Da QUESTO post di Satisfiction, è stato lanciato un piccolo gioco con gli incipit, supervisionato da Giulia Belloni.

Assieme a Paolo Zardi (che riprende anche lui l’esperimento QUI) ne è uscita quasi una micro-novel.

Riporto di seguito gli incipit ‘intrecciati’ (ma ce ne sono altri altri ormai, indipendente e interessanti) senza nome dell’autore, se siete curiosi potete sempre cercare gli originali sul post di Satisfiction:

1.
c’era questa musica assordante e la solita umidità notturna. sapevo che lì ero fuori posto, ridicola nel mio vestito a fiori, lungo oltre le ginocchia. e poi tutta quella gente sudata che si muoveva a ritmo mi dava fastidio. allora sono uscita e ho voltato l’angolo. degli arbusti bassi mi impedivano il passaggio, li ho scavalcati a gambe aperte. all’improvviso avevo fretta, ho cominciato a camminare più veloce, come se qualcuno mi seguisse. i muri della vecchia villa erano ruvidi, mi sono fermata e ci ho appoggiato la schiena, ad occhi chiusi. è stato allora che ho sentito un rumore e intravisto la sagoma di un ragazzo, era seduto lì per terra, a gambe incorociate, accanto a me. nonostante la sua presenza, l’oscurità e la campagna mi stavano calmando: mi sentivo meglio, laggiù.
– Si è tagliata, signorina.
Un intenso odore di sapone aleggiava, poi ho sentito una mano, calda, che mi risaliva oltre il polpaccio, verso le coscia. ho abbassato il mento, ma non ho preso il fazzoletto che lui mi allungava con l’altra mano, quella libera. sono rimasta immobile, non mi sono mossa.

2.
L’avevo detto al mio amico che lì non si cuccava. Gente vecchia, gente che ha smesso di pensare al sesso negli anni ottanta, roba da museo – da museo delle cere, intendo. Così ho preso la mia giacca, e sono uscito – davanti alla porta ho trovato una bottiglia di gin, su un tavolino, e ho preso anche quella. Fuori, si stava già meglio: luna piena, praticello, qualche pianta, il rumore della musica da distante. Ok, ho pensato, questa sera mi sbronzo, e va bene così: mi sono seduto a gambe incrociate, e mi sono ciucciato il mio gin, come avessi tutta la notte davanti per finirlo.
Dopo un’ora è arrivata una ragazza con un bellissimo vestito a fiori – appena li ho visti, ho pensato alla tomba di mia nonna, e mi è venuto da ridere; poi, invece, a un roseto di quando ero bambino, che a settembre lasciava giù tutti i suoi petali. Doveva aver scavalcato il muretto, quella ragazza, sennò era un fantasma, o io ero troppo ubriaco. Carina, ho pensato. Si è appoggiata al muro della villa, con gli occhi chiusi. Un soffio d’aria mi ha gelato la schiena. Sta arrivando l’autunno, mi sono detto, domani è settembre. E’ lì che mi è venuta voglia di cogliere quei fiori.

3.
Era tutta la sera che lui si faceva sotto – “ti porto da bere?”, “balli con me?”, “da chi hai ereditato quel sorriso?” – ma lei proprio non ne voleva sapere. Pensava ad altro – ad un concorso che stava preparando, e che si stava avvicinando senza che lei trovasse la voglia di studiare; al piccolo incidente che le era capitato quella mattina, parcheggiando, e alle urla del proprietario dell’auto che aveva ammaccato. E poi, non le era mai piaciuto ballare. Ma soprattutto, pensava ad altro in generale – così, quando l’aveva visto avvicinarsi ancora una volta, con quel sorriso pieno di intenzioni, si era fatta strada tra la gente, fino ad arrivare ad una finestra che dava sul giardino, immerso nel silenzio, pieno di odori. Gli occhi, piano piano, si abituarono a quell’oscurità: un po’ alla volta riconobbe la sagoma di un albero (secolare, di sicuro, pensò), il bordo di un muretto, qualche siepe. C’era anche qualcosa che assomigliava ad un ragazzo – pareva seduto sul prato a far niente. Poi si accorse di una figura chiara, appoggiata al muro. Un vestitino a fiori, lungo. E lui che si avvicinava a lei, lentamente. Per un attimo ebbe il timore che stesse succedendo qualcosa di terribile – e stava già per gridare, quando capì che non c’era nulla da temere. Rimase alla finestra ancora un po’ – forse dieci minuti. Poi, con un brivido lungo la schiena per una sottile brezza che annunciava l’autunno, tornò verso la sala, e quando incrociò gli occhi di lui, non pensò più ad altro.

