Innanzi tutto una precisazione: userò qui il termine ’libro’ sottintendo l’oggetto cartaceo quanto le storie in esso contenute dunque gli eventuali dibattiti, riflessioni, critiche, arricchimenti e quant’altro può scatenare la lettura e – barra – o la condivisione del testo stesso.

I libri, come tutti i prodotti in commercio, sono acquistati secondo due criteri principali: reperibilità e conoscibilità.

Reperibilità dunque al banco frutta del tal supermercato vedo le fragole, mi viene voglia di fragole o già avevo detto che le avrei prese, e le infilo nel carrello.

Conoscibilità perchè ho sentito raccontare dal collega di quel film uscito da poco, io non ne sapevo niente (magari non seguo i trailer, non ho sentito pubblicità alla radio o altrove, non ho visto trasmissioni che ne parlavano ect); in sintesi: non sapevo ma ’attraverso’ qualcosa o qualcuno ne vengo a conoscenza, mi interessa, e decido di andarmelo a comprare (nell’esempio il film non è tanto prodotto ma servizio, fruibile, eppure il senso resta). In questo caso il termine comprare può avere allungamenti di percorso quali ’ordinare’ oppure ’cercare’ se il prodotto in questione non è reperibile subito (dunque l’altro fattore, reperibilità, è evidentemente deficitario).

Qualcosa o qualcuno insomma. Perché, sempre per essere chiari, se c’è la ’reperibilità’ l’acquisto dipende esclusivamente o quasi dall’interesse/bisogno (effettivo o indotto magari da pubblicità, poco importa se il risultato finale resta l’acquisto, quello che ci si fa dopo non interessa di certo chi il prodotto lo vende).
Sulla conoscibilità invece le variabili si diversificano esponenzialmente.

Tornando ai libri dunque, è ’fatto ormai risaputo’ che la distribuzione determina la reperibilità. Equazione matematica. Per essere ’visto’, copie di un libro devono trovarsi fisicamente nelle librerie, nei megastore, ovunque si vendono e cercano abitualmente o meno, libri. Punto. Che poi in Italia la fantomatica ’distribuzione’ sia in mano a pochi grandi gruppi editoriali, è tutt’altra faccenda che esula da questa breve riflessione.

La conoscibilità invece non è in mano a nessuno (in particolare) e a tutti, nello specifico.
Riporterò di seguito alcune lucide e puntuali considerazioni fatte da Giancarlo Onorato (nella foto), autore del libro ’Il più dolce delitto’ pubblicato da Sironi nel 2007. Onorato a distanza di un anno dall’uscita del romanzo (dunque nel 2008), scrisse a Giulio Mozzi (all’epoca consulente per la narrativa italiana per Sironi ) una lettera che (ahimè) solo oggi ho rintracciato on line – e siamo nel 2009, un altro anno passato – e merita riflessioni importanti su questo nostro sistema editoriale, sul ’fare’ cultura, sul peso specifico effettivo delle storie di carta, nonché sullo scrivere in sé. Mozzi ha riproposto il pezzo di Onorato il 9 Giugno scorso (testo integrale pubblicato su Vibrisse QUI), all’interno di una più ampia riflessione su otto anni di lavoro svolto. Io ne recupero alcune parti, scollegandole dal contesto specifico (Sironi, ’il dolce delitto’ come libro singolo, Mozzi e Onorato in quanto persone e rispettivamente operatore editoriale/culturale, autore). Lo ’scollegamento’ mi è necessario in quanto le riflessioni fatte da Onorato non sono, a mio parere, ’lagnanze personali’ e dunque di scarso interesse generale. Tutt’alto. Le dinamiche sono purtroppo – ahimè con eco – tutt’ora valide per molti (troppi) libri pubblicati ma subito o quasi ’spariti’.

