E se noi, se poi.
Ti guardo e so che basterebbe proprio poco. Potresti allungare un braccio, spostarlo dal comodo appoggio sotto le coperte, potresti sai? Sfiorarmi e magari stringermi fino a convincermi.
Mi piace parlarti piano, sussurrarti mentre dormi chiuso nel tuo mondo, con le labbra leggermente piegate come adesso, i tuoi capelli sono morbidi, mi solleticano i polpastrelli.

L’ho fatto, si.
Si.
Ti ho dimenticato per un po’ mentre un altro corpo si muoveva dentro di me, mentre altre mani mi facevano tremare, odori diversi, suoni improvvisi e quel risucchio che non ricordavo, pensavo di non esserne più capace e invece.
Poi Sara. Quando se n’è andata credevo di spezzarmi, di non riuscire a reggere l’urto e avevo paura che quel buco enorme e pieno di spifferi ci risucchiasse. Eppure siamo ancora qui.

L’altro giorno mi è tornata in mente mia madre. Lo so, lo so, riusciva a inacidire perfino le torte – con te poi che la stuzzicavi ogni volta era quasi dovuto, un gioco di ruoli solo vostro, direi. Comunque l’ho rivista fasciata in quel vestito lungo macchiato di fiori piccoli, fini. Ti ricordi com’era bella? Io si. Andavo a lavarle i capelli e ci mettevo ore a pettinarla come voleva lei.
Mi è apparsa per strada, in quella panchina che fa angolo con il vecchio parco, prima non c’era niente da quelle parti, solo alberi e prati pieni di erbacce, mentre adesso. Lo sai. Comunque era lì e mi guardava, è stato l’altra mattina che ero anche in ritardo. Quella cavolo di sveglia nuova ha suonato mezz’ora dopo – o l’avevi spenta tu, secondo me è andata così ma non insisto. Avevo la testa già dentro le scartoffie quando il suo sorriso mi ha riacciuffato prima della curva. Era lei ti dico, sono sicura. E voleva che frenassi, anzi no, che inchiodassi proprio per sedermi lì anche se faceva un gran freddo e in alcuni angoli l’asfalto era lucido, brillava per il ghiaccio sottile, subdolo.


So che lo sai, comunque. Di Piero. E adesso ti vorrei, ho bisogno di sentire che tu ancora; di stringerti e leccarti finché non riesci a stare fermo e allora anch’io. Il tuo corpo mi ha sempre mosso qualcosa, laggiù dove non c’è spazio per le bugie, i rancori e la voglia di farsi del male. Anche questo dovresti sapere. Solo che alle volte è così… così e basta.
Com’è poi che non ti spuntano mai i capelli grigi?
Fuori il cielo si muove, vedo i primi bagliori.

Sogni d’oro, amore.

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Questo testo rappresenta la prima pagina del Moleskine su Declinato al Femminile.

 

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Assolutamente no

23 marzo 2008

Assolutamente no
– di un intervento allucinante quanto scientificamente inesatto, onirico –



