Il tunnel

18 settembre 2007

«Ehi tu! Ti vuoi spostare? Non puoi stare qui, intralci gli altri!».

Con la punta di una scarpa sta picchiettando la mia schiena, sento la forma quadrata e dura contro la spina dorsale e mi decido a muovermi.

«Ok… ok, stai calmo. Mi ero solo fermata un attimo a riposarmi. Chissà che danno!».

L’ometto si pulisce gli occhiali con un lembo della maglia, prima di rispondermi. Fai pure con calma, tanto fretta di alzarmi non ne ho di certo.

«Il tunnel ha delle regole, bella. E se ancora non le hai imparate, almeno levati dalla strada. Non si bivacca ne si intralciano gli altri. Chiaro?».

Non gli do altri pretesti per riprendermi, mi alzo barcollando, d’altra parte cosa ci posso fare? Sono ancora semi-addormentata e non mi aspettavo un risveglio del genere.

Il tunnel è molto buio in quel momento, ma poi, ripensandoci, quando mai l’ho visto illuminato?

La forma circolare delle pareti impedisce il famoso bivaccamento che mi è già stato contestato, altrimenti perché diavolo avrei dovuto sdraiarmi per terra? L’omino occhialuto si è mischiato agli altri senza che io me ne accorgessi.

Gli altri. Mentre muovo qualche passo li osservo ma non c’è molto da vedere, in realtà. Le facce sono tutte uguali. Concentrate. Scolpite. I corpi camminano seguendo un percorso preciso con ritmo e cadenza.

Solo io sembro “stonata”, in effetti. Ho iniziato a camminare davanti a me, ma il concetto non è proprio chiaro perché per alzarmi mi sono voltata verso sinistra e da lì sono partita, ma chi mi assicura che non sia la direzione sbagliata? Magari sto facendo il gambero e neanche me ne accorgo! Pazienza, ormai muovo i piedi, tanto vale proseguire poi vedrò cosa fare.

Un ragazzo con due grandi occhi luminosi mi avvicina, a guardarlo bene non avrà più di vent’anni. Parla. Parla. Ma non ho tempo per le chiacchiere vuote, non mi interessa e lo allontano proseguendo a passo più svelto. Se non altro, so cosa non voglio, è già un inizio.

Adesso il tunnel è immerso nell’oscurità, mi accorgo che urto qualcuno quando ormai il danno è fatto. La donna mi rende il favore strattonandomi con un gomito.

«C’è molto da fare. Sei pronta? Là ti aspettano ma non per molto».

Mi fermo indecisa. Ho anche la sensazione di sapere cosa c’è da fare, ma non ne sono sicura. Poi vedo, con la coda dell’occhio, dei movimenti veloci accanto a me, folate di vento improvvise. Sono altre persone che corrono nella mia stessa direzione.

Maledizione! Vuoi vedere che mi frego, proprio quando sono vicina?

Inizio a correre anch’io, ho il fiatone ma continuo e quando mi fermo mi piego sulle ginocchia. Ho esagerato, come al solito, dovevo capirlo subito che quelli erano troppo veloci per me. Fisso il pavimento e mi sembra troppo chiaro per il tunnel, ripresi i normali battiti mi rialzo e tutto intorno a me è pieno di luce.

Vuoi vedere che ce l’ho fatta lo stesso? Strizzando gli occhi riesco a individuare montagne di carte che mi circondano, mi avvicino e ne prendo in mano alcune.

Qui mancano dei dati… e qui ci sono degli errori di compilazione… bisognerebbe…

Mi guardo in giro in cerca di una biro o qualsiasi cosa con cui scrivere.

Aspetta un momento. Ma tutta questa roba è per me? No, dico… scherziamo? Ho corso, rischiando l’infarto, per farmelo venire lo stesso seppellendomi qui?

Non sono più sicura di voler rimanere lì, forse non riesco a tornare indietro ma ci provo.

Cammino per un po’ convinta di rifare il percorso al contrario, chiudo anche gli occhi sperando di riaprirli nell’oscurità ma i primi tentativi non danno risultati. In testa continuo a vedere i numeri e gli spazi nei documenti e, quel che è peggio, la mia mente continua a inserire i risultati in quei fogli dietro di me.

Alla fine tento il tutto per tutto. Riprendo a correre.

Che fatica, però… non ho il fisico per queste cose, non l’ho mai avuto…

Quando mi sento ricoperta di sudore fino alla punta dei piedi, mi fermo. Finalmente è tornata l’oscurità.

Dopo tutto, il tunnel non poteva essere sparito… ho male dappertutto però l’ho ritrovato… perché diavolo non mettono delle indicazioni? Almeno uno si evita di correre avanti e indietro, pensando di sbagliare!

Dovrei fermarmi, giusto per capire quale sarà la prossima mossa, ma so che facendolo decreterei il ritorno del sonnellino sul pavimento e l’omino con gli occhiali mi ha già seccato una volta; non ho voglia di ricascarci.

La passeggiata prosegue tranquilla, gli altri sembrano meno fitti del solito e la strada è più libera.

