il vuoto di un buco

25 gennaio 2008

You say
One love
One life
When it’s one need
In the night
One love
We get to share it
Leaves you baby if you
Don’t care for it

1.
Se arriva non c’è niente da fare. Niente che se lo porti via.
Il vuoto.
E’un buco che trapassa, apre, annulla qualsiasi cosa (tutto). Voci, parole e sensazioni. Sapori, colori e rumori.
Tutto rallenta, diventa pesante e inutile. Fuori posto (perchè quando arriva è un pò come se il mondo perdesse quel senso che invece ha di solito, le strade non servono più e le scrivanie piene di libri sembrano ridicoli ammassi di parole perse).
E’una percezione strana, la risucchia all’improvviso. Sempre a un certo punto (mai sotto la doccia o quando accende il forno, mai se sta camminando o accende il cellulare), sempre e solo quando dovrebbe. E’un parassita che si sveglia all’improvviso, affamato. E le impedisce qualunque cosa.
Alcuni la evitano, si siedono in fondo e pensano che sia una che ‘se la tira’ che fa la solitaria per costruzione mentale, facciata o qualcos’altro che non è importante. La signora davanti a lei, in prima fila sulla destra sembra irritata, forse non sta sorridendo quanto deve (come ci si aspetta). Poi ci sono quelli che si, si complimentano ma si tengono lontani e lei sa, sente cosa pensano ( ‘quella lì è una strana ‘).
In fondo hanno ragione tutti. E nessuno.

Quando arrivare il buco davvero non c’è modo di dimenticarlo, riempirlo o farlo tacere. Arriva e mangia tutto.

C’è un solo posto dove lui non può entrare, che la fa ridere e piangere e urlare e grattare e battere i piedi contro il muro ma lui no, divieto di accesso. Uno solo eppure perfetto. In quell’angolo buio della casa, con le dita sulla vecchia tastiera (le lettere e i numeri non si leggono più, per questo le piace, nessuno la userà mai, solo lei che scrive senza guardarli, i tasti). Là nell’angolo, il suo angolo non c’è bisogno di profumarsi i capelli, mettersi un vestito stretto e preparare il sorriso Colgate. Non c’è bisogno di spiegare perchè fa questo o quello e aspettare domande (rare), sopportare sbadigli e sguardi distanti. Poi fingere di non aver notato le facce tirate degli organizzatori (che si aspettavano più presenze, più vendite, più interesse. Non sono mai soddisfatti, è una malattia.). Là comunque c’è lei, lo schermo, le parole e quelle storie che la fanno stare bene (anche tra i rumori della tv accesa, i bambini che giocano, il telefono che suona, l’arrosto che si brucia e i panni ormai freddi dentro l’oblò della lavatrice spenta). Peccato non poterci rimanere sempre, là, adesso lo rimpiange. Vorrebbe scappare.

Il vuoto forse è suo amico, dopo tutto.

Solo che gli altri non lo capiscono.

E quel senso di non esserci, non appartenere a un posto, un momento, quello sforzarsi di non farlo capire (che non le va più, non serve a niente, non ha senso). Quell’infame stato di inadeguatezza latente, spozzatessa violenta e acida. Non si può spiegare a nessuno, condividere.
Allora apre la bocca, riflette (appena un attimo, due se proprio) e la richiude. Sperando che le lancette si sbrighino e arrivi il momento di alzarsi, abbassare lo sguardo e sospirare.
Non le piacerà mai.

