Frammenti di appunti di lettura

Teseo è un uomo tormentato, annoiato, attanagliato da un ‘male di vivere’ quasi inspiegabile nei suoi tessuti contradditori, tra alti e bassi feroci e improvvisi.

Due mogli e una figlia alle spalle, un passato da ferroviere poi un locale, il Byron, diventato casa e supporto, passione e peso.

Finché qualcosa stravolge i fragili equilibri di cristallo: Rocco, vecchio amico dimenticato, torna, lo cerca. E prima di morire in un tragico quanto sfuocato incidente, riaprirà le porte di un passato che Teseo aveva chiuso forzatamente, nel disperato quanto inutile tentativo di dimenticare vecchi rancori, tradimenti e quel senso di disgusto e abbandono che, in realtà, ha continuato a perseguitarlo tra gambe aperte e giri di valzer. Perché Teseo non si nega nulla, specialmente i piaceri della carne che lo fanno sentire vivo, riescono a fargli provare ‘qualcosa’ di temporaneo quanto prezioso.

L’ultimo romanzo di Di Consoli mantiene le tinte forti e scure del precedente ‘Il padre degli animali’ ma sposta l’angolazione, la visuale vira e si concentra su un uomo e su un vivere inquieto, selvaggio quasi, tra rimozioni e riprese. E soprattutto dove i sentimenti esistono per riflesso, perché hanno un nome che ogni tanto è necessario pronunciare. Finché il passato torna e con lui i rimescolamenti dell’anima, di quell’anima che sembrava scacciata, sopita o addirittura annientata e invece resiste. C’è. Si svela proprio quando i granelli di sabbia scivolano quasi del tutto, sfuggiti a dita ormai scosse da tremori, invecchiate e incerte. Confuse.

Di Consoli gestisce una prosa potente, lucida, che risente a tratti dell’amore sviscerale per la poesia e ogni tanto ne ‘ruba’ atmosfere, ritmi e approcci.

[ Il resto prossimamente su Letteratitudine di M.Maugeri]

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Questo libro è un inchiesta. Penso sia questa la parola chiave che il lettore dovrebbe tenere a mente mentre legge.
Da wikipedia: L’ inchiesta è un procedimento investigativo teso alla scoperta della verità su di un fatto accaduto.
Essa può essere giudiziaria se condotta da un magistrato con la collaborazione della polizia giudiziaria, oppure giornalistica se portata avanti da un cronista.

