ma a monte c’è sempre un calcolo di probabilità, una ‘stima’ o una valutazione sulle potenzialità. Non ho mai trovato la parola ‘amore’ e affini, davvero mai (nel caso mi sbagliassi, me le fossi perso leggendo accolgo segnalazioni o rettifiche). Non credo che Giovanni possa andare molto oltre un tiepido interesse momentaneo, non dal punto di vista dell’istinto innato. A un certo punto ho pensato, verso la fine del romanzo, di essermi sbagliata quando si legge che ha voglia di rivedere le sue figlie (rimaste con la moglie dopo la separazione), manifesta quello che sembra un bisogno dettato dalla reale mancanza. Ma poi se ne pente. Si scoprirà che invece. Insomma. Tutto ha comunque un retrogusto legato al gioco, alla potenziale vittoria da raggiungere e al rimanere un rispettabile vincente.

“Magari un maschio ti avrebbe consentito di lanciare un’offerta pubblica di acquisto e ritornare in possesso di quell’un per cento di azioni familiari che facevano la differenza.” (pag.121) (Su questa frase ho dovuto respirare un po’ per calmarmi. Come donna e madre intendo. Seppure consapevole dell’ironia, la provocazione, sono convinta che qualche maschietto in giro per l’Italia lo pensi davvero.)

Nel corso della narrazione mi è venuto il sospetto che il vero colpevole di ogni azione, risvolto, conseguenza e caduta fosse l’incomunicabilità e ‘quel vivere ognuno per sé’ che mi sembra, in realtà, un messaggio in codice che Alajmo lascia al lettore. Tutti i personaggi, di fatto, hanno difetti evidenti. O sono avidi, o sono acidi, o sono opportunisti, si sentono superiori agli altri, tentano di schiacciarsi a vicenda, cercano una perenne luce che li illumini più di.
Le figure femminili, in particolare, mi hanno colpito perché ognuna a suo modo si lascia sfruttare da Giovanni ma anche il contrario. Tra amanti, amiche, moglie e figlie non c’è nessuna in particolare che dimostri di interessarsi seriamente a lui e – chiaramente – viceversa. E’ un resoconto crudele, sprezzante in alcuni casi dell’universo femminile in generale, quello che emerge dalle pagine al punto che viene quasi il sospetto che il fantomatico ‘narratore’ sia un uomo a sua volta. Io credo di si. Le donne, dunque, non sono poi tanto diverse dagli uomini in quanto a desideri e bisogni. Vogliono comunque qualcosa che va oltre il gesto singolo, il sentimento. Eppure hanno un’unica diversità che mi è sembrata rilevante, qualcosa che alle figure maschili non è concessa: ‘il bastarsi’. Che emerge in particolare in un stralcio che di seguito cito ma lo si ritrova anche in altre scene dove l’amante di turno lo molla per qualcosa o qualcun altro senza troppe cerimonie di addio. E’ come se Alajmo volesse sottintendere che le donne, comunque, cadono in piedi o si rialzano con meno ammaccature proprio perché possono bastarsi da sole, in certe condizioni.

“Era normale. Ormai le tre donne di casa bastavano a sé stesse. Ti chiedevano una partecipazione puramente formale, mentre nel frattempo il tuo mondo, il mondo che tu padroneggiavi, si muoveva in maniera sempre più rapida e in una direzione del tutto diversa.” (pag.124)

