Come la mettiamo?

7 agosto 2008


Alice ne ha fin troppo, riflette. Di spazio suo. Che è un ‘non posto’ in effetti, proprio come ha detto a Caterina. Non esiste, non ha coordinate precise. Eppure ci si ritrova da sola. Come adesso. Andrea è lì, a pochi passi. Ma non si sa dove sia sul serio, con la mente e il cuore quanto meno. Il corpo conta il giusto, e in momenti come quello le sembra che – anzi – non sia altro che un ammasso di strati coprenti che evitano ai polmoni di rotolare per terra, alle vene di correre ognuna dove le pare e al cervello si schiantarsi sul cemento. Nient’altro. Una scatoletta più o meno carina destinata a disintegrarsi.
Esce di corsa.
Il bisogno è troppo forte, pulsante.
Andrea, il suo Andrea c’è ma non è. O forse è ma non c’è. Comunque non si può, così proprio no. E neanche trova le parole per spiegarselo quel fastidio che è anche imbarazzo e vergogna.
Non si scappa da qualcuno che si ama. Anche se forse è più morto che vivo.
Eppure restare sarebbe peggio, lo sa. Con lei è tutto peggio. Quando ci si mette d’impegno è capace di distruggere tutto.
Allora la ritirata è la soluzione più sensata.
Se adesso lui potesse vederla la sgriderebbe. Non l’amante, no, ma l’amico si, eccome. Scappi da quando avevi dieci anni, A, non è ora che la smetti e affronti quei demoni?
Finalmente fuori, all’aria aperta, si blocca. Massaggia gli occhi ancora umidi e prende fiato.
Sarebbe ora si, vorrebbe rispondergli adesso, ma sto scappando da te. Come la mettiamo?
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Foto, rielaborazioni, incastri e testo di BG

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Un giorno ti alzi

11 maggio 2008

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Un giorno ti alzi.
E fai le solite cose (lavarsi, vestirsi, colazione in piedi, accendere la macchina e cuccarsi l’aria fredda in faccia, inveire contro il pazzo davanti che ha frenato e a momenti gli salti in testa…).
Un giorno ti alzi e non pensi a niente, a parte le solite cose. Le fai, le hai programmate e come tutti i giorni unti, scivolosi ti plasmi attorno a loro, su di loro. Solo così arriva sera, solo così finisci a letto e sospiri pensano ‘cavoli, anche oggi è andata’ oppure ‘porca puttana che giornata di merda’ o ancora ‘non capisco se ho più mal di testa o la nausea’…
Solo che quel giorno lì, uno qualunque ben inteso, succede qualcos’altro. Che ti piomba addosso come una sassata, rapida e violenta.
Senti qualcuno che parla, sommessamente, a bassa voce. E tu sei lì, non importa cosa stai facendo, sei abbastanza lontano da non essere visto ma sufficientemente vicino da capire.
Allora ti accorgi che quella persona che sta parlando, bisbigliando (magari piagnucolando) la conosci. Si, la conosci eccome. Ascolti con il busto rigido, capti subito le stonature, gli acuti della voce, quel tono pesante, grave che si usa solo in certe circostanze. In quelle lì, insomma, quando qualcosa di grosso non va e non c’è una parola migliore da usare, un modo per renderlo meno gelido. Malattia. Ma non una di quelle comuni, banali tipo l’influenza che è quasi una moda o la bronchite (più grave della precedente ma curabile senza troppi sforzi).
No, no, no.
Malattia con la emme maiuscola. Che il solo pronunciarla ti vengono i brividi e il cuore si fa pesante, rugoso. Malattia come ‘non lo so mica se ce la faccio a crepare di vecchiaia ‘.
Ecco.
Un giorno ti alzi e scopri che qualcuno attorno a te ce l’ha, la malattia emme maiuscola.
Scopri che tutti gli sforzi per rispettare gli orari, fare tutto (ma proprio tutto quello che ci si aspetta da te, che tu vuoi riuscire a fare) insomma. Scopri che sono tutte cazzate. Inutili assorbitori di energie. Radar subdoli che ti risucchiano la linfa e in cambio ti fanno credere che vali qualcosa, che sai e capisci e riesci e affronti e sei e sarai e potrai e. E tutto quello che ti procura un brivido di eccitazione.
Nient’altro che puttanate però. Lo realizzi in quel momento, metabolizzi e ti senti pesante, soffochi.
Perché a qualche passo da te c’è qualcuno che sta male. Qualcuno che conosci (aggravante). E sta male sul serio (doppia aggravante).