Non è dunque un romanzo che vuole raccontare storie strappalacrime. Ci sono tante storie dentro le pagine ma sono frammenti di centinaia di documenti, articoli, rapporti, interviste, rielaborazioni e statistiche. Sono storie vere, raccontare ‘fin dove è possibile’, fin dove è permesso, fin dove ci è dato da sapere.
Caterina Boschetti, classe 1977, è una giornalista che raccoglie, unisce. Niente di più. Perché niente di più può fare.
Ogni tanto si sente la sua voce, la necessità di urlare contro realtà che dovrebbero scuoterci fino alle viscere invece ci lasciano indifferenti o quasi. Se ne discute pochissimo, meno ancora li si nomina – questi crimini disumani – addirittura molti adulti neanche vorrebbero sentirli nominare.
Penso che la vera natura di una società si rintracci proprio in quelle dinamiche che colpiscono i più deboli, è nel ‘come’ si reagisce, interviene, aiuta il ‘debole’ che possiamo misurarci. E’ li che ci sveliamo per quello che siamo. E credo che, al di là dei documenti in esso contenuti, in questo libro emerge con una crudezza disarmante che siamo animali senza anima, che colpiamo perfino – soprattutto – gli indifesi per eccellenza, i bambini ma che, oltre tutto, non reagiamo proporzionatamente, non puniamo, difendiamo e tentiamo di evitare a dovere. In Italia, quanto meno, siamo ancora allo sbando.
Ci sono molti documenti complicati, storie lasciate a metà, raccontate con quel velo, quella patina che ogni giorno emerge anche attraverso il filtro dei media. Ma non potrebbe essere altrimenti, credo. E non si può incolpare l’autrice, secondo me. Ha un grande merito, che va riconosciuto, l’aver dedicato approfondite ricerche all’argomento, l’aver strutturato una vastità di tematiche legate da fili rossi sottili che di solito si cancellano furtivamente. L’aver riunito tutti questi documenti è un buon punto di partenza. Se non altro per riflettere.
Scompaiono moltissimi bambini in Italia. Nel mondo. E non starò qui a mettere cifre perché le liste della spesa non hanno sapore tanto meno odore. Sono i fatti che contano. E non solo – anzi soprattutto – quelli NON mediatici.
Ci sono bambini che scompaiono senza che l’opinione pubblica se ne accorga. Perché certi bambini neanche esistono, non hanno codice fiscale o altro.
Poi ci sono quelli che esistono ma all’improvviso non si trovano più. E spessissimo sono stranieri. Quelli che cercando una famiglia cadono in trappole mortali. Quelli che nascono già destinati a essere ‘pezzi di ricambio’ in famiglie talmente povere dove è necessario sacrificare un figlio (di solito l’ultimo) per dare da mangiare a tutti gli altri.
E così si potrebbe continuare a lungo. Perché la morte non è l’unico destino che possono incontrare questi bambini scomparsi.
In conclusione è un inchiesta, non un romanzo, è un testo da studiare, analizzare, non deve rilassare, divertire o strappare lacrime sporadiche. E’ un insieme di documenti scottanti per quanto incompleti, lasciati alle sospensioni del tempo e dei potenti. Ma andrebbe tenuto a disposizione. Per la consultazione. Sfogliato. Lette piccole parti con calma, assorbito e decodificato.
Non so se mai sarà possibili arrivare in fondo a ‘una’ verità in un mondo dove tutti coprono un pò, celano, si arricchiscono e tacciono. Non credo.
Ma non si può ignorare in eterno, fingere che non, girare la faccia.
E questo libro tenta, appunto, di alzare il volume.

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Da Panorama del 24 Maggio 2008:

“Un bambino scomparso è una fotografia che non invecchierà mai”. Per Caterina Boschetti, giornalista e autrice de Il libro nero dei bambini scomparsi (Newton Compton editori, 430 pagine) in libreria dal 29 maggio, è venuto il momento di togliere quelle foto dal cassetto e ricordare a tutti un dramma troppo spesso sottovalutato. Dopo Il libro nero delle sette in Italia (sempre Newton Compton), Boschetti racconta il mondo dell’infanzia negata e dà un volto a tutti quei bambini spariti nel buio. Che non sono pochi: secondo il rapporto annuale del Viminale sono 23.545 le persone sparite nel 2007, tra esse 9.710 sono minori. Le cause vanno dalla fuga volontaria al sequestro da parte di uno dei genitori, dalla riduzione in schiavitù al traffico di organi, dalla pedocriminalità al rapimento per scopo di estorsione.
Come è nato questo libro inchiesta?
Ho iniziato con una ricerca storica del fenomeno: a partire da Paolo Ratti, il primo bambino scomparso nel 1963 , ai sequestri di Farouk Kassam e Augusto De Megni. Ho cercato di raccontare questa piaga attraverso le testimonianze dei familiari delle persone scomparse e mai più tornate a casa, da Paolo Onofri, il padre del piccolo Tommy, a Luciano Paolucci, genitore di Lorenzo, il bambino sequestrato e ucciso dal mostro di Foligno. Con l’aiuto dell’Interpol, della Polizia di Stato e Postale, ma anche grazie al Ministero dell’Interno e della Giustizia ho analizzato i dati e i singoli casi.
Cosa è emerso?
Che c’è poca informazione. Se non fosse per la trasmissione Chi l’ha visto, oggi in Italia quasi non si parlerebbe di persone scomparse. Non esiste un numero verde per i bambini scomparsi, nè una banca centrale degli obitori e dei dati nazionali del dna. Manca un fondo per le vittime e le loro famiglie: anche stampare volantini costa. Non basta indignarsi quando scompare un bambino, altri Paesi hanno avviato sistemi per aiutare queste persone e noi dovremmo prendere esempio da loro. E poi volevo sfatare i luoghi comuni.
Quali?
Raccontare che non esistono solo i casi terribili di Denise Pipitone e Angela Celentano, ma mille altri come lo scenario tremendo del mondo nomade: un bimbo rom rende dai 500 ai mille euro al giorno, e così vengono venduti e usati per accattonaggio e borseggio.
Cosa spera da questo libro?
Che la gente si sensibilizzi al problema. Il 25 maggio è la Giornata internazionale dell’infanzia negata. Chi scompare lascia un segno indelebile. Non cancelliamo il problema con l’indifferenza.

