matti4Parte I, II e II dell’ipertesto QUI.

Diverso rispetto a Ferrarese, è l’approccio di Barbara Garlaschelli che con FramMenti (storie di un fortino di periferia), Mobydick, 2006, realizza un saggio prezioso, contenitore di voci, logiche e di quel sentire lontano ma vicino. L’operazione della Garlaschelli parte proprio dalla realtà, quella del CPS (Centro Psico Sociale) di via Ugo Betti a Milano che ha visitato, frequentato ascoltando così i racconti framMentati delle persone, i malati, ma anche gli operatori che ogni giorno affrontano l’ignoto, tentato di alleviare sofferenze, pene e paure.
Barbara Garlaschelli è donna sensibile, attenta e piena di attenzioni. Sceglie di scrivere di questo fortino di periferia senza aggiungere virgole o punti. E’ un saggio, certo, ma con la volontà onesta e puntuale di dare e lasciare spazio alle voci vere, di persone fatte di carne incontrate, vissute, ascoltate. Ed è una scelta coraggiosa perché eliminando l’elemento ‘fiction’ il rischio grosso è proprio la perdita di quell’interesse legato alla ‘finzione’. Come accennavo all’inizio di questo viaggio-ipertesto imperfetto, i matti, le malattie mentali sembrano attirare attenzioni volatili e curiosità gommose, se li si può considerare non-reali, relegati dentro storie narrate dove si sa – deve esserci – la fantasia, la costruzione tessuta dall’autore. L’importante è mantenere una certa ‘lontananza’ con il reale del lettore che probabilmente fa un lungo sospiro liberatorio. Ma Barbara Garlaschelli ha le idee chiare, oltre l’eventuale commerciabilità di un testo come questo:

[…]… far capire alla gente ‘fuori’, quella considerata ‘normale’, che non c’è un recinto oltre al quale vivono le persone che hanno una sofferenza mentale. […] Non esistono i ‘normali’ e i ‘folli’. Esistono le persone, con le loro storie, le loro esperienze, le loro ‘voci’, i sogni, i dolori, le speranze (pag.7 – FramMenti).

L’approccio, il come, qui è fondamentale per capire un testo all’apparenza semplice, che scivola nella lingua ma ferisce, resta incastrato dentro. Storie diverse, raccontate dall’autrice con il minor numero possibile di filtri, resoconti di incontri, riporti di elaborati degli stessi ‘matti’, annotazioni di umori, percezioni sottili eppure patine unte che l’autrice si è portata oltre i muri, oltre stanze e volti.

Le parole, il linguaggio, possono diventare ponte o muro, essere comunicazione o ostacolo. Le parole possono trasformarsi in un cilindro magico da cui escono emozioni, sensazioni, immagini. Sempre, sempre contengono molto più di quanto non siamo disposti a capire, ascoltare, accettare. […] Frequentando questo luogo ho scoperto che le parole sono anche altro. Sono spesso il non detto, quella forza incontenibile che spinge le donne e gli uomini verso altre donne e altri uomini, o che li allontana.
(pag. 9 – FramMenti)

La voce dell’autrice è una guida, una sorta di accompagnatore, folletto e fatina per il lettore che rischia di perdersi facilmente tra le tante parole, sensi a tratti sconnessi, illogici (ma poi, per chi?) e ragionamenti anche lucidi e puntuali di persone che, nonostante tutto, si cercano, scavano fin dove possono, fin dove mente e corpo possono arrivare senza spezzarsi del tutto.

Il ‘cubo di cartone’, il CPS, è un contenitore che racchiude misteri, incubi, visioni, eccessi, orrori e piccole gioie quasi-perdute.

Molto sono le sotto-tematiche che emergono da questo saggio. L’anaffettività diffusa, causa ed effetto di dolore fortissimo, ferite incitrazzabili, malformazioni interiori. La malattia che non si vede, se non osservando con attenzione movimenti, gesti, sguardi e parole, quel senso di sanità apparente e di malattia-colpa sotto, dentro, oltre i vestiti e le immagini riflesse da specchi sociali.

Se la malattia non è riconosciuta dal mondo, il mondo ti lascia fuori. La realtà è che siamo tutti ‘fuori’, sia chi i segni li porta sulla pelle che quelli che li portano nell’anima.
(pag.139 – FramMenti)

Poi l’essere sempre e comunque vivi, pulsanti, capaci – ancora ( ancora è una parole che ricorre, come uno stupore perenne, come se non fosse ragionevole, logico, che certe dinamiche, percezioni, emozioni restassero, si manifestassero) – capaci dunque, ancora, di fare, registrare gesti e sensi, strati di sensi ma su livelli non sempre coincidenti, differenti senza che questo implichi un ‘male’ preciso. E la solitudine. Le paure. I sentimenti repressi poi esplosi. Il rapporto spesso contradditorio, difficile, con l’aiuto chiesto e quello ricevuto (al Centro quanto altrove, da sconosciuti ma anche parenti e amici). Lo scontro titanico tra normalità e il resto, il non esserlo (qualunque cosa sottintenda).

