Allo specchio

5 settembre 2008

ALLO SPECCHIO (clicca qui per la slideshow)

Lo specchio è rettangolare.
Illuminato da un neon giallastro.

Entra e si spoglia in fretta.
Via
i pantaloni, la camicia color vinaccia e i gambaletti grigiastri. Si ammassano dentro la lavatrice, l’oblò rimane aperto, in attesa.
La luce dello specchio la fa sembrare più colorita, con le dita si allunga la pelle delle guance, l’angolo delle sopracciglia, le labbra. Si guarda con attenzione ma quello che c’è – dall’altra parte – quella sagoma riflessa non le piace.
E non è la giornata lunga, la pioggerella subdola, il fumo o il sudore. E’ proprio lei che non.
Respira piano, quasi rantola. Smette di toccarsi la faccia.
Il beauty è un astuccio nero enorme rivestito di brillantini. Con la mano destra rovista, le è venuta una certa frenesia.
La spazzola passa attraverso le sottili maglie dei capelli lunghi, sono folti e castani con qualche venatura chiara. Li liscia con cura annullandone la piega rimasta miracolosamente in equilibrio per più di dodici ore. Alcune ciocche finiscono davanti agli occhi, le solleticano le ciglia. Inizia proprio da quelle. Le lame sottili delle forbicine scivolano sicure, forti, sente una leggera resistenza mentre conclude il primo taglio ma è uno sbuffo veloce. Prosegue con lo stesso ritmo mentre le lunghezze scivolano come burro fuso sul lavandino. Taglia seguendo una melodia stonata, casuale. Restano spuncioni corti, cespugli radi dall’andamento sconclusionato.
La testa è adesso una palla lucida ricoperta da peluria irregolare, si distingue la pelle candida, timida. Sa di avere il rasoio, da qualche parte, ma non lo cerca.
E’ così che vuole essere. Nuda e imperfetta.
Posa le forbicine sul mobile accanto al lavandino e immerge le dita nel barattolo dello scrub. La crema è fredda, densa e grumosa. Se la plasma attorno al collo, raggiunge ogni spigolo del volto e ricopre la pelle della testa. Interamente fasciata da uno strato abbondante di esfoliante inizia a massaggiarsi. Movimenti piccoli, circolari che strizzano la pelle e le fanno assaporare pieghe e incavi, ruvidità e pori. Inizia così a frizionare più forte, spinge i polpastrelli e affonda nei cerchi immaginari che sta seguendo, sul naso, nella gola, lungo la fronte, attraverso la testa spoglia fino al retro delle orecchie. Si sente friggere, migliaia di pizzicotti invisibili la procurano brividi involontari.

Infila la testa dentro la doccia, afferra il rubinetto dal collo morbido e lo apre con movimenti meccanici. Il getto è bollente, le arrossa la pelle del collo poi tutta la testa che perde il colorito biancastro e l’unto della crema, la schiuma scivola rapida verso lo scolo e lei la fissa con gli occhi semichiusi che bruciano, l’acqua le è finita tra le labbra secche, sta aprendo nuove ferite.
Lo specchio la aspetta. Serio.
Allora recupera le pinzette da un cassetto e avvicina il volto al vetro. E’ un lavoro che richiede tempo e pazienza. Inizia a strapparsi le sopracciglia. Una a una. Ne afferra l’estremità con cura poi tira secca, i gomiti saltellano concentrati.
Gli occhi sembrano più piccoli, adesso, si perdono nelle pianure tortuose quanto morbide. Eppure sono lucidi.

Non sembra più una faccia.
Non sembra più una testa nascosta dietro ornamenti e vezzi faticosi. Le barriere sono sparite, erbacce selvatiche strappate con forza. Via i capelli, il trucco e le cellule morte, perfino le sopracciglia.
E’ diventata un ammasso deforme, splendente. Ci sono angoli, spigoli vivi e distese chiare che seguono le rotondità del cranio. Le gocce d’acqua rimaste sulle spalle si stanno asciugando. Nel bagno c’è caldo, ha alzato il riscaldamento prima di entrare.
Si slaccia il reggiseno poi sfila le mutande. Entrambi finiscono per terra. E lei lì, dritta e immobile.
Eccola finalmente.
Così com’è all’esterno.
Si sorride e la fa stare bene quel movimento dei muscoli facciali. Si sente pronta.
Le forbicine sono ancora sul mobile, silenziose. Le afferra con cautela, lucide e sottili, quasi inconsistenti.
Adesso si, è davvero pronta per la scarnificazione.
Per cercare al suo interno.