Il rosso dal nero

26 luglio 2008

Il rosso era il suo colore preferito.
Era, almeno credo.
Aveva tinto perfino i capelli, di un rosso biondiccio che su di lei era qualcosa di pazzesco.
Ci sono molte cose rosse, in giro. Non ci avevo mai fatto caso.
Non prima di entrare in quel bagno, vederla là, per terra.
Dopo tutto, forse non era il suo colore preferito. A Roxy piaceva più o meno di tutto. Purché fosse divertente e leggermente fuori dalle regole.
Leggermente.
Però, se ci penso adesso, non lo so. Non sono più sicura.
La verità è che non ci vedevamo più come prima
Prima di.
E mi manca
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Una delle mie tre storie importanti si chiama ‘Il Nero’ (titolo provvisorio, naturalmente).
E di recente sono tornata, li ho ritrovati tutti lì, ad aspettare, premere e reclamare.
Queste parole nascono appunto da questo ritrovarsi. Da un personaggio – Sara – e da un altro – Rossella -, due donne diverse. Diversissime. Che si incrociano.
Certi legami restano anche quando smettiamo di cercarli, crederci.

Barbara

Le raccolte di racconti sono ormai un rischio accertato. E ancora non mi capacito dei motivi, delle dinamiche che generano nel lettore più facilmente rifiuto o ‘arricciamenti di naso’.
Di certo, se i racconti sono scritti da sconosciuti, magari giovani, la situazione si complica. Forse negli ultimi tre, quattro anni ne uscite troppe, per medio piccole case editrici, e allo stesso modo ne è rimasto troppo poco per poter dare credito a questo tipo di testi.
Sta di fatto che io adoro i racconti, li trovo perfettamente adattabili a particolari momenti della vita come certi viaggi o magari in attesa del turno dal dottore. Brevi intermezzi dove io (ed è quindi una considerazione assolutamente personale) preferisco spesso storie brevi.
Anche sul concetto stesso di racconto si discute ancora. C’è chi sostiene che deve comunque avere una trama precisa, uno sviluppo con un inizio e una fine (anche se sospesa o poco chiara). Altri considerano ‘racconto’ tutto ciò che appunto racconta qualcosa in un numero relativamente breve di pagine. Poi esistono i racconti e basta, quelli brevi ma anche quelli lunghi (e già lì, la faccenda si complica perché il confine con i romanzi brevi è sottile, contradditorio).

Fatto sta che ‘Giovani cosmetici’ è senza dubbio una raccolta di racconti di autori giovani (che non vuol dire over trenta, per fortuna, ma con un ‘ventaglio’ più ampio anche anagraficamente).

Ma anche poco conosciuti.

E sono tutte stesure brevi, a volte addirittura brevissime. Qualche pagina. Alcuni minuti di lettura.

Però.

