Tempo per

8 febbraio 2009

Rivoglio il profumo dell’autunno.

Rivoglio il tempo per annusare l’aria, ascoltare le campagne che si addormentano poi sussurrano.

Rivoglio quel piccolo spazio, cassetto vuoto, per rinchiuderci il freddo pungente che ancora si sopporta, che raggiunge la punta delle dita ma non lo stomaco.

Rivoglio il silenzio, quel tipo di silenzio che non è attesa, tanto meno groviglio. Rivoglio l’ascolto della terra, del mio esserci dentro mentre l’umido mi fa lacrimare e le nebbie si preparano a ricoprire tutto.

Rivoglio quel senso di pace e totale inutilità di esserci senza chiedersi niente, senza aspettative o progetti incompiuti. Senza pendenze a pesare sulla testa piena. Senza intestini in agitazione, delusioni aggrappate alle caviglie e vuoti sparsi tra i tendini.

Rivoglio l’incompiutezza di un tempo che era eppure non esisteva, mi scivolava addosso in quei tramonti di fine settembre, coi rumori lontani e un cielo enorme davanti, pronto a mescolarsi.

Rivoglio l’illusione di avere ancora tanto – tantissimo – tempo per.

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Senti un pò.
Ha esordito così. Senti un po’. Con quel modo vagamente ironico, allegro per facciata che ormai conosce bene. Lui è fatto così, non c’è niente che possa cambiarlo. E trovarselo davanti, seduto storto al solito bar di periferia non le fa un gran bell’effetto, a conti fatti. Lo osserva, nota i toni e i gesti (i soliti) e le sbavature della voce che è sempre stata impastata, modulata come se.
Senti un pò, insomma, ci sei andata a letto?
Poteva dirlo in molti modi. Provocandola con le parole che gli piace tirare fuori quando vuole colpire duro, stupire e lasciare bocche spalancate mentre lui (figurarsi) se la ride di gusto. Poteva. Ma non l’ha fatto.
Quando si tratta di sesso (di uno di loro due) è sempre pudico. Ammalato di bisbigli e sguardi bassi. E’una strana forma di pudore la sua, che si manifesta senza clamori, si limita a mescolarla al resto del discorso e se non sta attenta, lei, non la nota, la differenza con il resto della conversazione. La differenza rispetto a ogni altro argomento che può essere smembrato, spogliato e ci si può anche sputare sopra, se gli pare.
Eccetto quello.
Il sesso tra loro. E Maddalena, finché non è morta (tre anni prima in un banalissimo incidente, in una banalissima notte invernale dopo una pizza durata più del previsto e una giornata troppo lunga sulle spalle).
Maddalena.
Lei sorride ma non gli risponde.
Perché dovrebbe? In fin dei conti non è tenuta a condividere anche quello.
Non adesso che sono rimasti in due e quel sentirsi, attirarsi per poi respingersi, cercarsi e dimenticarsi, quell’alchimia nata quando erano (in tre) si sta trasformando in fretta. Dopo che, dopo (l’incidente, la morte e il silenzio che non si può – non si deve – nominare) dopo, il mondo si è capovolto.

O forse no.

Sono loro che si sono fermati con i piedi sulle nuvole e la testa che penzola a qualche metro da terra.
E adesso che lui la fissa, insiste e finge (di non aver chiesto niente, dell’altro e dell’amore), non smette di cercare la risposta che non arriverà. Adesso.
Vorrebbe dirgli che non le dispiace essere rimasta l’unica donna della loro piccola società segreta dei sentimenti. Ed è crudele, l’ammetterlo, e drammatico. Ma è la verità.
Vorrebbe dirgli che Maddalena le manca (è ancora arrabbiata per come se n’è andata, senza un saluto, un senso, qualcosa da lasciare a chi resta, a chi deve continuare e capire e provare e ricordare e).
Eppure le piacerebbe.
Essere.
Stare.
Con lui.

Il caffè si è freddato.

——-

Questo flash narrativo è stato pubblicato sul blog ‘Promesse d’autore’ del gruppo Blogosfere nell’ambito della rubrica ‘il racconto del venerdì‘. Ringrazio Camilla Cannarsa.

Trecentoventidue

17 gennaio 2008

(Una stanza in ombra. Si vede una fila di sedie rigide attaccate a un muro bianco. Silenzio.)