C’è questo gusto, di sapone e ferro.
Il neon ammorbidisce i contorni, sul lavandino i dettagli sono nitidi, segnano il tempo, scandiscono lo spazio.
E quel rosso che scende, cola, si mescola a peli e capelli morti, quel rosso la sta liberando dalla schiavitù dello specchio. La svuota.

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> Alcune riflessioni  su Declinate.

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Valerio è il primo personaggio che ha iniziato a bussarmi in testa due anni fa. Ed è stato un bussare basso, all’inizio, una cadenza ritmica, un vago formicolio di quelli che non noti sempre ma sai che c’è.

Di Valerio sapevo già molte cose quando ho iniziato a guardarlo in faccia, mentre prendeva forma e si spogliava davanti e per me. Sapevo molte cose ma non ero sicura di capirle fino in fondo. E’stato questo l’ostacolo maggiore, forse lo è tutt’ora. Sapere ma temere di non riuscire.

Valerio è un personaggio complesso sotto molti punti di vista. L’ho amato molto, soprattutto quando ci siamo ‘conosciuti’ perché le sue fragilità erano così evidenti e il suo tentare di rimanere in piedi, a ogni costo, sempre e comunque mi faceva tenerezza. Avevo voglia di abbracciarlo e dirgli che sarebbe andato tutto bene anche se poi, sapevo (come so ora) che erano solo ridicole bugie neanche tanto velate per farlo stare meglio appena un pò, quel tanto che bastava a me per respirare in mezzo al suo dolore.

Poi sono cambiate alcune cose, tra di noi. Valerio ha tirato fuori altro, aspetti che evidentemente io non ero pronta a conoscere (prima) ma che poi mi hanno investita, avvolta. Aspetti duri, freddi, che mi hanno spaventato davvero. Perché andavano a colpire nervi scoperti, paure profonde, radicate e che non c’entrano con il sesso o l’età o le scelte di vita. C’entrano con cosa siamo. Dove andiamo. Ma soprattutto perché.

Valerio ha smesso di urlare da poco. Ha trovato una sua pace, credo. Io gliel’ho data, in effetti perché ne avevo bisogno quasi più di lui, sentivo che non poteva rimanere incastrato in una non – azione che da ormai un anno lo teneva sospeso, lo rendeva schiavo di un dolore davvero straziante. Ma non so se stia meglio davvero ora.

E capisco anche che può ‘suonare’ strano parlare di un personaggio come se fosse un amico intimo, quasi un amante in un certo senso. Può si, sembrare bizzarro, da svitata. Ma è così che è andata, tra me e Valerio. E ogni volta che riprendo in mano quelle pagine torna e ci riprova. A trascinarmi nel cunicolo buio e freddo che ormai è la sua casa nascosta, da qualche parte nella mia testa.

Valerio è la scelta che inbavaglia, da cui non si torna indietro. Ma è anche una vita a metà, vissuta a testa alta per non vederlo quel burrone così vicino, così ripido che rischia di ingoiarlo. Valerio è la sottile rabbia sorda che martella fino a sfinire, che sgretola le false certezza e sa di essere il più forte. Valerio si è costruito un’armatura per convincersi che va tutto bene, che lui sta bene e continuerà a fare del bene ogni giorno un pò. Ma tutto questo bene alla fine si è ribellato e gli ha mostrato cosa c’è dietro lo strato superficiale di calma e tranquillità. E quel qualcosa lo ha trasformato o forse, ne ha solo svelato le vere sembianze.

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Ringrazio molto Erika Furci (che mi ha letta e commentata con sensibilità e onestà) e il team di Books Brothers per aver pubblicato un monologo di Valerio, dandogli per la prima volta sembianze esterne a me. Per chi fosse interessato lo si rintraccia QUI per ora ma lo pubblicherò anche qui su Frammentando prossimamente.

Di certi libri non si può parlare (scrivere in questo caso) per tanti motivi ogni volta diversi.

Nel mio caso non scriverò una ‘non recensione’ a questo romanzo, ‘Madri assassine’ di Adriana Pannitteri (Gaffi Editore). Non lo farò perchè la tematica che tratta mi stordisce, mi graffia da dentro da troppo tempo per poter mantenere quel minimo distacco necessario a commentare un testo nella sua interezza.

In questo libro ci sono aspetti positivi e negativi ma, come ho detto, non voglio soffermarmi sull’ ‘oggetto libro’, per fortuna non sono un critico, posso evitare uno schema rigido quando scrivo di un testo.