2.
Sale sul taxi in fretta, ha voglia di abbandonarsi al sedile, ha voglia di chiudere gli occhi. Il taxista è un uomo ossuto con una testa ovale rasata e due occhietti vispi. Le chiede due volte dove la deve portare poi riparte sgommando. La notte è già calata, l’umidità inizia a farsi sentire. Osserva i muri delle vecchie case, un benzinaio intasato (è quasi l’ora di chiusura) e alcuni motorini che tentano sorpassi da rally (prima o poi…).
E’così ogni volta.
A un semaforo rosso si fissa su uno dei tanti cartelloni pubblicitari che penzolano dall’alto, la solita anoressica, con il solito sguardo da gattona maliziosa e quasi niente addosso (silicone a parte). Eppure non la infastidisce più di tanto. La radio sta trasmettendo ‘one’ degli U2 e le viene la pelle d’oca. Quel buco vorace distruttore si è riempito del nulla, del vuoto. Adesso può solo lascirlo fare. In mano stringe i libri e qualche foglio volante, le facce le ha già dimenticate. Restano i suoni delle voci, i colori. Presto anche quelli spariranno tra la nebbia del nulla.
Il taxista sta parlando. Del traffico in città e dei nuovi sistemi elettronici per il controllo della velocità. Sembra molto ferrato, si affanna a spiegare con una sigaretta stretta tra due dita malferme nella mano sinistra (e il finestrino accanto a lui aperto in fessura). Un ‘si, si’ è l’unico suono che riesce a emettere, gli osserva la nuca e non pensa a niente. C’è troppo buio fuori da lì, troppe luci intermittenti, cartelloni e gente ovunque che sbadiglia e preme sull’acceleratore.
Sente le ossa scricchiolare, i muscoli si allungano, sono deboli. Il sedile è morbido ma quel senso di gelo, inutilità resta. Sale.
Abbandona la testa e chiude gli occhi. Allora tornano, le facce appena salutate, i silenzi imbarazzanti e tutti quei libri sparsi ovunque. Certe volte è davvero difficile. Capire, dire e rintracciare frammenti dolci, ricordi delicati. Abbracci profumati, sorrisi spontanei, battute divertenti. Quelli si, le restano addosso, non scivolano tra l’asfalto. Ma è decisamente poco, quello che resta, e in quel momento si sente svuotata. Persa.
Quando il taxi si ferma si è addormentata.

3.
In casa c’è rumore, la televisione in sottofondo e i bambini che corrono, ridono e chiamano. Ci sono gli odori della cena, carne e formaggio ma anche il succo di frutta rovesciato sulla tovaglia e il detersivo per i piatti. Li osserva, tutti, mentre si aggirano per le stanze, li segue ma non ha voglia di parlare. Ascolta. Non pensa.
Allora com’è andata?, è un rituale che si aspetta. Sa già come rispondere, con quali frasi non lasciarsi infastidire. Poche parole veloci e convincenti. Vanno sempre bene quelle cose lì, lo legge negli occhi stanchi di suo marito che aspetta di sdraiarsi sul divano e mollare le redini. Va sempre bene, non c’è altro da dire.
Le scappa un sorriso mentre li osserva che si preparano per andare a letto. Pigiama, spazzolino per i denti, baci e coccole, profumo di latte e il telecomando scuro.
Si toglie dagli occhi le corse della giornata, certe schegge restano, torneranno al momento giusto.
Si sdraia sul letto freddo e aspetta. Le basta poco. Lo stomaco brucia, ha voglia di staccare e annullarsi. Dormire per non pensare, ricordare. Dormire per non.
Lei non esiste, adesso.
E la fatica, la pesantezza e il cuore che lacrima si zittiscono, smettono di ricordarle che invece no. Non va sempre bene. E’una battaglia persa, contro se stessa e il mondo che non capisce, non ascolta e la lascia infreddolita e secca.
A raccontare di storie che sente solo lei. Con personaggi vivi solo nella sua mente.
Forse il vuoto fa parte del gioco.
E’necessario per continuare a scrivere, per non dimenticare il peso delle parole, per non arrendersi.
Forse.
Intanto il sonno è arrivato. Un sonno senza sogni.

[In sottofondo: ‘One’ versione di Mary J.Blige feat.U2]

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‘La colpa’ è un romanzo sui silenzi. Sull’amore e la non comunicazione.
C’è una storia tra queste pagine lente, profonde che si alimenta di sesso e amore estremo, totale. Una storia d’amore, insomma, che sembra difficile da afferrare, capire. Almeno fino alle prime cinquanta pagine circa. Ed è un peccato che il colpo di scena cruciale venga svelato già nella quarta di copertina. Il gioco narrativo che da subito porta il lettore a separare la figura di Andrea da quella del fratello è un espediente perfetto per alimentare i dubbi perché l’intreccio tra la protagonista e Andrea appare da subito confuso, poco chiaro.

