Femminile?

29 maggio 2008

Mi dice: ‘Tu non sei femminile’ e io mi fermo, ruoto il collo per guardarlo.
Mai pensato di esserlo. Mai voluto.
O no?
Me lo chiedo adesso, dopo. Ed è una domanda insistente quanto scivolosa.
Forse ogni tanto, quando magari o potevo ed era.
No.
Io e questo sacco non possiamo.
Poi però mi ha sorriso. ‘Tu sei così, lo so. Magari un tacco alto, diciamo medio, o un jeans elasticizzato…’ Occhiolino da corsaro prima di uscire, scappare.
E io resto seduta, mi sbircio e scuoto la testa. Ma i tacchi dove? Alle tennis non rinuncerei neanche…

Credit foto.

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‘Abbi cara ogni cosa’ è un libricino grande come una mano, centoquarantotto pagine per dieci euro. Il sottotitolo recita ‘ Scritti politici 2001-2007’ che lo colloca inevitabilmente tra gli scritti contaminati. Non è un vero e proprio saggio, tanto meno una qualche forma di narrativa mista.
Continua a tornarmi in mente il Moleskine, come approccio quanto meno, nell’intento di miscelare pensieri, descrizioni, considerazioni, volti, schizzi e immagini. Penso che potrebbe essere decisamente un moleskine svelato al pubblico. In un certo senso molti di questi scritti sono ‘intimi’ non tanto nella forma piuttosto nei contenuti che si addentrano tra meandri ripidi, evoluzioni geo-politiche, razze e popolazioni diverse quanto persone che Berger ha studiato, amato o odiato attraverso l’occhio del critico quanto le labbra dello ‘storyteller’.
Berger è di una poliedricità che disarma. Spazia in ogni scritto. Allarga l’orizzonte poi riduce l’obbiettivo. Affonda le unghie tra le mode e gli atteggiamenti poi si fissa su un volto, un singolo volto che in sé racchiude molto, tanto altro. Poi i campi, i componimenti poetici di Nazim Hikmet, le strofe di Morrison, Francis Bacon e tante, tantissime analisi che arrivano come uragani poi scemano. Gli scritti in media non superano le dieci pagine circa, e sono in totale asincronia temporale. In questo, il senso di meravigliosa confusione, che è più apparenza dovuta all’alternanza degli anni, degli scenari e delle tematiche, eppure l’ebbrezza delle miscelazioni richiama molto gli appunti sparsi, scomposti, dei moleskine.
Le poesie sono per Berger fonte inesauribile di mistero. Da ognuno trae qualcosa di diverso, eppure rinnovabile e ne rende partecipe il lettore inserendone brevi stralci tra gli scritti, una condivisione forse necessaria che proietta chi legge verso un’altra dimensione e così sarà per gli altri elementi contaminatori.

Quando il coro della terra trova occhi nel cielo
e rivela gli uni agli altri nella fertile oscurità
abbi cara ogni cosa
(Gareth Evans – pag.118-119)