In questo libro ho trovato delle conferme.
Conferme legate alle analisi del fenomeno, l’infanticidio e più nello specifico di quelle dinamiche che portano alcune donne a uccidere i proprio figli. Conferme crude, macabre, dannatamente tristi e rabbiose. Eppure si, leggendo mi sono sentita immersa in una materia insidiosa ma che col tempo (ormai è più di un anno che studio e seguo le dinamiche), col tempo insomma ho imparato ad affrontare senza condizionamenti mediatici o teorie preconfezionate. Quello che si vede quasi mai è quello che è, nemmeno le madri stesse lo sanno, quello che è, non subito almeno e, in certi casi, neanche dopo.

” Una prima cosa che veniamo a sapere è che non sono malattie che si creano da un giorno all’altro. La dicitura ‘raptus’ che i giornalisti usano sempre è sbagliata e forviante. Ci sono, in ognuna delle storie riportate, lunghi periodi in cui il rapporto con la realtà, e in particolare con quella del proprio bambino, pian piano s’altera, fino a un punto di non ritorno raggiunto il quale bisognava uccidere…” (dalla postfazione di Annelore Homberg, psichiatra e psicoterapeuta, pag.117).

Questo per me è un nodo cruciale nell’approccio. Ne ho scritto anche nella prefazione a un romanzo (Gezim di Susanna Sarti) e si ritroverà in ‘Cicatrici’ (se mai prima o poi verrà pubblicato), pur non volendo cucirmi addosso un ruolo che non mi appartiene, ho sempre sentito che quel modo di raccontare, percepire le storie terribili delle madri assassine non può fermarsi alla mera catalogazione in ‘raptus‘ che lo snatura, di fatto, dal contesto, il passato e la ragione. Se è stato un raptus non era prevedibile. Ergo i parenti e amici non potevano fare niente. Ergo non c’era modo di prevederlo. Ergo la donna era davvero felice fino a pochi secondi prima poi le sono venuti dei ‘momenti di buio totale, spina staccata’ e basta. Ergo le madri assassine non si potevano aiutare prima del fatto. Ergo viviamo in un mondo di pazzi.
Più o meno funziona così, nelle discussioni a cena tra amici, nelle cene in famiglia, nei commenti davanti alla macchinetta del caffè e viadicendo.
E’certamente una valutazione di comodo, egoistica mi sento di definirla che ha un suo senso nell’essere imperfetti perchè uccidere un figlio è di certo una delle tragedie più sentite, dolorose e temute. Ancora più che uccidere un convivente, un amante… perchè coi figli si instaura (dovrebbe) un legame diverso, che ha radici in una profondità che nessun altro tipo di rapporto può raggiungere. Di solito. E allora quando arrivano certe notizie, queste, anche la mente di chi le vive da spettatore ha bisogno di trovare risposte (anche se fasulle), ha bisogno di individuarne le dinamiche e convincersi che non può succedergli. Convincersi che sarà diverso per la sua famiglia, gli amici e tutti quelli che conosce. Assolutamente. Allora arriva in soccorso il raptus che spiega tutto in fretta e bene. E ci rende schiavi di una motivazione subdola e sorda. In un certo senso le storie che oggi danno vita a ‘Cicatrici’ sono nate per demolire proprio questa dinamica moderna.

“Sono tornata a sedermi. Sola. Il dolore è diventato ribellione. Una rabbia che avrebbe voluto spaccare il mondo. Mi sono chiesta se tutti attorno a Manuela hanno finto di non vedere o non sono stati capaci di capire. Si gira sempre la testa dall’altra parte e si aspetta fingendo che il bene trionfi. E ho persino odiato gli uomini in camice bianco. Non ho avuto pietà per loro, imperfetti. Ho pensato a Debora, alla sua bambina com’era in una foto. I capelli ondulati, la pelle del viso morbida… odore di pesca, fragola, nuvole di soffice borotalco.
Ma in fondo si assomigliano tutti i bambini a quell’età. Ho guardato i suoi occhi dolci e grandi riempirsi di terrore, spalancati in una fuga impossibile.
E dentro, un tormento senza risposta.
Per Manuela, per Debora, si poteva fare qualcosa di più?” (pag.38)

Questa è la voce di Adriana Pannitteri, giornalista e donna sensibile, attenta che in un intermezzo si interroga, svela quei pensieri che , dentro l’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere deve aver trattenuto, celato molte volte.
Questo è un’altro nodo stretto, strettissimo che spesso sento anch’io intorno al collo. Superata l’illusione del raptus, è davvero così difficile, addirittura impossibile, accorgersi di certi segnali? Non notare i malesseri, gli umori, i gesti e la sofferenza. Molte delle donne ricoverate a Castiglione erano già state da psicoterapeuti, chi più chi meno, eppure non era servito, non era bastato. Somministrazioni blande, pacche sulle spalle e sorrisi di gomma. Allora? Chi e come può? A volerle guardare da una certa angolazione, tutte queste vicende di morte, solitudine e dolori insopportabili, sembra che davvero nessuno possa. Eppure io non ci credo, non del tutto e forse, anche per questo bruciore che ho dentro, continuo a cercare, studiare, ascoltare. Forse.