‘FramMenti’ è la registrazioni di vite. Speranze. Affogamenti. Percorsi. Cadute. Crolli. Sguardi e volti che Barbara Garlaschelli ha conosciuto, ne ha sentito le vicinanze quanto le profondità scure, irraggiungibili forse.
Tante malattie, nomi che spaventano pur non comprendendo (il più delle volte) i significati fondi, senza conoscere i sintomi precisi, le terapie, le manifestazioni di mali che abitano persone costrette ad accettare il sub-affitto, costretti a plasmarsi contro cortecce dure e irremovibili. Ma, come scrive la Garlaschelli, sempre e solo persone. Carne, ossa, sentimenti, logiche e tante, tantissime parole. In attesa di ascolti.

Nella prossima scheggia di questo ipertesto imperfetto, alcune domande a Barbara Garlaschelli.

foto di copertina: Funky64 da Flickr che si ringrazia.

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

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Parte I e II dell’ipertesto QUI.

Davanti a un matto, ho sempre avuto la stessa sensazione, lo stesso identico brivido. Fissare negli occhi la follia è come guardare nella profondità del mare, trovarsi davanti a un’imbarcazione affollata, un relitto che giace addormentato sotto la superficie. Qualcosa di indecifrabile. Come una frase difficile che hai bisogno di rileggere più volte prima di poterla capire.
(Estratto scritto da Simone Cristicchi, seconda di copertina di ‘1967’, di Cristiano Ferrarese, Hacca, 2007).

Simone Cristicchi sa di cosa scrive. Conosce la condizione, ci si è scontrato facendo il servizio civile in una casa famiglia di Roma. E ne ha scritto in un libro, ‘Centro di igiene mentale, un cantastorie tra i matti’, Mondadori 2007. Ma, prima ancora, le voci conosciute sono diventate uno spettacolo teatrale che dal 2006 ha dato vita a un tour in tutt’Italia. Per chi fosse interessato, suggerisco la visione (anche su You tube) di Lettere dal Manicomio, cinque corti mandati in onda da Cult, canale Sky. Un assaggio sul tema ‘donne e manicomi’ di seguito:

Ma, ancora, dalla seconda di copertina di ‘1976’ (Cristiano Ferrarese, Hacca, 2008), le parole di Andrea Di Consoli, narratore, poeta, operatore editoriale e culturale, sono parole intense, vibranti, durissime che cercano di scuotere, smuovere interesse e attenzione.

I matti non sono rivoluzionari. I matti non cambiano il mondo. Chi li ha strumentalizzati per fini ideologici, ha commesso un crimine. I matto sono malati: malati gravi che non sovvertono il mondo, ma che sono interiormente devastati da crolli, deformazioni visive, angosce, certezze assurde e sentimenti apocalittici. I matti non sono ‘buoni’ e rassicuranti, né sono gli sconfitti del capitalismo, o le vittime dell’ordine sociale. I matti non vedono verità che altri non vedono. […] I matti parlano una lingua che non si capisce.
(Andrea Di Consoli)

Ed è proprio di questo, dell’essere ‘matto’, del raccontare, del parlare un’altra lingua, avvalersi di un linguaggio difficile, spezzato, frantumato, disperato quanto maniacalmente cercato per esprimere quel qualcosa che c’è, esiste ma su livelli diversi, qualcosa che è ‘altro’dal narratore stesso: di tutto questo si è occupato Cristiano Ferrarese nella trilogia dei Matti, tre romanzi (uno dei quali ancora inedito, gli altri pubblicati da Hacca: 1967, 1976).

La storia inizia con una voce, indefinita, indefinibile, che si rivolge direttamente a Gesù. Finché questa sorta di corrispondenza unidirezionale con l’Altissimo si interrompe (ma ritorna, sul finale del primo romanzo, filo sottile ma non invisibile). E la voce si racconta libera da vincoli di forma. Poco alla volta emergono dettagli, veloci schegge che aiutano il lettore a orientarsi, avviando un processo di comprensione tutt’altro che semplice.

“[…]… era il Novembre del ’66 e abitavo a Busalla, il mio nome C. e dormivo pochissimo, avevo scelto il lavoro più divertente… il becchino, …”. A pagina 18 di ‘1967’ i primi indizi sul ‘chi’. E poco oltre altri, sul ‘cos’è successo’: “…  cella di isolamento e poi il processo… dichiarato infermo mentale, sono rinchiuso in questa casa di cura per malattie mentali, un manicomio… passeranno mesi e anni e io continuerò a viaggiare nei miei vuoti di coscienza dove sono fuori di me e mi vedo agire…”.

Dunque, un matto, ricoverato in un istituto, che ha commesso un omicidio e che ogni giorno pensa, incastra tasselli, svela. O almeno, è quello che sembra. Per ora così è.
Il linguaggio non è solo forma ma anche sostanza. Testimonia un preciso approccio verso il narrare. La sovraesposizione delle sospensioni. Punti che sono invadenti, pesanti, faticosi, attraverso i quali il lettore deve abituarsi a rantolare come (forse) fa il narratore-protagonista.