C’è poi uno schizzo, riportato verso la fine del libricino, che lo stesso Berger fece di suo pugno a una donna in occasione di una cena. Ed è un disegno che nei suoi tratti semplici, tra le linee di un viso che ha visto molte espressioni e tanto sole, lì ci sono perfino delle parole. Frasi aggiunte dal Berger e che escono dalle linee, circondano lo schizzo come a volerlo illuminare. Purtroppo la riproduzione nel libro è troppo piccola, non si leggono le frasi eppure l’ho trovato così illuminante, miscelare volti tratteggiati con parole uscite dopo, come a voler fondere diverse forme d’arte. Il disegno si intitola ‘Alexandra’ e risale al 2007.
Berger non è un tuttologo, anche se a leggere questo libricino si potrebbe cadere nell’errore di considerarlo come quelli che si proclamano ‘capaci di dire e fare su ogni argomento importante’. Niente di tutto questo.
Berger è prima di tutto un osservatore, un ascoltatore acuto, una persona abituata a riflettere, a scavare tra le radici umide, i campi incolti e gli animali che pascolano a caccia di un ciuffo d’erba buona. Ama ogni forma d’arte e lo dimostra perfino in questo scritti appunto catalogati come ‘politici’ dove la maggior parte dei ragionamenti, in effetti, verte su dinamiche delle società moderne, scelte di governi, percezioni del vivere e lasciarsi vivere oggi, contraddizioni in termini religiosi, sociali ed economici. Tanto, molto davvero ma mai un ‘generalizzare’ gratuito. Ogni scritto ha in sé un suo peso specifico, un inizio e una fine che in un qualche modo scandiscono il ritmo al lettore, gli fanno voltare le pagine consapevole di cosa andrà a trovare.
E non c’è supponenza, tra le righe. Non c’è la volontà di convincere o lanciarsi in lunghe spiegazioni in favore di una tesi. E’ piuttosto un annotare. Scenari quanto pensieri. Berger non la manda a dire, questo è certo, e molte delle sue osservazioni sono anche palesi provocazioni.
Eppure – che il lettore sia d’accordo o meno, che non è affatto scontato – si finisce per seguirne i fili, quasi ammaliati.
E’ difficile oggi arrivare alla fine di un libro che non ha trama. E se si sceglie un saggio in genere è strettamente collegato a una passione o un’esigenza professionale.
Invece ‘Abbi cara ogni cosa’ si divora. Lo stile è senza dubbio scorrevole ma mai trascurato o lascivo. Preciso ma pulito, senza artifizi lessicali o strutturali. E’ un ‘parlare’ senza voler colpire chi ascolta, non attraverso linguaggi quanto meno. E’ un lanciare ami preziosi, parole pesanti ma sussurrate che richiedono tempo e pazienza per arrivare in fondo, per ‘attecchire’.

Cercare ogni mattina
quel poco
che ti fa sopravvivere un altro giorno.

Sapere quando ti svegli
Che in questa giungla di leggi
Non esistono diritti.
Sperimentare negli anni
che niente migliora
e tutto va peggio.

L’umiliazione di non riuscire
a cambiare quasi nulla,
e di afferrarti a quel quasi
che presto porta a un altro punto morto.

(pag.13)

Questo stralcio poetica scritto dallo stesso Berger si trova dentro lo scritto ‘Sette livelli di disperazione’ scritto nel 2001 e non credo richieda molti altri chiarimenti storico culturali.
La guerra è per Berger un fenomeno ossessionante, un buco nero devastante che incombe. Separa eppure ritorna, alimenta l’industria del potere, del sangue e delle manovre. E lascia in silenzio una parte importante di questo nostro mondo sempre più sordo, cieco e vuoto.

“Per noi”, dice una madre palestinese a un checkpoint dopo che un soldato delle Idf le ha tirato dietro un lacrimogeno, “per noi il silenzio dell’Occidente è peggio delle loro pallottole”, e fa un cenno con la testa in direzione del mezzo blindato.
Probabilmente lo scarto tra i principi enunciati e real-polik è una costante della storia. Spesso i discorsi sono magniloquenti. Qui, invece, è il contrario. Ciò che si sta consumando è la meticolosa distruzione di un popolo e di una nazione promessa. E questa distruzione è circondata da parole inadeguate e da un silenzio evasivo. (pag.16)

Come questo, ce ne sono tantissimi davvero di spunti, constatazioni, analisi e descrizioni. Berger sa di cosa parla, è stato in tutti i posti di cui poi ha scritto, a tratti descrive scene che sta vedendo nel momento in cui scrive. Ed è un incontro spazio-temporale che lascia il lettore sospeso. Come esserci e allo stesso tempo sapere che non. E in quel ‘non’ è racchiusa tutta la filosofia di questi scritti. E’ un po’ come se Berger sottintendesse: ‘Tu, caro lettore, che non sei, non eri, non sai… almeno ragionaci, non chiuderti, non lasciarti accecare dai blablabla vuoti, dagli slogan ammaliatori tanto quanto dal consumismo che desensibilizza, distrugge. Tu che puoi, non smettere di (ascoltare, leggere, documentarti, riflettere…)’. Io l’ho sentito questo messaggio tra testi diversi quanto uniti da questo stesso comune denominatore.
Dal 2001 al 2007 molte circostanze sono cambiate, gli scenari si sono evoluti, le società tendono ad allontanarsi sempre di più dalle condizioni precedenti, anelano quello che non hanno, rifiutano di fermarsi. Vogliono ogni volta qualcosa più.
E Berger non si lascia incantare. Osserva, disegna, si imprime immagini quanto note e parole altrui poi le assembla.
Questi scritti sono anche questo. Assemblaggi sapienti ma mai deformanti. Non credo che il lettore potrà sentirsi manipolato o costretto verso una direzione che non vuole. Specialmente perché Berger non ragiona a vuoto, mostra scenari, racconti aneddoti, da un nome preciso a ogni ‘cosa’. Non la manda a dire, appunto.
Alcuni scritti, poi, sono vere e proprie analisi socio culturali, denudano i comportamenti di questa nostra società figlia del progresso e delle tecnologie ma incapace di capire dove sta andando. Un breve testo, ad esempio, intitolato ‘dove siamo?’ inizia così:

Vorrei dire almeno qualcosa sul dolore che esiste oggi nel mondo.
L’ideologia consumistica, che è diventata la più potente e invasiva del pianeta, vuole convincerci che il dolore è un incidente, qualcosa contro cui ci si può assicurare. (pag.42)

E’ impossibile non rimanere incollati a certe pagine. Quando le analisi diventano lucide proiezioni di realtà concrete, conosciute eppure così spesso deformate e ignorate che attraverso le parole di Berger sembrano riacquistare una propria identità pulsante, nuda.
Ci sono poi, per quanto mi riguarda, due specifiche tematiche che Berger osserva molto da vicino e che mi colpiscono personalmente: lo spazio e il muro.
Lo spazio è qualcosa che esiste perché senza l’essere umano non sarebbe, non esisterebbe, non si sentirebbe. Dare una collocazione a noi stessi quanto a tutto ciò che ci circonda ci è diventato indispensabile, senza ci sentiamo incompleti, mancanti forse. Eppure sempre più spesso è difficile sentirsi a proprio agio in un dato ‘luogo’, come se quegli tessi spazi così tenacemente etichettati si ribellassero alle distinzioni e ci rifiutassero. Ecco allora che Berger osserva e ne sottolinea le stonature.

Può darsi che il caos abbia le sue ragioni, ma è muto. Dalla capacità umana di disporre e dare  un posto alle cose nascono il linguaggio e la comunicazione. In inglese il termine place è sia verbo che sostantivo. (pag.81)

Tutti hanno un immediato bisogno di localizzarsi. Come se volessero sgombrare il campo dal dubbio di non essere da nessuna parte. Circondati da così tante astrazioni, hanno bisogno di inventare e condividere i proprio transitori punti di riferimento. (pag.116) da ‘Dieci dispacci a proposito dei luoghi – 2005’
Quindi i luoghi come bisogni. Le coordinate come imperativi per non perdersi, per non sentirsi invisibili, trasparenti e quindi irraggiungibili dagli altri quanto da se stessi. I posti diventano ancore, certezze entro cui rintanarsi e che – ogni tanto – si ribellano a questa deformata considerazione rifiutando, rifiutandoci. Poi ci sono i muri.
Berger attribuisce molti significati ai ‘muri’ che separano ma rappresentano anche la netta distinzioni tra i diversi lati di uno stesso ‘intero’. E non è una mera questione tra ‘bene e male’, questo non è un romanzo e Berger non ha nessuna intenzione di raccontare ‘una storia’ in nessun senso.
I muri rappresentano i confini di quelli scelte che ci danno modo di decidere chi vogliamo essere e come scegliamo di vivere.
C’è un passaggio, in particolare, che mi porto addosso come un amuleto. Non lo trascriverò per lasciare il piacere al lettore di trovarlo e farlo suo, se vorrà.  Inizia a metà di pagina 92. Spero un giorno di poter affermare che ho scelto il ‘rispetto di me’, quel particolare lato del muro più difficile da raggiungere, conquistare ma che ci riporta a una dimensione più ‘umana’ e meno standardizzata, catalogabile quanto targettizzata, governata da altri che ci illudono lasciandoci poi vuoti e soli.
Concludo con un passaggio che è una dichiarazione d’amore verso le storie intese come veicolo di diffusione, di intrattenimento certo ma soprattutto di denuncia, palesamento di situazioni e circostanze che diversamente rimarrebbero inascoltate, senza una voce così forte da arrivare lontano. Ed è straordinario come anche qui, Berger sposti l’attenzione, non si limita a sottolinea quanto ‘può’ uno scritto bensì ricorda anche quanto sia necessario leggere. L’uno e l’altro, dunque, contro i ‘lavaggi del cervello’ propinati da ogni direzione possibile, scrivere e leggere (non necessariamente entrambi, non necessariamente in quest’ordine) come strumento di ragionamento, per non lasciarci ingabbiare.