C’è molta cura dietro a questa raccolta. E lo si percepisce dalle scelte. Dall’ordine di pubblicazione che si è soliti sbirciare prima dell’acquisto o per controllare che ci sia quel ‘tal’ autore che. Ma difficilmente lo si nota nel contesto. Nella globalità del volume. Invece qui c’è un disegno preciso, la volontà di presentare al lettore strutture diverse alternate, di provare a lasciare emozioni che devono contrastarsi, tentare di catturare chi legge attraverso sfumature diverse. Non è affatto una questione di ‘nomi’ perché, come accennavo poco fa, si tratta di giovani autori non noti. Si tratta, piuttosto, di proporre storie che provano a scatenare ogni volta una percezione differente.

Non ci sono due racconti simili per genere, personaggi, storia o scelte stilistiche.
In ognuno ci sono tematiche, strutture e tratteggi precisi e originali.
E anche questo è un rischio notevole. E’molto difficile scommettere su un prodotto così eterogeneo, potente proprio grazie a questa cura, all’unicità delle voci e alla varietà dei temi affrontati, eppure frammentario. Allo stesso modo è più complicato per il lettore ‘entrare’ in ogni racconto perché sono proprio le diversità che colpiscono più o meno, uniscono e dividono.

Nonostante tutti i ragionamenti, le premesse e le logiche, in quest’antologia c’è qualcosa che accomuna i racconti, che li avvicina: l’intendo di scavare in tematiche ‘importanti’. Forti. Ed è un intento che merita il giusto rispetto, che dimostra quanta voglia hanno i giovani scriventi di sviscerare questioni scomode, emozioni complesse quanto sottili.
Basta, dunque, tutto questo per giudicare (post lettura) questi autori? Secondo me no, assolutamente no. Il racconto, considerato singolarmente è una prova secca. Che ha il suo peso, indubbiamente, ma non può e non deve svelare tutto del suo autore e lo sottolineo perché mi sembra che ancora di più in questo caso, con racconti così brevi e intensi, sia fin troppo facile ‘etichettare’.

Ne esce il tratteggio di una società in parte destabilizzata, impietosa, che tende a ingabbiare (‘Come Mork e Mindy’) ma anche un certo modo di vivere che sembra ma non è, e il ritrovarcisi dentro è terrificante (‘Carrozza non fumatori’). Ci sono tante diversità vissute con sofferenza, contrasto (‘Come Mork e Mindy’, ‘La cena degli amanti’ e ‘un silenzio che non è assoluto’). Ma anche l’incomunicabilità, le difficoltà di farsi capire (‘Kostel’), le crudeltà in età normalmente attribuite ai giochi e alla spensieratezza (‘Bambini’) e un altro vivere, tra banalità e noia (‘un attimo prima dei cattivi pensieri’). Poi ancora, i silenzi che spezzano e portano a cercare altrove calore ed emozioni, l’annullamento (‘Non succede mai niente’), i comportamenti complessi, estremi, catalogati come ‘folli’ (‘Non parlatemi più di Fede’), e una vita vissuta in mezzo all’indifferenza, tra azioni che sembrano slegate e insensate ma diventano simboli precisi, crudi (‘Senza nessun suono e senza nessun motivo’). E proseguendo, il transito tra l’infanzia e l’età adulta con un nuovo bagaglio di consapevolezze (‘Olimpionica’), la crudele durezza di una vita fatta di abbandoni e pianti, dove il peso delle scelte è il ringhio di una cagna ‘imbevuta di rabbia trattenuta, sorda’ (‘urlate più che potete’), la tenera voce di chi guarda il mondo dal basso e si appropria lentamente di consapevolezze nuove e difficili (‘Le cose cambiano’). Un’immersione come sfida che cronometra un preciso ‘vivere’ (‘Due minuti’, fulminante), due storie di sopraffazione e alienazione, dove i gesti sembrano quasi assurdi ma celano precise scelte, percezioni della vita dentro e attorno (‘Mi sembrava di essere stato gentile’ e ‘ Non voglio del romanticismo’). Una nonna che si lascia guidare e guida, attraverso ‘una città senza bordi’, in una periferia dove si indicano le lumache, il tempo si dilata e con lui anche gli spazi perché ‘tutto il mondo è come lo so io, da me s’emana e davvero non c’è altro’ ( ‘Attorno a un certo vuoto’). Infine la morte che arriva dopo la potenza della forza (degli altri, di quei cari che circondano e sperano), la consapevolezza delle debolezze personali, della malattia che rende imperfetti. E’ una morte scelta, quasi chiamata, perché ‘non sarei mai stato meglio di così e nemmeno loro. Non sarei mai stato migliore’ come se, in un qualche modo, il malato potesse valutare la qualità della sua vita futura, le sue residue potenzialità (‘Forte, fortissimo’).
Mi è sembrato di avvertire, in molti di questi racconti, il riconoscere ( a volte sussurrandolo) che l’imperfezione è parte di questa nostra vita moderna, anche se nessuno la cerca e la vuole e per contro, la ricerca della perfezione come ‘must’, vincolo che differenzia o addirittura emargina.