… ma non mi crede e così ritorna a vedere se mente e cedo, ma io ripeto la stessa storia e lo disoriento sempre più… io sono malato dentro e questi esteti del disagio e della legge non possono capire… e mai potranno capire…
(pag.33, 1967)

Frammenti. La trilogia dei matti si profila come un flusso di pensieri, una voce piena di ‘buchi’, attese, sottintesi. Perché ciò che racconta, il signor C. (chiunque sia realmente, tra capovolgimenti di genere e relazioni), non è solo la sua storia. Non è il protagonista sotterraneo. Non è il resoconto ombelicale di una vita magari dolorosa magari ingiusta magari distrutta. È una trasposizione. Un capovolgere il mondo, quello narrato naturalmente quanto quello atteso. Il matto narra ma è attraverso la sua condizione, attraverso parole, frasi, figlie anche della presunta malattia, che può spostare l’attenzione, virare drasticamente da un ‘suo dentro’ al ‘fuori’. L’inconscio del narratore, i suoi impulsi lo liberano dalle catene che invece gli altri, i sani, portano ogni giorno. E, in questa libertà, la lingua si scioglie, fugge dagli schemi sintattici e semantici convenzionali, si plasma per dare il ritmo, la sincope, per riappropriarsi degli spazi adatti ad. Analizzare. Registrare livelli diversi, strati e simboli che galleggiano ma facilmente sfuggono.

… vorrei dormire ma le voci mi tormentano e si cibano della mia mente… […] … ricordo solo una frase di Jung… “Matto è colui che è sopraffatto dal proprio inconscio”… […]
… lessi la frase in biblioteca a Busalla poco dopo il funerale del ragazzo che si era impiccato… così mi resi conto di essere matto perché agivo preda dell’inconscio… io ero parlato da questi impulsi del profondo, mi guidavano in azioni oscene e irripetibili…
(pag. 59 – 1967)

… la strada è la fotocopia della vita normale di tutti i giorni… i clienti sono l’espressione delle pulsioni represse e reprimenti, pagano e si sentono forti… hanno corpi e facce oscure… le loro parole sono violente ma deboli… non sentono le catene intorno a sé…
(pag.93 – 1967)

La componente ‘sociale’ è impossibile da ignorare in 1976, quando il lettore si è ormai abituato alla struttura linguistica, allo stile. Ferrarese rimane coerente, insiste dando voce a sentimenti che echeggiano, rimbombano, inquietano. E gli eventi del ‘fuori’ filtrano attraverso la condizione di non sanità, non sani anche loro, in un gioco di incastri e coincidenze.

Io so che hanno ucciso Pie Paolo Pasolini perché ha visto il marcio nauseabondo di questa società che chiamano democrazia… io so che hanno ucciso Pier Paolo Pasolini perché era un alieno mistico gettato in questa merda di nazione cattocomunistaclericofascita… Pier Paolo Pasolini eroe sfregiato dalla maldicenza e dall’ipocrisia piccolo borghese… noi non abbiamo mai avuto una borghesia e neppure un capitalismo…
(pag.41 – 1976)

Ne esce un testo ( intendendo la trilogia) complesso, come già spiegato. Difficile in quanto chiede – pretende – attenzione costante, curiosità e pazienza. Questo spostare le angolazioni, spezzare qualsiasi cosa (racconti, ricordi, ragionamenti, informazioni), questo agganciare malattia mentale con le malattie sociali, accadimenti che diventano male esterno esposto attraverso un male interno sconclusionato, folle appunto. Tutto questo è senza dubbio impegnativo, faticoso anche. Ma necessario nell’incedere, nel lasciare tracce precise, in attesa di comprensione.

Faccio alcune domande a Cristiano Ferrarese, ascolto la ‘sua voce’:

Chi sono ‘i matti’ per Cristiano Ferrarese?

“I matti di Ferrarese sono quelli che vedono (Platone e la lettera VII) ciò che gli altri semplicemente si limitano ad osservare…squarciano un velo e dicono che il re è nudo…qualsiasi esso sia e in qualsiasi modo si presenti…sono disturbati (disturbanti) dal vivere in un presente eterno che non prevede ciclicità…sono dei maleducati che accettano questa condizione, non si piangono addosso e sono attraverso il sangue/la morte/il sesso/la religione… “

In ‘1967’ e ‘1976’, il matto non è mero narratore piuttosto espediente per mostrare la realtà deformata di un passato dell’Italia recente ancora sfocato. Quanto il narrato è reale e quanto dipende dall’invenzione narrativa?

“La realtà è il punto di vista di chi la narra all’interno di momenti storici avvenuti ma vissuti come eterni…il matto dice le cose, non racconta…il matto nella storia vince sempre perché perde comunque… “

‘I matti fanno letteratura’ ha scritto Gianfranco Franchi, narratore, critico e operatore culturale, a proposito di ‘1976’. E’ dunque questo il senso di una scelta precisa, di un modo non usuale, anche complesso di trattare una storia costellata di simboli? Usare una struttura, una lingua ambigua, sospesa, per lasciare messaggi potenti, crudeli?

“I “miei “matti fanno un’altra letteratura (se così si può chiamare) che non è consolatoria/alta o bassa/ricercata o ricercante…è pericolosamente misericordiosa e compassionevole nel suo essere o-scena…è troppo avanti o troppo indietro…quindi ferma ma non aspetta… “

Cristiano Ferrarese è raggiungibile su myspace, mentre QUI il booktrailer di ‘1967’.

foto di copertina: Funky64 da Flickr

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

Innanzi tutto una precisazione: userò qui il termine ’libro’ sottintendo l’oggetto cartaceo quanto le storie in esso contenute dunque gli eventuali dibattiti, riflessioni, critiche, arricchimenti e quant’altro può scatenare la lettura e – barra – o la condivisione del testo stesso.