In giornate così ti rendi conto che stai sprecando la tua vita. Che ti stai preoccupando di niente. Che ti dedichi al nulla e trascuri beatamente il resto.
Il resto
.
Che cos’è poi?
Respirare l’aria fredda della notte? Nuotare con l’acqua nelle orecchie e i muscoli che urlano? Ascoltare la signora che alla fermata dell’autobus vorrebbe raccontarti di quando suo marito è morto? Ridere di una battuta cretina con le mani affondate nella cioccolata? Fare giro-giro-tondo con i tuoi figli? Affacciarti alla finestra e basta, guardare e tacere?
Forse.
Tutto quello che ti perdi ignorando che il domani è meschinamente friabile, scivoloso. Che quello che stai facendo ora (si, si, anche adesso, cosa credi?) non tornerà; che i sorrisi, i pianti, le urla, le confessioni, i perdoni, le banalità, le parole, gli abbracci non sono eterni. Ma soprattutto non conoscono i salti temporali né la scomposizione molecolare. Se non le fai, quelle cose lì che accenno sopra, se le rimandi, pensi che poi, dopo, fra un pò. Ti convinci che ci sarà tempo. Ecco. Allora si che sei perduto. Perché se inizi a correre e non ti fermi, la perdi (l’abitudine di ascoltare, notare, sorridere, baciare, sospirare, non fare niente, lasciare tracce di te sugli altri – sul mondo che ti circonda anche se non lo guardi, lo ignori).

Un giorno ti alzi e ti senti un cretino. Anzi, peggio. Uno che si è dimenticato perché è lì e chi vuole essere. Come vuole spendere il tempo che ha a disposizione (e non si sa, quanto sarà questo tempo, sta lì la fregatura. Anni. Decenni. Mesi. Altri venti, trentacinque, sette, sessanta, cinquantuno o tre. Fa differenza, lo so, ma non è permesso saperlo).

Forse ci vorrebbero più giornate così, per ricordarti cos’è davvero importante. Per cosa vale la pena lottare e a chi stai rinunciando per (ammettilo, solo un attimo, che ci hai pensato anche tu).

Sei sicuro di sapere, capire, potere (e se proprio in quel momento non è così allora ti impegni per arrivarci, barricato nelle tue convinzioni, vittima e carnefice di quel bisogno di dimostrare, essere, fare, comprare). Sei sicuro che il domani ti sia dovuto (e figurarsi perché dovrebbe essere diversamente). Poi arriva il giorno che senti la parola con la emme maiuscola e rimani come una statua di cera. Immobile. Inebetito. Tremante.

Povero piccolo ometto di carta pesta.
Non vedi che è scaduto il tempo?
(
non il tuo, per ora, ma sei sicuro adesso che basti? Per ripartire. Sorridere a comando. Tenere la schiena dritta e il petto in fuori. Sventolare la carta pagatutto e sentirti orgoglioso del luccichio. Sei davvero sicuro che la emme maiuscola non ti tocchi?).
L’hai vista allontanarsi, quella persona malata che conosci e ti è venuta voglia di rincorrerla, rassicurarla, chiederle se le va di andare da qualche parte con te magari per parlare in pace, raccontarsi, ricordare di quando.
Solo che non l’hai fatto. Perché è complicato, il transito. Il non sapere se e come e quando e perché e dove e. E’sempre una ‘e’ che ti frega. Eppure. La lasci andare e pensi che la chiamerai, domani. Facciamo lunedì (un lunedì diciamo).
Riprendi a fare (quello che ti teneva impegnato prima del subbuglio, prima della emme maiuscola e il sudore freddo).

Un giorno ti alzi e scopri che non sarà una giornata qualunque (non per te almeno).
E ti viene voglia di urlare. Al cielo che continua a essere azzurro. Ai maledetti impegni che ti assillano e ti ricordano che è tardi (è sempre tardi, ci hai fatto caso?). A quel bastardo del tempo che non c’è mai, scompare e non sai dove rintracciarlo, come convincerlo a tornare, a darti tregua, a lasciarti in pace.

