Due Agosto 1980

3 agosto 2007

Sospira e si lascia cullare dal movimento ondulatorio della sedia con le ruote.
Fa caldo nel piccolo appartamento. Ed è presto perfino per uscire. Il programma prevede shopping selvaggio pre partenza. Tanto ci sono gli sconti.
Però sono appena le sei e lei non ha più voglia di dormire. Fabio neanche l’ha sentita alzarsi. Sarà nella fase remromrum.
Afferra il mouse e avvia il motore di ricerca.
Due agosto 1980.
Gliel’ha nominata qualcuno, la data. Solo che non ricorda quando e in che contesto. Non importa. E’una di quelle date che rimangono impressa comunque. Lei aveva due anni. Anocora non abitava nell’interland bolognese.
Per cui non ha memorie di quel giorno. Ore 10,25.
Certi avvenimenti ci scivolano tra le dita. Altri no. Perchè li respiriamo con maggiore attenzione. Casualità. Momento ricettivo. Sensibilità temporanea. Chiamatela come volete.
L’undici settembre ad esempio. Lei se lo ricorda, eccome. Ogni odore. Colore. Parole lanciate. Parole trattenute. Sentimenti. Tutto impresso in un cassetto della mente. Pulsante. Straripante di roba forte. Molto forte. Come i filmati, trasmessi a oltranza su tutte le reti, commentatori sconvolti dalle voci a tratti ansimanti poi concitate poi urlanti poi sussurrate poi sibilline poi incazzate poi. Poi.
L’undici settembre, si. Potrebbe raccontarlo ai suoi figli ( se mai ne avrà) o ai nipoti. Ecco, è una di quelle storie da nipoti.
Il due agosto invece latita. Nebbiolina fina ma fitta. Aveva due anni dopo tutto. Cos’altro dire.
Clicca sui link proposti.
Scorre le videate con veloci colpi dei polpastrelli.
Certi avvenimenti si frammentano col tempo. La verità, quella con la v maiuscola, sfugge, si defila. Viene tagliata in pezzi minuscoli e sparpagliata. Deformata addiruttura, a volte.
Legge lei. E i brividi non dipendono dalla brezza estiva tiepida.

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, una bomba esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna.
Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo delle strutture sovrastanti le sale d’aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell’azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L’esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario.
Il soffio arroventato prodotto da una miscela di tritolo e T4 tranciò i destini di persone provenienti da 50 città diverse italiane e straniere.

[ Fonte : Stragi.it ]

 
Saltella nel mondo virtuale come un equilibrista che si lancia e guarda il vuoto, ma poi riparte.  E ancora. Indecisa. Se quel due agosto è un dolore che può sentire. Afferrare. Spingere giù, accanto agli altri che hanno già fatto la traversata verso il suo cuore.  Che sonnecchiano in un ripiano della sua mente e ogni tanto le pizzicano i tessuti. La fanno lacrimare. Le provocano bruciori e ferite.
Il due agosto millenovecentottanta.
Mentre lei dormiva. O giocava. O rideva. O piangeva. O mangiava brodaglie. O.
Mentre lei aveva due anni e abitava in provincia di Modena.
A uno schioppo di passi da quella Bologna capoluogo che sembrava così lontana.
Così lontana che neanche la conosceva, lei, a due anni.
A due anni ingenui.
Ingenui come quelli che il due agosto hanno pensato di prendere il treno.
Prendere il treno per andare.
Andare senza sapere che non sarebbero tornati.
Taluni sono anche tornati, ma con il corpo e la mente devastati da un’esplosione subdola. Improvvisa. Imprevista e imprevedibile. Silenziosa e assordante. Irriverente. Noncurante. Dolorosa ferita tra i muri di una città che di storie ne ha viste tante.

Smette di cliccare e si alza. Afferra la tazza di caffè fumante e lo sorseggia. Nel silenzio mattutino è più facile pensare. Assorbire gli urti e lasciarli fluire attraverso gli arti, verso gli scaffali.

Il due agosto millenovecentottanta non l’ha vissuto. Ma può ricordarlo. Sapere è potere. Potere di non lasciarsi accecare dall’ignoranza. Dal menefreghismo. Dalla paura per quello che si scoprirà. Sapere è anche ricordare. Trasferire. Non perdere i contorni. E non fingere che certe volte.
Certe volte fai qualcosa di banale e non sai se sarà proprio così.
Se sarà davvero come sembrava, routine insomma.
Se tornerai come hai sempre fatto.
Dal supermercato.
Dal cinema.
Dal parco.
Dalla stazione.