Scrisse, Giulio Mozzi, il 22 marzo 2008 (prima della lettera di Onorato): “Il più dolce delitto è stato ucciso con la più dolce delle morti editoriali: il vuoto assoluto (non è il primo né l’ultimo, sia chiaro).[…] Qualche giorno dopo l’amico scrittore si fa vivo e mi dice: “L’ho letto. E’ proprio bello. Vedi, il fatto è questo: io devo scegliere che libri leggere, no? Come tutti. E leggo, alla fin fine, i libri dei quali una persona, due persone, tre persone mi parlano. Alla fin fine, poi, ti dirò, si finisce col leggere soprattutto i libri degli amici. Ma comunque, c’era questo Onorato, sì, e tu me ne avevi parlato, sì, però me ne parlavi solo tu. Capisci? E così non mi si è attivato niente, in testa. Poi ti ho visto così esasperato, che ho pensato: orpo, magari questo libro è proprio da leggere. E in effetti sì. E’ proprio da leggere”. […]”

Giancarlo Onorato, anche in risposta alle parole di Mozzi, scrisse con pubblicazione del 29 marzo 2008 (ricordo il testo integrale QUI):

“Ciò che conta e va considerata è la netta sensazione di operare per il nulla. E che “la gente” indistintamente, compresi i presunti competenti, si accorga solo di ciò che per ragioni x o y, ottenga visibilità conclamata. Questa visibilità pare di capire che avvenga quasi immancabilmente per fatti di costume, legati a qualche avvenimento, un fatto di cronaca che ti permette di commentare in maniera arguta il tal assassinio, un clamoroso litigio televisivo, un fidanzamento dai risvolti mondani, o l’essere pontificato dagli egemoni dei mezzi di massa, i ferrara, i costanzo. Non ci si accorge mai, o non ci si accorge più, o non ora, di qualcosa o qualcuno per questioni di merito. Dal momento della tua imposizione nasce l’importanza, e il fatto di avere raccolto visibilità comporta come conseguenza una certa qual rispettabilità. In fondo è il ragionamento di chi ti dice di non essersi mosso verso il mio testo non avendone sentito parlare se non da te. Come se per potersi accorgere di qualcosa non basti la parola di un conoscente capace e attento, ma sia necessario che la cartilagine spessa della disattenzione debba essere violentemente lacerata da avvenimenti spettacolari, talmente eclatanti da sovrastare il brusìo indistinto e senza senso in cui viviamo immersi. Solo allora si alza la testa e si rivolgono sguardo e orecchi. Il contenuto di per sé non è motivo sufficiente per muoversi, e questo genera una crescente paralisi intellettiva che investe e travolge tutta la società che, lo si voglia o no, si accresce o si avvilisce a seconda di ciò di cui si nutre. Si potrebbe obiettare che se non se ne parla, non si possa pretendere che qualcosa seppure di valore, venga riconosciuta nel mare magnum delle pubblicazioni di ogni genere. Vero. Ma è quanto descritto sopra a decretare a mio modo di vedere il fallimento a priori del valore come merito, perché oramai ha appreso questo modo di operare anche molta parte di addetti ai lavori ed esperti.”

Dalla lettura pare uscirne un infinito loop dove la coda rincorre la testa e viceversa, in una sorta di danza tribale imposta dalle ’ragioni x o y’ (per usare parole di Onorato) totalmente estranee ai libri (intesi sempre nell’eccezione espressa all’inizio) e dunque somma di fattori specifici quali autore (capacità, esperienze, intenti) e testo stesso (a sua volta amalgama di stile, trama, struttura, personaggi, eventuali messaggi, intrecci…). Loop estraneo, attaccato come una sanguisuga ad ’altro’. Il libro non è libro insomma, ma mero oggetto, merce che deve soddisfare le leggi della domanda e dell’offerta ’non culturale’ bensì. Bensì.