I libri, come tutti i prodotti in commercio, sono acquistati secondo due criteri principali: reperibilità e conoscibilità.

Reperibilità dunque al banco frutta del tal supermercato vedo le fragole, mi viene voglia di fragole o già avevo detto che le avrei prese, e le infilo nel carrello.

Conoscibilità perchè ho sentito raccontare dal collega di quel film uscito da poco, io non ne sapevo niente (magari non seguo i trailer, non ho sentito pubblicità alla radio o altrove, non ho visto trasmissioni che ne parlavano ect); in sintesi: non sapevo ma ’attraverso’ qualcosa o qualcuno ne vengo a conoscenza, mi interessa, e decido di andarmelo a comprare (nell’esempio il film non è tanto prodotto ma servizio, fruibile, eppure il senso resta). In questo caso il termine comprare può avere allungamenti di percorso quali ’ordinare’ oppure ’cercare’ se il prodotto in questione non è reperibile subito (dunque l’altro fattore, reperibilità, è evidentemente deficitario).

Qualcosa o qualcuno insomma. Perché, sempre per essere chiari, se c’è la ’reperibilità’ l’acquisto dipende esclusivamente o quasi dall’interesse/bisogno (effettivo o indotto magari da pubblicità, poco importa se il risultato finale resta l’acquisto, quello che ci si fa dopo non interessa di certo chi il prodotto lo vende).
Sulla conoscibilità invece le variabili si diversificano esponenzialmente.

Tornando ai libri dunque, è ’fatto ormai risaputo’ che la distribuzione determina la reperibilità. Equazione matematica. Per essere ’visto’, copie di un libro devono trovarsi fisicamente nelle librerie, nei megastore, ovunque si vendono e cercano abitualmente o meno, libri. Punto. Che poi in Italia la fantomatica ’distribuzione’ sia in mano a pochi grandi gruppi editoriali, è tutt’altra faccenda che esula da questa breve riflessione.

La conoscibilità invece non è in mano a nessuno (in particolare) e a tutti, nello specifico.
Riporterò di seguito alcune lucide e puntuali considerazioni fatte da Giancarlo Onorato (nella foto), autore del libro ’Il più dolce delitto’ pubblicato da Sironi nel 2007. Onorato a distanza di un anno dall’uscita del romanzo (dunque nel 2008), scrisse a Giulio Mozzi (all’epoca consulente per la narrativa italiana per Sironi ) una lettera che (ahimè) solo oggi ho rintracciato on line – e siamo nel 2009, un altro anno passato – e merita riflessioni importanti su questo nostro sistema editoriale, sul ’fare’ cultura, sul peso specifico effettivo delle storie di carta, nonché sullo scrivere in sé. Mozzi ha riproposto il pezzo di Onorato il 9 Giugno scorso (testo integrale pubblicato su Vibrisse QUI), all’interno di una più ampia riflessione su otto anni di lavoro svolto. Io ne recupero alcune parti, scollegandole dal contesto specifico (Sironi, ’il dolce delitto’ come libro singolo, Mozzi e Onorato in quanto persone e rispettivamente operatore editoriale/culturale, autore). Lo ’scollegamento’ mi è necessario in quanto le riflessioni fatte da Onorato non sono, a mio parere, ’lagnanze personali’ e dunque di scarso interesse generale. Tutt’alto. Le dinamiche sono purtroppo – ahimè con eco – tutt’ora valide per molti (troppi) libri pubblicati ma subito o quasi ’spariti’.

Scrisse, Giulio Mozzi, il 22 marzo 2008 (prima della lettera di Onorato): “Il più dolce delitto è stato ucciso con la più dolce delle morti editoriali: il vuoto assoluto (non è il primo né l’ultimo, sia chiaro).[…] Qualche giorno dopo l’amico scrittore si fa vivo e mi dice: “L’ho letto. E’ proprio bello. Vedi, il fatto è questo: io devo scegliere che libri leggere, no? Come tutti. E leggo, alla fin fine, i libri dei quali una persona, due persone, tre persone mi parlano. Alla fin fine, poi, ti dirò, si finisce col leggere soprattutto i libri degli amici. Ma comunque, c’era questo Onorato, sì, e tu me ne avevi parlato, sì, però me ne parlavi solo tu. Capisci? E così non mi si è attivato niente, in testa. Poi ti ho visto così esasperato, che ho pensato: orpo, magari questo libro è proprio da leggere. E in effetti sì. E’ proprio da leggere”. […]”

Giancarlo Onorato, anche in risposta alle parole di Mozzi, scrisse con pubblicazione del 29 marzo 2008 (ricordo il testo integrale QUI):

