L’aereo vira, portandosi in quota. Francesco inclina la testa per guardare in basso, i fitti agglomerati di tetti e i piccolo riquadri verdi di parchi e giardini, tagliati nelle linee chiare delle strade. Eccola laggiù, la vecchia ragnatela. Francesco ha l’impressione di essere una mosca che per miracolo è riuscita a sfuggire alla trappola.’ (pag.315).

In un certo senso il cuore del romanzo è racchiuso in queste frasi svelte. Quattro giorni raccontati nei più piccoli dettagli, si arriva a pagina trecento chiedendosi quanto tempo è passato. Poco, davvero poco. Novantasei ore suppergiù. Eppure i personaggi si sono rincorsi, alternati, hanno danzato, corso, rincorso, picchiato, mentito, sparato, chiuso gli occhi, macchinato… davvero una gamma di emozioni e costruzioni. Una Bologna che più credibile non potrebbe essere, buia e cunicolosa. Una ragnatela come la descrive per la prima volta Francesco a Leila attraverso una vecchia cartina appesa. Personaggi al limite, tutti senza discriminazioni. Personaggi che vivono in equilibri fin troppo precari e il lettore ha l’impressione che nella pagina successiva ci saranno guai peggiori (e di rado rimane deluso). E’davvero una lunga corsa questo romanzo, dai tratteggi precisi, pieno di dettagli e descrizioni mai lente, sono flash che scorrono, si infilano nella narrazione arricchendola, nulla o quasi è lasciato al caso. Tutto combacia, si storce e deforma fino a tornare integro in una serie di incastri davvero magistrali.
Bologna pulsa in questa narrazione e i personaggi la attraversano scalfendone i contorni ma mai piegandola. Il finale poi merita il viaggio, davvero. Gli attori rimasti si contendono il ‘bottino’ e corrono sempre più forte. Per taluni ci sarà una ’specie’ di finale, per altri meno. Come nella vita dopo tutto. Sconfitti e vincenti in equilibrio su un confine labile che quasi non si vede, che lascia l’amaro in bocca ma anche un sorriso curvo.
Rigosi ha la capacità di delineare scene vive e credibili. Riesce a coinvolgere, trascina il lettore tra i meandri di viali e personaggi, pittoreschi a volte, ma mai scontati o banali. Tutt’altro. Lo sfondo politico è solo una ciliegina sull’enorme torta delle rincorsa, una delle tante anche se forse è quella che muove più pedine, innesca micce e finisce per tremare davanti a un misero foglio stropicciato. Leila è una donna abituata alla strada, alle sue regole implacabili e ai piccoli reati necessari per sopravvivere, usa il suo corpo e non si fa scrupoli ma sopporta anche una vita sregolata, piena di alti e bassi. Francesco ama giocare (e perdere) a carte, guida un autobus preferibilmente nel turno di notte e scappa dai creditori (che finiranno per l’acquisire la faccia del fantomatico e temuto Orso, riscossore di professione e ‘elemento’ chiave svelato solo sul finale). Personaggi fragili, avvezzi ai vizi e alle infrazioni. Eppure.
Non si può non sorridere a vederli insieme mentre ragionano, cambiano, scappano…
Poi il commisario di turno, quelli dei servizi, le puttane, i travestiti, i ragazzi che dipingono gli autobus con le bombolette, lo sport…
Non ho ancora visto il film, sono un pò curiosa di scoprire cosa è stato cambiato e come. Lo stile di Rigosi si avvicina molto alle strutture delle sceneggiature (d’altra parte le sue recenti partecipazioni alle stesure di fiction italiane ne consacrano il talento) e si sente, a mio avviso, l’intento dell’autore di approfondire (lungo la corsa inarrestabile) i sentimenti, la voglia di sopravvivere che hanno i personaggi (ognuno a modo suo), gli egoismi e le paure.
E’un romanzo crudo. Che non si preoccupa di sporcarsi le mani, di mostrare tratteggi che forse gli stessi abitanti di Bologna non amano riconoscere, fingono di non vedere e continuano un’esistenza programmata e il più possibile ordinaria. Ciechi.
E’ un romanzo onesto. D’alta tensione, certo, ma oltre una struttura fin troppo scontata, ci sono anime inquiete, che non sanno se mangeranno il giorno dopo o che cercano un pò di pace. Credo che il temine ‘noir’ sia riduttivo, così come soffermarsi sulla mera sequenza dei
fatti.
‘Notturno bus’ scava, racconta degradi e confini. Ma anche profonde bellezze, coraggio e determinazione.

