Passatempo

28 dicembre 2006

Non aspettavamo nemmeno che finisse di squillare la campanella dell’intervallo; perché avremmo dovuto? Tutto tempo perso. Il professore di turno aveva infilato la testa dentro la sua borsa di cuoio da almeno dieci minuti. E poi, avevamo da fare. L’intervallo era il momento migliore per terminare le pianificazioni, specialmente il sabato, quando potevamo contare su un giorno intero per realizzare i nostri progetti. Non eravamo proprio un branco, direi piuttosto un gruppo misto di menti pensanti. All’inizio ero scettico, non me ne fregava niente dei ritrovi o delle uscite a notte fonda, della disco o dei muretti dove scambiarsi erba o altre robacce così. A me piaceva operare da solo, senza troppe chiacchiere in mezzo.

Poi ho conosciuto Dario e Susanna. Il capoclasse della 5°A e la svampita della sezione accanto. E’stato uno di quegli incontri-scontri che ti fanno incazzare, ma poi, quando ci ripensi, ti viene da ridere. Dario era fissato con la chimica e gli esperimenti, scriveva formule dappertutto, tutta la sua vita era organizzata per elementi. Roba da strapparsi i capelli. Susanna, semplicemente, viveva in un altro mondo. L’avevo già vista vagare per i corridoi come una nottambula, erano gli altri a schivarla perché lei non ci faceva neanche caso. Le piaceva la magia, era fissata con gli incantesimi, le formule e le piante. Aveva convinto sua madre a lasciarle un pezzetto di giardino per coltivare fiori, così le aveva detto, mentre in realtà accudiva amorevolmente erbe medicinali. E ci credeva in modo totalitario, maniacale. Guai a contraddirla o le lampeggiavano gli occhi. Nel corso dell’estate precedente, si sono aggiunti Maura e Simone. Due tipetti più ‘comuni’ all’apparenza, ma con quel ‘guizzo’ che li rendeva speciali. Non ci sono capitati davanti per caso, li abbiamo osservati per un po’ e, alla fine, la scelta era diventata scontata. Maura era un esemplare moderno di femmina narcisa fino alla punta dei piedi, sapeva tutto di capelli, pelle, unghie, profumi… e potrei continuare per ore. Ma era furba come una gatta selvatica. L’abbiamo vista infilarsi una penna dentro la manica, sorridendo sorniona all’ignaro cassiere, a pochi passi da lei. Un lavoretto liscio come l’olio. Di Simone c’era poco da dire, era il classico adolescente moderno, videogiochi a go-go, calcio sfegatato e tecnologia. Su ognuno di questi argomenti c’erano pochi coetanei e non, che riuscivano a tenergli testa. Per questo gli facemmo una corte serrata. Tra le tecnologie moderne, l’uso del computer e di internet erano il suo talento maggiore: non lo si poteva definire un hacker perché si offendeva. Era il Beethoven dell’informatica.

Chiuse le iscrizioni al gruppo, a Settembre, con la ripresa della scuola, iniziammo a dare corpo ai nostri progetti. Perché sprecare tempo al cinema, davanti alla televisione o in giro a fare casino, quando avevamo tra le mani qualcosa che poteva divertirci all’ennesima potenza? Il tempo era prezioso, per quanto, agli occhi degli adulti – in primis dei nostri genitori  -l’adolescenza era considerata come una fase di ‘nulla facenza’ primordiale. Ridicolo. E noi, le menti pensanti, ci marciavamo sopra. L’essere sottovalutati era il regalo più grande che potessero farci, perché ci metteva tra le mani un bonus extra: muoverci in territori ‘adulti’ in completa tranquillità, senza il timore di essere scoperti. Come avrebbero potuto, d’altra parte? Ci consideravano diciassettenni scemotti, senza cultura ne idee propositive; ciondolanti, nel nostro abbigliamento trasandato, e apatici davanti alle loro parole ‘erudite’. La situazione ideale, insomma.