“Ciò che conta e va considerata è la netta sensazione di operare per il nulla. E che “la gente” indistintamente, compresi i presunti competenti, si accorga solo di ciò che per ragioni x o y, ottenga visibilità conclamata. Questa visibilità pare di capire che avvenga quasi immancabilmente per fatti di costume, legati a qualche avvenimento, un fatto di cronaca che ti permette di commentare in maniera arguta il tal assassinio, un clamoroso litigio televisivo, un fidanzamento dai risvolti mondani, o l’essere pontificato dagli egemoni dei mezzi di massa, i ferrara, i costanzo. Non ci si accorge mai, o non ci si accorge più, o non ora, di qualcosa o qualcuno per questioni di merito. Dal momento della tua imposizione nasce l’importanza, e il fatto di avere raccolto visibilità comporta come conseguenza una certa qual rispettabilità. In fondo è il ragionamento di chi ti dice di non essersi mosso verso il mio testo non avendone sentito parlare se non da te. Come se per potersi accorgere di qualcosa non basti la parola di un conoscente capace e attento, ma sia necessario che la cartilagine spessa della disattenzione debba essere violentemente lacerata da avvenimenti spettacolari, talmente eclatanti da sovrastare il brusìo indistinto e senza senso in cui viviamo immersi. Solo allora si alza la testa e si rivolgono sguardo e orecchi. Il contenuto di per sé non è motivo sufficiente per muoversi, e questo genera una crescente paralisi intellettiva che investe e travolge tutta la società che, lo si voglia o no, si accresce o si avvilisce a seconda di ciò di cui si nutre. Si potrebbe obiettare che se non se ne parla, non si possa pretendere che qualcosa seppure di valore, venga riconosciuta nel mare magnum delle pubblicazioni di ogni genere. Vero. Ma è quanto descritto sopra a decretare a mio modo di vedere il fallimento a priori del valore come merito, perché oramai ha appreso questo modo di operare anche molta parte di addetti ai lavori ed esperti.”

Dalla lettura pare uscirne un infinito loop dove la coda rincorre la testa e viceversa, in una sorta di danza tribale imposta dalle ’ragioni x o y’ (per usare parole di Onorato) totalmente estranee ai libri (intesi sempre nell’eccezione espressa all’inizio) e dunque somma di fattori specifici quali autore (capacità, esperienze, intenti) e testo stesso (a sua volta amalgama di stile, trama, struttura, personaggi, eventuali messaggi, intrecci…). Loop estraneo, attaccato come una sanguisuga ad ’altro’. Il libro non è libro insomma, ma mero oggetto, merce che deve soddisfare le leggi della domanda e dell’offerta ’non culturale’ bensì. Bensì.

“Se davvero siamo “cose” della storia e se è vero che questa macina tutto e tutti senza alcun riguardo, senza che ciò comporti alcuna variazione percepibile nell’ordine delle cose, allora anche solo discettare se sia o meno utile che la gente si accorga di sé, delle proprie pulsioni, dei propri bisogni, attraverso un testo, è già una perdita di tempo. Ma allora non parliamo neppure più di diritti, migliorie, qualità della vita o cose simili di cui riempiamo quotidiani e simposi vari. E non lamentiamoci quando a essere vittime di ogni sorta di ingiustizie siamo noi, presi in prima persona. Poiché con la mancanza di curiosità, di vitalità mentale, di capacità critica, contribuiamo a decretare la morte del valore. Anche del nostro. Se a tutti sta bene così, allora teniamoci questa realtà da fondale cui sono relegate e destinate le idee, e godiamoci il carosello della ribalta di chi è emerso. E buon per lui, chissà che non tocchi anche a noi, prima o poi. Basterà ottenere visibilità nel modo più impensabile, non so, salendo su un tetto, o spogliandosi in pubblico, o prendere clamorose posizioni politicamente scorrette o essere puttana di un qualunque vigente regime per avere ragione e proseliti disposti a crederti utile e necessario.”

“… […]il silenzio sul mio testo non lo colgo con dolore, bensì come un dato che rispecchia una realtà che forse abbiamo oramai tutti il dovere di esaminare sul serio. E di combattere. Così io sento il diritto e il bisogno di scendere nell’arena, a differenza di tanti cacasotto che popolano la fetta degli intelligenti di questo paese, i primi ad avere colpa se il paese non è più tanto intelligente.”

Combattere, scrive Giancarlo Onorato.

Combattere.

Mi chiedo ora, dopo salti nel passato e ragionamenti anche futuri, mi chiedo: quanti libri ci perdiamo senza saperlo? Quante storie non leggiamo, tanto meno commentiamo, capiamo ma anche no, senza aver volontariamente scelto di evitarle? Quante riflessioni, potenziali crescite, arricchimenti ci vengono risucchiati dal ’grande loop editoriale’?

Mi viene in mente un’obbiezione ragionevole: anche se sapessimo di ogni nuovo libro pubblicato, non potremmo mai e poi mai ragionare e scegliere su ’tutti’. Verissimo.

Ma resto dell’idea che la conoscibilità è ancora, immeritatamente, fattore radicato, variabile potente che sceglie per me senza che io gliel’abbia data, la delega. A me certo, perché può non interessare affatto tutto questo ragione. Anzi, pere appunto interessi a pochi e solo in certi ’spazi’ come il web.

Combattere allora.

Ma come?

Risposte non ne ho, si accettano suggerimenti, altri ragionamenti, nuove proposte, vecchie lamentele. Qualsiasi cosa che non sia ’ignorare’ che è un non pensare pericoloso, distruttivo.

O forse no.

E’ anche distruttivo se non serve, insistere, combattere appunto.
Siamo pronti a dichiarare che non serve?

Link alla pubblicazione originale su AgoraVox.