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14/07/2008

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Ci sono posti

14 giugno 2008

Si ritrova lungo la strada senza rendersene conto; non c’è un percorso, qualcosa che le indichi con precisione dove girare o come arrivarci.
E neanche se ne accorge, non subito almeno, che l’ha trovata.

Cammina continuando a guardarsi in giro poi un raggio di sole, due cartelli storti e nell’aria un odore familiare. Si è lei, pensa, mentre rallenta l’andatura. D’improvviso ricorda il verde scuro che la colpì scendendo dalla Volvo dei suoi, ricorda l’odore di muffa e la nebbia mattutina che ne sfumava i contorni. Poi quel senso di pericolo che le ha fatto gelare il sangue, voci lontane, distorte e un agente che l’ha presa per un braccio, la tratteneva ma lei non capiva, voleva andare, proseguire e sapere cos’era successo, perché dicevano che suo fratello era lì. Ma lì dove?

Certi posti trattengono frammenti indelebili, che li collegano alle persone; tracce invisibili che sono vecchi amici mai dimenticati. E quando si riuniscono riaffiorano colori precisi, un vago aroma che trasforma la percezione in memoria e recupera schegge sepolte, di vite che sono rimaste impresse.

Proprio lì, in quella strada stretta dimenticata dall’urbanizzazione è successo.
Dieci anni fa, però.
E il solo pensarci, ricordare che, sembra complicato, uno di quei film in bianco e nero con la pellicola rovinata dal tempo e le mani. Sembra anche diverso però, adesso che si guarda in giro associando spazi a pezzi di vita sepolti dallo scorrere del tempo; sembra perfino insensato mentre ci cammina con gli occhi di quei vent’anni rubati ai banchi, con la voglia di fare tutto, ridere, non pensare e uscire solo per il gusto di non fermarsi mai.

Le campagne emiliane sono indolenti, è difficile descriverle perché il loro sapore dipende dall’umidità, dai canali quanto dalle distese di terriccio secco e incolto. E’ difficile perfino immaginarle, bisogna posarci i piedi in certi angoli nascosti, tra piante enormi e strade che sono scie di buche e ciuffi d’erba selvatica.
Lei sa però, si è fissata tutto nella testa – polaroid automatica – prima di andarsene. E adesso è tornata. Solo che non pensava di averne ancora paura.

Era il millenovecentonovantasette.
Quando suo fratello si sentì male.
Dopo una nottata passata con la solita compagnia, ‘quelli grandi’ li chiamava lui perché erano tutti ultra venticinquenni mentre lui ne aveva appena compiuti diciotto. Ogni minuto libero lo passava con loro. Beveva e di certo faceva anche altro ma non le interessava granché all’epoca. Dopo invece si, è diventata un’ossessione scoprire cosa, come, dove ma soprattutto perché. Ossessione subdola, ridicola nel suo cercare qualcosa che ormai non esisteva più eppure per molto tempo non è riuscita a fermarsi, ha continuato a inseguirlo, cercarlo. Come oggi.