Osservo il volto di Alexandra seduta in giardino e ricordo una frase di Anton Cechov, che era un medico come lei: ‘il ruolo dello scrittore è descrivere la situazione in modo così veritiero… che il lettore non possa più eluderla’. Oggi noi, con le esperienze storiche che abbiamo vissuto e che le macchine politiche cercano di cancellare, dobbiamo essere sia quel lettore, sia quello scrittore… e possiamo farlo.

(giugno 2007)
(pag.135)

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

John Berger, 78 anni, inglese nato a Londra nel 1926, formatosi in primo luogo come pittore, poi divenuto critico d’arte, è autore di saggi (tra cui Ways of Seeing, che la rete televisiva BBC ha trasformato in una serie TV, romanziere (vince il Booker Price con G nel 1972), sceneggiatore (scrisse, tra l’altro, in collaborazione con il regista svizzero Alain Tanner, Jonah qui aura 25 ans l’an 2000 e quattro piece teatrali), giornalista (su El Pais, The Guardian, The Independent, Frankfurter Rundschau).
Da quasi trent’anni si è ritirato a vivere a Quincy, un piccolo villaggio alpino, da cui è disceso a Torino in sella alla sua motocicletta.

‘Abbi cara ogni cosa’ di John Berger – Fusi orari, 2007, Isbn: 9788889674307, Pag.150 – E.10
Traduzione a cura di Maria Nadotti.

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Barbara Gozzi

Dello stesso autore:

Berger John, Marc Trivier – My beautiful

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Appunti pubblicati su Lankelot.

Cacciatori

24 maggio 2008

Che cosa resta di noi?
Non so se te ne sei accorto.
Le ho rintracciate ieri notte per caso, sono rimaste nella memoria del sito, non chiedermi come.
Di noi sono rimaste delle chattate.
Te ne rendi conto?
Inutili, gelide, scontate discussioni on line. Topolino dice. Minnie dice.
E mi sembra un tale schifo che non trovo le parole. Forse non esistono perché quando le abbiamo messe in fila, le parole, internet neanche si immaginava.

La volevo finire qui, questa specie di lettera. Ma poi, adesso, rileggendola, ci sarebbe ancora qualcosa da. Si, da aggiungere. Perché tu e io – noi se ti pare – siamo nati proprio dentro una chattata. E mi piaceva l’idea, mi sembrava di riuscire a sentirmi abbastanza da parlarti col cuore. Forse l’ho fatto, forse no. Ormai non fa differenza, mi pare. Però mi fa incazzare il doverti ricordare come ‘quello del web’. Come quello che è sparito cambiando nickname (o qualsiasi cosa tu abbia fatto, neanche voglio saperlo, però è impossibile rintracciarci. Tanto basta). Non credevo che un sentimento potesse diventare ‘irrintracciabile’. E invece mi sono lasciata fregare. Da noi, certo, da te quanto me. Perché lo so che in quella stanza virtuale ci venivo libera e curiosa. Lo so eccome. E altrettanto libera ti scrivo adesso che mi resta tanto sporco addosso, di un cercarsi finto come le bambole di plastica, di un solleticarsi che è appena un ologramma, una visione costruita ad arte da noi stessi. Di un qualcosa nato inconsistente e morto secco, senza ossa né pelle.
Non è proprio un volerti lasciare la colpa, perché alla fine della fiera anch’io potevo sparire. Bastava uccidere Minnie e assemblare una Gilda o qualsiasi altra identità volessi appiccicarmi tra i polpastrelli in quel momento. Potevo ma non.
Allora lasciamola, la chattata. Lasciamola viaggiare nella rete come fosse un gelato squagliato.