Sai che c’è?
Quei giorni lì ti conviene non alzarti.

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Questo racconto stato pubblicato all’interno della rubrica ‘ Contorsioni’ sulla rivista Historica.

Alcune informazioni dall’ ‘Officina’ QUI.

Bianco serpente

7 maggio 2008

C’è un pianoforte che suona.
Ed è un suono armonioso, potente, che arriva a urlare tant’è profondo e fiero.
Ma c’è anche tutto quel bianco che a vederlo così vicino agli occhi non è tranquillizzante, per niente. Tutt’al più invadente, onnipresente. Sotto, dov’è sdraiato lui; sopra, avvolge la macchina che lo sta fotografando emettendo dei rumori che si, lui finge di non sentire (il pianoforte è ancora più forte, per ora) finge ma se si deconcentra un attimo eccoli che arrivano, i botti e il bianco. Abbraccia tutto, questo bianco muto, serpente.
Anche la questione dello ’stare fermo’ è diventata complicata. Quando la donna dietro il vetro gliel’ha ripetuto – con quel fare cadenzato e annoiato – le ha sorriso, per commiserazione. Certo che lo so, voleva dire quel sorriso e adesso se lo rimangerebbe volentieri, se potesse. Basterebbe spostarsi di lato, spingersi verso il pavimento; così gli sembra di vederla, la tentazione di infrangere le regole. E’ la macchina che lo sta incoraggiando. Da, vai, ti basta spostarti a destra usando la spalla, scendi con le gambe e vattene da qui, brigati!
Basta si.
Gli viene da pensare a suo fratello.
Erano anni che non gli succedeva, di pensare a lui all’improvviso. Di vedere il suo volto scavato, quella pelle verdastra cucita su un corpo rinsecchito, un verde chiaro con qualche venatura violacea, colori stridenti eppure altrettanto naturali su di lui. Perché suo fratello era malato e lo ricorda solo in questo modo, da malato insomma. Però era anche abilissimo con gli esami, lui una macchina così se la sarebbe mangiata, l’avrebbe staccati a morsi (col pensiero) pur di non farsi schiacciare. Lui si.
Il pianoforte continua a suonare.
Com’è che certe volte diventiamo così piccoli e fragili che neanche ci riconosciamo? Se lo chiede proprio mentre l’ovale candido sopra di lui ricomincia a emettere intervalli svelti di tonfi cupi, mitragliate.
Chiude gli occhi e suo fratello torna. E’ sempre lo stesso, coi jeans della Charro larghi e scoloriti e una felpa rossa che adorava. L’aveva ricevuta in regalo, prima che.
C’è sempre un prima che, però è più facile fingere di non averlo visto, quel momento lì che si avvicina al ‘che’. Prima succede sempre qualcosa, anche una cosa piccola, insignificante. Ma noi la ricorderemo sempre perché siamo fatti così, viviamo di attimi, ricordi che la mente afferra e cataloga – dove, lo sa solo lei – e ogni tanto riusciamo anche a nasconderli, quei pezzi del passato. Riusciamo ma facciamo una fatica bestia. Finché di nuovo si liberano e tornano a danzare, per noi. Davanti a noi.
Suo fratello sorrideva prima che. Gli stava ricordando tutta una serie di cretinate che avevano fatto da bulletti alle scuole, le sceneggiate sugli autobus (all’immancabile vecchietta mezza sorda e mezza cieca sul trentotto), i ritrovi sui colli (e le bottiglie di birra rubate da casa), gli scherzi alla Letizia che era davvero una rompicoglioni (graziosa ma rompicoglioni), l’atmosfera del mercato quando si mettevano i giubbotti da fighetti e giravano tra i banchi affollati per fare l’occhiolino (sgembo e nel complesso ridicolo) alle belle ragazze.
Tracce che credeva perse.
Invece no.

