“Flaming June” è una contaminazione, un tipo di contaminazione dove le muse ispiratrici di alcuni noti pittori diventano le protagoniste in e con sapevoli di racconti brevi, flash intimi, laceranti.
Maeba Sciutti osserva dipinti di Klimt, Leighton, Waterhouse, Hiroshige, Wesselmann, Modigliani, Mucha, De Lempicka e Schiele, osserva queste donne così diverse eppure simili a tante altre di ieri e di oggi.
E da questa osservazione nascono dodici racconti, dodici incontri profondi, onirici, espressioni di moti e intensità che l’autrice ha sentito arrivarle dai dipinti e che, poi, sono diventati parole, accenni di storie.

Lo sforzo, l’intento, della Sciutti sono decisamente interessanti, e non tanto – non solo – per l’originalità nell’ispirazione e nello svolgimento, piuttosto per la volontà di proiettare il lettore ‘dentro’ queste opere, tra la vita di chi le ha realizzate ma soprattutto di chi ha posato.
Ed è uno sforzo complesso, che richiede amore e profonde conoscenze delle opere quanto della natura femminile.
La scrittura è ricercata, raffinata, a tratti complessa, si contorce prima di tornare in superficie ma è appena un attimo. Ogni racconto ha un ritmo diverso, respiri, profumi, strutture che lo rende unico e legato sottilmente all’opera di appartenenza.
Ci sono dunque le donne che si sono piegate, quelle irrimediabilmente fragili e all’apparenza sperdute. Ci sono le donne mai diventate, destinate a rimanere ‘figlie’mai abbastanza adeguate.

Allora giugno le fiammeggerà in casa e i pettegoli dimenticheranno che ha partorito una figlia emotiva. (pag.22)

Ma anche donne vicine all’essenza femminile moderna fatta di estetica e sacrifici, inadeguatezze e insoddisfazioni.

Compri una vita per assimilazione.
Un vestito di raso ti rende divina, una minigonna un’icona trasgressiva… (pag.57)

Poi quell’universo a parte popolato dalle donne che non sono mai diventate (donne), non dentro i canoni della società del momento; eppure loro – queste donne – tenaci, insistono e sopravvivono in questo loro essere diverse. Fuori da certi schemi ma piene di molto altro e poco importa, in fondo, quello che sussurra la gente.

La bambina continua a preoccuparla, non manifesta attenzioni per l’economia domestica, preferisce correre per strada, … […] Sophie teme che la bambina abbia dodici anni e uno spirito artistico. (pag.87)

Tante donne dunque, immortalate in pose e movenze uniche, irripetibili. Al punto che il dipingere, diventa anche ‘atto di allontanamento’ che la rende immortale, certo, ma anche muta e immobile. Lontana.

Mi hai dipinta: appesa, abbandonata come una maschera che ha finito le sue risa. (pag.48 )

Accanto alle muse, però, ci sono anche molti ambienti che la Sciutti cura, allunga e deforma. Il ‘dove’ diventa ‘come’ o ‘quando’ in un processo di fusione, dove le parole guidano o perdono la rotta ma non sono mai banali, scontate.

Il paese era una puttana estiva, perdeva la dignità del suo essere restio alla cultura, alla città, perdeva il sapore del pane sfornato e del dialetto sussurrato sull’uscio, si apriva e appassiva. (pag.75-76)

Penso che lo sforzo dell’autrice sia stato enorme eppure taluni approcci sono, forse, scivolati troppo verso un ‘descrivere’ e proiettare piuttosto che un ‘raccontare più nudo’, meno schiavo dell’aggettivazione vivida e il periodare serpeggiante.
C’è tanto, dentro questi racconti che sono proiezioni quanto tentativi di graffiare, scarnificare immagini e donne che sono state poi sono diventate e oggi continuano a vivere grazie alle mani dei diversi autori. Eppure in questo ‘tanto’ ho avuto l’impressione che, a tratti, qualche traiettoria si sia allontanata, piuttosto che avvicinarsi.
Il lettore di “Flaming June” ha bisogno di sapere, di capire chi sono questi pittori, queste muse. Penso che sia un libro che richiede un minimo di conoscenze della materia per poter essere apprezzato in profondità, capito come merita.
L’autrice è giovane, alla ricerca, non teme le sperimentazioni e si mette alla prova in un terreno misto complesso. C’è bisogno, forse, di recuperare un approccio più immediato per potersi avvicinare anche a quei lettori meno abituati ai liricismi, agli aggettivi come macigni che celano significati e strati.
Segnalo un tocco concreto di contaminazione che ho particolarmente apprezzato: ogni racconto è introdotto da un’illustrazione di Francesca Fasoli che riproduce proprio ‘quella’ musa che prenderà forma tra le parole dell’autrice. Ed è un approccio a mio avviso azzeccato, che favorisce l’immaginazione e quindi l’ingresso in queste dodici realtà deformate, attuali quanto lontane, profonde e dolorosamente consapevoli.
Ci vuole molta empatia, secondo me, per arrivare ‘dentro’ a occhi, volti, corpi. Bisogna saper ascoltare perfino le immagini che invece sembrano così immobili, fredde e invece, grazie alle parole dalla Sciutti, acquisiscono forme, colori, odori e sapori.
‘Flamming June’ è un libro curato e Maeba Sciutti è senz’altro un’autrice da tenere sotto controllo, che spero arriverà ad entrare nelle storie che si rincorrono per essere prima di tutto ascoltatore poi ‘traspositore’, dove le parole hanno un loro peso specifico equilibrato, amalgamando con e per tutto il resto, moti, strati e quella sensibilità spiccata che ci ho sentito.