In conclusione non so se la denominazione ‘giovani cosmetici’ sia la più appropriata, ho come l’impressione che nell’immaginario collettivo si associno ai racconti elementi di bellezza intesa fine a se stessa, glamour direi, di mera percezione fisica. Perché di fatto il cosmetico è qualcosa che si usa per conservare la bellezza (come spiega la curatrice, Giulia Belloni, nella sua prefazione che chiarisce le dinamiche del progetto) ma è anche qualcosa che ‘tende’ ad accrescere la bellezza, a farla uscire il più possibile. Per come li ho sentiti io questi racconti, la bellezza è dentro la scarnificazione. E’ l’intento di denudare realtà, sentimenti, quanto scelte – che li unisce, li accomuna secondo me; il farlo usando pochi spazi, curando le parole, riducendo ai minimi termini le frasi e le attese. Brevi e intensi. Rumorosi quanto impercettibili. Graffiano, raspano e sputano. Non si curano dell’impatto (alcuni più di altri, ovviamente), del rientrare in forme espressive non orticanti. Tutt’altro, ci provano: a procurare pruriti, a colpire il più possibile. Ci provano, a far riflettere. Viceversa alcuni cercano la cura dei dettagli, i simboli in essi contenuti, i silenzi intensi e i gesti che non sono solo apparenze, bensì mondi in attesa di essere scoperti.

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Alcune brevi annotazioni personali quanti parziali, di un sentire leggendo:

In ‘Come Mork e Mindy’ si racchiudono, dentro una struttura tutto sommato semplice e quasi scontata, una serie di affermazioni ‘toste’, importanti. Che meritano di essere notate. E ce n’è davvero per tutti i gusti: la perfezione, la ‘versione’ che ci viene data di Dio, l’amore, questo nostro vivere oggi che è un continuo giudicare senza sognare. E molto altro. Poi, il riconoscere nell’imperfezione l’unione, l’incastrarsi di due persone per sempre è di una semplicità così potente che sorprende.

In ‘Carrozza non fumatori’ si potrebbe individuare il fraintendimento di cui accennavo sopra ovvero: ‘ è o non è un racconto propriamente detto?’ Per me si, assolutamente. C’è questo vivere che è dolore e annullamento interiore, e già questo basta a spiegare una narrazione che non parla per sequenze ma per macro insiemi. Poi un’aggettivazione, un’abilità nell’associare parole e immagini che destabilizza. Stordisce. ‘Seno di cicatrice’ e ‘gambe di ematoma’ (pag.25) li ho cerchiati leggendo, mi sono rimasti dentro.