Mentre suo fratello osservava serio, con quegli occhi vivaci che dicevano tante cose e tutte insieme, lui si sedeva accanto al letto e attaccava a ricordare ad alta voce. I ricordi non sono processi controllabili, questo l’ha imparato sulla pelle.
Finito.
Si rialza un pò stordito, confuso.
Finito?
La donna gli lancia un’occhiata guardinga ma non si sbilancia (chissà quanti futuri malati le passano tra le mani ogni giorni, chissà. Troppi comunque). Cerca di scendere dal lettino ma gli gira la testa.
E’ tutta una questione di importanze, gli aveva detto una volta suo fratello. Quanto pensi che conti per me questa flebo adesso? Lui era rimasto con la bocca semi aperta, incerto, ogni risposta che gli saliva alle labbra poteva essere sbagliata, offensiva perfino. Si sbagliava. A suo fratello non fregava niente della flebo perché non si riferiva al corpo (Il corpo? Un involucro che ci contiene, nient’altro. E se il mio è difettoso non lo posso sostituire, i sette giorni di prova sono scaduti da un pezzo!, è l’unica fregatura dell’essere umani e non oggetto). Suo fratello pensava al resto. All’energia, le passioni, i colori e i legami. Ecco allora che la flebo diventava un puntino ridicolo se.
Qual’è il mio se, adesso? Si sente domandare.
Ma non c’è nessuno in quella sala alta e bianca. Nessuno che possa rispondere per lui, che possa spiegarli qual’è la prospettiva giusta (se c’è). Lui, che non è abituato a essere malato, arranca, gli sembra di aver nuotato per giorni senza fermarsi. E non è per niente una bella sensazione, di polmoni strizzati e ossigeno indigesto.
Si volta indietro e la macchina è lì, a qualche passo. Immacolata e muta.
Fra una settimana le mandiamo i risultati a casa, boffonchia la donna ma non lo guarda, non si volta neanche – lo schermo del computer l’ha risucchiata – e lui annuisce. La porta scorrevole si apre e scende le scale strette senza sapere bene dove andare. Quasi corre e ha paura di scivolare dall’urgenza di.
Andare.
Aspettare.
Intanto il bianco se n’è andato. Fuori, per strada, i colori sono ovunque; il grigio domina, contamina, investe.
Si guarda in giro, il bianco è rimasto tra le mura che odorano di disinfettante e fiori finti anche se il silenzio, quello se l’è portato appresso.
Il silenzio.
Gli servirà.

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Annotazioni dall’ ‘Officina’.
Racconto: risale a fine novembre, quando mi sono effettivamente sottoposta a una risonanza.
In quel periodo ascoltavo di continuo un cd di Roberto Cacciapaglia (Quarto tempo).
Poi sotto a quella macchina mi sono vista come dall’alto. Ero un uomo che ricordava il fratello morto. L’associazione con il bianco asettico della stanza, gli odori e i rumori hanno fatto il resto. Forse ero semplicemente più preoccupata di quanto volessi ammettere eppure lì dentro c’era quest’uomo che, al posto del mio corpo, meditava di scappare e rammentava questo fratello così abituato agli esami clinici da esserne ‘immune’. Una sorta di priorità capovolte tra i due.

Immagine: l’ho scattata in uno dei palazzi adiacenti al centro medico, mentre aspettavo il taxi. Avevo bisogno di portare con me una scheggia di quella strada, di quel posto così brulicante quanto decadente ai miei occhi un pò stanchi (nel caso qualcuno fosse pratico, si tratta di Via Irnerio a Bologna). C’era un cielo bellissimo, bianco e azzurro come nei cartoni, però la via era buia, grigia come accenno nel racconto, i palazzi alti facevano da scudo protettivo contro la luce. Così mi è rimasta impressa.

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Foto BG.

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Pagina tratta dal Moleskine.

‘Cicatrici’ (o qualsiasi titolo avrà mai, se ne avrà uno, di titolo), lui comunque – diciamo C – è il primo testo che scrivo che mi fa paura.
Non paura da ‘casa disabitata con il morto che cammina’, per intenderci. Tutt’altro. E’quel tipo di paura da sentimenti nascosti, in ebollizione, proibiti. E’la paura di trovare, dentro di me, qualcosa che non ci dovrebbe essere, non vorrei trovarci, quanto meno (anche se ormai penso di sentirli e il guardarli in faccia si può solo rimandare, mi sa).