Barbara Gozzi, Giugno’2008.

EDIZIONI ESAMINATE E BREVI NOTE

Maeba Sciutti (Rimini, 1977). Vive in provincia di Rimini. Ha pubblicato:
2007 – Cristalli di fiato – Liberodiscrivere, 2007 – Lingue di piume – ARPANet, 2007 – presente su The Cats Will Know – Antologia – Lulu e ‘Flaming June’ (Arpanet, 2008 )

Il suo blog: http://rapsodieinvernali.splinder.com/

Su lankelot: Lingue di piume

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Appunti apparsi su Lankelot

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‘Cronaca di un disamore’ è un romanzo che parla d’amore certo, ma anche di demolizioni, ossessioni, mancanze feroci, ricordi che sopraffaggono, desideri e disperazioni.
È un romanzo semplice nella struttura della trama e nell’esposizione che diventa però assai complesso, un gioco di incastri, più affonda nelle viscere del personaggio, più strappa brandelli di un sentimento passato quanto presente.
Maurizio ha lasciato Luca e Luca non capisce, non riesce ad accettare la perdita, l’assenza, una fine che non gli torna, sembra un incubo da cui cerca disperatamente di svegliarsi. Allora ci passa sopra, ogni giorno un po’, ogni volta un frammento che rivive per poi gettarselo alle spalle. È un percorso lento, quello di Luca, che lui stesso non capisce, non è consapevole della strada che sta percorrendo, sente solo il dolore insopportabile e la perdita un organo vitale, il cuore che gli è strato strappato dallo stesso Maurizio il giorno in cui l’ha lasciato con ‘belle’ parole. Il cuore di Luca, dunque, si sposta con Maurizio mentre il suo corpo muta, dimagrisce e si contorce, si riempie di nuove cicatrici che sembrano sempre più vive e pulsanti. Sembrano.

“ Il semaforo scatta, tutti ripartono, e Luca resta lì a domandarsi dove sia Maurizio, e dove stia portando in giro il suo cuore.” (pag.94)

Di fatto in questo romanzo tutto è già scritto dai primi capitoli eppure c’è un’energia, una forza tra le righe che si afferrano solo assaporando i brevi capitoletti con calma, lasciando fluire i respiri di Luca, i brandelli passati che riemergono per poi essere lanciati lontano, sempre più lontano, proprio là dove non lo possono più scalfire solo che lui stesso non lo sa, non si accorge che sta percorrendo la strada del disamore. Perché Luca ama. Sempre e comunque. E fa di tutto per ritornare con Maurizio, lo cerca e lo desidera con l’intensità dei grandi sentimenti, lo sogna con la forza dei programmi mai realizzati, lo aspetta con la voglia di assaporare quel corpo imperfetto eppure rassicurante, che lo ha fatto stare bene.

“ Dormì. Non mangiò. Si svegliò di notte chiedendosi cosa gli avessero strappato dal petto. Capì che essere lasciati significa più di tutto essere derubati del futuro.” (pag. 96)

I due protagonisti sono adulti moderni, trentacinque anni Luca, più di quaranta Maurizio, eppure sono palpabili le incertezze, i ritmi ancora irregolari, le ricerche quasi adolescenziali che li portano a piacersi ma anche a dividersi.
In questo romanzo l’amore ha colori, odori, sapori, luoghi, voci, risate e singhiozzi. È un amore poliforme, mutevole. Tutto e il contrario di tutto perché, di fatto, è un amore che sta cercando in tutti i modi di andarsene, scomparire, zittirsi, allontanarsi. Disamore dunque, un processo strano, complicato, che il lettore avverte con certezza solo verso la fine, quando i gesti di Luca sono ormai esasperati, stralunati, sconclusionati nella loro dignitosa lucidità.
C’è una scena in particolare che decreta il percorso, che svela cosa sta davvero facendo Luca in mezzo al caos dei ricordi, delle finte speranze e dell’annullamento, ed è una scena semplice, delicata che Cotroneo infila delicatamente nella trama aspettando che il lettore se ne accorga da solo, che non è una scena della tante, è la scena che identifica il disamore.
Luca va a farsi una nuotata in mare, ha lasciato la città per concedersi una breve vacanza nella stessa casetta dove lui e Maurizio erano stati mesi prima, quando stavano insieme. Luca inizia a nuotare e ogni bracciata è faticosa, dolorosa. Luca è stanco, affaticato, avrebbe bisogno di riposare eppure continua senza voltarsi indietro, ogni bracciata lo porta sempre più lontano dalla riva finché si fermerà e noterà quanto si è allontano sicuro di non poter tornare, di non riuscire a ripercorrere lo stesso tratto eppure riparte. Bracciata dopo bracciata raggiunge la riva e rientra in casa. Così ogni sera prima della cena Luca si lascia avvolgere dal mare scuro e nuota sempre più lontano, ogni giorno qualche bracciata in più poi rientra. Eccolo dunque il disamore che chiude il cerchio, un allontanamento lento ma progressivo, costante.

