Sii foglia d’autunno

23 dicembre 2008



Sii foglia
e smettila.
Lasciati andare
dove nessuno può sapere e prevedere.
Dove nessuno ti può cercare.
Fermati e ascolta, ce ne sono altre come te
smarrite, perdute, silenziose.

Sii foglia
e ama quel rosso che ti resta tra le ciglia
liscialo e cullalo, sei così bella sai?

Sii foglia d’autunno e sorridi al tempo che verrà
ai sospiri del vento freddo
e ai raggi incerti, delicati.
Sei preziosa, ricordalo.
Sorridi, lo sento.

Qualcuno, adesso-domani-ieri-presto-chissà
ti raccoglierà,
allora si.
Credimi.
Anche tu saprai.

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Quelle volte

24 novembre 2008

Quelle volte,
quando il cielo si fa strano
quando l’aria si intiepidisce
e li sento sulla pelle,
gli odori del tempo che fugge, si rintana.

Quelle volte,
se sto aspettando
ma non so chi o cosa
allora la pioggia e il vento mi rassicurano
e fissandoli ti sento, forse ci sei.

Quelle volte
che sembro una fine porcellana
scricchiolo e mi sbecco a ogni passo
poi mi rialzo
ma non serve, tremo.

Quelle volte
forse è solo la bocca secca,
il cuore matto e la pelle ruvida, cadente
forse è così che sono,
e dentro, dove neanche io arrivo
so che non c’è posto per le costruzioni.

L’autunno è quelle volte,
conosce i segreti e li sussurra,
sa come spiegarti
che anche io.

[versi pubblicato su PB il giorno del mio trentesimo compleanno]

E ogni volta

18 novembre 2008


E ogni volta che mi perdo

dimentico cosa sono,
ignoro le urla (le mie),
mi lascio appesantire dai doveri,
mi trastullo tra paure, silenzi e pianti.

E ogni volta che me ne accorgo
non so cosa fare.

Barbara

Sai

16 dicembre 2007

Sai che così non si può.
So che lo sai perché ti si arriccia la fronte quando mi guardi. E tenti di sorridere alle scemenze della tv.

Sai che certe volte c’è bisogno.
E non è per te. Sono io che mi sono persa, annaspo in acque grigie, torbide (forse non le guardo davvero, per questo sembrano putride, lancio occhiate svelte come faccio ogni volta che mi convinco di non farcela, non riesco, ogni volta che sento quel fastidio alle ossa, il battito che trema e la paura di rimare, rimanerci piantata, immersa in sabbie mobili dense, filamentose, raggrumate ).

Sai che gli spazi sono stretti, convulsi, strizzano i polmoni fino a farli sussultare dal dolore. Non c’è soluzione, però, è così. Di meglio non possiamo permetterci, non è proprio possibile che. E anche qui, se ti guardo riflesso nel vetro della bottiglia (la tua, quella frizzante fredda che posizioni a tavola con maniacale precisione ogni sera) se tento di acchiappare i tuoi occhi allungati, i contorni deformati, la bocca enorme, se lo faccio sento un disagio sotterraneo. Che striscia e si contorce a ogni gesto ripetuto, ogni volta che ci sfioriamo, rubiamo un bacio che scivola via (lontano, non è nostro).

Non mi sento.
Poi la nebbia è un animale selvatico che per sopravvivere mi afferra da dietro, con i gomiti preme sul collo e mi zittisce. Allora non ho più parole (come del resto capita spesso anche a te) e se non le dico, certe cose, poi di notte mi torturano. Sfregano la pelle e la fanno morire, succhiano linfa direttamente dal cervello (c’è una cannuccia speciale per queste cose, è spessa e sottile, affonda tra le cellule della testa e si arpiona con facilità alla materia, non risente dei movimenti – perché io mentre dormo non riesco a stare ferma, mi si informicolano le braccia – comunque lei entra attraverso le orecchie e loro escono. Loro, i pensieri trattenuti, mi odiano perché ho negato la libertà, ho impedito all’aria fresca di accarezzarli, ho frenato la gioia dell’uscita, ho allontanato la liberazione dalla scatola chiusa.)
Ecco perché non mi sento.

Sai che succede qualcosa quando arriva la nebbia, quando ci accarezziamo attraverso le bottiglie piene. Lo sai ma non capisci. Non è possibile che tu, che poi, che.
E non mi arrabbio più, mi sento abbandonata, lontana, persa in quelle acque che.

Odiandoci, amandoci

21 marzo 2007

Odiandoci, amandoci.
così siamo andati avanti fin ora.
Tu e io.
Diversi. Nel profondo.
Due anime irrequiete. Silenziose. Riflessive.
Spesso simili, si. Ma anche lontani.
Ricordo le corse in spiaggia per arrivare alla lezione di nuoto,
la voglia di un abbraccio,
un ‘ti voglio bene’ dopo un momento difficile.
Si papà. Ricordo questo e molto altro.
Si dice che gli angoli bui andrebbero dimenticati.
Annullati. Affogati dal mare dei ricordi felici.
Si dice.
Adesso so che l’amore può avere tante facce.
Linguaggi a volte incomprensibili,
azioni che sembrano raccontare qualcos’altro.
E invece nascondono un bene che non si può descrivere…

Grazie per essere mio padre. Così come sei.
Forse un giorno te lo dirò. Ma credo che tu lo sappia.
Nessuno è perfetto, lo so!
Ma se non ci fossimo dati battaglia…
forse non saremmo quelli di oggi. Di domani.
E magari, non ci vorremmo lo stesso bene.
Incatenati.

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Dedicato a mio padre.