Questo romanzo è il tratteggio di una società allo sbando, piena di buchi e assenze. Giovanni è di certo il rappresentante di una certa categoria di persone che vivono per sfidare le regole, per vincere barando, in pratica. Ma è in buona compagnia. Anche se, probabilmente, è l’occhio che osserva ad avere una certa predisposizione a una visione ‘nera’ dove nessuno prova sentimenti autentici, dove non ci si innamora con la ‘i’ maiuscola, dove non esiste la rinuncia, il bene altrui e la stima. Esistono soltanto le mosse. E la conclusione della partita che si avvicina sempre di più, attraverso un ritmo incalzante, crescente e allucinato.
E’ difficile per il lettore qualificare quello che sta leggendo. Da subito capisce di essere finito nelle mani abili e maliziose del ‘narratore’. E’ un racconto che segue mosse non consecutive, l’asse temporale viene stravolto spesso, direi più facilmente ripreso. Si accennano eventi che poi verranno chiariti in capitoli successivi, attraverso una nuova mossa. E in questo continuo ricostruire il presente (mentre il narratore si rivolge a Giovanni) e il passato che ha diversi strati di vicinanza con il presente; in mezzo a questa ricostruzione, insomma, il lettore gira. Gira come una trottola. E si lascia anche ‘fregare’ da narrazioni che sembrano ma non sono. Come quando, in uno dei capitoli iniziali, il narratore ripercorre la vita della madre di Giovanni. Peccato che la tragedia in cui si va a infilare il lettore non sia mai esistita. E lo scopre subito dopo, il tempo di sospirare per la sfortuna di questo bambino e zac! Si scopre l’arcano, la bugia studiata a tavolino dal protagonista stesso per camuffare un’altra degradante realtà.
Non è dunque una lettura immediata, bensì è un incastrare moti, avvenimenti, intenti del narratore quanto del protagonista.
Eppure è una di quelle ‘fatiche’ che non restano silenziose. Credo che il lettore si renderà conto, alla fine, di aver scoperto un mondo nuovo, un approccio inedito alle storie, gli scavi e le analisi. E ne vale la pena, quanto meno per svincolarsi dalle dinamiche ‘tradizionali’. Assolutamente.
Mi è rimasta addosso molta aridità, un senso di oppressione, di fuga continua, di battaglia senza armi volta a spintonare qualcun altro cercando di non farsi colpire. E’un visione tragica nell’insieme, quella offerta da Giovanni attraverso le labbra del narratore. Ma anche un’analisi lucida e disperata di un’esistenza che prima ancora di arrivare alla fine è già ‘affogata’.
C’è poi, sul finale, un cambiamento di atmosfera che il lettore avverte subito. Per tutto lo svolgimento precedente, gli avvenimenti principali tra salti temporali e bizzarrie, non superano mai una certa soglia di sopportazione, non arrivano a oltrepassare il confine con il pericolo. Non si sentono, insomma, le mani che si informicolano, il cuore che accelera e gli occhi che strabuzzano. Certi capitoli sono quasi più comici che drammatici. Ma non gli ultimi. Lì davvero cambia l’aria, arrivano folate fredde e stonature che piano, piano prendono vita anche nell’immaginario del lettore. Mi sono rivista (ormai oltre dieci anni fa) mentre leggevo il famoso ‘Shinning’ di King. Non tanto perché questo romanzo diventi un horror (anche se, tutto sommato come provocazione ci starebbe anche) piuttosto perché l’abilità di Alajmo sta proprio nel tenere in pugno il lettore. E’ capace di modificare il ritmo, l’andatura della narrazione a seconda di dove vuole portare il lettore ed è una trasformazione impercettibile, che arriva lenta ma poi diventa impossibile ignorarla.
Alajmo usa la scrittura per provocare emozioni, scatena tempeste, risate o brividi senza imporsi con volumi alti (come fanno le pubblicità televisive, ci avete mai fatto caso? ) o immagini shock. Lo fa semplicemente attraverso parole sapientemente dosate, un’ironia disarmante, una visione d’insieme precisa, cruda e una volontà lucida nel rappresentare, attraverso Giovanni, quelle che sono invece caratteristiche ormai diffuse, forse addirittura radicate, in questa nostra società moderna.
Forse siamo tutti giocatori, in fondo.
Forse abbiamo imparato a misurare ogni cosa con una qualche forma di tornaconto. Gli affetti, i sentimenti, i legami. Forse tutto ci serve per.
Solo che poi ne perdiamo il controllo. Di questo nostro mondo fatto di equilibri sottili, fili tirati, silenzi e parole non dette (perché non c’è la volontà, la voglia di conoscere gli altri a fondo come ammette lo stesso Giovanni quando confessa di non conoscere le sue figlie perché non ha mai trovato qualcosa da dire – che nonostante l’ironia del narratore è un’affermazione forte, devastante nella sua onestà).
Affogarsi da soli è un paradosso eppure è esattamente questo il messaggio finale o almeno quello che ho colto io.
Finire affogati per mano propria, perché ogni mossa è un accerchiamento di pedine che sono le nostre alla fine, non quelle dell’avversario.
Siamo noi che ci condanniamo.
Crediamo di uscirne vincitori fino alla fine e questo ci rende ciechi, non ci lascia ragionare sulle mosse successive, sulle conseguenze.