‘ Vorrei toccarlo. Chiedergli di abbracciarmi, di spogliarsi e fare l’amore con me. Se lui lo facesse, sempre, se lui fosse con me, sempre, non sarei quella che sono. Ma questo lo sa. E’questo il suo dolore. Di sapere.’ (pag.17)

Il lettore finisce per scervellarsi sui motivi che gli impediscono di restare, sulle ragioni che la portano a vivere sola a pochi passi dal mare senza fare nulla. Perché lei non lavora. Sta in casa. Beve. E quando ne sente il bisogno cerca uomini con cui sfogare gli istinti sessuale. In attesa che lui, Andrea, torni a trovarla, la rimetta in piedi.
C’è davvero una sottile linea di confine che si percepisce ma rimane sospesa. E il ritmo lento, la ricerca delle parole e lo stile rafforzano quest’atmosfera, proiettano il lettore proprio là, in quella casa silenziosa. O dentro i flash back che svelano nel corso della narrazione l’infanzia della protagonista. E di Andrea.
Perché in effetti, le radici del presente narrato affondano proprio in un’infanzia difficile, in una casa immacolata con una madre incapace di manifestare i suoi sentimenti, ossessionata dalla perfezione. Una madre che si sente, perfetta. Nell’aspetto come nei modi, nell’ apparenza che cura con maniacale precisione.

‘Ma lei non è in grado. Eppure non c’è rabbia nella sua lontananza. Una lontananza che è rassegnazione, come se la vita l’avesse sconfitta ancora prima di combattere, una sconfitta decisa a tavolino.’ (pag.40)

Tutti li considerano una famiglia modello. Tutti tranne loro, i due figli cresciuti tra regole tacite e silenzi. Abituati ai pianti della madre e alla condizione di totale subordinazione del padre.

‘Siamo il risultato del delirio di mia madre, ecco quello che siamo, della sua ossessione di controllare tutto, specialmente se stessa. […]Tutto si svolge in superficie, nella dimensione del visibile delle cose.’ (pag.68)

Il sesso è un elemento chiave, in questo romanzo. Non è un vezzo, un modo per attirare il lettore, un espediente. Tutt’altro.

‘ A volte credono di essere loro a decidere. Quando non li fermo, quando non mi oppongo, loro pensano così. Li lascio fare. Senza sentire dolore. Dimenticandoli subito nell’istante in cui li guardo.’ (pag.30)

La protagonista ne ha bisogno, lo usa per spezzare il silenzio, per annullare il dolore della perdita, l’impossibilità di dare sfogo a un amore condannato. Da sua madre ma anche dalla società. Lei vive pericolosamente. Andrea no, la cerca per tenerla a galla in una sorta di nuovo equilibrio instabile dove sono entrambi combattuti, frustrati, soli.
La figura della protagonista diventa più nitida mano a mano che la narrazione procede, è più facile capirne i gesti, entrare nella sofferenza, la ricerca dell’annullamento, gli istinti e le contraddizioni. E’lei che si svela, denudandosi in ogni pagina.

‘ Mi piace il bianco. Il bianco è il non colore e tutti i colori. Il bianco è come me.’ (pag.13)

Lo stile ha qualcosa di familiare, in un certo senso. E’la prima cosa che ho pensato pur essendo altresì il primo romanzo che leggo della Gambetta. Mi è familiare perché ci ho trovato intenti sperimentali vicini alla mia sensibilità. E mi è piaciuto molto. Uscire dalle forme narrative tradizionali. Entrare in quel modo spezzato, fatto di lenti affondi e ricerca delle parole, usate come parte integrante della trama. Strumenti di riflessione.
Altro elemento da non trascurare sono le atmosfere. I pini marittimi. Il profumo del mare. La sabbia. Il sole e l’afa. La notte. Tutto segue i respiri della protagonista. Tutto ne fa parte. In una lenta ricerca della verità. Di un finale che non c’è, non esiste. Ci sono loro, lei e Andrea, costretti per l’eternità a cercarsi senza potersi toccare, spezzati, sospesi.
Cos’è quindi ‘la colpa’?