Era il diciotto febbraio, faceva freddo, umido come sempre in questi posti pieni di vegetazione rada e case diroccate.
Una macchina – si dice scura – ha scaricato un corpo lungo una stradina di periferia, in piena campagna. Un vecchio se n’è accorto solo perché urinava in santa pace dietro una pianta, oltre un paio di siepi c’era casa sua ma la necessità era tale da impedirgli di raggiungerla in tempo per. (Non si è mai chiarito cosa facesse a quell’ora il distinto contadino in pensione tra stradine buie e piante selvatiche).
Comunque li ha visti arrivare a tutta velocità – ha detto alla polizia che la macchina era stipata di gente – poi un’inchiodata da film americano e il tonfo.

Era mezzanotte passata da poco quando suo fratello è stato lasciato lungo quella stradina fangosa.
Nel suo stomaco c’era una miscela letale di alcool e chimica ma nessuno poteva saperlo. Ancora.

Raggiunto l’incrocio con la provinciale si volta, il sole illumina il paesaggio al punto che deve mettersi la mano davanti agli occhi per non vedere tutto bianco.
Allora è così, pensa mentre la paura evapora e lo scopre meno doloroso quel posto, non c’è niente lì che racconti di quella maledetta notte più nera delle altre. Le scappa una smorfia, un sorriso strozzato. Cosa pensava di trovarci? Anche adesso non riesce a rispondersi. E’ tornata ma non sa, non capisce se davvero, se lui o magari loro, se si poteva.

Ci sono posti che non si possono spiegare, in realtà non esistono finché non li si attraversa con gli occhi sbarrati e le orecchie in ascolto. Poi forse, anche dopo finiscono dimenticati.

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Foto BG.

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Alcune note dall’ ‘officina’ creativa.
Fotografia: è stata ‘rubata’ in senso letterale mentre aspettavo in macchina lungo una strada provinciale delle campagne modenesi, in pratica mi sono fermata in attesa che la macchina davanti a me svoltasse a sinistra e voltando la testa alla mia destra ho visto che ero ferma davanti al collegamento con un piccolo viottolo non asfaltato. C’era questo sole mattutino, brillante e in salita ma i colori risentivano ancora della nebbiolina leggera della notte. Così ho scattato.
Racconto: come dico in parte nella narrazione, ci sono posti che hanno qualcosa da dirci pur rimanendo in silenzio. Ci aspettano per sussurrarci quei segreti che custodiscono, di gente passata, avvenimenti accaduti… l’idea che in questa stradina di campagna possa essere successo qualcosa di ‘brutto’ mi è arrivata da subito, già mentre scattavo. Di certo ha contribuito l’atmosfera. Il fatto di trovarmi ferma proprio lì davanti di mattina presto (non erano ancora le otto), in quella finestra temporale dove le campagne si allontanano dalla brina, la notte e il grigio e cercano di avvicinarsi al chiarore di mezzogiorno, quella limpidezza che nelle belle giornate illumina tutto. E’ un transito anche questo per me, l’ho sentito sulla pelle, come una finestra in un certo senso anche temporale. Allora lì, tra la ghiaia e la vegetazione selvatica ci ho visto una donna che camminava, un pò smarrita, un pò confusa. Il resto è venuto da sè.

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Racconto contaminato pubblicato sul blog Declinato al Femminile su menstyle.

Tanto lo so

9 aprile 2008

– Una volta mi hai detto che avresti potuto.

– No che non l’ho detto. Ti sbagli. Non potrei mai dire una cosa del genere, ti sembra?