“Le parole non bastano. Le parole sono troppe e servono a poco. Sei stufo di sentire tutte quelle parole. E’ un attimo: sposti…” (pag.229)

Non saprei stabilire se è un ragionamento prettamente maschile (io l’ho sentito fare solo da uomini fin ora ma non sono un distaccamento dell’Istat) però c’è di fondo questa visione della realtà a testa in giù che un po’ sconcerta. Così come si avvertono i silenzi, le non comunicazioni, le condivisioni dimenticate, mai pronunciate quanto ignorate; quanto il protagonista continua a sentirsi vittima di queste parole che gli sembrano sempre e comunque in eccesso. Allora forse è solo una questione di angolazioni, di punti di vista. E in questo romanzo, in effetti, l’intento è focalizzare l’attenzione su talune angolazioni (la scelta stessa del narratore in seconda persona, sembra ‘ di parte’, quanto meno poco globale nell’ordine generale della storia).

Barbara Gozzi

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Roberto Alajmo è nato a Palermo il 20 dicembre 1959. Ha pubblicato, fra l’altro: “Almanacco Siciliano delle morti presunte “(Edizioni della Battaglia, 1997, premio “Feudo di Maida”), “Le scarpe di Polifemo” (Feltrinelli, 1998, premio “Arturo Loria”), “Notizia del disastro” (Garzanti, 2001, premio Internazionale Mondello), “Cuore di Madre” (Mondadori 2003, premio Campiello, secondo classificato al premio Strega), “Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo” (Mondadori 2004), “E’ stato il figlio” (Mondadori 2005, premi SuperVittorini e Super Comisso, finalista al premio Viareggio). Con Laterza, nel 2005 ha pubblicato il saggio “Palermo è una cipolla” e “1982. Memorie di un giovane vecchio” (Laterza, 2007).

Roberto Alajmo, ‘La mossa del matto affogato’, Mondadori 2008, pag.241, Euro 17.

APPROFONDIMENTO IN RETE

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Patina

25 aprile 2008

Lo fissavano con occhi concentrati, affamati. Quasi a volerlo toccare, saggiarne la superficie con piccoli morsi delicati. Attorno a loro il brusio non era fastidioso, la galleria straripava di gente curiosa, ilare e attenta imporre la propria faccia con smania vagamente celata, sottilmente crudele. L’ambiente era illuminato da tenui faretti incastonati nei muri candidi, proiettavano verso l’alto tonalità color carne, nocciola e rosa confetto. Ogni opera era esposta con cura, distante dalle altre come a volersi isolare.
Ma loro stavano lì, con i bicchieri freddi in mano. Seri e rigidi. Indecisi. Sbavati.
– Per me non è una foto.
– Ma dai, hai letto bene la targhetta?
– E tu l’hai vista bene?
Brusio, risate e passi lenti, indolenti.
– A me sembra un quadro. Dai, uno di quelli da sala d’aspetto di provincia…
– Stai esagerando. Com’è andato poi quel lavoro?
– Ti dico che è il dettaglio di un dipinto. Dell’ottocento ecco, ti do anche un periodo storico così ti senti più tranquillo.
– Va bene, va bene, come ti pare. Però non mi hai risposto.
– Non è andato.
– Ah.
– Magari la prossima volta.
Sorriso spontaneo ma poco convinto.
I due si allontanano. E quella patina tra loro, in mezzo a loro, se li trascina senza sostanza, umore inconsistente quanto schiacciato, rattrappito da qualcosa che non c’è, non ha corpo eppure li ha presi con sé, li porta con un guinzaglio corto, scintillante.
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Foto BG.
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Nota dall’ ‘Officina: dettaglio di una fotografia scattata ieri a metà pomeriggio con la fotocamera del cellulare, da cui la sgranatura, le imperfezioni e la qualità complessiva nettamente inferiore. Eppure l’effetto complessivo di questo angolo di immagine da subito mi ha fatto pensare a qualcos’altro, di diverso nella ‘veste creativa’. Come se non avessi scattato davvero. Ma spennellato.
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Scheggia contaminata apparsa sul blog Declinato al Femminile.