Davanti agli handicap ci si interroga spesso. Sulla qualità della vita. Sulle reali percezioni della persona. Su cosa e come. In ‘un silenzio che non è assoluto’ questi interrogativi emergono, si impongono. E’ un incontro delicato quanto crudele, che colpisce il legame genitore-figlio e ne sfalda alcune delle fondamenta tradizionali. ‘Chissa cosa gli arriva da dietro quel muro’(pag.125)

‘Due minuti’ è una sfida che non va sottovalutata. Sembra il racconto di una disgrazia (anche mediamente prevedibile, come tragedia, la senti che scricchiola già dalla prima pagina) eppure c’è dell’altro tra le frasi secche, precise come pungiglioni. ‘La nostra vita fuori ricorda quella della cima attaccata sotto. Dobbiamo tagliarla, è l’unico modo per lasciarla andare veramente.’(pag.116)

Poi il narratore di ‘Le cose cambiano’ e il cane di ‘Urlate più che potete’. Ascoltateli.

Infine, ‘le parole sono inutili e fottono la gente’ (pag.64) in un vivere che davvero è solitudine e tentativo di stordimento, dove l’istinto sessuale diventa necessità per ‘provare’ ancora qualcosa, per sentirsi e sentire in mezzo al ‘niente’ in ‘Non succede mai niente’.

Ma anche ‘bisognava smettere di farsi a pezzi con lo sguardo interiore e creare uno sguardo diverso, esteriore’ (pag.92) in ‘Olimpionica’.

Sassi. Piccoli. Forse fragili in quanto appunto ‘giovani’ ma che racchiudono stimoli, a mio parere, importanti.

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‘Giovani cosmetici’

a cura di Giulia Belloni
Sartorio, 2008
Pag.170 – Euro 10

Era il sette gennaio 2005.
Mi ero presa un giorno di ferie e insieme a quello che è, poi, diventato mio marito ci siamo infilati dentro un treno.

Era quello delle otto e qualcosa (l’orario esatto l’ho rimosso del tutto, così diverso eppure vicino all’altro).

Da San Giovanni in Persiceto siamo arrivati a Verona in meno di un’ora, comunque davvero poco. Era la prima volta che vedevo l’arena dal vivo.

Tutta la mattinata l’abbiamo passata camminando svelti, sbirciando vetrine, intrufolandoci in vie strette e serpeggianti. Facendo fotografie improbabili.

Poi gli squilli.

Li ricordo bene perché sono arrivati a pochi minuti di distanza.

Il mio cellulare. Poi l’altro.

E tante voci terrorizzate, acute. Anche senza ascoltarne i significati facevano venire la pelle d’oca.

Mi sentiii? Ma voi state bene? Dove… siete?

Alle dodici e cinquanta circa, all’altezza di Bolognina (una frazione di Crevalcore) proprio dove – all’epoca – c’era un binario unico, due treni si sono scontrati.

Quindi era la stessa linea che avevamo preso noi (la Bologna – Verona), stesso giorno. Solo qualche ora dopo.

Per tornare a Persiceto abbiamo fatto di tutto. Trenitalia aveva messo a disposizione per tutti i clienti una serie di autobus fino a Poggio Rusco da dove dovevano arrivare delle corriere che ci avrebbero riportato fino a Bologna. Aprimmo la porta di casa oltre le dieci di sera. Esausti, stremati e confusi. Quando siamo entrati nel piccolo treno che da Bologna ci ha lasciato a Persiceto ricordo un silenzio irreale. Due piani di treno che rimbombavano a ogni paso. Eppure ogni faccia che incrociavamo era granitica. Tutti scappavano. Anche noi. Ci siamo infilati nel primo vagone libero. E per libero intendo proprio vuoto. Deserto. Non volevamo avere nessuno intorno dopo essere rimasti strizzati tra perfetti sconosciuti per ore. Perfino noi due, io e mio marito, ci siamo seduti in posti lontani.
Eravamo
lontani.

Passando, dalla corriera enorme dove eravamo stipati, abbiamo intravisto la fermata della Bolognina. La strada passava accanto alla linea ferroviaria. E noi ammutoliti. Colli lunghi e nasi contro i finestrini. Ricordo che pioveva ma non era un freddo quantificabile quello che sentivamo. Lamiere appena intraviste, tra la nebbia, e gente ovunque che sbucava poi spariva. Occhi enormi, fuori dalle orbite.
Non avevamo paura, noi che in un qualche modo non eravamo lì quando. Piuttosto intontiti, qualcuno dietro di me parlava a raffica, mitragliate di parole vuote ma utili a riempire il silenzio. Una ragazzina stringeva il walkman, lo accendeva poi lo spegneva senza infilarsi le cuffie. Vedevo le sue unghie laccate di fucsia premere i tasti.