Sto per chiudere la busta.
Almeno queste poche righe le potrai stringere, annusare o appallottolare. Fai tu. Te le mando a quella casella postale che mi avevi fatto avere l’anno scorso, quando ti ho spedito le foto del mare. E’ l’unico brandello che mi resta, ammesso che sia ancora reale.
E ho scritto con una bic nera, sappilo. Di quelle che rosicchio quando sono nervosa. Scrive bene però, non lascia sbavature.

Non rispondermi, ti voglio rendere le cose più semplici. Non sentirti obbligato a. In dovere di. Tanto le parole importanti le ho già lette in quella stanza virtuale, il resto è ridicolo.
Il resto siamo tu (da qualche parte) e io (qui o altrove, deciderò).
Stupidi cacciatori di emozioni plasmabili quanto inconsistenti.

Foto BG.
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Note dall’Officina: l’immagine risale a un bel pomeriggio di fine marzo. E riguardandola a qualche settimana di distanza mi è sembrata così perfetta, nei colori, le forme, perfino nei fili che si intravvedono in alto (unico elemento che riconduce alla modernità che ha bisogno di cavi e collegamenti per). Mi è sembrata talmente perfetta nel suo rappresentare una natura ‘vera’ e pulsante che mi è tornato in mente questo scritto, questa strana lettera tra ‘chattatori’, esseri immaginati da se stessi che si sono incontrati sul web, in una realtà inconsistente, che – si – c’è nel senso che esiste ma cela talmente tanti fattori, include talmente tante opzioni ‘non reali’ da diventare spesso qualcos’altro.
Allora la foto e lo stralcio narrativo si sono uniti. Contrasti che si rafforzano, secondo me.
Tanto quell’albero, quel prato e quelle nuvole sono ‘vivi’ quanto la narrazione è crudelmente consapevole di aver creduto a una costruzione di emozioni, architettura che ha proiettato nella c.d. ‘realtà virtuale’ due persone in una bolla di sapone sottile e vacua. Due persone che si sono sentite ‘insieme’ in quelle stanze virtuali che in tanti conoscono, insieme attraverso invenzioni, nickname e profili per intenderci.
E la sparizione raccontata nel testo, la scomparsa improvvisa e definitiva testimonia la facilità con cui è possibile spezzare illusioni, legami che sono tratteggi deboli, monchi di tanti elementi indispensabili all’approfondimento come l’olfatto, i suoni, i tocchi, il guardarsi, il sentirsi, il viversi attraverso gesti e umori.

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Stralcio apparso su Declinate al femminile.

Questo libro non è qualcosa che si possa guardare, leggere e sfogliare una sola volta.
E’ uno di quei testi che si tengono sul comodino, accanto alla radiosveglia o sulla scrivania, vicino al mouse. Ogni volta che compiamo gesti comuni, quotidiani lo possiamo sbirciare, ogni tanto aprendolo è un tornare a fissare immagini, parole, incastri.
John Berger scrive, Mar Trivier fotografa e Alberto Giacometti raffigura.
Tre uomini lontani e vicini. Ognuno con il proprio mondo espressivo, intenti creativi.
Eppure in questo piccolo libro si uniscono, si miscelano in molti livelli impensati.
In realtà sembra più un moleskine, piuttosto che un libro nel senso tradizionale del terminie, penso che anche quest’aspetto, queste miscelazioni scomposte, me lo hanno fatto amare da subito.

Alberto Giacometti (1901-1966), nasce il 10 ottobre del 1901 a Borgonovo in Val Bregaglia da Giovanni, pittore neoimpressionista, e Annetta Stampa. Qui la sua biografia completa. Le sue sculture, specie nell’ultimo periodo si allungano, sembrano scheletri eppure a ogni nuova osservazione cambiano un pò, sono in continuo movimento nonostante l’apparente staticità.

Nell’immagine accanto lo stesso Giacometti tra alcune delle sue opere.

Marc Trivier è un fotografo belga.
Confesso che non lo conoscevo eppure già dalle parole di Berger se ne intuiscono le ossessioni, quel modo di lavorare cercando il momento ‘perfetto’, quando ciò che si cerca di immortale è esattamente come dev’essere: se stesso.