All’origine erano semplici monologhi. Niente di più. Quattro personaggi diversissimi tra loro che si raccontavano a un immaginario pubblico. E un comune denominatore: i bambini.
Bambini come entità ad ampio spettro.
In arrivo quanto immaginati. Già nati ma anche abbandonati. Bambini che non potranno mai arrivare, destinati a rimanere proiezioni, ologrammi che ogni tanto si mostrano, sorridono poi scappano chissà dove, chissà come. Poi quelli che ci sono e sembrano altro, anime incomprensibili, occhi spiritati, lamenti e pianti conficcati nella carne.
All’inizio erano quattro voci pronte a svelarsi.
Un omosessuale.
Una che ha scoperto da poco di essere sterile.
Una che ha perso un figlio alla trentanovesima settimana di gestazione.
Una che ne ha due (di figli).
Mondi diversi eppure incrociati, cozzati, sfuggenti.
Nient’altro.

Solo che col tempo, C ha iniziato a contorcersi (o ero io a farlo, in preda ai suoi morsi). C è cresciuto, aveva altro da dire, da dirmi. Non si accontentava più degli assoli. Voleva che i personaggi agissero, si muovessero , mostrassero cosa fanno, pensano e desiderano.
Credo che C volesse salvarmi. Per questo mi fa paura. Perchè tenta tutt’ora di tirarmi fuori quei demoni che non hanno ancora un nome (non riesco a darglielo) eppure ci sono.
Forse dipende dalle impressioni a pelle. Odori e profumi nell’aria. Voci che si mescolano e sembrano confondersi, sembrano.

Sta di fatto che tutt’ora C mi perseguita. Ha dormito solo per un pò (gli ultimi sei, sette mesi del 2007) ma adesso è pronto. Io non lo so (se lo sono, intendo). Sto ancora cercando un ordine, un senso, uno scavo che sia meno profondo dei precedenti. Un punto di arrivo. O di partenza.

Onde evitare fraintendimenti C non è un romanzo sulle deviazioni, le morbosità estreme, le malattie mentali. Non solo direi. Ed è questo uno degli aspetti che più mi inquietano.

C racconta le storie di persone comuni che lavorano, amano, sperano, programmano. C parla di tutti noi e di quel momento delicato, fragile in cui consideriamo l’idea di generare figli. Non c’è niente di anomalo nelle premesse che accomunano i personaggi, niente che faccia presagire ‘colpi di testa’. Niente che non potrei altrettanto raccontare sui miei vicini di casa, i colleghi o la gente che mi sfiora al supermercato.
Eppure.
Loro quattro mi stanno mostrando un angolo buio diverso. Quel sottile ma profondo margine che ruota attorno al concetto illusiorio di ‘famiglia perfetta’, di perfezione come principio ampio, positivo. Loro quattro non ci stanno, a fare i personaggi ‘per bene’, pur nelle difficoltà, particolarità che li caratterizzano, pur nel dolore. Non ne vogliono sapere.

C è nato così, plasmato da e per me. Oggi, a distanza di un anno e mezzo circa dalla prima riga penso di intravvederla, quella luce là in fondo.
E si, mi spaventa.
Non so se sono in grado di ascoltare, capire e proseguire là sotto. Non so se davvero è possibile rintracciarlo, quel nocciolo lì. Quell’essenza che ci circonda, ci arriva dalla cronaca nera, dai pettegolezzi di quartiere, dalle urla dei vicini attraverso muri sottili. Quei moti che ci fanno credere, ci ipnotizzano sul farli (i bambini) e crescerli. Quegli schemi che da sempre (da subito, appena iniziamo a capire concetti) ci convincono che lì, dobbiamo arrivare, è quella la meta.
Averli. Farli. Concepirli. Poi.

E insomma, attorno a tutta questa lava in movimento c’è quello che si potrebbe definire il margine (vivono proprio lì i miei personaggi). Un limbo per pochi adepti, non tanto perchè sia difficile raggiungerlo quanto per il rimanere chiusi, il rifiuto. E’più facile non vedere, non sentire, non capire cosa c’è laggiù… mica tanto lontano sai? Quattro, sei passi al massimo verso il buio.