Meglio così… prendersi contro è proprio seccante! E poi finisce che è colpa mia, ma che ne so? Io cammino o corro, poco per fortuna, ma ogni tanto lo faccio. Tutto qui. Sono loro che cambiano strada e incrociano la mia, ti pare che colpisco qualcuno, tanto per fare? Anzi, se non mi vengono addosso è molto meglio anche per me, ma sospetto che qualcuno lo faccia apposta…

Non riesco a smettere di pensare, camminare inizia a diventare noioso e monotono.

Poi lo sento. All’inizio sembra una cantilena lontana, finché si trasforma in un suono costante per trasformarsi in un pianto vicino. Ma non è un pianto qualunque. È quello di un neonato.

Ma dov’è? Qualcuno lo sente?

Nessuno mi dà retta, come immaginavo, e mi guardo intorno perplessa. Non riesco a capire se anche gli altri possono sentirlo. Forse sono l’unica a cui interessa.

Ok, qui bisogna darsi una mossa… non si può lasciare da solo un bambino per molto tempo, specialmente se piange in questo modo…

Riprendo a correre, ormai sono più allenata e non sento la fatica. Le gambe si muovono come avessero il pilota automatico, la mente valuta ogni possibilità.

Quando mi fermo sono di nuovo circondata dalla luce, non è proprio la stessa della volta precedente e mi tranquillizzo.

Il pianto si avvicina sempre di più, anche se adesso sono ferma.

Ma allora dov’è?

Sto per perdere la pazienza proprio quando un uomo mi raggiunge, in braccio regge un neonato che indossa una tuta colorata.

«Ma non lo senti piangere? Almeno prova a cullarlo… ha mangiato? L’hai cambiato?».

L’uomo mi sorride orgoglioso, posa un bacio sulla fronte del bambino, che si dimena, e me lo piazza tra le mani.

«Adesso vado. Se hai bisogno chiamami al cellulare. Ricordati però, che non posso tenerlo acceso mentre lavoro».

Come sarebbe? Ho bisogno adesso, resta e ti eviti di dover tornare…

Lo osservo mentre si allontana. D’accordo allora, vediamo cosa si può fare qui.

Il neonato ha smesso di piangere e mi fissa. Il suo profumo di buono è inebriante. Gli bacio una manina, una guanciotta paffuta e la testolina senza capelli.

Sai cosa ti dico? Proviamoci… poi vediamo come ce la caviamo, cosa ne pensi?

Un gridolino di risposta è più che sufficiente. Riprendo a camminare ma non faccio molta strada perché senza preavviso mi si para davanti la donna che mi aveva strattonato prima.

«Allora quando torni? Non ti vogliamo sostituire definitivamente, ma se non riprendi al più presto saremo costretti a farlo. Lo capisci vero?».

Sono contrariata per essere stata interrotta, dopo tutto ho appena cominciato per la miseria! Ma quando la guardo rivedo quei fogli e quello che potrei fare per completarli.

Nel frattempo il piccolo si agita e devo cambiargli posizione appoggiandolo su una spalla.

Ehi… ehi… aspetta un attimo topolino… sto cercando di capire cos’è meglio fare…

«Hai deciso?».

«Veramente…».

La fisso ma non mi sento sicura, abbasso lo sguardo sul piccolo corpo che stringo e non miglioro la situazione.

Ma dico io: può una donna essere monotematica senza tradire la propria natura? Perché deve rinunciare a una fetta di possibilità per partito preso?

Non ho ancora trovato una risposta.

Le allungo il bambino talmente in fretta da non darle il tempo di reagire, finché non lo tiene in braccio.

«Ehi! Ma cosa fai?».

«Me ne vado».

«Come sarebbe? Qui siamo in ritardo e io devo…».

Sento le parole che scorrono veloci ma sono sempre più lontane. Ho ripreso a camminare e non mi volto indietro, non posso. Prima o poi deciderò ma non adesso.

All’improvviso il tunnel mi sembra un posto più confortevole. Almeno lui non mi obbliga a decidere. O no?

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– Stavo pensando…
– Mhm…
– Forse potrei somministrarmi un pò di sonno.
Il marito ha alzato gli occhi dal tavolo in vetro proprio nell’istante in cui l’elaboratore ha emesso uno squittio lieve.
– Come vuoi, cara.
Lei si morde le labbra. Sono le tre e venti. Di notte. Tutto tace, più che altro per via dei muri in cemento armato con doppio strado isolante.
Si annoia.
Nient’altro. Da quando suo figlio se n’è andato ha momenti vuoti nel corso della giornata di ventiquattr’ore. Sono lunghe, ventiquattr’ore filate a occhi aperti. Proprio lunghe, si.
Fissa il marito che ha ripreso a digitare sul tavolo davanti a lui. Momento creativo full immersion.
– Allora lo faccio.
– Mhm…
Beve una sorsata d’acqua, poi spinge il pulsante del ripiano più alto. Quello con le sostanze chimiche libere.
– Quanto tempo pensi di dormire, cara?
Si volta, riflette. Sono mesi che non lo fa, spera di ricordarsi i dosaggi esatti.
– Fino alle nove, direi, così poi facciamo colazione insieme.
– D’accordo. Non esagerare però. Lo sai che quando ti svegli resti intontita per almeno mezza giornata.
Il marito sembra soddisfatto, si alza ed esce.
Già.
Intontita.
Magari fosse solo quello. Le piacerebbe potersi annullare. Dimenticare. Cancellare tutto. Senza mezze misure.
Da quando il sonno è stato eliminato dalla genetica umana certe cose non succedono più. Se ne fanno molte altre, però.
Già.
Mescola la polvere bianca dentro un bicchiere stracolmo di latte. Se esistesse una medicina per farla sognare ne diventerebbe la prima consumatrice.
Crolla sul letto senza accorgersene. Un sacco di patate inerme. La chimica fa sempre effetto, a modo suo.
Addormentarsi era un’arte.
In altri tempi. Meno controllati. Meno rigorosi.
Quando ancora si poteva dormire senza paura di togliere tempo a qualcosa di più importante.
Già.