‘Se mamma piange è colpa nostra, della nostra stupidità. Mio fratello lo penserà per anni, per sempre. Lui non sa quello che so io. Che lei non piange per noi, ma di noi.’ (pag.89)

E in quel ‘di’ c’è un cuore che sanguinerà sempre, nel romanzo.
La colpa, quindi, è un sapore amaro costante. E’il non essere adeguati, il non aver rispettato le regole comuni della società, l’essere stati cattivi. Ma diventa anche il non aver saputo amare i propri figli al momento giusto.
In un certo senso tutti si sentono colpevoli. Andrea sempre. Il padre per non essere stato. Forse anche la madre, a modo suo. L’uomo (padre di famiglia) che, in vacanza, finisce a letto con lei.
Tutti.
Tranne lei. Che la sente, la colpa, ne parla, la sviscera, le da un corpo e un nome. Ma non se ne rammarica, non rinnega quello che ha fatto, non tenta di cambiare, di andare avanti. Non si costruisce una vita nuova, diversa. Affatto. Resta lì. Tra il mare e la notte. Tra stordimenti temporanei e corpi in fuga. Resta lì e aspetta. Lo aspetta. E’tutto quello che può fare. Fino alla fine.
Un romanzo intenso, uno dei pochi dove il sesso non è invasivo né fine a se stesso, per i miei gusti intendo. L’ho trovato sapientemente costruito, le tensioni sono ben tenute, il ritmo lento è necessario per la maggior parte della narrazione, le dinamiche sono celate al punto giusto. Forse un pizzico di azione in più sul finale lo avrebbe rafforzato.
Mi è piaciuta l’analisi delle dinamiche familiari, l’intento di scavare tra ricordi e motivazioni. La figura paterna che si riscatta pur non potendo cancellare le mancanze passate, l’impossibilità di gestire una situazione che gli è sfuggita di mano, un amore (verso la moglie) più forte di tutto (perfino dei capricci e delle manie della donna, perfino dei figli).

‘ Questa colpa è così grande che non ha nemmeno il coraggio di vedervi. E’questo che la distruggerà. Non vedervi più, non poter rimediare. L’assenza di ogni rimedio.’ (pag.177)

Ecco perché la colpa li lega tutti con il filo sottile ma indistruttibile della separazione.

La colpa
di Deborah Gambetta
Rizzoli – collana la scala, sintonie- 2003
Isbn: 88-17-87199-0

Senti un pò.
Ha esordito così. Senti un po’. Con quel modo vagamente ironico, allegro per facciata che ormai conosce bene. Lui è fatto così, non c’è niente che possa cambiarlo. E trovarselo davanti, seduto storto al solito bar di periferia non le fa un gran bell’effetto, a conti fatti. Lo osserva, nota i toni e i gesti (i soliti) e le sbavature della voce che è sempre stata impastata, modulata come se.
Senti un pò, insomma, ci sei andata a letto?
Poteva dirlo in molti modi. Provocandola con le parole che gli piace tirare fuori quando vuole colpire duro, stupire e lasciare bocche spalancate mentre lui (figurarsi) se la ride di gusto. Poteva. Ma non l’ha fatto.
Quando si tratta di sesso (di uno di loro due) è sempre pudico. Ammalato di bisbigli e sguardi bassi. E’una strana forma di pudore la sua, che si manifesta senza clamori, si limita a mescolarla al resto del discorso e se non sta attenta, lei, non la nota, la differenza con il resto della conversazione. La differenza rispetto a ogni altro argomento che può essere smembrato, spogliato e ci si può anche sputare sopra, se gli pare.
Eccetto quello.
Il sesso tra loro. E Maddalena, finché non è morta (tre anni prima in un banalissimo incidente, in una banalissima notte invernale dopo una pizza durata più del previsto e una giornata troppo lunga sulle spalle).
Maddalena.
Lei sorride ma non gli risponde.
Perché dovrebbe? In fin dei conti non è tenuta a condividere anche quello.
Non adesso che sono rimasti in due e quel sentirsi, attirarsi per poi respingersi, cercarsi e dimenticarsi, quell’alchimia nata quando erano (in tre) si sta trasformando in fretta. Dopo che, dopo (l’incidente, la morte e il silenzio che non si può – non si deve – nominare) dopo, il mondo si è capovolto.