“Se davvero siamo “cose” della storia e se è vero che questa macina tutto e tutti senza alcun riguardo, senza che ciò comporti alcuna variazione percepibile nell’ordine delle cose, allora anche solo discettare se sia o meno utile che la gente si accorga di sé, delle proprie pulsioni, dei propri bisogni, attraverso un testo, è già una perdita di tempo. Ma allora non parliamo neppure più di diritti, migliorie, qualità della vita o cose simili di cui riempiamo quotidiani e simposi vari. E non lamentiamoci quando a essere vittime di ogni sorta di ingiustizie siamo noi, presi in prima persona. Poiché con la mancanza di curiosità, di vitalità mentale, di capacità critica, contribuiamo a decretare la morte del valore. Anche del nostro. Se a tutti sta bene così, allora teniamoci questa realtà da fondale cui sono relegate e destinate le idee, e godiamoci il carosello della ribalta di chi è emerso. E buon per lui, chissà che non tocchi anche a noi, prima o poi. Basterà ottenere visibilità nel modo più impensabile, non so, salendo su un tetto, o spogliandosi in pubblico, o prendere clamorose posizioni politicamente scorrette o essere puttana di un qualunque vigente regime per avere ragione e proseliti disposti a crederti utile e necessario.”

“… […]il silenzio sul mio testo non lo colgo con dolore, bensì come un dato che rispecchia una realtà che forse abbiamo oramai tutti il dovere di esaminare sul serio. E di combattere. Così io sento il diritto e il bisogno di scendere nell’arena, a differenza di tanti cacasotto che popolano la fetta degli intelligenti di questo paese, i primi ad avere colpa se il paese non è più tanto intelligente.”

Combattere, scrive Giancarlo Onorato.

Combattere.

Mi chiedo ora, dopo salti nel passato e ragionamenti anche futuri, mi chiedo: quanti libri ci perdiamo senza saperlo? Quante storie non leggiamo, tanto meno commentiamo, capiamo ma anche no, senza aver volontariamente scelto di evitarle? Quante riflessioni, potenziali crescite, arricchimenti ci vengono risucchiati dal ’grande loop editoriale’?

Mi viene in mente un’obbiezione ragionevole: anche se sapessimo di ogni nuovo libro pubblicato, non potremmo mai e poi mai ragionare e scegliere su ’tutti’. Verissimo.

Ma resto dell’idea che la conoscibilità è ancora, immeritatamente, fattore radicato, variabile potente che sceglie per me senza che io gliel’abbia data, la delega. A me certo, perché può non interessare affatto tutto questo ragione. Anzi, pere appunto interessi a pochi e solo in certi ’spazi’ come il web.

Combattere allora.

Ma come?

Risposte non ne ho, si accettano suggerimenti, altri ragionamenti, nuove proposte, vecchie lamentele. Qualsiasi cosa che non sia ’ignorare’ che è un non pensare pericoloso, distruttivo.

O forse no.

E’ anche distruttivo se non serve, insistere, combattere appunto.
Siamo pronti a dichiarare che non serve?

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

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Il ventisettesimo anno’ riunisce due racconti, riadattati per quest’ultima pubblicazione con Minimum Fax, come spiega lo stesso Mancassola nella ‘nota dell’autore’ in coda. Il primo, che determina il titolo del piccolo libro, è stato pubblicato la prima volta nel 2004 (ma scritto tra il 2000 e il 2001), il secondo ‘Dov’è finita la realtà’ nasce nel 2004 come “commento narrativo”, scrive Mancassola, ‘a un quadro’.

Due racconti dunque diversi per tempistiche e genesi. Eppure riuniti in questa pubblicazione. Due racconti sul sopravvivere, sottotitola il volume. Francamente chiudendo le settantatre pagine (il termine piccolo libro usato sopra si riferiva a questo), chiudendole insomma ho pensato che l’epicentro delle tessiture è ‘la morte’. Ricordata, rielaborata, vissuta, raccontata, immaginata, attesa, considerata, temuta (più dal lettore, in effetti). Morte comunque come punto di transizione, fase ‘di mezzo’ da cui anche ‘sopravvivenza’ però con una precisa mano allungata verso ‘quella fine’, una sorta di leitmotiv rumoroso, sottofondo che ruba spesso e facilmente inquadratura e attenzione.
Al di là della ‘nota dell’autore’, si sentono le fratture tra i due racconti, le differenze negli sviluppi, le voci e le storie che prepotenti irrompono.

Stilisticamente ci sono caratteristiche, di questa scrittura di Mancassola ormai non più recentissima ma decisamente consapevole, che meritano alcune brevi annotazioni.