– Io so solo quello che ho sentito. Non era neanche tanto tempo fa…

– Insomma, la smetti? Ti ho detto che non è possibile. Basta. Adesso vai, ho molto da fare…

Matteo la guarda, apre la bocca poi la richiude in fretta, pochi attimi di esitazione. Certi amori sono così, destabilizzanti. Schiavi.
Lei finge di chinarsi per aprire un cassetto. Non aspetta neanche che sia uscito, gli da le spalle e inizia a rimescolare i coltelli vecchi, quelli tenuti lì per ansia, se magari il servizio buono finisce rubato…

A Michela piace quando lui la aspetta. Quando la cerca in quel modo quasi infantile, come se fosse una specie di entità-madre, un qualcosa di rassicurante che fagocita paure e incertezze. Solo che lui non è più un bambino, ha trent’anni suonati e oltre. E certe volte ne ha paura. Di questo rapporto che gli altri non capiscono – neanche ci provano – quasi esclusivo, una forma inversa di dare-avere dove non c’è un confine preciso, qualcosa che li qualifichi. Lui non è compagno, marito, amante, amico o fratello.
Matteo è, c’è.
Il resto diventa un inevitabile guazzabuglio di sensi che non sono e parole sprecate. Perché certe risposte non esistono, non hanno un corpo e neanche lo cercano.


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Si rialza sospirando.
Chiude il cassetto e non le va di fare niente.
Mi hai detto che avresti potuto innamorarti di me.
Ed era vero, che l’aveva detto. Tre mesi prima, alle sei di mattina mentre fumavano da un micro terrazzo alla festa di compleanno della Betta che sembrava più un ritrovo di psicolabili. Fissavano il piccolo sole nascente che scalciava le nuvole nere. L’aveva detto si; ma non intendeva; non era proprio; pensava a tante cose; poi lui era così vicino e.

Il ritornello di ‘One’ degli U2.
Sms in entrata.
Tanto lo so.

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Immagine di BG.

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Questo testo rappresenta la seconda pagina del Moliskine su Declinato al Femminile.

Mi presento…

6 gennaio 2008

Mi chiamo Michele (Loiacono di cognome ma non lo uso mai, semmai lo tirerò fuori per il necrologio).

La mia passione sono i bambini, le patologie, le fasi evolutive, lo studio dei fattori ambientali, dell’emotività e dei potenziali.
Calmi, non è come pensate. Faccio il pediatra. Mi piace occuparmi dei piccoli, analizzarli, capirli, aiutarli, tutto qui. Ciò che accade nei primi anni di crescita rimane indelebile nella mente e nel cuore dell’individuo per tutta la vita. E mi fa stare bene sapere di aver contribuito, in un qualche modo a questa crescita difficoltosa (magari con una benda, uno sciroppo o una lastra).
Non credo però che diventerò mai padre. Ho trentotto anni e vivo solo. Non è tanto per il fattore ‘donne’, tutt’altro. Sono io che non credo di volerlo fare, il padre.

Gli adulti sono i responsabili delle cicatrici più profonde, piene di pus e grinze che i bambini si portano dietro per sempre (da piccoli ma soprattutto quando ormai sono indipendenti). Ogni gesto, urlo, comportamento, frase, tutto insomma, viene registrato dalle testoline laboriose e non si può mai sapere come andrà a finire.Intanto cerco di curarli.

Sono un tipo preciso, puntiglioso, detesto sbagliare, per questo non lascio mai niente di intentato. Studio sempre, ordino nuovi libri on line ogni mese e mi consulto coi colleghi dell’università. Siamo una bella squadra, tutto considerato, non ci vediamo mai ma abbiamo risolto molti casi clinici unendo le forze.

Non mi piace la routine, anzi no, la detesto. Non ho mai avuto orari precisi tranne all’ambulatorio. Per il resto vivo come mi va, rispetto gli altri ma me ne frego dei giudizi, le imposizioni sociali e le mode. Se mi alzo presto la mattina corro mezz’ora, mi rilassa.
Da ragazzino ero un discreto nuotatore, mia madre mi portava tre volte a settimana, non potevo lamentarmi. I miei gestivano un negozio di alimentari in centro a Bologna, una tipica drogheria d’altri tempi dopo il latte guardava le fatte biscottate che dividevano il ripiano con i grissini; accanto al frigorifero, invece, si nascondevano i detersivi più comuni.
Era un bel posto. Ci passavo interi pomeriggi. Fingevo di fare i compiti, in realtà seguivo la gente per strada, ascoltavo le clienti. Mio padre si arrabbiava spesso con me, diceva che non era normale fissare così le persone, notare i dettagli, ricordare particolari e azzeccare caratteri. Non era normale per un uomo, sia chiaro. Alla fine ha smesso di farsi venire la gastrite.
Io sono così, non c’è niente da fare. Se non seguo quello che mi succede intorno mi annoio.