Giampiero Rigosi,
Notturno bus
Einaudi stile libero-noir
isbn : 978-88-06-18550-3

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Per uscire

16 ottobre 2007

Non la sente.
E’ questo il problema. Unico e insormontabile ostacolo a una vita pianificata. Controllata. Perfetta nel suo incastrare ogni impegno.
C’erano stati altri periodi simili, quando lei parlava (e parlava e parlava) ma lui non capiva, ascoltava si, ma non serviva. Le parole non avevano proprio senso, non in quel momento e non per lui. Altre volte la toccava però era strano. Freddo. Una sensazione di vuoto, quella pelle che avvertiva sui polpastrelli gli era estranea. Come sfiorare la carrozzeria di una macchina (anzi no, la accarezza con un gusto speciale
, la carrozzeria lucente, è un sapore che non ha eguali). C’era qualcosa, di certo, che gli impediva di sentirla, di andare in fondo, di sprofondare in lei e con lei.
Come adesso.
Lei.
Che sguscia, si vede.
E lui che allunga una mano e gli rimane a mezz’aria. Con un formicolio sulle dite sgradevole.
Poi c’è questo sentirsi soli che è appiccicaticcio. Pregno di sudore e puzzo. Ispido. Che trapana le ossa, le fa vibrare quel tanto che basta per ricordargli che c’è. La solitudine profonda, la sensazione di non avere niente. Di non appartenere a nessuno.
Non la sente.
E inizia a preoccuparsi.
Vivere così è accettabile?
Si stacca il cuore e lo lascia sul comodino. Adesso si. Siii. Decisamente.
Il sollievo lo stordisce (grazie per essere tornato, non sapevo come fare) e con il corpo più leggero può infilarsi il cappotto, far tintinnare le chiavi nella tasca interna, allungare gli occhi per controllare se la finestra è socchiusa e voltarsi.
Per uscire.

Che questo non sia un romanzo mi sembra evidente. Allo stesso modo è altrettanto chiaro dalle prime righe che l’autore non ha nessuna intenzione di sfoderare capacità narrative. Questa scrittura ha tutt’altro obbiettivo. Ecco perché ‘Lucky man’non può essere analizzato come un qualsiasi libro di narrativa. L’attenzione alla struttura, lo stile e le scelte lessico-grammaticali passano in secondo piano per necessità. Il lettore non riesce a farci caso se è ‘in ascolto’. Perché questa è la storia di una vita vissuta in prima persona da chi la scrive e che cerca di farne un resoconto onesto, pulito e il più possibile preciso.