Il ritmo è un elemento pressoché costante. Ed è notevole notare come sia stato reso attraverso due diverse strutture ovvero avvalendosi dell’alternanza tra frasi brevi e ravvicinate, spesso proprio fulminanti e il suo quasi-contrario. Quasi-contrario perché il periodare lungo si compone sempre di frasi brevi unite da una punteggiatura sapientemente dosata a regolarne la cadenza, l’incedere sciolto, preciso ed efficace. Di solito si tratta di virgole, ogni tanto sequenze di ‘e’. In ogni caso l’effetto nell’insieme regge e non appesantisce proprio perché resta un assemblaggio di tratteggi semplici, rapidi anche nelle comprensioni.

Al supermercato, sotto le luci oleose dei neon, nell’aria umidiccia proveniente dai banchi frigo, nell’assenza di odori della corsia di prodotti in scatola, loro due riempirono il carrello.
(Pag.29)

Nell’esempio sopra da notare le quattro ‘virgole’ e l’incedere ritmato che fornisce informazioni sensoriali con puntualità senza disperdere l’attenzione.

Le descrizioni sono precise spennellate che pongono accenti senza rincorrere il fiato di chi legge. L’impressione è che sotto ci sia stato un lavoro di ricerca, selezione e accurata scrematura dei termini con l’intento preciso di mantenere incollaggi senza rinunciare allo spennellare che è atto creativo.

Altro elemento che si ripete è l’uso del  ‘come’ che è associazione tra un’immagine o un’azione esterna alla trama principale, usata per chiarirne sensi o intensità. In effetti, di paragoni ce ne sono molti, seminati in entrambi i racconti. Sono descrizioni nelle descrizioni, virate periodiche, cadenzate, che il lettore finisce per attendere, cercare, perchè sviluppano dettagli o angoli di dettagli.

Un po’ era traboccata, bagnandomi mano e polso, lasciando un senso di umido, vagamente bruciante, come la pelle del volto dopo aver pianto. […] Io e i miei colleghi abbiamo iniziato a scavare, mentre lei ci guardava a distanza, e solo quando ho notato il nome del bambino sulla lapide ho finalmente collegato, come quando infili una spina nella presa.(pag.61 – da notare anche qui l’uso della punteggiatura)

Gli incidenti si legavano l’uno all’altro come le punte di uno stesso iceberg, facendo apparire il mare in mezzo come una pozza provvisoria, una patetica copertura.
(pag.13)

Altra caratteristica ricorrente sono le ripetizioni come agganci tra frasi e sensi vicini, amplificando l’incedere e la percezione del periodare stesso. Non è un uso eccesivo, quello della ripetizione, due, tre volte al massimo, eppure il loro inserimento all’apparenza casuale è decisamente abile, centrato ‘sul’ narrare.

Sembrava incredibile che quei prodotti potessero avere un gusto. Sebbene fossero i soliti. Sebbene ogni cosa fosse uguale a sempre, i pensionati con la lista della spesa in mano, le casalinghe in tuta da ginnastica…
(pag.29)

A questa vocazione all’assenza, all’altrove eterno, Hans ha dovuto un giorno piegarsi. La capacità di immaginare in mille modi la propria morte, la morte dei suoi cari, la morte del suo paese: anche questo è il suo talento.
(pag.51)

Credimi, disse, mentre beveva un ennesimo sorso di birra, e i suoi occhi si facevano ancora più lucidi. Credimi, ripeté, non sono ubriaco, è una storia che conosco davvero. Ti credo, dissi io, a mia volta bevendo un goccio…
(pag.57, incipit del secondo racconto)