UOMO1  (seduto con i gomiti sulle ginocchia, volta la testa verso sinistra) Se proprio ci tieni, parla.
UOMO2  (con la schiena abbandonata al muro, fissa il soffitto) E tu cosa ne sai?
UOMO1  Tu odi il silenzio.
UOMO2  (Pausa. Poi voce roca) Quand’è che la paura della solitudine diventa ossessione per il silenzio?
UOMO1  (si alza) Ricominci? Silenzio e solitudine sono due cose diverse, te lo deve ripetere ogni volta?
UOMO2  (sospira) Quando c’è silenzio, questo silenzio, mi sento solo. Sperduto. (pausa) Come fai a non vedere il collegamento?
UOMO1  (passeggia nervosamente) Non mi interessa. Io sto bene così.
UOMO2  (ridacchia)
UOMO1  La smetti? Mi fai incazzare. Credi di sapere sempre tutto, credi. Poi finisce che ti perdi in un bicchiere d’acqua. Ti vedo, sai? Friggi su quella sedia. Te ne stai rigido e rimugini. Sei deprimente.
UOMO2  Tu hai paura. Negalo se puoi!
UOMO1  (si blocca e fissa Uomo2) E se anche fosse? Cosa cambia?
UOMO2  Ammettilo, almeno. Sfogati. (pausa. Sottovoce) Se vuoi.
UOMO1  (torna a sedersi scomposto, si massaggia il collo) Non mi va. Lo sai. Tanto. (pausa) Resta tra noi, no? A cosa serve? E poi così… (alza le braccia in aria a voler indicare la stanza)
UOMO2  Tu sei solo anche qui. Anche adesso. Anche con me. (smette di fissare il soffitto e chiude gli occhi) Sono stanco.
(Pausa. Nessuno si muove.
La luce sopra Uomo 2 si spegne, la sagoma scompare
.)
UOMO1 (incrocia le braccia al petto e guarda davanti a sè) Ecco, bravo. Stai zitto che ti conviene. A chi parli in continuazione? Siamo sempre noi. Noi e il resto che c’è ma. Come adesso. Dove sono? Tutti gli altri, intendo, quelli in attesa di un verdetto, una risposta, una condanna o qualsiasi altra cosa gli tocchi. Non li vedo, non li sento. Io si, ci sono. Ma non basta. Non più. (pausa) Poi insomma. Parlare. Parlare. Va bene, ma non è che dopo mi sento meno solo, per dirla a modo tuo. (allontana la schiena dal muro e china la testa verso il basso) Parlare, aspettare. Aspettare, parlare. (sempre più piano) Tacere e non sentire. Silenzio. Silenzio.
(pausa)
VOCE FUORI CAMPO  Numero trecentoventitre, prego.
UOMO1  (si raddrizza in fretta rovistando nelle tasche dei pantaloni, agitato) Ha saltato il mio! Io sono trecentoventidue. Trecentoventidue!

VOCE FUORI CAMPO  Trecentoventiquattro? C’è il trecentoventiquattro?


(Silenzio. Uomo1 si blocca, si guarda in giro poi smette di cercare. Si copre la testa con le mani e piange.
La luce sopra Uomo1 si spegne, il pianto smette.
Torna la luce, illumina Uomo2 ancora addormentato sulla sedia.
Da una tasca della giacca gli cade per terra un biglietto.)

VOCE FUORI CAMPO  Trecentoventidue.

(Si spegne la luce)

Maledetti sogni!