Resti

17 giugno 2007

Corpi ammassati. Grigi. Unti. Allungano mani deformi. Ogni tanto mormorano qualcosa di incomprensibile.
Il cielo è bluastro con alcune venature bianche. La famiglia Gamberini arranca attraverso via Andrea Costa con passo svelto. Valeria, la madre, si fa largo con una sottile spranga in lega di titanio. Ogni tanto urla per farsi sentire dall’avventore di turno nella speranza di spaventarlo e liberarsene in fretta. I rumori di sottofondo sono alti. Lamenti. Voci suadenti. Proposte disperate. Puzza di fogna.
– Perché stanno qui?
– Sono dannati.
L’occhiataccia della moglie lo blocca.
– Non dire cretinate. Sono quelli senza un tetto, tesoro. Da quando il comune ha sfollato il centro e venduto gli edifici delle zone esterne usando i parametri standard, loro sono rimasti bloccati qui. Nativi bolognesi senza un futuro certo che non sanno cosa fare né dove andare.
La strada curva e si raddrizza come un serpente. La ragazza osserva. Attenta. Confusa. Sbalordita.


La navetta è di acciaio sottile, un uovo allungato pieno di sfregi e incisioni. La famiglia Gamberini sale appena in tempo. Ne passa uno ogni dodici ore. Quando riparte la velocità li rovescia sul pavimento lucido.
– Adesso dove andiamo?
– Percorriamo i viali, poi si entra nell’area storica protetta. Scendiamo lì.
Il padre ha la faccia tesa, pallida. Contratta. Quest’idea della moglie non gli piace affatto. Anche lui ama Bologna, ci ha vissuto fino al 2015, ben trentotto anni della sua vita, porca puttana. Eppure. Adesso è un’altra città. Un’ossatura che si sfalda con un cuore vuoto. Secco.
La ragazza si attacca ai vetri tondi, con le gambe divaricate per non perdere di nuovo l’equilibrio. Gli edifici sono scuri, dalle forme strane. Alcuni ristrutturati, dipinti di fresco. Chiazze di luci sbucano a singhiozzo dalle finestre.
– Qui ci vive qualcuno.
– Infatti, tesoro. E’il confine. Da qui verso l’interno inizia l’area storica protetta. E’lì che è proibito sostare. Tutte le case sono state svuotate. Ma qui rimangono i vecchi residenti che hanno superato i parametri standard.
Valeria sospira. E’dura. Eppure il richiamo non le da tregua da anni. Ogni notte, chiusi gli occhi, torna in città e rivive quei ricordi impressi nella mente dell’adolescente che è stata. E’arrivato il momento per sua figlia di sapere. Chi è Bologna. Chi era.


Il silenzio li avvolge come una coperta calda. Una leggera nebbia fina sale ammorbidendo i contorni delle costruzioni. Viale Indipendenza sussurra mentre i passi echeggiano tra i muri che li circondano. I negozi sono rimasti. Vetrine dipinte che simulano le ultime attività presenti prima dello sfollamento. Dai portici arriva un odore vagamente dolciastro.
– Perché hanno chiuso tutto?
Il padre fissa la moglie, incerto.
– La giunta e il collegio straordinario hanno votato contro il piano risanatore. Si è ritenuto più funzionale allontanare tutti indiscriminatamente. In questo modo se ne sono andate anche le categorie a rischio.
– Prostitute. Terroristi. Barboni. Delinquenti. Studenti.
La voce della ragazza è bassa ma decisa. Il padre annuisce. Non c’è altro da aggiungere.
Proseguono.


Piazza Maggiore è imponente. Tetra. Valeria ruota su se stessa. Braccia aperte e occhi chiusi.
Non importa la nebbia. Il silenzio. L’assenza. La decadenza apatica.
Questa è Bologna. Anno 2040.
La sua Bologna.
Qui è nata. Cresciuta. Ha conosciuto suo marito. Ha frequentato l’Università. E’diventata.
Questi sono i resti di una città che poteva essere grande. Vitale. Produttiva. In fermento.
Ma.