“Piano, con una sicurezza crescente, capisce perché è venuto fin lì. Perché l’isola lo voleva. Pensa: nessuno si ricorderà di noi. Noi non ci ricorderemo di noi. Oggi sei entrato nel mio passato, nel passato della mia vita. Adesso capisce cosa succederà. Sarà sempre come oggi. Ogni sera, prima del tramonto, andrà a nuotare. Ogni sera si tufferà e si spingerà sempre più lontano …” (pag.132-133)

Non creda però il lettore che questa ‘cronaca’ sia scontata, banale. Tutt’altro. Il finale ci mostra un altro Luca sotto ogni punto di vista, come se il disamore lo avesse cancellato per lasciare al suo posto un’altra persona che si, si chiama sempre Luca ma non ha molti elementi in comune con il protagonista delle precedenti pagine. Ed è così evidente che questo Luca sa, di essere diverso, di avere bisogni che prima ignorava, di non riuscire più a vivere quei sentimenti che invece prima, con M erano spontanei, naturali. M è tutto ciò che gli resta del suo amore per Maurizio, neanche il nome per intero gli è rimasto.
Ogni tanto poi, in mezzo ai brevi flash del passato e del presente di Luca, Cotroneo inserisce capitoli che sono lì per tutti, per il lettore ma forse anche per se stesso. Capitoli che c’entrano con l’amore e quindi anche con Luca e Maurizio ma il lettore sente che è solo un dettaglio, per qualche paragrafo la storia non è più importante, resta in stand-by il tempo di concedere al lettore un ampio respiro e una riflessione per se stesso.

“ L’innamoramento, nei suoi comportamenti, presenta analogie con tre precise categorie di individui: gli affetti da disturbi ossessivi compulsivi, i tossicodipendenti, e le persone colpite da depressione” (pag.111)

Nella mia copia del romanzo sopra questa frase che inizia un capitolo deliziosamente crudo c’è la mia calligrafia storta che con la matita, mentre leggevo, ha scritto ‘meraviglioso!’. Appunto.

“ Pare che le lacrime siano nate nel corso dell’evoluzione della specie …[…] Nacquero così le lacrime basali. Ciascuno di noi ne sviluppa quindici centimetri cubici all’anno. Esse non si trasformano mai in goccia vera e propria, e servono in sostanza a tenere umido l’occhio. Esistono poi le cosiddette lacrime riflesse, quelle che sgorgano in seguito a un fenomeno esterno… […] E infine le lacrime emotive, detta anche psicologiche, che dipendono da fattori appunto emotivi. […] Le lacrime basali e riflesse differiscono completamente per composizione da quelle emotive. “ (pag.89)

Ossessioni, dipendenza, sbalzi d’umore e lacrime. Eccolo quindi l’amore nelle sue manifestazioni più comuni eppure così spesso banalizzato, ignorato per star dietro al ritmo della giornata, gli impegni e il lavoro. Non è così per Luca che davvero sente tutto e non si risparmia. Neanche quando Maurizio è solo M, neanche quando passa davanti a casa sua senza pensarci. Luca ha bisogno di essere toccato, di sentirsi ancora vivo, per non ripiombare in quel abisso che lo ha quasi risucchiato. Quasi.
La scrittura è semplice e ritmata, accompagna il lettore, i capitoletti sono intercalari veloci che solleticano la voglia di proseguire come se non ci fossero mai abbastanza parole per. Come se l’amore fosse più forte a ogni nuova pagina che ci si appresta a leggere. Come se l’annegamento fosse si lento ma anche dolce, contorto, sottilmente ironico e rassicurante. Come se tutti fossimo quel Luca.