11 gennaio 2008

La via è stretta.
C’è una strana foschia, eppure si vedono le case che sembrano cadergli addoso, lo vogliono abbracciare. Tutto è decadente, abbandonato.
Le fiamme sono laggiù, in fondo. Lingue lunghe e biforcute che staccano teste e lambiscono perfino i mattoni.
La gente se ne sta ammassata davanti a lui. Poco più avanti. Sono tutti lì. Agglomerato informe che osserva eccitato, terrorizzato. Lui se ne sta in disparte. Qualche passo più indietro ma è solo un’illusione. La cosa laggiù, le fiamme enormi, stanno arrivando. Si agitano, hanno bisogno di nuovo ossigeno. Hanno fame di loro.
I poliziotti tentano di spostare la barriera umana. Alzano i manganelli, cercano di convincere la gente ad allontanarsi. Alcuni urlano così forte che la voce diventa un suono prolungato, acuto, doloroso. Niente. I corpi si spostano ma non indietreggiano. La gente è agitata, adesso, fiuta il pericolo ma non riesce a staccarsene, ne è attirata.
Ormai è tardi. Non si può più aspettare.
Un gruppo di miliatari si avvicina, viene lanciato qualcosa (un ordigno infernale o qualcos’altro che lui non può capire, né vuole farlo). Le fiamme esplodono in alto. Lunghe dita rossastre diventano filamenti biancastri e precipitano sulla folla.
Inizia la fuga.
Scappare.
Adesso conta solo quello, anche lui lo capisce, è questione di attimi. Secondi spaccati. Preziosi.
Tutti indietreggiano e si lanciano. Sente gli schizzi che gli passano accanto, cerca di schivarli muovendo la schiena insieme alla gambe, ogni tanto chiude gli occhi nel ridicolo tentativo di non rimanerne accecato.
Le vie sono strette, sbucano muri ovunque. La gente è inferocita. Tutti corrono senza una meta, alcuni cadono e ardono. Altri si fanno largo a colpi disperati, ciechi.
Finchè la strada finisce.
Non ci sono più buchi dove infilarsi. I filamenti incandescenti sembrano scomparsi, esauriti. Sta arrivando una nebbia fitta, fumo scuro, denso, che avvolge gli edifici. Risale dalla terra e ingoia tutto, tutti.
Sente i respiri affannosi, isterici di chi gli sta accanto ma non li vede. Eppure. Sono tutti lì, a pochi passi dall’ultimo muro, da quel casolare che sembra infinito e blocca tutto. Impedisce la fuga. Sono tutti lì ma non si parlano. Non si toccano.
Si appoggia con la schiena alla parete dietro di lui, il freddo è una consolazione. Il fumo entra nei polmoni, lo fa tossire. Si sente nero ovunque. Però non ha più paura. Chissà se le lingue infuocate sono roventi. Chissà se si muore subito. Chissà.
E’ contento, lui, di non avere delle risposte.
I rumori sono cessati.
I respiri si alternano in un concerto di ciechi e muti.
Si può vivere fingendo che gli altri non ci siano? Immaginandosi soli, fregandosene e basta?


Il cuore martella quando riapre gli occhi. La stanza è nella penombra di una mattina autunnale. Fuori c’è grigio, lo capisce dal colore della luce che filtra dalle persiane. Lo capisce perchè c’è troppo bianco per quell’ora.
Adesso va meglio.
Nessuna esplosione.
Si mette a sedere e quasi gli viene da ridere. I sogni. Questa stramberia generata dalla mente senza un criterio. Così. Arrivano. Scompaiono. A volte ti fanno cagare addosso senza ritegno. Oppure ne esci così bene che non vorresti tornare più, vorresti dormire sempre.
Poi sono subdoli, questi sogni.
Si alimentano di quei sentimenti che nel mondo reale devi filtrare. Non puoi manifestare. E te li rivoltano contro.
Sono simbolici se ci si mettono. E lì acquistano i massimi livelli di perfidia.
Questo per esempio, che gli ronza ancora in testa. Questo. Lo prende in giro, si fa beffa delle sue paure creando scene da film americano. E gli ribalta il cuore, solo che la reazione è reale, nessuna finzione.

Maledetti sogni!

——–

Versione ridotta su The Sleepers.

Mi presento…

6 gennaio 2008

Mi chiamo Michele (Loiacono di cognome ma non lo uso mai, semmai lo tirerò fuori per il necrologio).

La mia passione sono i bambini, le patologie, le fasi evolutive, lo studio dei fattori ambientali, dell’emotività e dei potenziali.
Calmi, non è come pensate. Faccio il pediatra. Mi piace occuparmi dei piccoli, analizzarli, capirli, aiutarli, tutto qui. Ciò che accade nei primi anni di crescita rimane indelebile nella mente e nel cuore dell’individuo per tutta la vita. E mi fa stare bene sapere di aver contribuito, in un qualche modo a questa crescita difficoltosa (magari con una benda, uno sciroppo o una lastra).
Non credo però che diventerò mai padre. Ho trentotto anni e vivo solo. Non è tanto per il fattore ‘donne’, tutt’altro. Sono io che non credo di volerlo fare, il padre.

Gli adulti sono i responsabili delle cicatrici più profonde, piene di pus e grinze che i bambini si portano dietro per sempre (da piccoli ma soprattutto quando ormai sono indipendenti). Ogni gesto, urlo, comportamento, frase, tutto insomma, viene registrato dalle testoline laboriose e non si può mai sapere come andrà a finire.Intanto cerco di curarli.

Sono un tipo preciso, puntiglioso, detesto sbagliare, per questo non lascio mai niente di intentato. Studio sempre, ordino nuovi libri on line ogni mese e mi consulto coi colleghi dell’università. Siamo una bella squadra, tutto considerato, non ci vediamo mai ma abbiamo risolto molti casi clinici unendo le forze.