O forse no.

Sono loro che si sono fermati con i piedi sulle nuvole e la testa che penzola a qualche metro da terra.
E adesso che lui la fissa, insiste e finge (di non aver chiesto niente, dell’altro e dell’amore), non smette di cercare la risposta che non arriverà. Adesso.
Vorrebbe dirgli che non le dispiace essere rimasta l’unica donna della loro piccola società segreta dei sentimenti. Ed è crudele, l’ammetterlo, e drammatico. Ma è la verità.
Vorrebbe dirgli che Maddalena le manca (è ancora arrabbiata per come se n’è andata, senza un saluto, un senso, qualcosa da lasciare a chi resta, a chi deve continuare e capire e provare e ricordare e).
Eppure le piacerebbe.
Essere.
Stare.
Con lui.

Il caffè si è freddato.

——-

Questo flash narrativo è stato pubblicato sul blog ‘Promesse d’autore’ del gruppo Blogosfere nell’ambito della rubrica ‘il racconto del venerdì‘. Ringrazio Camilla Cannarsa.

Trecentoventidue

17 gennaio 2008

(Una stanza in ombra. Si vede una fila di sedie rigide attaccate a un muro bianco. Silenzio.)

UOMO1  (seduto con i gomiti sulle ginocchia, volta la testa verso sinistra) Se proprio ci tieni, parla.
UOMO2  (con la schiena abbandonata al muro, fissa il soffitto) E tu cosa ne sai?
UOMO1  Tu odi il silenzio.
UOMO2  (Pausa. Poi voce roca) Quand’è che la paura della solitudine diventa ossessione per il silenzio?
UOMO1  (si alza) Ricominci? Silenzio e solitudine sono due cose diverse, te lo deve ripetere ogni volta?
UOMO2  (sospira) Quando c’è silenzio, questo silenzio, mi sento solo. Sperduto. (pausa) Come fai a non vedere il collegamento?
UOMO1  (passeggia nervosamente) Non mi interessa. Io sto bene così.
UOMO2  (ridacchia)
UOMO1  La smetti? Mi fai incazzare. Credi di sapere sempre tutto, credi. Poi finisce che ti perdi in un bicchiere d’acqua. Ti vedo, sai? Friggi su quella sedia. Te ne stai rigido e rimugini. Sei deprimente.
UOMO2  Tu hai paura. Negalo se puoi!
UOMO1  (si blocca e fissa Uomo2) E se anche fosse? Cosa cambia?
UOMO2  Ammettilo, almeno. Sfogati. (pausa. Sottovoce) Se vuoi.
UOMO1  (torna a sedersi scomposto, si massaggia il collo) Non mi va. Lo sai. Tanto. (pausa) Resta tra noi, no? A cosa serve? E poi così… (alza le braccia in aria a voler indicare la stanza)
UOMO2  Tu sei solo anche qui. Anche adesso. Anche con me. (smette di fissare il soffitto e chiude gli occhi) Sono stanco.
(Pausa. Nessuno si muove.
La luce sopra Uomo 2 si spegne, la sagoma scompare
.)
UOMO1 (incrocia le braccia al petto e guarda davanti a sè) Ecco, bravo. Stai zitto che ti conviene. A chi parli in continuazione? Siamo sempre noi. Noi e il resto che c’è ma. Come adesso. Dove sono? Tutti gli altri, intendo, quelli in attesa di un verdetto, una risposta, una condanna o qualsiasi altra cosa gli tocchi. Non li vedo, non li sento. Io si, ci sono. Ma non basta. Non più. (pausa) Poi insomma. Parlare. Parlare. Va bene, ma non è che dopo mi sento meno solo, per dirla a modo tuo. (allontana la schiena dal muro e china la testa verso il basso) Parlare, aspettare. Aspettare, parlare. (sempre più piano) Tacere e non sentire. Silenzio. Silenzio.
(pausa)
VOCE FUORI CAMPO  Numero trecentoventitre, prego.
UOMO1  (si raddrizza in fretta rovistando nelle tasche dei pantaloni, agitato) Ha saltato il mio! Io sono trecentoventidue. Trecentoventidue!

