il vuoto di un buco

25 gennaio 2008

You say
One love
One life
When it’s one need
In the night
One love
We get to share it
Leaves you baby if you
Don’t care for it

1.
Se arriva non c’è niente da fare. Niente che se lo porti via.
Il vuoto.
E’un buco che trapassa, apre, annulla qualsiasi cosa (tutto). Voci, parole e sensazioni. Sapori, colori e rumori.
Tutto rallenta, diventa pesante e inutile. Fuori posto (perchè quando arriva è un pò come se il mondo perdesse quel senso che invece ha di solito, le strade non servono più e le scrivanie piene di libri sembrano ridicoli ammassi di parole perse).
E’una percezione strana, la risucchia all’improvviso. Sempre a un certo punto (mai sotto la doccia o quando accende il forno, mai se sta camminando o accende il cellulare), sempre e solo quando dovrebbe. E’un parassita che si sveglia all’improvviso, affamato. E le impedisce qualunque cosa.
Alcuni la evitano, si siedono in fondo e pensano che sia una che ‘se la tira’ che fa la solitaria per costruzione mentale, facciata o qualcos’altro che non è importante. La signora davanti a lei, in prima fila sulla destra sembra irritata, forse non sta sorridendo quanto deve (come ci si aspetta). Poi ci sono quelli che si, si complimentano ma si tengono lontani e lei sa, sente cosa pensano ( ‘quella lì è una strana ‘).
In fondo hanno ragione tutti. E nessuno.

Quando arrivare il buco davvero non c’è modo di dimenticarlo, riempirlo o farlo tacere. Arriva e mangia tutto.

C’è un solo posto dove lui non può entrare, che la fa ridere e piangere e urlare e grattare e battere i piedi contro il muro ma lui no, divieto di accesso. Uno solo eppure perfetto. In quell’angolo buio della casa, con le dita sulla vecchia tastiera (le lettere e i numeri non si leggono più, per questo le piace, nessuno la userà mai, solo lei che scrive senza guardarli, i tasti). Là nell’angolo, il suo angolo non c’è bisogno di profumarsi i capelli, mettersi un vestito stretto e preparare il sorriso Colgate. Non c’è bisogno di spiegare perchè fa questo o quello e aspettare domande (rare), sopportare sbadigli e sguardi distanti. Poi fingere di non aver notato le facce tirate degli organizzatori (che si aspettavano più presenze, più vendite, più interesse. Non sono mai soddisfatti, è una malattia.). Là comunque c’è lei, lo schermo, le parole e quelle storie che la fanno stare bene (anche tra i rumori della tv accesa, i bambini che giocano, il telefono che suona, l’arrosto che si brucia e i panni ormai freddi dentro l’oblò della lavatrice spenta). Peccato non poterci rimanere sempre, là, adesso lo rimpiange. Vorrebbe scappare.

Il vuoto forse è suo amico, dopo tutto.

Solo che gli altri non lo capiscono.

E quel senso di non esserci, non appartenere a un posto, un momento, quello sforzarsi di non farlo capire (che non le va più, non serve a niente, non ha senso). Quell’infame stato di inadeguatezza latente, spozzatessa violenta e acida. Non si può spiegare a nessuno, condividere.
Allora apre la bocca, riflette (appena un attimo, due se proprio) e la richiude. Sperando che le lancette si sbrighino e arrivi il momento di alzarsi, abbassare lo sguardo e sospirare.
Non le piacerà mai.

2.
Sale sul taxi in fretta, ha voglia di abbandonarsi al sedile, ha voglia di chiudere gli occhi. Il taxista è un uomo ossuto con una testa ovale rasata e due occhietti vispi. Le chiede due volte dove la deve portare poi riparte sgommando. La notte è già calata, l’umidità inizia a farsi sentire. Osserva i muri delle vecchie case, un benzinaio intasato (è quasi l’ora di chiusura) e alcuni motorini che tentano sorpassi da rally (prima o poi…).
E’così ogni volta.
A un semaforo rosso si fissa su uno dei tanti cartelloni pubblicitari che penzolano dall’alto, la solita anoressica, con il solito sguardo da gattona maliziosa e quasi niente addosso (silicone a parte). Eppure non la infastidisce più di tanto. La radio sta trasmettendo ‘one’ degli U2 e le viene la pelle d’oca. Quel buco vorace distruttore si è riempito del nulla, del vuoto. Adesso può solo lascirlo fare. In mano stringe i libri e qualche foglio volante, le facce le ha già dimenticate. Restano i suoni delle voci, i colori. Presto anche quelli spariranno tra la nebbia del nulla.
Il taxista sta parlando. Del traffico in città e dei nuovi sistemi elettronici per il controllo della velocità. Sembra molto ferrato, si affanna a spiegare con una sigaretta stretta tra due dita malferme nella mano sinistra (e il finestrino accanto a lui aperto in fessura). Un ‘si, si’ è l’unico suono che riesce a emettere, gli osserva la nuca e non pensa a niente. C’è troppo buio fuori da lì, troppe luci intermittenti, cartelloni e gente ovunque che sbadiglia e preme sull’acceleratore.
Sente le ossa scricchiolare, i muscoli si allungano, sono deboli. Il sedile è morbido ma quel senso di gelo, inutilità resta. Sale.
Abbandona la testa e chiude gli occhi. Allora tornano, le facce appena salutate, i silenzi imbarazzanti e tutti quei libri sparsi ovunque. Certe volte è davvero difficile. Capire, dire e rintracciare frammenti dolci, ricordi delicati. Abbracci profumati, sorrisi spontanei, battute divertenti. Quelli si, le restano addosso, non scivolano tra l’asfalto. Ma è decisamente poco, quello che resta, e in quel momento si sente svuotata. Persa.
Quando il taxi si ferma si è addormentata.

3.
In casa c’è rumore, la televisione in sottofondo e i bambini che corrono, ridono e chiamano. Ci sono gli odori della cena, carne e formaggio ma anche il succo di frutta rovesciato sulla tovaglia e il detersivo per i piatti. Li osserva, tutti, mentre si aggirano per le stanze, li segue ma non ha voglia di parlare. Ascolta. Non pensa.
Allora com’è andata?, è un rituale che si aspetta. Sa già come rispondere, con quali frasi non lasciarsi infastidire. Poche parole veloci e convincenti. Vanno sempre bene quelle cose lì, lo legge negli occhi stanchi di suo marito che aspetta di sdraiarsi sul divano e mollare le redini. Va sempre bene, non c’è altro da dire.
Le scappa un sorriso mentre li osserva che si preparano per andare a letto. Pigiama, spazzolino per i denti, baci e coccole, profumo di latte e il telecomando scuro.
Si toglie dagli occhi le corse della giornata, certe schegge restano, torneranno al momento giusto.
Si sdraia sul letto freddo e aspetta. Le basta poco. Lo stomaco brucia, ha voglia di staccare e annullarsi. Dormire per non pensare, ricordare. Dormire per non.
Lei non esiste, adesso.
E la fatica, la pesantezza e il cuore che lacrima si zittiscono, smettono di ricordarle che invece no. Non va sempre bene. E’una battaglia persa, contro se stessa e il mondo che non capisce, non ascolta e la lascia infreddolita e secca.
A raccontare di storie che sente solo lei. Con personaggi vivi solo nella sua mente.
Forse il vuoto fa parte del gioco.
E’necessario per continuare a scrivere, per non dimenticare il peso delle parole, per non arrendersi.
Forse.
Intanto il sonno è arrivato. Un sonno senza sogni.

[In sottofondo: ‘One’ versione di Mary J.Blige feat.U2]