——

Prossimamente la seconda pillola.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Monteverde, il quartiere romano dove vive il protagonista – Guido Orsini – è luogo di memorie, amarezze, di lucide e crude registrazioni che gli occhi dell’autore, Gianfranco Franchi, ‘prestano’ al protagonista (alter ego apparso per la prima volta in ‘Disorder’ pubblicato da le Edizioni Il Foglio nel 2006). Occhi acuti, dunque, ironici quanto precisi, capaci di annegare nel dolore, nel malessere di un vivere faticoso, incerto e perennemente in bilico, ma anche delicati, desiderosi di esplorare, tentare ancora, e ancora.
‘Monteverde’ conclude un percorso preciso, iniziato con il già accennato ‘Disorder’, passando per ‘Pagano’ ( Edizioni Il Foglio, 2007). Un percorso costruito su frammenti, tasselli uniti e slegati che poco alla volta si insinuano, delineano una strada tortuosa eppure nitida.
Guido Orsini è un laureato alla disperata ricerca di quella che, per le generazioni precedenti era un passaggio obbligato, ovvero un posto se non propriamente definibile ‘fisso’ quanto meno stabile, la possibilità dunque di dedicarsi all’unica vera e inviolabile passione-ossessione ovvero la Letteratura. Ma Guido è anche sensibile osservatore della società che lo circonda, di questo ‘Monteverde’ specchio del suo vivere tra limitazioni volute e imposte eppure immerso in tanti sottili interessi importanti. In perenne contorsione, tra ricerche fallimentari, amori sfocati, musica e calcio, orari e vizi.
La struttura stessa del romanzo fornisce una prima guida alla decodifica: sei macro oggetti letterari, un antefatto che è uno ‘spot’ di ciò che il lettore affronterà, e cinque interludi tra gli argomenti principali. Su questi ultimi, gli interludi, vorrei soffermarmi.
Nel primo c’è un cane, che muta nella razza, con gli occhi di due colori diversi e che lo fissa (‘lo’ riferito a Guido sebbene in queste pagine che staccano volutamente la struttura amalgamandola, mi è parso di sentire prepotente e trasparente, la volontà, la voce unica dell’autore). Il cane è un simbolo, un messaggero, ripreso con intelligenza nella copertina e che ritorna anche nel secondo interludio.

“… e mi spieghi se mi stanno venendo a prendere o se c’è qualcosa che sta per capitare oppure se devo smettere di cercare Letteratura e quindi incanto, magia, segno, assurdo e meraviglia in tutte le cose. Io vedo simboli e significati in tutto. Sono un giocattolo giocato da mani sempre nuove, e tutto è un mio giocattolo. Forse anche la morte.” (pag.55)

Attraverso questo simbolo, dunque, la voce inizia a denudarsi, a svuotarsi di contenuti, a riconoscersi in perenne lotta. Non è una guida dunque, il cane, è probabilmente la necessaria virata che attraversa gli oggetti tematici e ne affonda tra le carni.

“Forse il cane voleva avvertirmi che stava per tornare il male, che si avvicinava e che avrei dovuto soffrire ancora per un pezzo.” (pag.113)

Ma anche più avanti, nel terzo interludio, si insiste e si riprende l’antefatto, si incastrano, sovrappongono sensi e significati, l’eco è forte, urgente e necessario. Disperato.

“… e non trovo riposo e non conosco più gioia. Sono una sigaretta che non si spegne mai, e un calice che non s’esaurisce. Sono un caffè troppo amaro, così ti stomaco.
Il malessere fatico a tollerarlo. Ogni mattina peggiora, non so come arginarlo.
Il lavoro è un’ossessione, o un ricordo grottesco che ogni tanto fa male.
Voglio dormire. Fammi dormire.” (Pag. 177)

Il malessere è un leitmotiv pressante, sintomo evidente di un vivere che è trascinarsi tra precariato, esperienze lavorative fallimentari, deriva degli affetti, disagio economico e confusione. C’è molto dolore in questo romanzo, molta fatica da acido e sangue, molta tenace affermazione di quei ‘sogni’ schiacciati ma mai dimenticati, impossibili da accantonare del tutto, perfino nelle scene più grottesche e ironiche, che strappano sorrisi amari, consapevoli.