“ Qualcuno, da qualche parte, quando ero piccolo, deve avermi detto che quando si è così amati non si può non amare, […] E io lo so adesso, lo so bene, che questa è la più grande cazzata del mondo, eppure non riesco a mollare, non riesco a mollarti, non riesco a non pensarti. Ogni ora che passa è sempre un po’ peggio. […] E tu salvami che sto affogando nel mare, e poi picchiami a sangue sulla spiaggia e fammi tornare a essere me stesso. “ (pag.38)

Cronaca di un disamore
di Ivan Cotroneo
I tascabili Bompiani
Isbn: 978-88-452-5982-1
Euro: 7

Love-Lies-Bleeding (Amaranthus caudatus- coda rossa di volpe, traduz.in italiano) è un fiore a cui sono state riconosciute proprietà terapeutiche.
Da un’erboristeria on line:

‘Questo fiore permette all’individuo di affrontare e trasformare il dolore e la sofferenza. Indicando quando il dolore è molto intenso e si esprime sottoforma di angoscia, tormento fisico o di malattia. Quest’essenza non ha la funzione di un analgesico ma spinge la coscienza dell’individuo verso l’esterno, dalla concentrazione su di sè e dall’isolamento a una consapevolezza transpersonale del significato e del proposito di tale esperienza dolorosa.’

‘LIA Love-lies-bleeding. Siamo stati in India una volta. Alex voleva vedere le grotte. […] lui mi ha detto il nome comune. Love-lies-bleeding. Fiori rossi sottili. Spinosi.
[…]
LIA  È un nome così bello. Taglia come una lama.’
(pag.21-22)

Love-Lies-Bleeding è quindi un fiore ma anche una breve commedia scritta da Don DeLillo rappresentata negli Stati Uniti nel 2005, allo Steppenwolf Theatre Company di Chicago.
E’il primo testo teatrale che leggo integralmente, per questo di certo mi è difficile essere oggettiva.
La trama è semplice: l’artista Alex Macklin, dopo il secondo ictus è costretto a vivere come un vegetale, attorno a lui si alternano tre personaggi chiave che discuteranno sul tema dell’eutanasia. Toinette, la terza moglie, Sean il figlio della prima moglie e Lia, l’ultima giovane moglie di Alex.
In ognuno di questi personaggi sono rappresentati i sentimenti più comuni verso una tematica difficile da affrontare perché mette in discussione la vita, lo stabilire che e se è giusto (per la morale, l’etica, la coscienza) scegliere o meno la morte per qualcun altro incapace di esprimere chiaramente un’opinione.
Lia non è la solita donna che si sposa con qualcuno molto più vecchio di lei per soldi o potere. Tutt’altro. Lia rappresenta l’amore devoto, quel particolare sentimento che la spinge ad accudire il marito ormai vecchio e infermo, incapace anche dei più piccoli gesti quotidiani. E’un bisogno, quello di Lia, forse egoistico ma estremamente tenero sotto molti punti di vista. Quanto meno non comune. Lia rifiuta l’eutanasia, con fermezza. Non accetta di lasciarlo andare, non può. Ha ancora bisogno di lui. Per ricordare i momenti felici, i gesti e le condivisioni. Per alzarsi ogni giorno e pensare che magari.
‘TOINETTE Fallo morire in pace.
LIA Non c’è la pace nella morte. Non c’è niente. Lui è quello che sente e quello che è adesso. È Alex Macklin. E voi non avete nessun diritto di intromettervi.’ (pag.17)
Toinette esprime un’altra forma di amore, secondo me. Tra lei e Alex ci sono stati anni felici ma anche una rottura definitiva, caratteri e aspettative che, a un certo punto, si sono divisi, hanno scelto percorsi diversi. Ecco perché Toinette è favorevole all’eutanasia. Perché sa, sente, che il viaggio dell’ex marito, compagno e antagonista, non è quello di rimanere inerme in una sedia a rotelle o su un letto qualunque. Toinette ritiene, senza ombra di dubbio, che gli sia dovuta, riconosciuta, una fine diversa, più rapida e dignitosa. Allo stesso tempo ha paura, Toinette, per qualcosa che non conosce, per quello che non sa sul ‘come’ e ‘quanto’.
‘TOINETTE Vogliamo fare una cosa di cui sappiamo niente… almeno io… non riesco nemmeno a parlarne. Guarda le scarpe da ginnastica’ (pag.14)
Sean è un personaggio complesso che il lettore (pubblico se la commedia fosse rappresentata) fatica a ‘catalogare’ da subito. Non è figlio di Toinette anche se tra loro c’è un particolare legame di sostegno e confidenze. Non ha conosciuto bene il padre, anzi, emergono tra loro fratture evidenti e silenzi (Sean non lo guarda mai, il corpo del padre seduto o sdraiato).
‘ SEAN Era anche in grado di assimilare certe persone, consumarle e assimilarle. Come ben sapete. E quelle che non riusciva a consumare le abbandonava per strada. Bisogna sempre parlare bene dei morti. ‘ (pag.17)
Eppure sostiene la teoria di Toinette al punto da essersi procurato il necessario per aiutare il padre in un passaggio veloce ma indolore, onesto insomma. È attraverso Sean che DeLillo da voce a quei sentimenti meno ‘nobili’ di fatica verso la situazione di una persona cara che non ha scampo eppure resta lì, fermo ma vivo, incapace di fare alcunché eppure in grado di respirare. È Sean che manifesta fastidio verso il prolungarsi una condizione destinata comunque alla morte, una condizione che non lascia niente a chi resta accanto al malato e addirittura lo sfinisce, svilisce e ‘ruba’ tempo.
‘ Potrebbe andare avanti così per altri dieci anni. Noi continueremo ad amarlo ma sempre meno perché la sua sopravvivenza ci avrà soffocato. Non è morto ma non è nemmeno vivo. Non ancora e non più. E’a metà strada’ (pag.26-27)