Premetto che non ero una fan di Michael J.Fox neanche ai tempi della fortunata serie di film ‘Ritorno al futuro’, non era l’attore che da ragazzina riconoscevo tra i sex symbol per essere schietta. Non ho quindi scelto questo libro considerando ‘chi’ l’ha scritto. Affatto. Né avevo particolare curiosità verso la sua vita nel dorato mondo delle celebrità anche perché confesso di essere mediamente allergica ai pettegolezzi e agli elenchi di eccessi ridicoli e imbarazzanti.
Ho cercato ‘Lucky man’ dopo una trasmissione dove si parlava del Parkinson. Michael J.Fox ha il morbo di Parkinson. (E io non lo sapevo fino all’anno scorso). Oltre a questo che, tutto considerato, fa parte del cerchio della vita nel senso che a nessuno sono abbuonate le malattie indipendentemente dalla professione scelta o dallo stile di vita, oltre a questo dicevo sono rimasta colpita da una serie di scelte che hanno portato Fox nell’arco di una decina d’anni a modificare la propria vita nelle sue strutture fondamentali.
E questo libro è impietoso nel mostrare un Fox giovane, rampante e dedito agli stravizi dopo i primi successi. Così come diventa lucido nell’analizzare le fasi della malattia e quelle scelte che accennavo prima e che mi hanno molto impressionato.
Il punto, credo, è uno solo volendo sintetizzare: una persona come Fox (con la fama acquisita e il denaro accumulato) poteva (e forse può ancora) fare quasi tutto una volta scoperta la malattia. E una delle prime azioni che ci si aspetterebbe da qualcuno con le sue possibilità è il ritiro dalle scene (al momento opportuno) per poter gestire la malattia in privato, lontano dai riflettori e magari tentando cure (anche sperimentali e quindi precluse ai più) che potrebbero permettergli di vivere il più a lungo e bene possibile. Lui poteva (e può) farlo.
Invece no.
Fox ha scelto di lottare. Nono solo per se, ben inteso, bensì per tutti quelli malati come lui.
E’ stato questo che mi ha colpito molto. Come essere umano. Non più figurina luccicante sullo schermo del cinema o della tv. Non più interprete brillante, ironico e acuto. Non più.
Fox ha una malattia degenerativa del cervello. Una malattia che non da scampo perché a tutt’oggi non esistono cure risolutive. Ci sono terapie contenitive, che rallentano la progressiva morte di talune cellule cerebrali. Il resto è affidato alla fede (per chi ce l’ha), alle cure di amici e parenti (se ci si può affidare a loro) e ai soldi (idem come sopra).
Fox avrebbe davvero potuto fare di tutto o quasi. A parte guarire poteva scegliere molte strade alternative che il malato medio non ha il diritto neanche di immaginare.
Ma lui no.
Il 28 Settembre 1999 Fox si è presentato a un’udienza del sottocomitato del Senato americano per gli stanziamenti di bilancio senza aver preso alcuna medicina. E l’effetto è stato a dir poco impressionante. Usare il termine tremori è quasi un insulto.

“Avevo volutamente deciso di presentarmi al sottocomitato OFF dai farmaci. Mi sembrava che l’occasione richiedesse che la mia testimonianza sugli effetti della malattia e che l’urgenza che sentivamo fosse VISTA oltre che sentita. ” (pag.268)

Oltre tutto fino ad allora l’attore aveva evitato che la malattia si manifestasse in pubblico ed erano pochi mesi che lo aveva annunciato ufficialmente. Per molti anni ha continuato a lavorare tacendo gli effetti, i dolori e i compromessi con il proprio corpo a colleghi e staff. In pochi sapevano, gli altri ignoravano quanto gli costasse calibrare i movimenti e concentrarsi per non ‘tremare’. Quel 28 Settembre è stato il prima di una serie di passi compiuti da Fox per sostenere la causa del Parkinson che è (statisticamente parlando) una delle quattro malattie (Alzheimer, Parkinson, diabete e malattie coronariche) di medio piccola diffusione (ma non rare) a cui vengono destinato meno fondi per la ricerca (in America). Gli scienziati sostengono che in una decina d’anni si potrebbero ottenere risultati notevoli ma mancano le risorse economiche (storia vecchia e valida per moltissime realtà mediche purtroppo e qui si potrebbe aprire un dibattito infinito ma non è questa la circostanza). Ebbene, Fox ha creato una Fondazione, ha scelto di usare alcuni dei suoi mezzi economici ma soprattutto la sua popolarità acquisita nel mondo della recitazione per dare voce alla causa. Ha scelto di esporsi in prima persona e come nel caso del ‘99 non si è preoccupato di mostrarsi in pubblico nella peggiore condizione, con la malattia che lo comandava pur di lanciare un messaggio. Ha accettato di distruggere quell’immagine da bravo ragazzo brillante ed energico pur di farsi ascoltare. Che Fox sia un essere umano come tutti non è in discussione, fama o non fame. Che abbia difetti idem. Ma certe scelte, come queste, secondo me meritano rispetto se non altro negli intenti. Poi, come accennavo sopra, lui fa (e ha potuto fare) cose che ai più sono negate per un fattore di popolarità e di ricchezza. Sacrosanto. Però poteva (e può) scegliere altro. Eccome. Qui ritengo doveroso riconoscergli l’impegno, la dedizione, la forza, la costanza e l’altruismo.