“… e maledetto il dio della sofferenza, che sia verità o menzogna poco cambia e poco importa: per tutto quel dolore che t’intorpidisce, per quel veleno che s’insinua, e che sordo scava, scava. Sordo, scava. Ma quanto a fondo può scavare, quanto avido ancora può essere, per ossa, e sangue infetto, e polvere e cenere, cenere. Scava. “ (pag.235)

Infinte, nell’ultimo interludio l’immagine del ponte. Che è più d’un simbolo. È chiave di decodifica. Ognuna delle sei tematiche-oggetto di cui accennavo sopra, ovvero: casa, lavoro, donne, musica, la Roma e Patrie letterarie; ognuna è ponte dell’altra, sottile collegamento capace di far traballare l’equilibrio instabile senza disperderlo del tutto, la caduta pare vicina ma mai definitiva.
C’è speranza in questo libro, nella lotta, nel cogliere i fallimenti, il dolore, il male feroce quanto l’insanabile conflitto dei sentimenti, senza imporre conclusioni. I brevi capitoli, ognuno a suo modo indipendenti, possono – sì – cadere ma subito dopo c’è una risalita, una ripartenza, un tentare e ri-tentare in una visione complessa, onesta dell’essere giovani oggi, tra titoli di studio che paiono carta straccia, mestieri inutili, illusori e legami faticosi.
Guido non è persona facile, solitario, poco incline alle mediazioni, mal disposto a cedere ai compromessi, che non accetta la rassegnazione che vede nella sua generazione, inutilità che non ha sapore né odore, senza ‘quel’ fuoco che invece è così prepotente dentro di lui: la Letteratura, amore inviolabile, passione violenta, ragione di vita probabilmente.

“Ho scelta come patria la Letteratura in lingua italiana con opportune commistioni dialettali e linguistiche perché io sono amalgamato così; ho scelto come patria la Letteratura perché è terra di menzogna e oasi di invenzioni e meraviglia, non ha pretese d’essere vera o realistica ad ogni costo, né d’essere Storia: è storia delle storie, è tante storie assieme.” (pag.306)

È un romanzo amaro, ‘Monteverde’, pieno zeppo di scene, dettagli, schegge taglienti mai pietose. Ma anche sottilmente colmo di amore e sentimenti forti quanto pieni, intensi.
Franchi è autore poliedrico, acuto e preciso. La sua lingua si plasma, è materia in evoluzione dove nulla è lasciato al caso o all’intuizione del momento. In questo romanzo, il progetto iniziato con ‘Disorder’ raggiunge una maturazione notevole, nell’intensità, gli intenti incastrati, numerosi. La lunghezza, elemento di stacco dalle precedenti opere, è pregio e difetto di un’opera che non può essere vissuta come mero romanzo. Richiede tempo e pazienza, analisi e recupero dei frammenti, delle ‘storie nelle storie’. La suddivisione in oggetti narrativi semplifica al lettore parte della comprensione, dà modo all’autore di spogliare quel Guido alter ego amato e odiato, all’interno di precise tematiche. È dunque possibile che il lettore perda la ‘strada’ nel corso della lettura, eviti di oltrepassare un certo ponte, ad esempio quello della ‘Roma’ se non ha precisi interessi per il calcio o ‘Musica’. Franchi sa essere tecnico, intinge la sua materia narrativa in elementi fortemente caratterizzati dalla stessa vita che conosce e cerca. E sono rischi calcolati, io credo, necessari per collocare Guido e il suo raccontare in un contesto preciso e inequivocabile.

Ultima annotazione personale: Franchi che scrive d’amore è secondo me perla rara. Già in Disorder alcuni capitoli sono delicati sfarfallii, inni ai sentimenti fondi, lirici senza scivolare nella dolcezza filante che stomaca.

“Una goccia di spirito cade nel silenzio d’un, e aspetto ogni giorno un pezzo di te. Se tu sapessi, che.
Amare (davvero) è pericoloso e brucia; e quando non, è la fine. “
(pag.49 – capitolo ‘Pelle’, ‘Disorder’)

In ‘Monteverde’ ho ritrovato pagine di una dolcezza meno celata, più spudorata, che si mostra fiduciosa e nulla chiede, nulla aggiunge a se stessa. C’è ‘un’ bianco che rimbomba con la forza che toglie il respiro, un bianco che può essere tutto e niente, non colore che facilmente, da un momento all’altro, rischia di finire fagocitato dalle altre tinte eppure brilla, irradia.