” Invece di stare di fronte alle sculture, Marc Trivier – che ha il talento dell’attesa – si mette accanto a esse con la sua macchina fotografica e aspetta. ” (pag.12)

Infine John Berger, di cui parlerò per ultimo essendo lui il collante di tutto. Noto come critico d’arte, poeta, giornalista, romanziere, sceneggiatore cinematografico, autore teatrale e disegnatore. Si definisce un semplice ‘storyteller’ (lo dirà chiaramente negli scritti politici ‘Abbi cara ogni cosa’ – Fusi orari, che sto leggendo ora) il che mi sembra stupendo, questo suo volersi porre di fronte agli eventi, le storie, quanto i dipinti, le immagini, tutto ciò che gli sta davanti insomma, lui lo osserva e riporta.
In questo caso si tratta di fotografie. Ma non fotografie qualunque. Scatti di sculture preziose, vive e pregne di angolazioni. In pratica Berger è intervenuto con le parole su due strati diversi di creatività.
Le forme. Poi gli scatti. E infine le parole.
Parole dunque, a descrivere con garbo, a spiegare senza eccedere, a lasciare spunti di riflessione, annotazioni, mescolanze di passato e presente. Decisamente un Moleskine atipico eppure poliedrico. Silenzioso quanto energico.
Consiglio questo sito, in inglese dove rintracciare molte informazioni su Berger:

I can’t tell you what art does and how it does it, but I know that art has often judged the judges, pleaded revenge to the innocent and shown to the future what the past has suffered, so that it has never been forgotten.

In questo saggio, ‘My beautiful’ ci sono fotografie che discretamente occupano una pagina, accanto le parole di Berger (con la versione originale in inglese nella pagina successiva) e in mezzo ci sono tutte le sculture di Giacometti che in fila ordinata si presentano all’osservatore, si voltano, cambiano angolazione e aspettano. Aspettano di essere capite. Di essere guardate ancora. E ancora.
Ed è più o meno questo che fa Berger, e prima ancora l’occhio di Trivier che le ha immortalate.
Tutti in fila, insieme, tra queste pagine che hanno echi ma sanno aspettare. Le pagine grandi, le immagini centrate ma non invasive, le parole che non riempiono, accompagnano.

” Allora tutti si girano e avanzano in fila indiana. Le sculture in testa e le fotografie dietro. Sovente seguono passo passo le stesse impronte” (pag.12) E in coda non per importanza queste parole che Berger lascia con amore, dedizione e intensità.

Non mi era mai capitato un libro così. Così tanto. Qualcosa che non richiede una lettura continuativa. Che non ha inizio né fine. Qualcosa che aspetta di essere annusato. Fissato. Sfogliato casualmente. E dove, ogni volta, le frasi restano, hanno un peso specifico tanto quanto le immagini che si lasciano guardare e ogni volta richiamano a sé.
Eppure con garbo.
Quasi sottovoce.
Ma è un silenzio che ne inspessisce gli strati, che si sedimentano in chi lo stringe tra le mani.
E’ davvero un’altra dimensione.

” Non ho mai accettato che pensare faccia solo chiarezza; serve anche a riempire un vuoto. Il pensiero ha una sua propria opacità.” (pag.32)

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My beautiful
di John Berger e Marc Trivier
Bruno Mondandori, 2008
Isbn: 9788861591141
Pag.59 – E.10

Testo: John Berger
Fotografie delle sculture: Marc Trivier
Ritratti di Alberto Giacometti: Jean Marquis
Foto Katrin Cartlidge: Jurgen Teller
Sculture di Alberto Giacometti.

Traduzione dall’inglese di Maria Nadotti.

Dalla quarta di copertina:

My beautiful, mia/o bellissima/o, ma anche “quel che è bello al mio sguardo”. Un’apostrofe amorosa, che

apre la strada a una riflessione folgorante sull’atto del guardare, sull’origine e i percorsi del piacere che ne ricaviamo, sull’idea di bellezza. Ne sono autori il narratore e critico d’arte inglese John Berger e il fotografo belga Marc Trivier.