L’amore è uno di quei sentimenti che risente molto delle esperienze personali, secondo me. Tremendamente. E’ impossibile non associarlo a quello che ci è accaduto, nel bene quanto nel male. E’ impossibile non ‘collocarlo’ all’interno di specifiche emozioni provate, a volte subite o comunque avvertite quando.
Il romanzo di Lidia Ravera racconta di amori. Mancati. Desiderati. Respinti. Mai nati. Contraddittori. Confusi. Silenziosi.
Si tratta di entrare tra personaggi che si, sono reali, se ne sentono i respiri, i gesti così comuni a tanti altri che anche noi compiamo ogni giorno. Sono dunque rappresentativi ma di un certo tipo di approccio all’amore, verso e con l’amore. E’ questa, a mio avviso, una delle caratteristiche che possono determinare l’appassionarsi o, viceversa, la repulsione immediata verso questo libro. Perché è la storia stessa che si incammina attraverso viuzze strette, isolate a volte (di certo poco frequentate) e piene di imprevisti, alberi marci crollati e fango spesso quanto invisibile.
Stefano lavora nella filiare romana di una casa editrice, anni prima aveva tentato di gestirne una sua con risultati prevedibili quanto fallimentari. Stefano è separato dalla ex moglie, l’ha tradita con OP ovvero Opera Prima, una giovane autrice dalle qualità acerbe con cui ha avuto una breve relazione di sesso.
In un’estate afosa, però, Stefano si ritrova in casa Sophie, donna elegante ed evidentemente in età matura che diventa la sua domestica, prestata – spiega lei – proprio dalla ex moglie che avendole già corrisposto lo stipendio ma non avendo più bisogno dei suoi servizi (Sara, la ex moglie è partita per una crociera, si dice) l’ha ‘ceduta’ a Stefano. Un dono, quasi. O uno degli ennesimi espedienti della donna per far pesare all’ex marito la sua posizione economica e il tradimento.
Eppure si percepisce da subito che questa domestica misteriosa cela qualcos’altro, che il lettore avverte ma non può – non deve – intravvedere con chiarezza come del resto lo stesso Stefano che si lascia condurre tra danze solitarie e pasti regolari a cui non era più abituato.
Tutta la prima parte e anche oltre di questo libro racconta una storia sottile, che si alimenta di silenzi, parole non dette ma quasi sussurrate, e in quel ‘quasi’ c’è la chiave di lettura per il resto della narrazione. E’ un ritmo lento, rallentato, che dilata il lettore, lo costringe ad ‘andare piano’ ad assaporare piccoli sviluppi, incontri domestici, riflessioni vaghe eppure intense, dettagli che sembrano caduti per caso (sembrano, appunto).
Poi tutto cambia.
La trama vira, si scopre al lettore in tutta la sua nuda crudezza ed è proprio in questa seconda parte del libro che, credo, il lettore possa innamorarsi del tutto o storcere il naso di fronte ad avvenimenti che non seguono canoni ‘tradizionali’, non ci sono quegli elementi tipici dell’innamoramento, quanto meno di quel tipo di innamoramento che ci si aspetta per convenzione, tradizione se vogliamo. Perché non è tanto ‘come’ lo vivono ma è proprio l’approccio che hanno i personaggi verso questo sentimento a lasciare stupiti, forse sorpresi, magari amareggiati o tediati o viceversa comprensivi.
Si potrebbe addirittura arrivare a pensare, ormai sul finire della lettura, che sentimenti così, visioni così non esistono davvero, non sono neanche verosimili. E invece no, io credo che esistano, credo che ragionevolmente in mezzo a questo nostro mondo vario, frammentato, disomogeneo, confuso e stordito si possa.
Non aver amato fino a oltre i quarant’anni.

” […] “non ho mai amato nessuno, e non amerò, probabilmente, mai, mi manca quel muscolo, il massimo che riesco a pompare è un pò di affetto, di tanto in tanto un pò di ammirazione. Raramente per le donne.” Non ricordava la reazione di Sara. Avevano tutti e due, all’epoca, da poco passato i trent’anni.” (pag.135)

Scegliere di giocarci, con l’amore, senza lasciarsene penetrare davvero.

“Ma forse non era vero lo stesso.
Innamorarsi non è fare l’amore.
Fare l’amore è come cucinare, ci vuole un pò di estro, ma la sostanza è manualità. Lei lo faceva bene, come faceva bene gli arrosti, le torte, le quiche, i brasati. Lui reagiva bene. ” (pag.89)

Temerlo, questo sentimento talmente strano, incomprensibile che ci schiaccia nella sua morsa fino a farci ‘fare’ quello che vuole.