I dialoghi possono sembrare a tratti lenti, inconcludenti perché DeLillo non vuole colpire con frasi ad effetto o verità assolute. Non ci sono soluzioni o certezze in questa commedia. Così come non è la potenza narrativa l’elemento dominante. Sono le riflessioni, nascoste tra le frasi dei personaggi, le uniche protagoniste. Sono loro, a mio avviso, che il lettore (pubblico) dovrebbe arrivare ad ascoltare. I dialoghi, i modi e gli atteggiamenti dei tre personaggi sono un mezzo per arrivare alla vera essenza del testo. L’intento non è rappresentare scene realistiche, coinvolgenti o di impatto. L’intento è lasciare spunti.
Intendiamoci.
Da questo testo non emergono analisi o riferimenti nuovi sull’eutanasia. E’già stato detto tutto e il contrario di tutto sulla tematica.
Eppure il tentativo di DeLillo è sottile, non invasivo ma acuto.
Gli stessi legami tra i personaggi, il passato e quello che era Alex prima degli ictus emerge nel corso del dramma attraverso i ricordi, i flash back improvvisi sempre più rilevanti. E’come se DeLillo tentasse di far entrare il pubblico nella vita dei personaggi a piccoli gradi. Solo alla fine si avrà piena consapevolezza dei sentimenti, le evoluzioni passate e le difficoltà di quattro vite diverse eppure unite.
Indubbiamente è una lettura, questa, estremamente differente dalla narrativa comune, richiede un occhio in più, un approccio anche ‘fisico’ in un certo senso. Per immaginare le scene, ‘vedere’ i personaggi in movimento, focalizzare le espressioni e le pause. Eppure mi sono sentita molto ‘dentro’(pur non avendo, ripeto, altri termini di paragone sul genere). Se potessi vederla rappresentata in un teatro a me comodo andrei subito.
Unica osservazione meno positiva è legata alla traduzione che non mi ha convinto. Da lettrice. 

APPROFONDIMENTI IN RETE
Non ho trovato molto su questo testo.
C’è una breve recensione QUI che esprime un punto di vista un po’ diverso dal mio.
Qualcosa sulla rappresentazione teatrale QUI (in inglese): ‘This is an intelligent work that rivets on the concept of what consists life and when death is welcome.’ 

‘Love-lies-bleeding’ di Don DeLillo
Giulio Einaudi Editore, 2006
Isbn: 88-06-18390-7
E.7,00

Quando un libro mi lascia un sapore, un certo sapore ecco. Penso che la lettura doveva arrivarmi proprio per quello, il sapore che mi è rimasto e che probabilmente porterò con me, è parte di me adesso.

‘Effetti collaterali’ è un romanzo che si potrebbe scomporre in due macro parti. La prima dove il lettore rimane disorientato, confuso, barcolla tra due personaggi che sembrano camminare su binari paralleli e di rado si sfiorano. Dopo, però, taluni pensieri si ricompongono, la maglia acquista consistenza e i punti passati diventano finalmente comprensibili. Allora il lettore esce dalla nebbia e inizia a farsi delle domande. Tenta di capire, spiegare, quei comportamenti che l’avevano lasciato perplesso, forse ha addirittura storto il naso di fronte a certe scene poi però.

I personaggi sono due, un uomo e una donna anche se è attraverso gli occhi di lei che il lettore arriva ad afferrare i fili, passati e presenti, perché è la voce della donna che racconta, piano, lentamente (molto lentamente) gli eventi (i suoi ma anche quelli del compagno). E’quindi una narrazione che può disorientare perché la storia passa attraverso una voce sola che salta tra i ricordi lontani e quelli più vicini, tra pensieri attuali e annotazioni passate, digerite eppure ancora latenti.

Questa è la storia di due persone sole, che vivono le rispettive solitudini dividendo un letto, una casa e qualche gesto. Come pupazzi che compiono gesti rituali e non si accorgono che insieme esiste un noi, che potrebbero confrontarsi, compiere azioni comuni. Non si accorgono perché il loro mondo è un altro. E’un mondo fatto di dolori taciuti, ferite celate, parole che sfuggono, si mescolano e sembrano così poco importanti da non meritare.