“Talvolta le madri uccidono ciò che non sono riuscite ad amare, la loro stessa identità. Eliminado il loro bambino, spiegano i medici, è come se cancellassero la loro insoddisfazione ma anche la parte di sè che non amano, che non riconoscono e che dunque non accettano. Ci sono quelle che straziano i loro piccoli, ripetendo sul loro corpo ciò che magari hanno subito da bambine, come le violenze, il dolore degli abbandoni. E ci sono quelle che vogliono salvarli da un mondo crudele.
Accade qualcosa nella loro testa, come ‘un clic’ nel cervello, ma prima di quel clic c’è stato sempre qualcosa che gli altri non hanno capito. Nemmeno i medici. Quelle madri non hanno volti maligni, come pensava Lombroso, ma sono ombre, battiti di ciglia… chi guarda davvero negli occhi delle madri che stanno male?” (pag.44)

Ecco dunque la nuda e cruda realtà. Le madri assassine non sono donne indemoniate che sputano fuoco. Non sono creature nate malvage e dedite a riti satanici. Non mettono al mondo bambini con l’intento di ucciderli nel peggiore dei modi. La c.d. madri assassine sono un mondo complesso di silenzi (tantissimi, troppi), dolori, cicatrici del passato e del presente, difficoltà ad adattarsi ai modelli che oggi ci sono imposti (‘hai visto quella là che dopo due settimana dal parto sfila in passerella?’, ‘Ma lo sai che la Pina fa la pasta in casa e i suoi tre figli sono sempre ordinati, puliti ed educati?’). Sono creature che vorrebbero gridare, chiedere aiuto ma spesso non ci riescono, non sanno neanche loro come e dove farlo. Sono esseri umani, nient’altro, che perdono la rotta, non riescono a distinguere i contorni di giornate che diventano lente, soffocanti, piene di confusione e circostanze che faticano a gestire e sopportare ma che per gli altri sono assolutamente normali. E in questa normalità talune madri si smarriscono.

” Vorrei che tutti potessero vedere Maria P. come l’ho vista io e provare un pò di rimorso per le banalità scritte nei rotocalchi. Davanti a me c’è solamente una donne di ventinove anni che avrebbe potuto avere dinanzi a sè una vita felice e si è trasformata invece in una giovane madre divorata dalla depressione. Qualche medico l’aveva visitata ma non aveva capito. Si tende sempre a pensare che le donne quando hanno partorito diventano un pò noiose.” (pag.104)

Allora è questo il passo grosso, faticoso e complicato che tutti, come società ed esseri umani, dovremmo fare. Imparare ad ascoltare, non fermarsi ai gesti di rito, non lasciare che le cose si risolvano da sole perchè funziona così, lo dicono tutti.
Ma soprattutto non dimenticare che un papà e una mamma sono prima di tutto esseri viventi autonomi, con proprie identità, desideri, caratteri e bisogni. E amarli per quello che sono, offrire un aiuto anche se non richiesto, capire come vivono la neo condizione di genitori e non cedere all’egoismo, accettare anche la possibilità che possano avere dei problemi, delle difficoltà soggettive, delle imperfezioni insomma.
Perchè siamo tutti imperfetti.
Che ci piaccia o meno.

‘Cicatrici’ (o qualsiasi titolo avrà mai, se ne avrà uno, di titolo), lui comunque – diciamo C – è il primo testo che scrivo che mi fa paura.
Non paura da ‘casa disabitata con il morto che cammina’, per intenderci. Tutt’altro. E’quel tipo di paura da sentimenti nascosti, in ebollizione, proibiti. E’la paura di trovare, dentro di me, qualcosa che non ci dovrebbe essere, non vorrei trovarci, quanto meno (anche se ormai penso di sentirli e il guardarli in faccia si può solo rimandare, mi sa).