Ricordo che l’ufficio informazioni della stazione di Verona era stracolma di gente, formiche operose a velocità doppia. E che, molto dopo, infilandomi tra le coperte mi sono sentita ingiustamente viva. Io e mio marito abbiamo fatto zapping tra i vari telegiornali notturni fino alle tre di mattina. Non riuscivamo più a ‘spegnerci’.

Poi niente.

Non si è più saputo granché.

Passate le settimane ‘calde’, quando i morti e le lamiere ancora urlavano.

Basta.

La linea è stata ampliata, questo si. Adesso ci sono due binari.

Però cos’è successo esattamente, perché proprio quella tratta, a quell’ora di quel giorno.

Non si sa.

Si è discusso sul famoso ‘errore umano’, sui problemi strutturali, le carenza nelle manutenzioni, le gestioni e perfino il tempo (quella mattina c’era una nebbia persistente). Si sono fatte molte ipotesi che sembrano essersi cristallizzate assieme a molti altri eventi tragici che attendono chiarimenti. Attendo e attendono. Forse all’infinito.

Diciassette morti.

Un’ottantina di feriti.

Eppure la colpa pare essere del macchinista (tra l’altro morto anche lui nell’impatto). Non si è fermato davanti a due semafori rossi (c’era la nebbia, l’ho già scritto). Nessun altro avviso, pare. C’è stato chi (dall’interno di Trenitalia, senza nome o qualifica) ha sussurrato che in certi casi di maggior disagio si ‘usa’ telefonare ai macchinisti per avvisarli di eventuali manovre. Si ‘usa
nel senso che è una prassi non ufficiale, diciamo che alle volte si fa. Forse quel sette gennaio duemilacinque nessuno ha potuto chiamare.
Non è facile trovare informazioni sulla risoluzione del processo, anche se tutti i documenti che ho rintracciato on line parlano di ‘archiviazione’.

Archiviazione.

Quel sette gennaio è stato definitivamente chiuso dentro un apposito contenitore con annessa etichetta.

File.

Salva con nome.

Chiudi.

E in quel ‘chiudi’ ci sento la stessa malata filosofia di gestione di avvenimenti tragici come questi.

A me è andata bene, non c’è molto altro da dire. Eppure tutt’ora non mi basta.

Non capisco perché davanti alle tragedie – nel luccicante e tecnologico ventunesimo secolo – la ‘conclusione’ sia quasi sempre annunciata (mentre aspettavamo la corriera a Poggio Rusco, due funzionari delle ferrovie già discutevano sulle responsabilità dei macchinisti, i semafori, uno dei quali – dicevano – non era ben visibile…), in ogni caso la ‘conclusione ufficiale’ non è mai stata divulgata come doveva. Come meritava. Di certo non fa più ‘audience’, dopo, è meno ‘scenica’. E ‘interessante.

Eppure ci sono stati dei morti e dei feriti. Due treni praticamente smembrati, l’uno davanti all’altro.

E la terribile sensazione che, come sempre, le informazioni siano state divulgate a senso unico. Pilotate. Indirizzate verso un’altra nebbia. In ogni caso c’è stata poca voglia di scavare, capire e approfondire.
Non resta che credere alle (scarse) informazioni reperibili.

E ringraziare di essere qui, adesso a raccontarlo.Qualche ora ha deciso per me. Come per moltissimi altri passeggeri.
Qualche ora ci ha sputato verso ‘nuovi giorni’ che ora, si spera, stiamo vivendo.

Trecento. Duecento. Cento minuti a.


Barbara Gozzi

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Ricordo narrativo apparso su ‘Non fiction’.