” Sentiva il bisogno di difendersi dall’invidia, ne aveva paura. Aveva paura di tutte le solitudini che la sua felicità stava sfidando.” (pag.82)

Ma, più di tutto, credo che si possa – pur non avendo più vent’anni – cadere in uno stato di profondo e irrintracciabile stato di totale bisogno, dipendenza, annegamento verso un’altra persona che comunque non si conosce, non del tutto, perfino nelle informazioni pratiche minime (dati anagrafici esatti, attuale situazione personale, condizione economica…). Si, questo lo credo. Assolutamente.
Poi esiste tutto un mondo, che la Ravera tratteggia sul finale senza addentrarsene troppo, un mondo fatto di scommesse notturne, di ‘vita al buio’, di sesso che non si fa domande, cede a questo o a quell’altra senza ragionare ‘per genere’. E’ un mondo che tutt’ora (almeno in Italia) tendiamo a nascondere soprattutto a noi stessi. Dove si vive di espedienti ma anche di libertà di costumi, dove tutto – ma proprio tutto – ha un prezzo, un dare e avere automatico che diventa strumento di sopravvivenza.
Ebbene, proprio laggiù finirà Stefano, senza rendersene conto, senza averlo chiesto oltre tutto.

Un aspetto da non trascurare in questo libro è la scelta del tipo di narrazione. Per tutta la prima parte (con qualche ripresa successiva e nel finale), l’occhio del narratore è puntato su Stefano e non lo molla un attimo. E’ di lui che si narra, è lui che viene seguito negli spostamenti, nelle scelte e nei ragionamenti.
Finché la Ravera decide di cambiare, sposta l’occhio e permette al lettore di ‘ascoltare’ gli altri due mondi che si orbitano accanto seppure per un breve lasso di tempo. Quello di Sara, la ex moglie e naturalmente di Sophie. Ed è un cambiamento che ho molto apprezzato perché ne sentivo il bisogno, di lasciare per un pò il protagonista e avvicinarmi meglio, con più chiarezza a queste due figure femminili che sono importanti da subito (per la trama e gli sviluppi) eppure restano ugualmente in ombra, come se il loro punto di vista continuasse a celarsi, a mescolarsi coi silenzi. E’ proprio da questo tipo di narrazione, più femminile, in un certo senso di pancia e vomito, che il lettore afferra molti dettagli mancanti, dettagli che spostano in parte la visuale. Come spesso accade, quando si ascolta ‘l’altra faccia della stessa medaglia’ il male forse non è più così tanto male o lo è per motivi e disagi diversi dalle aspettative, mentre il bene si confonde, trova nuove dimensioni e collocazioni, vira insomma.
Una volta, una donna mi ha detto che ‘non è tanto una questione di stare con uomini o donne, quanto il trovarlo. Quel qualcuno così, che fa per noi e prenderlo. Di corsa. Perché se c’è e l’hai scovato ti conviene tenertelo stretto’. Ecco, mi sembra che sia un pò questa la chiave di lettura, la filosofia di vita di Sophie che – senza voler svelare troppo sulla trama – è di certo una cacciatrice, quanto una donna in fuga, un’abile attrice eppure così fragile quando. Sophie è un personaggio che lascia qualcosa, almeno a me è successo, una patina, un umore unto e che sembra inodore finché non ti avvicini, pieno di musica in sottofondo eppure immerso tanto, troppo, in silenzi studiati, cercati e forse anche amati.

“Lei non voleva dividere la sua vita con nessuno. Non aveva mai voluto… E adesso, arrivata all’età in cui le donne si preparano a scomparire, quest’uomo l’aveva estratta dal mucchio, le aveva mostrato il trono su cui ti può innalzare qualcuno, quando ti crede unica, diversa da tutte le altre.” (pag.162)

Non da meno Sara, che il lettore finirà per detestare nel corso della prima parte del romanzo, si mostra, invece, in pochi pagine in realtà, diversa dalle attese. O meglio. Quello che ne diceva Stefano, certo, aggiungendo una serie di paure nascoste, comportamenti al limite dell’ossessivo ma causati da dinamiche molto meno rare di quanto crediamo. Una donna come lei, ricca e dal fisico ancora giovane, sportivo, non dovrebbe avere problemi – è questo il peso che si trascina il personaggio. Un peso che la schiaccia, ne mostra il dolore più profondo, questo bisogno di amare in modo totalitario, quel tipo di amore che ci si aspetta di leggere nel romanzo e invece non c’è, è diverso nei moti, gli umori e di certo gli svolgimenti.