“Scende dal cuscino e si mette col muso contro il mio, naso contro naso, occhi negli occhi. Oddio amore mio che occhi che hai, dovresti guardarmi sempre, io questi tuoi occhi li sento dentro sempre, anche quando non ci sei.
[…]
Bianca quella notte che non voleva finire, bianco il telefono che la mattina suonava, bianca la carta delle pizze, bianca la vasca del mio bagno, bianco il pacchetto delle sigarette, bianche le mie scarpe che dovevi sporcare. Bianco il foglio che hai sporcato, bianca la luce del domani.
«Non sono mai stata così».
«Ti amo».
«Ti voglio ancora. Vieni qua».
(pag.131-133)

Monteverde
di Gianfranco Franchi,
Castelvecchi, maggio 2009
pg.310, Euro 16

Si muore bambini’ è una raccolta di racconti, e già questo aspetto – secondo le statistiche – demotiva all’acquisto. Undici racconti per 124 pagine. Undici? Ma scherziamo?

A peggiorare (in apparenza) la situazione c’è un altro elemento che si palesa leggendo, progressivamente impossibile da ignorare. La diversificazione. Ogni racconto è un mondo a parte, perfino la scrittura si tende e si restringe, segue le pieghe e gli spazi della storia in questione, plasmandosi con naturalezza.

Dunque undici racconti, stratificati, imparagonabili tra loro.

E terribili.

Terribili perché in ognuno c’è quel dolore che non conosce consolazione, in ognuno c’è un male spaventoso, che non si vorrebbe conoscere tanto meno ricordare. Sono – si – storie dove comunque qualcosa è morto, come già anticipa il titolo che si concentra su una delle tematiche principali (i bambini) ma che può essere inteso, secondo me, in senso ampio. Si muore.

Non so quanto contino davvero le statistiche, quanto la percezione e il bisogno del lettore di romanzi lunghi, corposi, da coccolare settimane, forse anni, nonché la paura verso lo svelare ombre pressanti; non so quanto tutto questo pesi davvero nella scelta finale, nell’acquisto insomma. Probabilmente molto, i dati di vendita, che sono poi numeri abbastanza precisi di solito, parlano chiaro.

Eppure questo libro è un piccolo gioiello, qualcosa di prezioso, di duro certamente ma allo stesso tempo di magico. Ed è ovviamente un tipo di magia da strega, che si sofferma sul Male, che lo scava a fondo, sbudella mettendone in fila frammenti fumanti. Ma. Non c’è ferocia gratuita, necessità di colpire per il gusto di farlo. Sono storie terribili ma decodificabili. C’è sempre qualcosa, diverso come dicevo sopra, ma evidente che aspetta la giusta chiave di lettura, quella rotazione che permette di aprirne la porta.

Perché l’ultimo elemento dell’equazione è la decompressione, la necessità di ‘tradurre’ questo linguaggio accurato, sottile, tagliente e complesso, la necessità di renderlo non solo comprensibile ma anche assorbibile.

Nella casa dei giochi, le mani sono cattive anche quando vogliono accarezzarti. Il gioco più complicato è imparare a sfuggirle. Se capisci quando le mani stanno arrivando, puoi scappare, ma devi essere molto veloce e girare intorno alle trappole che possono ingoiarti ed evitare di finire nella botola dei sogni assassini e nella stanza dei bambini uccisi e nel giardino degli orchi e nella pozza dei coccodrilli, nel labirinto degli affamati e nella tana di Gretel, che se ti prende ti mangerà.
(pag.12)

Nicoletta Vallorani non ha paura, le scelte che hanno portato questi racconti su carta ne sono un’evidente testimonianza. Non ha paura di non essere letta, peggio, di non essere capita, di finire nella lista dei mediocri mescolatori di carte. Perché l’apparenza qui, tra questa pagine, inganna davvero con facilità.

Non sono racconti rilassanti, tanto meno da pause veloci e spensierate. Alcuni sono effettivamente brevi (se consideriamo l’effettiva lunghezza, alcune pagine appena) ma il punto è un altro. Morendo bambini, tutto ciò che succede dopo è insopportabile.