VOCE FUORI CAMPO  Trecentoventiquattro? C’è il trecentoventiquattro?


(Silenzio. Uomo1 si blocca, si guarda in giro poi smette di cercare. Si copre la testa con le mani e piange.
La luce sopra Uomo1 si spegne, il pianto smette.
Torna la luce, illumina Uomo2 ancora addormentato sulla sedia.
Da una tasca della giacca gli cade per terra un biglietto.)

VOCE FUORI CAMPO  Trecentoventidue.

(Si spegne la luce)

Love-Lies-Bleeding (Amaranthus caudatus- coda rossa di volpe, traduz.in italiano) è un fiore a cui sono state riconosciute proprietà terapeutiche.
Da un’erboristeria on line:

‘Questo fiore permette all’individuo di affrontare e trasformare il dolore e la sofferenza. Indicando quando il dolore è molto intenso e si esprime sottoforma di angoscia, tormento fisico o di malattia. Quest’essenza non ha la funzione di un analgesico ma spinge la coscienza dell’individuo verso l’esterno, dalla concentrazione su di sè e dall’isolamento a una consapevolezza transpersonale del significato e del proposito di tale esperienza dolorosa.’

‘LIA Love-lies-bleeding. Siamo stati in India una volta. Alex voleva vedere le grotte. […] lui mi ha detto il nome comune. Love-lies-bleeding. Fiori rossi sottili. Spinosi.
[…]
LIA  È un nome così bello. Taglia come una lama.’
(pag.21-22)

Love-Lies-Bleeding è quindi un fiore ma anche una breve commedia scritta da Don DeLillo rappresentata negli Stati Uniti nel 2005, allo Steppenwolf Theatre Company di Chicago.
E’il primo testo teatrale che leggo integralmente, per questo di certo mi è difficile essere oggettiva.
La trama è semplice: l’artista Alex Macklin, dopo il secondo ictus è costretto a vivere come un vegetale, attorno a lui si alternano tre personaggi chiave che discuteranno sul tema dell’eutanasia. Toinette, la terza moglie, Sean il figlio della prima moglie e Lia, l’ultima giovane moglie di Alex.
In ognuno di questi personaggi sono rappresentati i sentimenti più comuni verso una tematica difficile da affrontare perché mette in discussione la vita, lo stabilire che e se è giusto (per la morale, l’etica, la coscienza) scegliere o meno la morte per qualcun altro incapace di esprimere chiaramente un’opinione.
Lia non è la solita donna che si sposa con qualcuno molto più vecchio di lei per soldi o potere. Tutt’altro. Lia rappresenta l’amore devoto, quel particolare sentimento che la spinge ad accudire il marito ormai vecchio e infermo, incapace anche dei più piccoli gesti quotidiani. E’un bisogno, quello di Lia, forse egoistico ma estremamente tenero sotto molti punti di vista. Quanto meno non comune. Lia rifiuta l’eutanasia, con fermezza. Non accetta di lasciarlo andare, non può. Ha ancora bisogno di lui. Per ricordare i momenti felici, i gesti e le condivisioni. Per alzarsi ogni giorno e pensare che magari.
‘TOINETTE Fallo morire in pace.
LIA Non c’è la pace nella morte. Non c’è niente. Lui è quello che sente e quello che è adesso. È Alex Macklin. E voi non avete nessun diritto di intromettervi.’ (pag.17)
Toinette esprime un’altra forma di amore, secondo me. Tra lei e Alex ci sono stati anni felici ma anche una rottura definitiva, caratteri e aspettative che, a un certo punto, si sono divisi, hanno scelto percorsi diversi. Ecco perché Toinette è favorevole all’eutanasia. Perché sa, sente, che il viaggio dell’ex marito, compagno e antagonista, non è quello di rimanere inerme in una sedia a rotelle o su un letto qualunque. Toinette ritiene, senza ombra di dubbio, che gli sia dovuta, riconosciuta, una fine diversa, più rapida e dignitosa. Allo stesso tempo ha paura, Toinette, per qualcosa che non conosce, per quello che non sa sul ‘come’ e ‘quanto’.
‘TOINETTE Vogliamo fare una cosa di cui sappiamo niente… almeno io… non riesco nemmeno a parlarne. Guarda le scarpe da ginnastica’ (pag.14)
Sean è un personaggio complesso che il lettore (pubblico se la commedia fosse rappresentata) fatica a ‘catalogare’ da subito. Non è figlio di Toinette anche se tra loro c’è un particolare legame di sostegno e confidenze. Non ha conosciuto bene il padre, anzi, emergono tra loro fratture evidenti e silenzi (Sean non lo guarda mai, il corpo del padre seduto o sdraiato).
‘ SEAN Era anche in grado di assimilare certe persone, consumarle e assimilarle. Come ben sapete. E quelle che non riusciva a consumare le abbandonava per strada. Bisogna sempre parlare bene dei morti. ‘ (pag.17)
Eppure sostiene la teoria di Toinette al punto da essersi procurato il necessario per aiutare il padre in un passaggio veloce ma indolore, onesto insomma. È attraverso Sean che DeLillo da voce a quei sentimenti meno ‘nobili’ di fatica verso la situazione di una persona cara che non ha scampo eppure resta lì, fermo ma vivo, incapace di fare alcunché eppure in grado di respirare. È Sean che manifesta fastidio verso il prolungarsi una condizione destinata comunque alla morte, una condizione che non lascia niente a chi resta accanto al malato e addirittura lo sfinisce, svilisce e ‘ruba’ tempo.
‘ Potrebbe andare avanti così per altri dieci anni. Noi continueremo ad amarlo ma sempre meno perché la sua sopravvivenza ci avrà soffocato. Non è morto ma non è nemmeno vivo. Non ancora e non più. E’a metà strada’ (pag.26-27)