Pensando a ‘Mondoserpente’ di Paolo Grugni (Alacran Edizioni) mi vengono in mente due concetti: punto di rottura, flessione sperimentale.
Di fatto è un romanzo che gioca coi punti di rottura, e ci gioca premendoci contro il più possibile, miscelando tecniche narrative, andando a plasmare uno stile che assembla, abbandona punteggiatura e convenzioni che segnalano. (Ir)rompe strutture. Passato, presente, discorsi diretti, pensieri. Tutto pulsante, ‘vivo’ in quanto depurato da sospensioni e intermezzi formali. Tutto assieme, in un gioco di incastri tra prosa, poesia, e struttura simil teatrale usata per i dialoghi.

Il ricordo
Non rende immortali
è il ricordo
a rendere mortali
le persone
perché se non so che esisti
tu non puoi morire
e non puoi
farmi morire
(pag.201)

È una lingua sensoriale, quella di Grugni. Che nella forma muta pelle. Mentre la storia, il ‘come’ che è fondamentale per catturare attenzioni, incatenare il lettore e presentare situazioni, personaggi; il come dunque mastica gli svolgimenti, li tende e rilascia a piacimento.

Stirpe si siede su un lato del divano, Mary su quello opposto – non volevi offrirmi un caffè – si, subito – lei si alza, in cucina rumore di tazzine lavate, poi il soffio asmatico di una fiamma che si accende, la raggiunge e l’abbraccia da dietro – non ti sembra di andare troppo in fretta – scusa – ma non toglie le mani dal seno, o questa volta o mai più, lei si gira e lo bacia, le lingue ruvide e le mani che si aggrappano ai genitali, l’inizio di un amore, bei ricordi, ci ripensa, la fine era lontana, ma se è vero che c’è un inizio allora c’è anche una fine, quindi una cosa è già finita quando inizia, mi piacerebbe però innamorarmi ancora.
(pag.14-15)

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È stato definito un anti-thriller, per esigenze di marketing io credo. Di certo non lo è, thriller. Non solo. È figlio della sperimentazione. Di quel tipo di sperimentazione rischiosa, secondo me, dove molti degli elementi cardine a cui il lettore è abituato si sbriciolano. È necessario abituarsi a un’incedere preciso, a focalizzare l’attenzione anche sulla lingua, oltre alle immagini e i pensieri che scatana. Il rischio è tutto qui, in fondo: in una richiesta di attenzione costante, nel modificare continuamente registro, tono e sapore. Perché non si può leggere tutto allo stesso modo (o no?).
Grugni ci prova. Con coerenza e insistenza pericolosi. Perché superato l’empassé iniziale si rischia l’effetto dipendenza.
’Mondoserpente’ è dunque un buon esempio di romanzo che attraverso la mera lettura insegna (insegna di scrittura, dello scrivero attraverso appunto rotture, miscele e ritmi). Tutti i libri lasciano tracce, molto dipende dal lettore, dall’imperfetta soggettività di chi li avvicina, ci entra dentro poi ne esce (e anche qui è il ‘come’, che fa la differenza, sfuma e plasma briciole da conservare tra tasche delle memorie). Ma in questo romanzo è proprio la lingua, la continua sfida verso punti di rottura quasi tangibili, il tentare sperimentazioni evidenti, impossibili da trascurare (senza perderne rumori, colori e odori necessari).
Allo stesso tempo è anche un ottimo esempio di mediazione costruttiva. Grugni è autore sensibile, ‘pieno’ di molto da dire, lasciare, raccontare. La sua è una ricerca sfociata nelle narrazioni, che rischia di stringere fino a soffocare dentro dinamiche e schemi consolidati.
Ed è qui, secondo me, che sono subentrati i compromessi.
‘Mondoserpente’ si è aggrappato ha elementi intriganti, che ammiccano al lettore, lo incuriosiscono. C’è una Milano ostile, marcia dentro, che spurga melma (e che ho ritrovato, nella crudeltà, quanto nell’inevitabiltà in un’altra autrice contemporanea: Elisabetta Bucciarelli). C’è uno spietato assassino dai contorni sfocati, uno di quelli seriali che uccide con un rito che neanche nel CSI più moderno e tecnologico, pare possibile. Ci sono due protagonisti che gli danno la caccia, per motivi diversi e che vengono svelati lentamente, attraverso un processo che ne favorisce l’immedesimazione nel lettore (sono entrambi figure imperfette, con fragilità e brutture del vivere quotidiano, lontani dall’immaginario dell’ispettore bello e dannato dei vecchi polizieschi).
Poi le miscelazioni fantastiche, il ribaldamento del ruolo classico del ‘giallo’ che deve cercare il colpevole mentre in questo romanzo è più forte, pulsante, l’intento dei due protagonisti di lasciarsi trovare.
Compromessi, come accennavo, che hanno permesso a Grugni di impastare una storia capace di stupire e coinvolgere camminando oltre la sottile linea delle regole, delle aspettative quanto delle catalogazioni. Camminando in territori meno esplorati ma a lui congeniali, dove sentirsi più libero di esprimersi.
Dell’ ‘oggetto-libro’ si può dire ben poco: la copertina realizzata da Bonsaininjia è molto bella, il serpente stilizzato è un simbolo nerissimo per chi lo prende in mano. I caratteri che facilitano la lettura. Nell’insieme decisamente un oggetto piacevole.

