Apre gli occhi con una sgradevole sensazione addosso.

Qualcosa non quadra, se lo sente dentro la bocca impastata dal sonno appena concluso.

Prova a focalizzare l’ambiente ma non gli riesce.

Gli occhi gli fanno male. Bruciano, se li sente gonfi o forse è solo la suggestione del momento.

Il deja-vù è un lampo improvviso che attraversa le cornee e si fissa in un angolo del cervello. Gli era già successa una cosa simile. Di svegliarsi e non sapere bene dove si trovava e cosa aveva fatto. L’impressione a pelle di essere estraneo a se stesso.

Muove il collo, nessun dolore. Ecco un dettaglio diverso. Finalmente.

Ricorda dolori allo stomaco, bruciori così intensi da desiderare di non essersi svegliato, di rimanere nel limbo a vagare, pur di non doverli subire, quei dolori, da qualche parte oltre i polmoni fino all’inguine che pure pulsava ritmicamente. Danzavano al ritmo di una musica martellante, senza pietà. Poi la testa, le tempie, i nervi del collo. Tutti insieme bollivano, friggevano. E quel male – fisico si, ma forse già aggrappato ai brandelli rimasti della sua anima –  partiva come il miglior staffettista. Iniziava la corsa che avrebbe svegliato tutti. Arti, schiena, mani e piedi. Proprio tutti. Svegliati di soprassalto da un male inspiegabile. Violento e irruento che gli appannava gli occhi. Le orecchie ronzavano, qualcosa gli era rimasto incastrato dentro, qualcosa che doveva aver sentito la notte prima o chissà quando. E in quel momento tornava a disturbarlo.

Ma quello ero un altro film. Un’altra vita. Quando era più giovane e dannato. Quando mister Hyde, il suo mister Hyde, aveva il controllo di tutto. Del corpo come delle intenzioni sfogate solo dall’imbrunire, quando i più non potevano riconoscerlo, non ci avrebbero neppure fatto caso a uno come lui per strada.

Osserva un ciuffo di peli ribelli sul petto nudo. Grigio sporco. Si. Decisamente, si, sta pensando. Altra vita, altri risvegli.

Taluni ricordi si divertono a importunarti, è un modo come un altro per farti sapere che ci sono, sono ancora vivi e, anzi, godono di ottima salute. Solo che tu li tieni imbavagliati e finisci per trascurarli. Allora loro si ribellano, fanno i capricci. Ti saltano addosso e si divertono a punzecchiarti. A rievocare momenti impressi ma seppelliti. Volutamente seppelliti.

Lo fanno solo quando sei più vulnerabile, ci mancherebbe, quando non riesci a controllare le emozioni e sei meno vigile. Mentre dormi, ad esempio, o in quello spazio di incertezza che è il risveglio, la porta tra due monti opposti.

Strizza gli occhi e finalmente riesce a focalizzare la stanza.

E’ camera sua. Dove poteva essere altrimenti?

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