I dialoghi possono sembrare a tratti lenti, inconcludenti perché DeLillo non vuole colpire con frasi ad effetto o verità assolute. Non ci sono soluzioni o certezze in questa commedia. Così come non è la potenza narrativa l’elemento dominante. Sono le riflessioni, nascoste tra le frasi dei personaggi, le uniche protagoniste. Sono loro, a mio avviso, che il lettore (pubblico) dovrebbe arrivare ad ascoltare. I dialoghi, i modi e gli atteggiamenti dei tre personaggi sono un mezzo per arrivare alla vera essenza del testo. L’intento non è rappresentare scene realistiche, coinvolgenti o di impatto. L’intento è lasciare spunti.
Intendiamoci.
Da questo testo non emergono analisi o riferimenti nuovi sull’eutanasia. E’già stato detto tutto e il contrario di tutto sulla tematica.
Eppure il tentativo di DeLillo è sottile, non invasivo ma acuto.
Gli stessi legami tra i personaggi, il passato e quello che era Alex prima degli ictus emerge nel corso del dramma attraverso i ricordi, i flash back improvvisi sempre più rilevanti. E’come se DeLillo tentasse di far entrare il pubblico nella vita dei personaggi a piccoli gradi. Solo alla fine si avrà piena consapevolezza dei sentimenti, le evoluzioni passate e le difficoltà di quattro vite diverse eppure unite.
Indubbiamente è una lettura, questa, estremamente differente dalla narrativa comune, richiede un occhio in più, un approccio anche ‘fisico’ in un certo senso. Per immaginare le scene, ‘vedere’ i personaggi in movimento, focalizzare le espressioni e le pause. Eppure mi sono sentita molto ‘dentro’(pur non avendo, ripeto, altri termini di paragone sul genere). Se potessi vederla rappresentata in un teatro a me comodo andrei subito.
Unica osservazione meno positiva è legata alla traduzione che non mi ha convinto. Da lettrice. 

APPROFONDIMENTI IN RETE
Non ho trovato molto su questo testo.
C’è una breve recensione QUI che esprime un punto di vista un po’ diverso dal mio.
Qualcosa sulla rappresentazione teatrale QUI (in inglese): ‘This is an intelligent work that rivets on the concept of what consists life and when death is welcome.’ 

‘Love-lies-bleeding’ di Don DeLillo
Giulio Einaudi Editore, 2006
Isbn: 88-06-18390-7
E.7,00