All’origine erano semplici monologhi. Niente di più. Quattro personaggi diversissimi tra loro che si raccontavano a un immaginario pubblico. E un comune denominatore: i bambini.
Bambini come entità ad ampio spettro.
In arrivo quanto immaginati. Già nati ma anche abbandonati. Bambini che non potranno mai arrivare, destinati a rimanere proiezioni, ologrammi che ogni tanto si mostrano, sorridono poi scappano chissà dove, chissà come. Poi quelli che ci sono e sembrano altro, anime incomprensibili, occhi spiritati, lamenti e pianti conficcati nella carne.
All’inizio erano quattro voci pronte a svelarsi.
Un omosessuale.
Una che ha scoperto da poco di essere sterile.
Una che ha perso un figlio alla trentanovesima settimana di gestazione.
Una che ne ha due (di figli).
Mondi diversi eppure incrociati, cozzati, sfuggenti.
Nient’altro.

Solo che col tempo, C ha iniziato a contorcersi (o ero io a farlo, in preda ai suoi morsi). C è cresciuto, aveva altro da dire, da dirmi. Non si accontentava più degli assoli. Voleva che i personaggi agissero, si muovessero , mostrassero cosa fanno, pensano e desiderano.
Credo che C volesse salvarmi. Per questo mi fa paura. Perchè tenta tutt’ora di tirarmi fuori quei demoni che non hanno ancora un nome (non riesco a darglielo) eppure ci sono.
Forse dipende dalle impressioni a pelle. Odori e profumi nell’aria. Voci che si mescolano e sembrano confondersi, sembrano.

Sta di fatto che tutt’ora C mi perseguita. Ha dormito solo per un pò (gli ultimi sei, sette mesi del 2007) ma adesso è pronto. Io non lo so (se lo sono, intendo). Sto ancora cercando un ordine, un senso, uno scavo che sia meno profondo dei precedenti. Un punto di arrivo. O di partenza.

Onde evitare fraintendimenti C non è un romanzo sulle deviazioni, le morbosità estreme, le malattie mentali. Non solo direi. Ed è questo uno degli aspetti che più mi inquietano.

C racconta le storie di persone comuni che lavorano, amano, sperano, programmano. C parla di tutti noi e di quel momento delicato, fragile in cui consideriamo l’idea di generare figli. Non c’è niente di anomalo nelle premesse che accomunano i personaggi, niente che faccia presagire ‘colpi di testa’. Niente che non potrei altrettanto raccontare sui miei vicini di casa, i colleghi o la gente che mi sfiora al supermercato.
Eppure.
Loro quattro mi stanno mostrando un angolo buio diverso. Quel sottile ma profondo margine che ruota attorno al concetto illusiorio di ‘famiglia perfetta’, di perfezione come principio ampio, positivo. Loro quattro non ci stanno, a fare i personaggi ‘per bene’, pur nelle difficoltà, particolarità che li caratterizzano, pur nel dolore. Non ne vogliono sapere.

C è nato così, plasmato da e per me. Oggi, a distanza di un anno e mezzo circa dalla prima riga penso di intravvederla, quella luce là in fondo.
E si, mi spaventa.
Non so se sono in grado di ascoltare, capire e proseguire là sotto. Non so se davvero è possibile rintracciarlo, quel nocciolo lì. Quell’essenza che ci circonda, ci arriva dalla cronaca nera, dai pettegolezzi di quartiere, dalle urla dei vicini attraverso muri sottili. Quei moti che ci fanno credere, ci ipnotizzano sul farli (i bambini) e crescerli. Quegli schemi che da sempre (da subito, appena iniziamo a capire concetti) ci convincono che lì, dobbiamo arrivare, è quella la meta.
Averli. Farli. Concepirli. Poi.

E insomma, attorno a tutta questa lava in movimento c’è quello che si potrebbe definire il margine (vivono proprio lì i miei personaggi). Un limbo per pochi adepti, non tanto perchè sia difficile raggiungerlo quanto per il rimanere chiusi, il rifiuto. E’più facile non vedere, non sentire, non capire cosa c’è laggiù… mica tanto lontano sai? Quattro, sei passi al massimo verso il buio.

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“E’stata una reazione improvvisa. Non ci ho pensato. L’ho fatto e basta. Altrimenti non l’avrei lasciata lì da sola.

Avevo in testa i panni da stirare, il pesce e le melanzane. Poi lei, la solita testa gelatinosa mi impediva di pensare. Eppure dovevo fare tutto.

Fare tutto. Con mia figlia che strillava in quel modo insistente – trapana il cervello quando ci si mette, sa? -. Poi le gambe pesanti, le braccia molli, la voglia di sdraiarmi e basta.
Non volevo farle del male.

Non ci ho neanche pensato, insomma. L’ho spinta e basta.”

[Cicatrici – editing in progress]