Lei si è alzata dal lettino freddo, il camicione le è scivolato scoprendole le gambe ma non ha tempo per fare la schizzinosa.
Si è messa a sedere con i piedi che penzolavano e gli ha chiesto cosa intendeva fare con quel bisturi in mano e gli occhi lucidi di stanchezza. Lui l’ha guardata e voleva ridere, gli sembrava ridicolo che una paziente si ribellasse proprio in sala operatoria, dopo aver passato tutta la giornata a operare, cucire, ricucire, staccare e viadicendo. Gli sembrava quasi una gag di quel tipo inglese dalla faccia da topo che non ne azzecca una eppure se ne va in giro di continuo a fare danni.
Ma lei era seria. Con le mani strette al petto lo fissava e continuava a dire che no, a lei non stava bene quella situazione. Perché poi, d’accordo il taglio profondo nello stomaco, la cicatrice che sembrerà un gigantesco sorriso quando invecchiando diventerà enorme e la pelle si affloscerà. Va bene insomma, però in quelle condizioni lì no. Assolutamente no.
A lui, il chirurgo, pareva tutto come sempre. Interventi programmati, appena il tempo di assolvere ad alcune funzioni corporali tra un taglio e l’altro e quello stato di concentrazione perenne che gli teneva aperte le pupille. Aveva sempre lavorato così, erano quindici anni ormai.
Ma quella donnetta minuta, davanti a lui lo contraddiceva. Non le andava di farsi aprire la pancia, di rischiare emorragie o altre complicazioni dal momento che lui sembrava – era – stanco morto, come si usava dire tra qualche risatina macabra.
Continuava a fissarla con i ferri in mano e ne ascoltava i discorsi, seri e filati. Niente da dire, sapeva il fatto suo. Solo che senza l’intervento rischiava di morire se non proprio quella sera stessa, il giorno dopo, al massimo fra settantadue ore dicevano gli ultimi referti.

Ha aperto un occhio, poi l’altro.
Si è sollevata la camicia da notte chiara e ha tirato un sospiro di sollievo. La pancia era intatta, non un graffio. Eppure ricordava che le avevano spiegato del taglio, del fatto che sarebbe stato doloroso ma non la potevano addormentare del tutto perché doveva avvisare il dottore, dirgli se sentiva più male in un certo angolo piuttosto che altrove. Ricordava anche di aver visto il bisturi a pochi centimetri da lei e di aver parlato proprio con il chirurgo che pareva affaticato, come se ci vedesse doppio.
No, no, no.
Il dolore poteva sopportarlo – ci sperava almeno – ma di morire in quel modo insulso no. Se le dovevano aprire la pancia, creare due labbra enormi da cui far uscire intestini o altri organi strani, che lo facessero come si deve, con la luce accecante puntata su di lei e tanta gente a parlottare, controllare monitor lampeggianti e a passarsi arnesi di metallo lucido.
Comunque erano tutte logiche inutili, si è detta. Era ancora a letto, non c’erano dubbi che fosse notte fonda perché oltre gli scuri accostati era tutto noiosamente nero, indistinguibile. E comunque lei era ancora integra, non aveva male da nessuna parte. Buon segno, ha notato prima di richiudere gli occhi.

Se la paziente è morta è solo colpa sua!
Il primario – una donna, tanto per cambiare – urlava come un’isterica per il reparto. Urlava così forte che si affacciavano anche i degenti, alcuni curvi e storti, altri più dritti ma doloranti.
E non servivano le sue spiegazioni, a quanto pareva neanche le sentiva. Lui voleva chiarire che si erano parlati a lungo, lei non voleva essere operata in quel modo, solo che non c’era tempo, il suo turno era finito da un’ora ma doveva sostituire il collega con la madre deceduta la mattina stessa. Così cercava di intervenire il più in fretta possibile. Aveva fame e di certo una comoda poltrona imbottita su cui riposare le ossa non l’avrebbe rifiutata, solo che non c’era niente del genere. Poi lei non sentiva ragioni, non aveva scelta, hanno parlato tutta la notte finché di ritorno dall’ennesima sterilizzazione l’ha trovata così.
Immobile, lunga distesa.
Fredda e con la pelle già bluastra.
Non respirava.
Lei è un pazzo, un visionario! La paziente era sedata, come poteva intrattenerla in chiacchiere tutto quel tempo!
Mezza verità, pensava lui correndole dietro. Era sedata ma non del tutto. L’intervento non si poteva fare in anestesia totale perché era risultata allergica a quel tal componente senza il quale si resta lucidi dalla vita in sù. L’anestesista era stato chiaro, però era anche un uomo, ricordava il chirurgo senza smettere di rincorrerla.
Allora?
Spingendo il maniglione antipanico che dava sul giardino interno sono stati investiti da un vento tiepido, delicato. Lui si è seduto su una panchina di cemento chiaro, di quelle che d’estate graffiavano le gambe e provocavano pruriti strani. Si è seduto e l’ha vista da una finestra al secondo piano. Con il suo camicione sgualcito lo salutava con la mano destra alzata, praticamente appiccicata al vetro. Non ha ricambiato però. Lei era bella, con i capelli scompigliati e quella pelle chiara, trasparente. Ha smesso di sentire il chiacchiericcio lunatico del primario. La fissava con la testa rivolta verso l’alto e una gran voglia di piangere.