Photo Credit: Laura Caressa, Qui è Milano (copyright di Laura Caressa, si ringrazia per la gentile concessione)

Link alla pubblicazione originale su ThePopuli.

La prima parte rintracciabile QUI.


Avevi ventun’anni quando è stato pubblicato ‘Uno in diviso’. Cos’è cambiato (se è cambiato qualcosa) a distanza di tre anni sul piano degli interessi, gli ascolti, le ricerche, le ossessioni legate al ‘mondo delle storie e della scrittura’?

All’esterno sono cambiate molte cose, ho delle scadenze da rispettare, devo tener conto del parere di più persone e seguo i consigli del mio agente. Ma di fatto, all’interno, non è cambiato nulla: la passione per quello che faccio è immutata, se non addirittura accresciuta. Sul piano degli interessi mi sto dedicando un po’ più alla letteratura inglese e mitteleuropea, aree queste in cui avevo diverse lacune, e cerco di lavorare in maniera più approfondita sulle strutture del testo. Spero sempre di fare meglio, di crescere.
“Ché gli occhi della mia generazione hanno compreso qualcosa che nessuno aveva mai capito prima cioè che, quando si è stanchi di vivere – quando si è stanchi di vivere a vent’anni – le vie dell’Universo all’improvviso diventano un letto scomodo con le lenzuola che puzzano di morte. […] E provo pietà per chi mi succede, se penso al mio mondo, quello che mi include: il mondo […] dei depressi e degli sfervorati: semidei dalla voce stonata, gente che si grida in faccia sulla piazza domenicale, che vuole dire senza dire in questo buffo e stantio teatro dell’assurdo. […] Gente che monopolizza la nuova cultura solo perché sorridente o amica dell’amico di. Che svergogna la settima arte e scaracchia libretti da strapazzo, scrive come mangia e non parla non più perché non ha niente da dire ma soltanto perché non sa parlare, è timida, non ha fatto le scuole. […] La stessa gente che ha ammazzato Pasolini e adesso lo legge, gli stessi idioti che hanno rubato la cattedra di Svevo e adesso bocciano per autopromuoversi.
(pag. 168-169)

Queste ultime pagine del romanzo sono state spesso citate, hanno attirato l’attenzione. La stanchezza di un vivere che si trascina. Rabbia e pietà. Consapevolezza e lucida analisi di un certo ’fare cultura’ o ’credere di esserlo’.

Mi chiedevo dov’è finito il desiderio ’di cambiare il mondo, o più semplicemente di provare a conoscerlo’. Dopo i tratteggi, il riferimento a Pasolini a cui è dedicato il libro, e il ’dire senza dire in questo buffo e stantio teatro dell’assurdo’, quali sono oggi le tue posizioni in questo mondo di ’cultura controversa’ fatta di marketing, non contenuti semplici e scontati, standardizzazioni e trend?

Credo si possano fare anche buoni libri che vendono. Si pensi a Simenon e all’universo che è riuscito a costruire. Insomma, per quel che mi riguarda, davanti a un libro che ha venduto mille copie non sono meno scettico che davanti a un best-seller. Chiaramente ci sono delle eccezioni, per cui un libro mediocre, se è ben sostenuto dal suo editore, può raggiungere un pubblico molto vasto; viceversa cadono nell’oblio romanzi meravigliosi. Ma cadrebbe in errore anche chi pensasse che se un romanzo non vende è perché troppo difficile o “letterario”, così come non vale sempre la regola che un prodotto facile ha successo. Se così fosse, quasi tutti i libri starebbero nelle classifiche, perché la maggior parte di essi appartiene alla categoria del prodotto di consumo. Invece, sono sempre una serie di coincidenze a decretare il successo di un libro, e anche il campo del marketing editoriale deve abbandonarsi alla fortuna. Per quel che mi riguarda, penso solo a scrivere e a disinteressarmi di tutto quanto verrà dopo…
Navigando in rete, ho rintracciato questo tuo pezzo pubblicato da Davide Bregola nel giugno 2006 a proposito del romanzo del XXI secolo. Scrivi: “io, come scrittore, come vita singola, mi esprimo solo attraverso la metafora e tutto il resto è recupero filosofico, invettiva pasoliniana, nuovo perfetto paradigma. Le allegorie, Dante docet, spaventano il lettore, ogni lettore. Non possiamo più crogiolarci nel dolore. C’è troppa bellezza nel mondo.

Allora… abbasso le censure. Allora abbasso le sperimentazioni fini a se stesse.

Allora abbasso tutto ciò che non è vuoto, tutto quello che non è infinito. Tutto quello che, nonostante tutto questo, non arriva al popolo.”
Alcune di queste tue considerazioni si ritrovano in ‘Uno in diviso’ (“I libri ci hanno insegnato che la metafora ha un significato indispensabile, e che la buccia di un limone può diventare scorza di sole” -pag.80).