Tornando all’oggetto libro vorrei lasciare una considerazione personale da non esperta nel senso che non sono un critico accreditato né un addetto ai lavori in senso stretto (non maneggio manoscritti ogni giorno né li devo valutare per questo o quell’altro motivo) però credo che questo libro abbia un grosso limite nella sua edizione italiana: la traduzione. Da lettrice ho trovato varie espressioni che sono evidentemente semplice traduzioni nude e crude di modi di dire o forme espressive americane ma che in italiano non hanno un senso compiuto. Non del tutto. Insomma, senza dilungarmi troppo sono rimasta delusa dal trattamento destinato a un libro come questo che, come ho spiegato nei primi paragrafi, non nasce per colpire la narrativa. Non è un romanzo. Non è lo scritto di un futuro premio nobel della letteratura. Ma è una testimonianza. E come tale meritava quanto meno una traduzione fedele all’intento originale. Cosa che qui non mi sembra di aver trovato. Davvero un peccato.

Il libro dunque è una biografia, volendo catalogarlo, ma non in senso tradizionale a mio avviso. E’ scritto in prima persona e non contiene un semplice elenco di fatti. E’ pieno di pensieri, osservazioni, annotazioni dell’autore che ormai maturo e consapevole è in grado di dare agli avvenimenti un’interpretazione intensa. Coerente. Concreta.

“Nonostante tutte le mie preoccupazioni riguardo al <no> definitivo- la rovina incombente che avrebbe controbilanciato tutti i mie anni felici nel parco dei divertimenti -, non ero preparato a niente di così triste, di così assolutamente sgradevole. Perché proprio io? E perché no? E’proprio nella natura umana cercare un significato, e io ero assai tentato di vedere la mia malattia come una metafora. Il mio Parkinson rappresentava l’avverarsi del destino, era il prezzo da pagare. Era il conto presentato a un tavolo disordinato dopo un banchetto immeritato e non apprezzato a dovere. Non avevo altra scelta se non considerare questo capovolgimento come un atto di giustizia.” (pag.166)

Questo libro, per come l’ho percepito io, è il tentativo di un uomo malato di farsi conoscere in quelle profondità offuscate dal passato di celebrità e in parte attenuate dalla malattia. Fox vuole svelarsi senza filtri (da qui la scelta di non avvalersi uno scrittore professionista che stendesse per lui i fatti usanto tecniche narrative più sciolte e ad effetto.). Fox vuole lanciare messaggi che meritano di essere colti. Questo libro merita almeno una riflessione.

” Non ero mai riuscito a essere così fermo finché non mi fu più possibile rimanere fermo” (pag. 268)

Qualcuno ha scritto che Michael J.Fox è un uomo fortunato ma anche intelligente. Per quello che ho visto e letto sono d’accordo.

Potrestiesseretu (stralcio)

14 ottobre 2007

Quando lo specialista l’ha ricevuto nella solita stanza umida e asessuata era evidente. Tutto era evidente. Che la chemio aveva fatto cilecca. Che non stava affatto bene. Che fuori faceva freddo. Che lui, il dottore della mutua, non poteva farci niente.

Le settimane sono passate da sole, scivolate sulla rugiada. Aspettando. Fischiettando. Quasi sorridendo.

Dovevano chiamarlo dall’ospedale per fissargli un nuovo ciclo. Il terzo. Diverso, avevano detto, più potente ed efficace. Ogni caso richiede studio, non si preoccupi, vedrà che troviamo il modo di frenare la caduta.  Simbolicamente spiritoso. Peccato che quelli come lui, i morti che camminavano, non sapessero cogliere.

Alla città le sue cellule malate non spostavano alcunché, anzi, diventava sempre più ostile. Con Teresa che entrava e usciva da casa con la velocità di una zanzara affamata era inevitabile affidarsi ad amici, fattorini, bus, taxi, vicini disponibili, impiegati comunali e via dicendo. Una lotta continua. Snervante. E lui di pazienza ne aveva sempre meno.