” Il silenzio li stava riportando ad altri silenzi del passato.
C’erano stati molti silenzi nel loro matrimonio, silenzi di qualità diverse. Gli ultimi silenzi erano crepuscoli in un cimitero.” (pag.126)

C’è poi – e qui la volontà della Ravera mi sembra di averla sentita come un’imposizione ‘dall’alto’, un dictat – c’è insomma una parte della storia che verte inevitabilmente attorno al mondo dell’editoria. Stefano, come accennavo sopra, lavora per una casa editrice. OP è la classica ragazza giovane che scrive e le tenta tutte per emergere, per farsi pubblicare l’opera seconda e tutto il resto. Ci sono alcuni colleghi di Stefano che parteciperanno a una parte della trama trascinandosi dietro un contorno che sembra ‘relativo’, invece secondo me è assoluto. E’ rilevante insomma. Non tanto per approfondire i protagonisti, appena un pò. Ma neppure per la trama in se e gli sviluppi. Proprio poco.
Gli stralci offerti dalla Ravera sul mondo dell’editoria ci sono per un motivo. E secondo me è qualcosa che ha proprio poco a che fare con la storia. Sono messaggi. Strizzate d’occhi. Frecciate sibilline. O almeno, è così che le ho percepite io leggendo, forse perché talune dinamiche le conosco, le ho sentite, ne hanno già discusso altri. Eppure non è affatto casuale. Sono troppi i riferimenti. Le parole messe in bocca a certi personaggi per. ‘Per’ informare forse, ammonire, divertire, sorridere ironicamente o magari dissuadere. A ognuno, il suo ‘per’, suppongo.

” […] mise mano a una pila di cartelline rigide, che contenevano dattiloscritti. Era il Gulag dei Senza Speranza, gente che aveva inviato il proprio elaborato per posta, senza telefonate di sostegno. Erano quasi sempre storie fragili espresse con parole ricercate. Molto sesso e qualche malinconia. ” (pag.116)

” Tutti i giovani scrittori, maschi d’età compresa fra i trentotto e i quarantacinque anni, che si attenevano scrupolosamente al costume di jeans e motorino, come per una convenzione da commedia, avevano imparato ad accontentarsi. Di femmine, nella scuderia degli esordienti, c’era soltanto Silvia, ad aspirare al titolo di ‘giovane scrittore’. Le altre erano meteore. Troppo grasse, troppo pigre o troppo insicure per andare oltre la raccolta di raccontini.” (pag.76)

” Non gli viene mai in mente, a questi qua, che forse hanno scritto un libro di cui non frega niente a nessuno? Non li sfiora il sospetto di essere finiti, morti, sepolti, senza alcun aggancio con la realtà… decotti stantii… oddio!” ” (pag.47)

Nel complesso è un romanzo che assembla. Si rifiuta di seguire linearmente una storia d’amore bensì ne cambia inquadratura, la spezza a un certo punto per poi riallinearni i pezzi (in ordine non proprio coincidente). Ma è anche un cercare squarci di una realtà che evidentemente la Ravera conosce bene, sullo scrivere e il pubblicare e il ‘fare libri’ che non è proprio un amare ‘le storie’ in senso stretto.
E questa storia, invece, quella di Stefano che poi cede la scena a Sara e Sophie, per poi tornare e riprendersi con forza e sfinimento il suo pubblico; questa storia ha qualcosa di latente, di ‘confine’ nel suo svelare graffi generalmente camuffati, nel suo accarezzare dinamiche sentimentali ma che sono anche estremamente pratiche, dal sapore acido del quotidiano, della ricerca di un ‘vivere’ che sia come un vestito che ci fa stare bene, si aggrappa alle nostre curve naturali e le valorizza, ci rende pronti ad affrontare cosa c’è ‘là fuori’ senza che gli altri o le convenzioni condizionino le cuciture o i tessuti di questo nostro vestito che non è ‘taglia unica’ – mai! – è un modello di sartoria d’altri tempi, cucino a mano e rigorosamente con lentezza esasperante, che risente del tempo e le esperienze.
A volerli guardare più da vicino, questi personaggi, se lo stanno cucendo da soli, il vivere, ognuno tentando di coprire certe cicatrici mentre altre sbucciature finiscono inevitabilmente in vista, parte di un nuovo modo di sentirsi e forse – forse – accettarsi.