Quel sabato mattina, il suono della campanella ci raggiunse a metà del corridoio. Presidiato il piccolo bagno dei bidelli ci dedicammo, finalmente, ai nostri piani. L’ordine del giorno era il mio progetto. Ero eccitato e nervoso, sapevo che sarebbe andata bene, eppure per la prima volta, avvertivo il peso del comando. A turno, ognuno di noi, proponeva un idea, legata alla sfera personale, che doveva rispettare solo due regole di base: punire qualcuno che lo meritava e vederlo protagonista nella realizzazione. Un modo come un altro per passare il tempo tenendo allenata la mente, facendola lavorare per pianificare e organizzare tutto alla perfezione. E per lasciarla agire. Nulla doveva dipendere dal caso e tutti erano chiamati a contribuire in base ai rispettivi talenti. Un gioco serio, insomma. Il progetto del momento verteva attorno a mio padre. Un mese prima lo avevo visto in centro, in un vicolo secondario, al buio, che slinguazzava una donna qualsiasi. E da lì era partita l’idea. Dovevo fargliela pagare. Mia madre non era di certo una santa ma mancarle di rispetto in quel modo meritava una ‘drizzatina’, nessuno aveva fatto obbiezioni e ci eravamo messi al lavoro. Mio padre viveva per gli affari e il nostro tenore di vita lo testimoniava. Non volevo colpire aziende di famiglia, ci mancherebbe. Punire è una cosa, ma danneggiarsi con le proprie mani è tutta un’altra faccenda. Volevo farlo sudare come un cammello, volevo che gli si gelasse il sangue nelle vene mentre assisteva al crollo di qualcosa di solo suo. Volevo colpirlo dove potevo fargli più male. Mia madre ne sarebbe uscita pulita, non le avrei mai detto della tipa anonima che lo aveva assaggiato fino alle corde vocali, mentre lui avrebbe avuto qualche ammaccatura nuova. E il timore che fosse un avvertimento.

Domenica notte mi ero calato nei panni del predatore. Avremmo potuto concludere il progetto già la sera prima, ma volevo che i documenti fossero sulla scrivania della guardia di finanzia il lunedì mattina, senza tempi morti che potessero dare a mio padre l’occasione per insospettirsi. Simone si era occupato della burocrazia già da alcuni giorni, aveva ‘sistemato’ i registri elettronici dell’anagrafe in modo da far comparire una certa signora Rosa Montanari, residente in via due Giugno al numero civico 158. La signora in questione sarebbe stata il nostro angelo vendicatore, le avremmo fatto consegnare i documenti direttamente alla sede della Guardia di finanza, in città. Peccato che la povera signora Montanari non esisteva o, per essere proprio cavillosi, era nata nel 1939 ed era morta la primavera scorsa. Simone aveva manutenzionato i database dell’anagrafe per farla figurare ancora viva, ci sarebbe voluto un sopralluogo in via due Giugno per rendersi conto della sua scomparsa, e, nel frattempo, la pratica contro mio padre sarebbe già stata aperta e avviata. In realtà ci andò Maura, travestita da donna perché era l’unica che poteva trasformarsi in un adulta fatta senza sembrare un clown, d’altra parte era anche ripetente e, grazie ai trucchi costosi che aveva, poteva fare del suo viso quello che voleva. Verso le ventidue avevo portato a mio padre il solito liquore, mi aveva guardato strano perché non ero mai nei paraggi a quell’ora, così avevo finto interesse verso la trasmissione economica che seguiva, e mi sono seduto sulla poltrona accanto a lui con un bicchiere (di succo d’arancia) tra le dita. L’intruglio di Susanna aveva rispettato i tempi e, dopo dieci minuti esatti, il russare lento e ritmico mi ha tranquillizzato. Sono salito al piano di sopra e ho replicato la commedia. A mia madre ho portato una tisana, di quelle che piacevano a lei, con tante erbe dentro. Anche la seconda volta la ‘pozione’ ha dato prova di efficacia, solo che mia madre era già a letto così non ho dovuto fare altro che toglierle la tazza dal grembo, spostarla appena verso il basso e rimboccarle le coperte. Dallo stipite l’ho osservata un attimo e sembrava addormentata come sempre, mentre mio padre si sarebbe fatto venire un mal di schiena da manuale, mezzo seduto sul divano. Peggio per lui. Alle ventidue e trenta ero davanti al portatile dello studio. Avevo il suo mondo nei polpastrelli delle dita. Sul braccio destro mi ero scritto, con un pennarello indelebile, tutte le chiavi di accesso, passworld, combinazioni alfanumeriche e quant’altro mi servisse per accedere ai vari conti e ai documenti contabili. Davvero una passeggiata. Dario e Simone avevano perfezionato un mini programma che rintracciava ogni codice, e con quello, alcune notti prima, avevo trovato tutte le parole criptate che mi servivano. Ho lavorato fino alle due, mi sono concentrato sulla Digitroll e la MonBil, due aziende dove mio padre era socio maggioritario, nonché amministratore unico. Sapevo che le usava spesso per far passare somme di denaro che venivano accumulate in conti stranieri. Erano solo soldi suoi, però, perché il denaro in comune veniva gestito in regime di trasparenza attraverso partecipazioni in società italiane. E’bastato intervenire su voci precise dei bilanci, spostare alcune cifre, creare squadrature qua e là. Io adoravo la matematica e la ragioneria non mi dispiaceva, per cui ho lavorato bene, senza sbavature. Alle tre avevo fatto una doccia, recuperato bicchieri e tazze, lavato tutto e trovato la via della mia camera. Ho dormito come un bambino.