Rovesciando la logica del discorso in questione, lo scrittore del ventunesimo secolo cos’è che dovrebbe cercare, esprimere, studiare, affrontare attraverso le narrazioni? Qual è, secondo te, la ’battaglia’ (se c’è) combattuta mescolando parole, simboli, sensi, ricostruzioni, analisi, storie?
Nessuna battaglia, per carità! L’unica battaglia che si dovrebbe combattere è per la letteratura. Lo scrittore non ha alcun dovere, se non quello di scrivere bei libri. Può sembrare ovvio, ma molto spesso basta scrivere un brutto libro con una buona intenzione per essere considerati scrittori. È un fenomeno al quale si assiste praticamente ogni giorno.
C’è, in ‘Uno in diviso’ una citazione da ‘Lo strano caso del Dr.Jekyll e Mr.Hyde’ di Stevenson che riconosce le ‘mescolanze’. La tematica del dualismo, il Bene e il Male che si incastrano, gli stessi protagonisti gemelli (in)diviso. E precise stoccate al lettore come “Hai detto che il mondo è doppio, che se una parte è bianca come te, l’altra è inevitabilmente doppia come me”(pag.163). Mi spieghi dunque questo simbolismo?
Diciamo che il mio scopo era mostrare l’ambiguità di questo personaggio doppio. Due parti definite e molto diverse, costrette a vivere insieme: una suggestione che è stata per me l’intero simbolo della libertà artistica: andare da un corpo all’altro e confondere il primo col secondo. Forse rispondendo a questa domanda posso precisare anche quella precedente: un dovere, in letteratura, c’è. Ed è quello di non tracciare mai una linea di demarcazione tra buoni e cattivi, come spesso accade nella vita. La grandezza dei libri sta proprio nel fatto che possono tenere il piede in due staffe.
Un’altra tematica che ricorre, bisbiglia all’orecchio del lettore, è la ‘follia’.
“Sostengo che quello dell’infinità sia il più ovvio, il più perfetto dei pensieri pensabili perché l’idea illimitata ci scaglia direttamente nelle tenebre, accosta alla follia”
(pag.16) Ma anche: “Nella vita, se sei predisposto alla follia, puoi sapere sin da subito cosa ne sarà di te, quale sarà il tuo nuovo, indefesso fantasma” (pag.30)
Ma è folle anche l’uomo che nel buio stringe una forchetta destinato a una precisa pratica omosessuale. Poi la ‘matta di Vallecupa’ e l’interrogativo sospeso ‘La pazzia è perversa, vero?’
Ed è pazza Ana che getta i crocifissi tra i binari, o almeno lo è per il prete che la vede e le grida contro. Perfino il Diavolo che piange mentre le sue corna crescono, lo è. Pazzo per l’appunto.
Cos’è dunque la pazzia in ‘Uno in diviso’? E cos’è per te?
Tutto quello che ci circonda è follia. La nostra idea del tempo, il nostro bisogno d’amore, l’incapacità di riconoscere la dualità della natura umana, la convinzione che le cose escano dal niente e al niente ritornino, con la morte. Uscire dalla follia è impensabile, solo la letteratura può avvicinarsi a qualcosa di simile. Perché entrandovi, nella follia, diventa Non-follia, una cosa ben diversa dalla razionalità.
Hai frequentato la facoltà di filosofia dell’università Cattolica di Milano. E le incursioni filosofiche in questo romanzo sono evidenti, al punto che alcuni le hanno definite troppo pressanti, fini a sé stesse. Quel ‘recupero filosofico’ che entra nella narrazione, preme e spinge, quanto è importante per te? Cosa aggiunge, lascia?
È importante nella misura in cui va ad incrementare l’autonomia del libro. Scrivendo, io mi disinteresso totalmente del lettore. Tuttavia, quel minimo di intelligibilità stabilita deriva da un nucleo tematico che ho ben chiaro nella testa (in Uno in diviso era il manicheismo, ne L’Uomo e il suo amore l’inesistenza della morte), dal quale si dipartono le strade della mia autonomia. Detto in soldoni, una volta catturato il messaggio di fondo, faccio quello che mi pare. Inoltre in Uno in diviso il recupero filosofico non serve solo a raccontare dei concetti, ma anche a creare un’atmosfera di freddezza quasi scientifica attorno ai fatti narrati.
Infine, è stata notata una certa ‘vicinanza’ tra ‘Uno in diviso’ e la ‘Trilogia della città di K’ di Kristof Agota. Scrive Gianfranco Franchi (narratore, operatore culturale ed editoriale): “È un romanzo lirico e crudo, decisamente vicino alla lezione, stilistica e concettuale, della magistrale Kristof della “Trilogia della città di K”: stesso massimalismo, stessa dedizione al dubbio sulla natura della realtà (o: di ogni cosa), stessi protagonisti – due gemelli – qui addirittura siamesi (lettura psicanalitica sarebbe viatico ideale).” Da autore, ti ritrovi in questa analisi? La genesi del romanzo ha ‘sfiorato’ anche la Kristof?
Non so se c’è stata un’influenza diretta, credo che l’influenza maggiore per Uno in diviso derivasse dai testi di mistica medievale, che studiavo in quel periodo all’università, e da molti film horror, mia passione da sempre. Posso dire che quando ho letto La trilogia della città di K ne sono rimasto molto colpito, questo me lo ricordo bene. Credo comunque che sia un tantino esagerato considerare il mio libro una variazione sul tema rispetto all’opera della Kristof.
Ringrazio Alcide Pierantozzi.
E Gabriele Dadati che nella prima parte ha risposto alla domanda ‘Chi è Alcide Pierantozzi?’ proponendo così un altro ‘angolo di lettura’.

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