L’oggetto del loro comune vedere sono le sculture di Alberto Giacometti. Trivier le esplora attraverso l’obiettivo fotografico, ingaggiando con loro una sorta di corporeo passo a due. Berger le ri-guarda attraverso le immagini fotografiche di Trivier, esprimendo nella scrittura la sua vertiginosa attenzione:

all’opera dello scultore, a quella del fotografo, a quell’insieme di ricordi, esperienze e aspettative che modellano il tragitto della percezione. Bello, per Berger, non è infatti quel che stabiliscono critici e accademie, ma quel che dà a chi guarda la misteriosa certezza di essere riconosciuto e accolto: opera d’arte, paesaggio o viso amato…

Un piccolo, prezioso trattato sull’amore, la memoria, l’immaginazione, la necessità di sottrarsi a gerarchie e discipline e di cercare quel che “si tiene” ed è bello per ognuno di noi. My beautiful!

«Un libro o un film non possono cambiare il mondo, ma le storie di John Berger aiutano a modificarlo.» Alain Tanner
Premio Cálamo “Otra mirada” 2005.

– Barbara Gozzi – 18 Maggio 2008

Lettera d’amore

17 maggio 2008

‘Vai A’ di Barbara Gozzi

Cara A
Pensavo fosse facile buttar giù due righe.
Pensavo che per uno come me fosse talmente ovvio far girare le parole e allinearle alla perfezione.
Cazzo, quanto sbagliavo.
Non avevo mai pensato di scriverti, ci sentiamo in molti altri modi che mi sembrava ridicolo pensare a una lettera tradizionale. Eppure, forse, così è meglio.
Perché io e te siamo. Lo sai anche tu, te lo leggo negli occhi.
Ci lega qualcosa che non saprei definire, forse non c’è un termine adatto, che possa sintetizzare quel miscuglio di eccitazione e comprensione. Perché alla fine è così. So che tu mi capisci, anche se non ti racconto granché, anche se mi perdo col lavoro e i viaggi, anche se non ci vediamo. So che ti basta un rumore, un sospiro o un’occhiata rapida tra la gente.
E questa cosa qui mi ha sempre spaventato.
Ricordi quando ti ho detto che ti voglio bene? Eravamo a casa mia ed era tardissimo. Noi due e la televisione accesa (cosa stavamo guardando proprio non lo so, rassegnati). Ad ogni modo ricordo che non ti sei stupita, anzi, hai quasi sorriso. E in quel ‘quasi sorriso lì’ c’era tutto.
Certe persone non sono destinate a stare insieme nel senso ‘tradizionale’ del termine. Me l’hai insegnato tu.
Allora vorrei scriverti adesso che restiamo comunque due tasselli che si cercano e si incastrano quando possono. E non è un voler sminuire questo nostro legame, tutt’altro credimi. Non mi piacciono certi aspetti di questo vedersi col singhiozzo e lo ‘dico’ proprio io che ci ho vissuto per quasi quarant’anni (col singhiozzo, facendo quello che volevo e spassandomela se capitava).
Sono uno stronzo, A, sono abituato a decidere della mia giornata e non sono capace di programmare come invece fai tu che sei maestra di tempi e modi. Non starò qui a sostenere che sei una specie di fanciulla perfetta, creatura ultraterrena dalle qualità infinite. Tanto non ci crederesti.
Tu sei complicata. E va bene, A, anzi, pure io non scherzo.
Quando non ci vediamo per un po’ mi manchi, ti penso poi ti cerco. Mi preoccupo per te anche se le tento tutte per non darlo a vedere, non ti telefono tanto quanto vorrei per esempio, ma tu sei lì, in un angolino del mio cuore che resterà sempre libero, se vorrai restare o tornare.
Più di così credo che non si possa.
Non c’è margine A e adesso, mentre lo scrivo un po’ mi sembra anche ingiusto.
Abbiamo altre vite oltre a questo legame, oltre all’essere qualcosa insieme. E quelle vite separate che portiamo avanti ci sono per un motivo, secondo me.
Io ti voglio bene.
Non mi nascondo più, vedi?
Ma c’è anche dell’altro, A.
C’è il fatto che l’amore e il sesso tra noi sono forti e intensi in questa situazione, lasciando in stand-by il resto per qualche ora a settimana.
Ma se cambiamo le variabili, sei davvero sicura che?
Se puoi resta.
Ma se ti fa stare troppo male, viverci così, vai.
Vai A..
Io so.
E capisco.

C.

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Stralcio pubblicato nell’ambito dell’iniziativa ‘ Scrivi d’amore’ promossa da Barbara Garlaschelli e Daniela , qui.