Sei mesi dopo mio padre ha dovuto vendere alcune proprietà per iniziare a pagare i suoi debiti con lo Stato. Aveva ritrovato un figurino da atleta a forza di correre a destra e a sinistra, nel tentativo di arginare le falle. E’stato divertente, lo ammetto. Il mio progetto aveva centrato il bersaglio e tutto il gruppo ne era orgoglioso.

Oggi, all’ennesimo pranzo domenicale, i miei vecchi si sono messi a urlare. Non glielo sentivo fare da mesi. Poco male, mi sono detto, non mi riguarda. E stavo per andarmene quando a mia madre, pacata e composta come sempre, è scappata una frase che ha cambiato tutto.
– Vogliamo essere seri, Matteo? Sulle altre vagine che hai assaggiato non ho mai avuto da ridire, ma il tuo patrimonio… a momenti te lo giocavi tutto e per delle ridicole trascuratezze, tra l’altro! Meno male che con la divisione dei beni mi sono messa al riparo… o l’averti sposato si sarebbe trasformata nella stronzata più grossa che io abbia mai fatto nella vita.

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L’altrove

12 dicembre 2006

Dedicato a M.- Arrivederci.

L’altro giorno pensavo che mi piacerebbe rivedere gli uccelli. Quelli piccoli, dal manto morbido e arruffato. Bianchi e grigi, a volte con qualche venatura nera o rossa. Ti guardano con quegli occhi vispi e luminosi che puoi quasi sentirne i pensieri. Sono pupille parlanti.

Abbiamo molte cose in comune, io e gli uccellini. Peccato non riuscire a volare via, adesso. O forse posso?

Il tempo è un fenomeno strano. Ci sono certe giornate che ti viene voglia di urlare dalla gioia. Il cielo è così azzurro da sembrare artificiale, le nuvole sono fiocchi candidi che lo attraversano sorridendo, l’aria fischietta una melodia dolce e il sole banchetta distribuendo cibo e bevande. Certe volte si rasenta la perfezione.