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Resti

17 giugno 2007

Corpi ammassati. Grigi. Unti. Allungano mani deformi. Ogni tanto mormorano qualcosa di incomprensibile.
Il cielo è bluastro con alcune venature bianche. La famiglia Gamberini arranca attraverso via Andrea Costa con passo svelto. Valeria, la madre, si fa largo con una sottile spranga in lega di titanio. Ogni tanto urla per farsi sentire dall’avventore di turno nella speranza di spaventarlo e liberarsene in fretta. I rumori di sottofondo sono alti. Lamenti. Voci suadenti. Proposte disperate. Puzza di fogna.
– Perché stanno qui?
– Sono dannati.
L’occhiataccia della moglie lo blocca.
– Non dire cretinate. Sono quelli senza un tetto, tesoro. Da quando il comune ha sfollato il centro e venduto gli edifici delle zone esterne usando i parametri standard, loro sono rimasti bloccati qui. Nativi bolognesi senza un futuro certo che non sanno cosa fare né dove andare.
La strada curva e si raddrizza come un serpente. La ragazza osserva. Attenta. Confusa. Sbalordita.


La navetta è di acciaio sottile, un uovo allungato pieno di sfregi e incisioni. La famiglia Gamberini sale appena in tempo. Ne passa uno ogni dodici ore. Quando riparte la velocità li rovescia sul pavimento lucido.
– Adesso dove andiamo?
– Percorriamo i viali, poi si entra nell’area storica protetta. Scendiamo lì.
Il padre ha la faccia tesa, pallida. Contratta. Quest’idea della moglie non gli piace affatto. Anche lui ama Bologna, ci ha vissuto fino al 2015, ben trentotto anni della sua vita, porca puttana. Eppure. Adesso è un’altra città. Un’ossatura che si sfalda con un cuore vuoto. Secco.
La ragazza si attacca ai vetri tondi, con le gambe divaricate per non perdere di nuovo l’equilibrio. Gli edifici sono scuri, dalle forme strane. Alcuni ristrutturati, dipinti di fresco. Chiazze di luci sbucano a singhiozzo dalle finestre.
– Qui ci vive qualcuno.
– Infatti, tesoro. E’il confine. Da qui verso l’interno inizia l’area storica protetta. E’lì che è proibito sostare. Tutte le case sono state svuotate. Ma qui rimangono i vecchi residenti che hanno superato i parametri standard.
Valeria sospira. E’dura. Eppure il richiamo non le da tregua da anni. Ogni notte, chiusi gli occhi, torna in città e rivive quei ricordi impressi nella mente dell’adolescente che è stata. E’arrivato il momento per sua figlia di sapere. Chi è Bologna. Chi era.


Il silenzio li avvolge come una coperta calda. Una leggera nebbia fina sale ammorbidendo i contorni delle costruzioni. Viale Indipendenza sussurra mentre i passi echeggiano tra i muri che li circondano. I negozi sono rimasti. Vetrine dipinte che simulano le ultime attività presenti prima dello sfollamento. Dai portici arriva un odore vagamente dolciastro.
– Perché hanno chiuso tutto?
Il padre fissa la moglie, incerto.
– La giunta e il collegio straordinario hanno votato contro il piano risanatore. Si è ritenuto più funzionale allontanare tutti indiscriminatamente. In questo modo se ne sono andate anche le categorie a rischio.
– Prostitute. Terroristi. Barboni. Delinquenti. Studenti.
La voce della ragazza è bassa ma decisa. Il padre annuisce. Non c’è altro da aggiungere.
Proseguono.


Piazza Maggiore è imponente. Tetra. Valeria ruota su se stessa. Braccia aperte e occhi chiusi.
Non importa la nebbia. Il silenzio. L’assenza. La decadenza apatica.
Questa è Bologna. Anno 2040.
La sua Bologna.
Qui è nata. Cresciuta. Ha conosciuto suo marito. Ha frequentato l’Università. E’diventata.
Questi sono i resti di una città che poteva essere grande. Vitale. Produttiva. In fermento.
Ma.