Lo imbarazzava dipendere dagli altri.

Enormemente. Dolorosamente.

In modo così violento e feroce che avrebbe dato un braccio per evitarselo. Ma non poteva. Neanche sapeva se era sano, il braccio che voleva barattare.

Quando finalmente è arrivata la telefonata dell’ospedale, faticava a camminare da solo. Teresa ha chiamato un’ambulanza e si è premurata che gli inservienti rispettassero le sue istruzioni alla lettera. Attenti alla buche e alle fermate brusche. Non lasciatelo fuori al freddo. E via così.

Lui ascoltava, incappucciato come un eschimese anche se fuori c’era il sole, i primi raggi timidi e ammiccanti che annunciavano un’estate torrida.

L’ultima seduta è durata due ore compreso il viaggio e l’arrivo al reparto di oncologia. E’bastata una sforacchiata per capire che non era in condizione di sopportare nulla, perfino l’acqua sulle labbra era dolorosa. Dopo un’altra ora di viaggio in ambulanza (al traffico dell’ora di punta un moribondo in più non spostava nulla) si è visto catapultare al punto di partenza. Teneva gli occhi chiusi, imbracato com’era per il trasporto. Ma se li sentiva addosso, quegli sguardi da ‘adesso che si fa? Questo ci rimane secco’. E invece no.

Si è fatto mettere a letto. E ha aspettato.

 

Potrestiesseretu si è spento dopo quattro giorni alle venti e diciotto. Nella sua casa in città. Teresa riposava in salotto perché ormai non riusciva neanche a starci, nella stessa stanza dove c’era lui ‘ridotto così’.

 

Morire non era nei miei piani.

Mi spettavano altri quarant’anni di vita almeno. Cinquanta se ero fortunato. Forse non avrei combinato granché. Forse. Ma mi fa impazzire l’idea di non saperlo, cos’avrei potuto combinare.

Soprattutto non pensavo di morire abbandonato, solo.

Solo.

Lo sono sempre stato. Prima e dopo la malattia.

Abbandonato.

Dipende da cosa si intende. Ho sempre vissuto senza dipendere da nessuno. Mi piaceva così e non lo rinnego. Ma superata una certa soglia si ha bisogno di aiuto.

Bisogno.

Di.

Aiuto.

Forse io avevo esaurito il mio bonus da qualche parte e non lo sapevo.

Quello

13 ottobre 2007

Era arrivata vicino alla macchina ma non aveva fretta come al solito.
Il sole stava già calando e i raggi arancioni giocavano sui muri, lungo la fiancata del veicolo sporco perfino sulle sue ciocche lunghe.
L’aria era frizzante. Dolcemente fresca sulla pelle. L’auto era già accesa, pronta. Ma lei non riusciva a decidersi. Rimaneva così, con un piede dentro, sul tappetino nero e l’altro sull’asfalto ruvido.
Poi quello.
Quello.
Era lì, accanto a lei. Dentro. Sopra. Le scorreva, quello.
Tra il sangue che pulsava e i battiti regolari. Lì.
Quello stato di fragilità. Silenzio stantio. Appiccicato alle ciglia. Delicato e amaro.
La consapevolezza di essere sola. Di.
Di potersene andare come di restare senza che questo sposti alcunché. Senza carezze. Né confronti.
Poi le parole.
Tutte quelle che non si sarebbero detti. Mai più. Quelle, proprio quelle, le mettevano tristezza. Non disperazione, no. Ma la certezza che da sola sarebbe stata dura. E l’aria sulla faccia era un lungo abbraccio. Un modo per evitare il calduccio delle coperte dove sarebbe stato più comodo rintanarsi, lasciarsi abbruttire e piangere. Ma.
Ma non era così.
Non era così che sarebbe stato. Che voleva essere.
Il vuoto era un insieme di silenzi, strati di frasi taciute, emozioni rinchiuse e dolori nascosti. La solitudine allora era una gabbia preziosa. Fuori c’erano persone nuove, forse migliori ma non c’erano certezze. E la paura era più forte di quello.
Molto.
Più.
Forte.
Crudele.