Vorrei trasferirmi a Monteselva. Mi piace il posto, sembra tranquillo. Sono fuggito da Bologna cinque anni fa perché non sopportavo più il grigio, lo smog, le multe e la gente. Ce n’è troppa, ovunque e si finisce per litigare per niente. Ho bisogno dei miei spazi, di non dovermi preoccupare se carico la lavatrice alle tre di notte (anche perché, se non l’ho fatto prima, vuol dire che non mi sono accordo di avere tutti i calzini sporchi) né di farmi venire il nervoso se quando chiudo l’ambulatorio rischio di arrivare a casa dopo un’ora anche se, in linea d’aria, ho mezzo chilometro da percorrere.

Oltre tutto ho sentito dire che a Monteselva c’è carenza di pediatri, dunque sarebbe perfetto.

Sono un uomo fedele, quando mi innamoro. Il problema è arrivarci a quel click in più. Le donne mi incuriosiscono ma non devono soffocarmi né tentare di manipolarmi con ciglia finte o moine. Con anni di esperienza riconosco la puzza di una stronza anche se è ancora dietro l’angolo. Apprezzo la tenacia, lo riconosco, e l’intraprendenza. Quelle timidine e insipide, o peggio, omologate all’ultima collezione di Dolce e Gabbana mi fanno ridere e basta. Se poi non ti vuoi sporcare le mani ti conviene starmi alla larga.

Quando stavo ancora con i miei lavoravo in giardino nei fine settimana (non abitavamo in centro bensì in un paesello di provincia). E’un’abitudine che mi manca, in effetti. Piantavo bulbi e concimavo. Anche far nascere e crescere una pianta è un impegno, dopo tutto. Richiede cura, attenzione e responsabilità. Non ci si può dimenticare o i fiori non sbocciano (sempre che la pianta in questione sia ancora viva). Un po’ come con i bambini, in scala inferiore naturalmente.

Spero di trovare un posticino piccolo, mi basta un angolo cottura con camera da letto e uno stanzino da usare come studio (l’ho già detto, vero, che ho tanti libri e ne compro in continuazione?). Poi se ci fosse un piccolo giardino sarebbe perfetto.

Dimenticavo (ma dove ho la testa oggi?). Mi serve anche un locale per l’ambulatorio. Due stanze sono più che sufficienti (per la sala d’attesa e le visite) anche se sarebbe meglio poter attrezzare un bagno per le emergenze.
Per il resto faccio tutto da solo, non voglio assistenti o segretarie. Ho il mio sistema di archivio dati (George, il fedele portatile lo sa eccome) e so gestire le questioni burocratiche e gli impegni senza andare nel pallone (basta un’agenda elettronica mica una seconda laurea in ingegneria aerospaziale, no? Mentre per le faccende puramente contabili mi cercherò un commercialista).

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C’è un comune, Monteselva.
Ci sono degli abitanti (in crescita).
E ci sono loro. I personaggi e le storie.
Dall’estro e il talento di Patrizio Pacioni un blog che trasforma un suo celebre personaggio, il commissario Cardona, in una comunità a tutti gli effetti. Con tanto di location virtuali, personaggi, eventi, tutto quello che succede in una qualsiasi cittadina italiana.
Michele Loiacono è il mio personaggio.
Info sul progetto QUI.