Ci sono alcune imperfezioni, una in particolare, di tipo grafico che in ogni caso non inficiano la lettura che anzi risulta facilitata dalla grandezza dei caratteri e la dimensione del volume (comodo da portare in giro, con la copertina morbida adattabile a borse e affini).

Sullo stile della Ravera non ho molto da aggiungere a quanto si è già notato leggendo le brevi citazioni che propongo sopra. E’ un linguaggio che si sfida a volte, altre scorre sciolto, quasi automatico. Ci sono punti davvero eccellenti nell’uso delle parole, nel saperle mettere in fila lasciando il lettore anche un pò sorpreso sul risultato finale talmente giusto, adatto a quel preciso risvolto narrativo. In altri casi sembra appiattirsi un pò, appena, il tempo di lasciar respirare il lettore, come a non volerlo affaticare troppo (e qui certo dipende dal tipo di lettore, dalla dimestichezza che ha con la lettura in generale e i linguaggi meno standard, non da best seller per intenderci). Personalmente avrei apprezzato di più lo sforzo di mantenere alto il livello strutturale, ma è chiaramente un’annotazione legata al mio gusto personale e quindi assolutamente opinabile.

Annotazione personale: nel contesto ironico quanto crudo e sottilmente vero, mi è rimasta molto impressa questa parte (gustabile anche senza sapere il contorno):

” […] Lui detestava certe formule del parlare comune. Per filo e per segno. Dava in escandescenze, che cosa vuol dire, sceglietele le parole, le parole hanno un’anima… era uno dei suoi numeri fissi in società. Gli amici si divertivano. La passione per le parole, a non averne altre, può farti accettare nel gruppo. Chi è senza passioni non ha fascino. Non ha diritto a essere amato. ” (pag.130)

La seduzione dell’inverno
di Lidia Ravera
Nottetempo, 2008
Isbn 978-88-74-52138-8, Euro 14

Non sono

17 aprile 2008

Ogni tanto penso ancora di non aver trovato.
‘Non aver trovato’ in generale, come concetto intendo, né persone inquadrate in un
certo modo tanto meno situazioni regolari, nella norma insomma.

[…]… in coda a questo ‘trenino sghembo’ ci sono io che non sono né carne né pesce – e, per concludere gli incisi, non c’entro niente neanche con frutta o verdura.
Ci sono io 
si, che nonostante tutto sbatto contro muri invisibili e giro come una trottola per qualcosa che neanche ricordo.

[…]
In questo momento mi mancano di più le persone morte. Delle vive.
E non è proprio un buon segno, secondo me.

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Foto di BG.

Note sulla fotografia: risale a martedì scorso (18 marzo 2008), i colori sono naturali, non c’è manipolazione, il verdastro ‘sporco’ e il giallo ‘sfumante’ sono – insieme con il nero – tonalità decisamente frequenti nelle campagne emiliane (specie nei momenti di transito tra la notte e il giorno o viceversa); il grigio, invece, che qui non c’è assorbe praticamente tutto ma solo quando si alza la nebbia.
Note sul testo: questi stralci fanno parte di una storia nuova che si è ‘stabilita’ nella mia testa da qualche settimana. Sono bozzoli, brandelli di parole della protagonista. Li ho scritti di getto, come si usa dire ‘di pancia’ e rileggendoli non c’è dubbio che lì dentro ci sia un pezzetto di me che probabilmente in questo periodo ha più bisogno di gridare qualcosa al mondo. Senza la pretesa di essere (ascoltato) o l’intento (di andare in un posto preciso), anzi. Gridare e basta.

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Contaminazione apparsa sul blog di Declinato al femminile.
Breve spiegazione di questo nuova voce QUI.

Tra queste lenzuola

13 aprile 2008

Non lo so se poi, se noi.
Però ti aspetto.
Tra queste lenzuola fredde, vuote.
E non dormo altrimenti mi perdo, dimentico.
Che tu devi arrivare (vero? Non è un sogno, un’illusione. Mi hai detto ‘arrivo’. Due ore fa. Si sentiva il rumore della strada in sottofondo e il brusio della radio accesa . Ho sentito che sorridevi, ci giurerei. Per questo aspetto.)
Eppure mi sembra che.

Ho sonno.

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Stralcio simil-poetico pubbicato su TheSleepers.