Non mi piace la routine, anzi no, la detesto. Non ho mai avuto orari precisi tranne all’ambulatorio. Per il resto vivo come mi va, rispetto gli altri ma me ne frego dei giudizi, le imposizioni sociali e le mode. Se mi alzo presto la mattina corro mezz’ora, mi rilassa.
Da ragazzino ero un discreto nuotatore, mia madre mi portava tre volte a settimana, non potevo lamentarmi. I miei gestivano un negozio di alimentari in centro a Bologna, una tipica drogheria d’altri tempi dopo il latte guardava le fatte biscottate che dividevano il ripiano con i grissini; accanto al frigorifero, invece, si nascondevano i detersivi più comuni.
Era un bel posto. Ci passavo interi pomeriggi. Fingevo di fare i compiti, in realtà seguivo la gente per strada, ascoltavo le clienti. Mio padre si arrabbiava spesso con me, diceva che non era normale fissare così le persone, notare i dettagli, ricordare particolari e azzeccare caratteri. Non era normale per un uomo, sia chiaro. Alla fine ha smesso di farsi venire la gastrite.
Io sono così, non c’è niente da fare. Se non seguo quello che mi succede intorno mi annoio.

Vorrei trasferirmi a Monteselva. Mi piace il posto, sembra tranquillo. Sono fuggito da Bologna cinque anni fa perché non sopportavo più il grigio, lo smog, le multe e la gente. Ce n’è troppa, ovunque e si finisce per litigare per niente. Ho bisogno dei miei spazi, di non dovermi preoccupare se carico la lavatrice alle tre di notte (anche perché, se non l’ho fatto prima, vuol dire che non mi sono accordo di avere tutti i calzini sporchi) né di farmi venire il nervoso se quando chiudo l’ambulatorio rischio di arrivare a casa dopo un’ora anche se, in linea d’aria, ho mezzo chilometro da percorrere.

Oltre tutto ho sentito dire che a Monteselva c’è carenza di pediatri, dunque sarebbe perfetto.

Sono un uomo fedele, quando mi innamoro. Il problema è arrivarci a quel click in più. Le donne mi incuriosiscono ma non devono soffocarmi né tentare di manipolarmi con ciglia finte o moine. Con anni di esperienza riconosco la puzza di una stronza anche se è ancora dietro l’angolo. Apprezzo la tenacia, lo riconosco, e l’intraprendenza. Quelle timidine e insipide, o peggio, omologate all’ultima collezione di Dolce e Gabbana mi fanno ridere e basta. Se poi non ti vuoi sporcare le mani ti conviene starmi alla larga.

Quando stavo ancora con i miei lavoravo in giardino nei fine settimana (non abitavamo in centro bensì in un paesello di provincia). E’un’abitudine che mi manca, in effetti. Piantavo bulbi e concimavo. Anche far nascere e crescere una pianta è un impegno, dopo tutto. Richiede cura, attenzione e responsabilità. Non ci si può dimenticare o i fiori non sbocciano (sempre che la pianta in questione sia ancora viva). Un po’ come con i bambini, in scala inferiore naturalmente.

Spero di trovare un posticino piccolo, mi basta un angolo cottura con camera da letto e uno stanzino da usare come studio (l’ho già detto, vero, che ho tanti libri e ne compro in continuazione?). Poi se ci fosse un piccolo giardino sarebbe perfetto.

Dimenticavo (ma dove ho la testa oggi?). Mi serve anche un locale per l’ambulatorio. Due stanze sono più che sufficienti (per la sala d’attesa e le visite) anche se sarebbe meglio poter attrezzare un bagno per le emergenze.
Per il resto faccio tutto da solo, non voglio assistenti o segretarie. Ho il mio sistema di archivio dati (George, il fedele portatile lo sa eccome) e so gestire le questioni burocratiche e gli impegni senza andare nel pallone (basta un’agenda elettronica mica una seconda laurea in ingegneria aerospaziale, no? Mentre per le faccende puramente contabili mi cercherò un commercialista).

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C’è un comune, Monteselva.
Ci sono degli abitanti (in crescita).
E ci sono loro. I personaggi e le storie.
Dall’estro e il talento di Patrizio Pacioni un blog che trasforma un suo celebre personaggio, il commissario Cardona, in una comunità a tutti gli effetti. Con tanto di location virtuali, personaggi, eventi, tutto quello che succede in una qualsiasi cittadina italiana.
Michele Loiacono è il mio personaggio.
Info sul progetto QUI.