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“E’stata una reazione improvvisa. Non ci ho pensato. L’ho fatto e basta. Altrimenti non l’avrei lasciata lì da sola.

Avevo in testa i panni da stirare, il pesce e le melanzane. Poi lei, la solita testa gelatinosa mi impediva di pensare. Eppure dovevo fare tutto.

Fare tutto. Con mia figlia che strillava in quel modo insistente – trapana il cervello quando ci si mette, sa? -. Poi le gambe pesanti, le braccia molli, la voglia di sdraiarmi e basta.
Non volevo farle del male.

Non ci ho neanche pensato, insomma. L’ho spinta e basta.”

[Cicatrici – editing in progress]

Trecentoventidue

17 gennaio 2008

(Una stanza in ombra. Si vede una fila di sedie rigide attaccate a un muro bianco. Silenzio.)

UOMO1  (seduto con i gomiti sulle ginocchia, volta la testa verso sinistra) Se proprio ci tieni, parla.
UOMO2  (con la schiena abbandonata al muro, fissa il soffitto) E tu cosa ne sai?
UOMO1  Tu odi il silenzio.
UOMO2  (Pausa. Poi voce roca) Quand’è che la paura della solitudine diventa ossessione per il silenzio?
UOMO1  (si alza) Ricominci? Silenzio e solitudine sono due cose diverse, te lo deve ripetere ogni volta?
UOMO2  (sospira) Quando c’è silenzio, questo silenzio, mi sento solo. Sperduto. (pausa) Come fai a non vedere il collegamento?
UOMO1  (passeggia nervosamente) Non mi interessa. Io sto bene così.
UOMO2  (ridacchia)
UOMO1  La smetti? Mi fai incazzare. Credi di sapere sempre tutto, credi. Poi finisce che ti perdi in un bicchiere d’acqua. Ti vedo, sai? Friggi su quella sedia. Te ne stai rigido e rimugini. Sei deprimente.
UOMO2  Tu hai paura. Negalo se puoi!
UOMO1  (si blocca e fissa Uomo2) E se anche fosse? Cosa cambia?
UOMO2  Ammettilo, almeno. Sfogati. (pausa. Sottovoce) Se vuoi.
UOMO1  (torna a sedersi scomposto, si massaggia il collo) Non mi va. Lo sai. Tanto. (pausa) Resta tra noi, no? A cosa serve? E poi così… (alza le braccia in aria a voler indicare la stanza)
UOMO2  Tu sei solo anche qui. Anche adesso. Anche con me. (smette di fissare il soffitto e chiude gli occhi) Sono stanco.
(Pausa. Nessuno si muove.
La luce sopra Uomo 2 si spegne, la sagoma scompare
.)
UOMO1 (incrocia le braccia al petto e guarda davanti a sè) Ecco, bravo. Stai zitto che ti conviene. A chi parli in continuazione? Siamo sempre noi. Noi e il resto che c’è ma. Come adesso. Dove sono? Tutti gli altri, intendo, quelli in attesa di un verdetto, una risposta, una condanna o qualsiasi altra cosa gli tocchi. Non li vedo, non li sento. Io si, ci sono. Ma non basta. Non più. (pausa) Poi insomma. Parlare. Parlare. Va bene, ma non è che dopo mi sento meno solo, per dirla a modo tuo. (allontana la schiena dal muro e china la testa verso il basso) Parlare, aspettare. Aspettare, parlare. (sempre più piano) Tacere e non sentire. Silenzio. Silenzio.
(pausa)
VOCE FUORI CAMPO  Numero trecentoventitre, prego.
UOMO1  (si raddrizza in fretta rovistando nelle tasche dei pantaloni, agitato) Ha saltato il mio! Io sono trecentoventidue. Trecentoventidue!

VOCE FUORI CAMPO  Trecentoventiquattro? C’è il trecentoventiquattro?


(Silenzio. Uomo1 si blocca, si guarda in giro poi smette di cercare. Si copre la testa con le mani e piange.
La luce sopra Uomo1 si spegne, il pianto smette.
Torna la luce, illumina Uomo2 ancora addormentato sulla sedia.
Da una tasca della giacca gli cade per terra un biglietto.)

VOCE FUORI CAMPO  Trecentoventidue.

(Si spegne la luce)