Altre no . Quando tutto è incolore, il freddo pungente indurisce ogni cellula e non c’è calore, da nessuna parte. Allora gli alberi si piegano sotto le folate e le gocce insistenti che arrivano ovunque. E tu non puoi farci niente, vorresti convincerli a smettere, scacciare la malinconia e il grigio… ma non puoi. Deve andare così, almeno per un po’.

Se potessi essere un uccellino curioserei ovunque, infilerei la testa in ogni fessura. E mi guarderei le spalle. Anche durante il sonno. Ora che ci penso, in effetti, l’ho fatto lo stesso, pur essendo umano. Poco importa. Se fossi uccellino sarei autorizzato perfino a beccare i tipi sospetti. I loschi, quelli che già dalla mimica facciale capisci che cercano il sangue. Anzi, beccherei tutti, così sarei sicuro di non lasciare nulla al caso.

Difendersi è importante, molto più di quanto pensiamo. Ma è difficile. Capire quando e come, intendo. Una volta esistevano i buoni e i cattivi, e lì la questione si risolveva da sola. Ma adesso si sono mischiati, hanno generato figli mescolando le razze… si insidiano repentinamente su chiunque e in qualsiasi momento. Anche su di te. Non ci credi? Vedrai.

C’è un piccolo raggio di sole che arriva all’altezza del comodino. Carino. E’come una sagoma tridimensionale, un ologramma che parte dal legno e attraversa la finestra chiusa. Su, sempre più su, fino al cielo e oltre. L’Oltre mi aspetta, lo so. E’solo che non mi so decidere. Lo guardo, mi volto, lo cerco, scappo e alla fine lo sbircio. Ma resto qui. Sdraiato. A pensare. Che è l’unica cosa che nessuno mi può togliere. I pensieri sono solo miei, li tengo stretti al petto e li cullo, di notte canto a bassa voce per loro e li nutro continuamente. Forse vorrebbero uscire, lo so. Ma non è possibile. Non più.

C’ è una sagoma che sbircia dallo stipite della porta. Dai, ti ho visto… non avere paura. Sono qui. E’ un tronco appena abbozzato, senza contorni precisi ma ne sento il respiro. E l’odore della tristezza. La vedo muoversi, la sagoma, come quando si sposta il peso del corpo da una gamba all’altra perché non si riesce a rimanere fermi. Curioso come, in certe situazioni, il corpo ha un linguaggio istintivo più genuino della parole. Mi basta osservarli per capire cosa succede o cosa provano. Gli occhi, le labbra e le mani sono i miei interlocutori. Perché dovrei affidarmi alle parole che sanno mentire, quando ho altri amici sinceri.? D’accordo vai… non preoccuparti, qui và tutto bene. Però torna dopo, magari solo un attimo. Mi piacerebbe poterti salutare.

Ho voglia di chiudere gli occhi. Il buio non fa paura, è tranquillo. Rassicurante. Non c’è nessun altro, ma non mi sento solo. Perché dovrei? Non lo sono anche quando ho gli occhi aperti? La solitudine è uno stato mentale. Nient’altro. Abbiamo bisogno di credere che chi ci sta intorno ci sarà anche di aiuto. Dobbiamo convincerci che gli altri, pur respirando autonomamente, saranno al nostro fianco al bisogno. E sapranno sorreggerci, consolarci, suggerirci, sostituirci. Ma poi? Illusi romantici.

Nel buio io sono io. Non importa altro. Sento tutto ma non fa male, come potrebbe? L’oscurità mi coccola discreta, non mi mentirebbe proprio adesso. Forse potrei ribellarmi, scalciare come un cavallo terrorizzato e urlare così forte da far tremare i vetri. Ma poi? Adesso sto bene e mi basta. Prima era molto peggio.

Sei tu, Oltre? Devo venire? Non far decidere a me, per favore, non ne sarei capace.

Mi lascio fluire.

Mi sto muovendo.

Ora lo so.