Lei è commessa in una panetteria. Lui lavora nella farmacia vicina. Si incontrano ogni giorno due volte, a pranzo quando lui compra il panino al prosciutto e poco prima della chiusura quando lei entra in farmacia a fare scorta di farmaci che lui le fornisce senza ricetta (e senza fare domande).
Si incontrano dunque e poco alla volta iniziano a cercarsi, ma non è un corteggiamento, non nel senso comune del termine. A un certo punto lui la invita a salire in casa sua (un piccolo appartamento sopra la farmacia) e lei non se ne andrà più. Non ci sono richieste, promesse o progetti. Perché non ci sono tante parole tra loro, non quelle ad alta voce, alla luce del giorno insomma. Le parole che si scambiano sono sussurri notturni.

‘ Abbiamo iniziato a dormire insieme. Ogni sera. Ogni sera, a letto, siamo stati vicini nella penombra. Ogni sera, mi hai raccontato qualcosa di te.’ (pag.42) e ‘Ogni sera mi hai raccontato un pezzo di questa storia.’ (pag.44)

‘Certe notti non dormivo.[…] Avvicinavo la bocca al tuo orecchio. Come se volessi mettermi a parlare, a raccontarti sottovoce anch’io le storie di quando ero bambina. I miei ricordi. Il tuo sonno era cullato dai miei pensieri.’ (pag.51)

Eccolo dunque il linguaggio adottato, il compromesso per rimanere estranei e sentirsi nello stesso tempo vicini, accomunati da traumi, dolori, ferite.
Perché questi personaggi coprono con il silenzio mali profondi, solchi indelebili. Lui schiacciato da una madre possessiva, ossessionata dal bene del figlio, e che si scopre fragile quando deve muovere i primi passi da solo (nell’appartamento lontano dalla famiglia). Un uomo pieno di insicurezze, che teme i rumori notturni e accetta la convivenza con una donna che non può avere (gli nega il sesso e ogni tocco più intimo) eppure la cerca, si preoccupa, tenta di guarirla, le procura ogni medicina poi le butta via in un ultimo gesto estremo. Un uomo sperduto.
Lei straripante di sofferenza acquisita, cresciuta dai nonni perché la madre si è ammalata poco dopo averla partorita (il padre si è poi accompagnato con un’altra donna). Lei che ha interiorizzato tutto, moti, sentimenti, l’atmosfera familiare di colpa e le frasi bisbigliate. Lei che vive una bulimia farmacologica perché i farmaci sono l’unica variabile certa in un equilibrio instabile, i farmaci dovevano curare sua madre così oggi li usa su se stessa, li cucina, li mischia a ingredienti, succhia pomate, ingoia pillole colorate.

‘ Mi immaginavo di rubare le medicine e di portarle alla mamma, per farla guarire. Ma non l’ho mai fatto. Me le mangiavo, invece, di nascosto. E non sono più riuscita a smettere. Non ce l’ho fatta.’ (pag.86)

Si tratta quindi di un corpo violentato, forzato, sul quale è stato scaricato tutto. Frustrazione, paure, dolore. Un corpo costretto a subire, che si trasforma, deforma. I capelli cadono. La pancia si riempie di bolle e croste, le prude, la fa urlare e le impedisce di riposare. Ma non è la pancia, in realtà, bensì quello che rappresenta (la maternità e quindi la madre che l’ha messa al mondo e poi è stata male, è ingrassata a dismisura ed è stata ricoverata, praticamente abbandonata da tutti, marito compreso). Il nodo cruciale è lì. Tra medicine incapaci di curare dolori dell’anima, sguardi che sottintendono e un passato scomodo, difficile da evocare, fatto di frammenti, aneddoti, pezzi di sofferenza sparsa.
Questa è la storia di una donna che racconta di una bambina convinta di aver provocato la malattia della madre. Colpevole quindi, alla ricerca di una pace chimica che non troverà mai. In continua fuga. Fuga dalla madre, dal nonno, poi da lui. Fuga da se stessa, dalle croste, dalla pancia e dai cibi cucinati con le medicine che solo lei mangia nel silenzio della cucina.

‘ Non è colpa tua. Non è vero che lo pensano tutti. Sono io, nonna. La mamma sta male da quando sono nata io’.(pag.78)

E’una narrazione sociale, che mostra i danni di un’infanzia pesante, desolante e desolata. Svela com’è possibile crescere una bambina con ferite così profonde da impedirle di essere libera, di lasciarsi ‘essere’.

Il romanzo è breve, scivola davvero come un tazza di tè fumante. Ma non ci si deve lasciar ingannare dalle frasi svelte, spezzate, ritmate. Ogni paragrafo è un tassello, una riflessione, un dettaglio vitale per la comprensione di un’opera più articolata di quanto il formato induca a pensare.