Dimenticavo un’altra caratteristica, che racconta di un’autrice poliedrica, capace di cimentarsi in narrazioni differenti nelle intenzioni quanto nel risultato finale percepibile: le storie si alternano giocando coi generi. In ‘l’ultimo scatto’ l’atmosfera del triller si inspessisce, la ricerca del colpevole che è carnefice e liberatore è serrata, necessità pura. Mentre in ‘I libri coi denti’ la narrazione si raccoglie, presentando realtà all’apparenza incomprensibili ma che celano l’ennesimo segreto terribile, l’attenzione è verso un tipo di ‘sociale’ che troppo spesso non ha voce (ma denti).

Io sono la strega e Biancaneve, Cappuccetto rosso che si mangia la nonna dopo averla cucinata sul fuoco, Gretel, il fagiolo magico e la Bestia che non è riuscita a far innamorare nessuno e perciò coi suoi denti da tigre malese sbrana i bambini buoni e belli e biondi e normali. E le bambine, pure. Quelle che sanno parlare e vanno a scuola e non mi somigliano per niente.
Perché io sono ritardata. E lei, che lo sa, mi tiene lontana da tutti perché si vergogna, anche se dice di no.
(pag. 57)

‘SnuffMovie’ in cui si ripete la frase che è poi il titolo della raccolta, è un racconto intensissimo, crudelmente reale nello svelare la cattiveria che gli indifesi subiscono, nel raccontare con dovizia di dettagli sapienti fin dove si può spingere la natura umana. Decisamente impossibile da dimenticare.

Così il tizio arriva e mi dice: “Ehi, si fa un po’ di movimento, piccoletta?”
Scommetto che ha visto il tulle e si è fatto delle idee. E’ colpa del mio vestito da ballerina. Uno lo guarda e pensa: questa viene via facile. Il mondo è pieno di poveri fessi che aspettano solo di vedere una bambina solitaria per saltarle addosso. Ma la bambina ha i denti. Questa bambina, cioè, ha imparato a mordere e si è fatta equipaggiare allo scopo.
(pag.85)

Infine gli ultimi tre racconti, dai sapori e colori precisi, difficili, sono dedicati a persone e momenti del nostro passato recente, sono tentativi di entrare in porte chiuse da troppo tempo, tra sentimenti, mali e colpe che vorrebbero sparire ma le memorie – fortunatamente – ancora resistono. ‘Libero in freezer’ (Ricordando Piazza Fontana). ‘Sono io quello’ (Questo è per Carlo Giuliani, e non è abbastanza). ‘La stanza vuota’ (Questo è per Claudio Varalli e Giannino Zibecchi. Per non dimenticare).

Un libro che andrebbe regalato agli adulti morti bambini, ma anche a quelli che non credono nel male così profondo o che lo ignorano, voltano la faccia.

Un libro difficile, certo, non immediato, complesso in alcuni suoi nodi centrali, probabilmente non adatto a tutte le letture. Ma decisamente importante. Proietta, ricostruisce, descrive senza risparmiarsi, analizza e capovolge realtà di una crudeltà che paralizza. Ma è un processo che si tende alla comprensione, che non vuole solo ferire, che non cerca l’effetto speciale per strappare un ‘ohhhh’ di rito. E’ una narrazione prepotente per necessità, che spennella linguaggi forti e accurati per togliere (agli adulti, che sono stati bambini e spesso non lo ricordano) gli occhiali da sole e i sorrisi gommosi glitterati.

Una delle letture più coinvolgenti e sconvolgenti che ho affrontato negli ultimi mesi.

Il dottore pensa che è ora di smetterla con questo mestiere. Non gli fa bene. Non si può salvare il mondo.
Finalmente riesce a voltarsi, e apre la finestra. Ci vuole una boccata d’aria. Il vento entra, e con quello una piuma. Il dottore la prende, la stringe tra le dita, la guarda, e poi la deposita sul davanzale. Il vento la afferra di nuovo e la porta via.
Libera.
(pag.21- racconto ‘Alice dei sogni’)


Si muore bambini di Nicoletta Vallorani
PerdisaPopo collana ‘WalkieTalkie’
Isbn: 978-88-8372-392-6
Euro 12,00 – pag.124