‘Effetti collaterali’
di Marta Pastorino
Merdiano Zero
Collana ‘Gli intemperati’
Isbn: 888237120-4
Euro : 6

Sono capitata sulla scheda on line di questo libro per caso e l’ho comprato di getto, così. Perché si parla di Alzheimer. Una malattia che di recente ho scoperto essere molto vicina alla sfera dei miei affetti. E avevo bisogno di confronti, di ascoltare la voce di altri, di provare a capire.
Quindi sono arrivata a ‘Lo sconosciuto’.
L’onestà è qualcosa che considero merce rara nei rapporti umani ma anche in taluni libri, quando si promettono storie che invece servono solo ad attirare, per favorirne l’acquisto. Ebbene, ‘Lo sconosciuto’ è un libro onesto. E il primo patto è lo stesso Gardini a stipularlo nella breve introduzione ‘ai lettori’: ‘ alla fine, che io c’entri o no, questa <storia della mia vita> è soltanto una storia, con la sua miscela di commedia e melodramma.’ (pag.8) E lo stesso concetto verrà ripreso e più ampiamente spiegato in seguito, quando ormai il lettore sa (di cosa parla questa storia) e può cogliere meglio il senso di un’affermazione che nasconde un mondo di analisi e consapevolezze: ‘Nelle vere storie gli individui non esistono. Una storia è qualcosa che accede, è fatta di eventi, e un evento non appartiene a una sola persona, a un solo personaggio, ma mette insieme più persone, più personaggi.’ (pag.171).
Dunque, questa è la storia di un malattia che avanza, l’ Alzheimer appunto, di un padre che si svela (lento, sconnesso, contorto, egoista), di una madre che lamenta ma ama, si sforza di accettare e porta con se tanti ricordi di un passato che è stato ma non si è ancora risolto del tutto. E’la storia di come una persona possa ammalarsi e diventare qualcosa di diverso, un altro, sconosciuto perfino a se stesso. Ma non è una narrazione esterna, estranea, tutt’altro. E’Nicola, il figlio, che prende per mano il lettore e lo porta a visitare ogni angolo, passato e presente, non sempre con linearità ma con un ordine logico ben preciso. Nicola è un uomo che si trascina una crescita difficile, un’infanzia costellata da ricordi spinosi, che lo infastidiscono e mortificano, accanto a un padre il più delle volte incomprensibile nelle scelte, negli atteggiamenti, nei modi.
E’ di certo questo, un romanzo dove l’incapacità di comunicare mostra crudelmente i suoi effetti attraverso il tempo, è impossibile non notare quanto Nicola si sia sentito (e si sente ancora mentre racconta) solo, arrabbiato, incerto (perché molti fili che lo legano al padre non li ha capiti fino in fondo), combattuto (tra il volere bene comunque a un uomo che ‘sta perdendo la testa’ a causa della malattia, e il rimanere distaccato davanti a un padre che tanto gli ha negato). L’incomunicabilità di fatto è la colonna portante di una trama che si snoda tra paesi e decenni finché alcuni spiragli arrivano a illuminare eventi passati e presenti, permettendo a Nicola di iniziare a capire e quindi accettare, ciò che è stato (e in questa comprensione c’è perfino un gesto affettuoso per Bruno, il padre che finalmente gli aperto quel cassetto del cuore che non aveva mai svelato a nessuno, l’ha lasciato entrare giusto il tempo di sbirciare e accettare, gettando nuove proporzioni a quel passato difficile e indigesto per il figlio).
‘Lo sconosciuto’ insomma, è un romanzo onesto perché non dice niente di più e niente di meno di quello che deve. C’è una famiglia (anzi più d’una si scoprirà). Ci sono i caratteri che cozzano. I silenzi. C’è la voce di un figlio che non dimentica e cerca, aspetta, spera finché potrà trovare quel nuovo equilibrio, finché potrà guardare negli occhi un padre, che è ormai uno sconosciuto, e immaginare a cosa pensa, o a cosa ha pensato. Ci sono amori di sottofondo, viaggi, scelte dure, abbandoni e scoperte.
Poi c’è ‘lui’, l’ Alzheimer che in questo testo trova una sua dimensione specifica, è come se si fosse annidato in un qualche punto tra i personaggi e le scene, come se fosse sempre lì, sotto sotto, e il lettore lo sente respirare mentre segue la narrazione, anche se non è il protagonista del capitolo.
Gardini è un autore sensibile, accorto, che sa di cosa parla (o almeno io – che non lo conosco – ho avuto da subito quest’impressione perché non si possono narrare solo situazioni vissute ma è altrettanto vero che quando si scrive di ciò che gli occhi hanno visto ‘si sente’ eccome). E quando si tratta di Alzheimer (come di certo per molte altre malattie) approfondire è necessario, essendo una patologia di cui di cui si sente poco parlare (io stessa qualche mese fa avevo idee vaghe e confuse e non immaginavo lontanamente tutta una serie di ‘effetti’ che invece oggi, purtroppo, conosco).
Certi libri sono necessari. Per condividere, diffondere e in questo romanzo, al di là della trama specifica, dei personaggi che sono e dicono e fanno, oltre i luoghi e i tempi, racchiude tematiche che si ripetono nella vita di tutti i giorni (e quando ci si sbatte contro ecco che diventa necessario sapere, capire e ascoltare). ‘Lo sconosciuto’ racconta una storia, si diceva, ma non si dimentica di precisare, puntualizzare, annotare quelle esperienze di vita che uniscono i malati di Alzheimer e chi gli sta accanto. E’, quindi, un libro che favorisce la comprensione di una malattia subdola, difficile da diagnosticare per tempo ( i sintomi sono facilmente riconducibili ad altre patologie o ai disturbi tipici dell’età avanzata) ma anche traditrice perché intacca proprio quell’unico organo che ‘governa’ il corpo umano da dentro. La mente.
Cos’è allora l’ Alzheimer?
Da Wikipedia: una demenza progressiva invalidante più frequente nel soggetto anziano ma che può manifestarsi anche prima dei cinquant’anni. Prende il nome dal suo scopritore, Alois Alzheimer. La malattia o morbo di Alzheimer è oggi definito come quel «processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l’individuo che ne è affetto incapace di una vita normale»
Spiegazione tecnica a parte, sono gli esempio semplici, concreti, che a mio avviso chiariscono come funziona, cosa succede a un malato.
E qui arrivano in aiuto le parole di Gardini.
‘Quella malattia esaspera i tratti essenziali del carattere, come una punizione dantesca. Per questo all’inizio non la si riconosce, e io e mia madre ci ostinavamo a maledire la vecchiaia’ (pag.11). Ma questo è solo l’inizio. Bruno, il padre, si avvicina piano piano al <nulla>nella sua eccezione più ampia che lui stesso enuncerà a pag.14 per poi riemergere dai racconti di Nicola trasformato in inutilità globale: ‘Tutto gli dava ai nervi, tutto era per lui inutile”. Ecco che inizia a isolarsi, ‘Diceva che si erano rincretiniti tutti. La verità era che faticava a stare con gli altri. Non capiva più i discorsi’ (pag.72). E’decisamente una discesa, veloce e inesorabile e chi legge ne rimane stordito: ‘Non era questione di alternative, figlio o non figlio. La mente di un malato di Alzheimer – ho imparato – si sposta lungo un segmento, non su un piano, ma da una lontananza tridimensionale, come se venisse incontro all’oggetto da un orizzonte brumoso.’ (pag.89)
Bruno diventa quindi, piano piano, un uomo qualsiasi ( ‘lo sconosciuto’, per l’appunto) circondato da nebbia più o meno fitta a seconda del momento narrato, attorno a lui si muovono altre persone, oggetti e situazioni ma lui li intravede appena, tutto gli arriva ‘da lontano’, ovattato, irraggiungibile. E in questo l’immagine in copertina rende magistralmente l’idea che Gardini inserisce nel tessuto narrativo (non ho trovato il nome dell’autore dell’immagine, in ogni caso è perfetta).
La narrazione è divisa in quattro parti, ognuna indicativa rispetto a una fase della narrazione, la linearità temporale viene a tratti spezzata dall’esigenza dell’autore di approfondire o lasciare in ‘stand-by’ una ramificazione della storia.
Il romanzo non ha una fine, un certo cerchio si chiude ma il lettore si trova davanti a una scena che in effetti è solo l’ennesimo tassello intermedio, ‘Una storia è come certe anime dannate: continua a reincarnarsi; da sola, senza sangue, non vive, ha bisogno di passare da un corpo all’altro per esistere.’ (pag.173)
In conclusione è una narrazione intensa, scorrevole e precisa, che lascia addosso la sensazione di difficoltà, disagio, paura, incapacità di. E altro che fino alla fine non ho saputo definire con precisione, fino a qui: ‘Nel guardaroba delle mie emozioni non trovavo un vestito da mettermi.'(pag.174). In questa frase Nicola si riferisce a una situazione precisa che si appresta ad affrontare. In realtà io mi sono sentita così dalla prima pagina.
L’Alzheimer trasforma, porta il malato in un mondo diverso, lontano, silenzioso, incerto, dove tutto è confuso, non esiste più un passato, un’unica persona da chiamare ‘padre’ o ‘figlio’ o ‘moglie’. Perfino trovare una parola diventa una sforzo, un ostacolo troppo alto. E tutti questi (e molti altri) aspetti emergono prepotenti e crudi da un libro sincero quanto difficile.

‘Lo sconosciuto’
di Nicola Gardini
(Sironi Editore, ottobre’07)
ISBN: 978-88-518-0090-1
Euro : 14