Perché salutarla? Di lì a qualche minuto sarebbe tornato in sala operatoria e l’avrebbe ritrovata là ad aspettarlo, per sgridarlo con quei modi canzonatori quanto seri.
Come aveva fatto la notte precedente.

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Sul perché e per come è nato questo componimento QUI.

Leggere è un atto soggettivo quanto privato. Che risente degli umori, i desideri del momento, il tempo e gli impegni, i gusti e i suggerimenti.

Ecco perché trovo assolutamente sensata l’esistenza di una c.d. ‘letteratura di intrattenimento’ quanto di una ‘da scavo, approfondimento, interiora in movimento’.

Leggere è vivere, perché si dovrebbe solo ridere o solo piangere? E’ una semplificazione, me ne rendo conto, ma il nodo cruciale mi sembra questo. E spesso le donne non si lanciano, hanno paura di ‘addentare’ una storia più difficile da digerire o raccontare. Ecco perché ho l’impressione che si tenda tutt’ora ad accostare la scrittrice con determinati generi letterari, diciamo meno impegnati. Più da indigestione di cuori palpitanti e corpi muscolosi o aneddoti divertenti sul colore degli smalti e le tinte per capelli.
Siamo noi, le donne di ieri, oggi e domani, che dobbiamo imparare a non temere. Di leggere o raccontare della morte, il sangue, i demoni e l’odio tanto quanto di un amore segreto, i corpi che si cercano e la cura del barboncino francese.

L’uno e l’altro si può. Assolutamente.

Io guardo i documentari sulle anoressiche con le costole di fuori e le teste dentro i water tanto quanto mi perdo in certi serial tv americani… la logica è la stessa. Io – come tutti – ho bisogno di momenti di approfondimento, anche di dolore perché no?, ma allo stesso modo non potrei rinunciare a un sano relax, qualche risata leggera o magari un tuffo in una storia intrigante e improbabile. Ma che fa bene a una certa parte di me che così respira, si ricarica.

Non ho mai considerato la letteratura di intrattenimento come spazzatura o pseudo tale. Ci sono libri che si, sono immondizia ma possono essere di qualsiasi genere, provenire dall’Italia come dall’estero, essere scritti da mani sottili e ben curate come da dita enormi e grassocce. Intrattenere, ma soprattutto saperlo fare bene, è un’arte. Non ho dubbi in proposito. Così come c’è bisogno di un certo ‘dono’ per addentrarsi in quelle storie che nascondono cicatrici profonde, dolori, angosce, ossessioni e tragedie.

Ed è certamente più ‘commerciabile – per usare un termine di marketing – la storia leggera, l’intrattenimento che si divora per sapere se, piuttosto che un racconto crudo, che indaga e magari stordisce per quanta forza scatena in chi lo legge. Per tanti motivi è così. Ma è così.

Allora perché fingere che un libro sia una sorta di ‘viaggio mistico’?
Un libro è un prodotto.
Ha dimensioni e spessori, colori e odori. Può essere riposto nelle librerie e diventare un buon ornamento, che si abbina alle tonalità del divano. O può essere stretto, frustato da mani sudate e matite sporche. Può essere un oggetto estetico quanto sentimentale. E’ morto e vivo nello stesso momento.

C’è un mercato, ricordiamocelo. Domanda e offerta, c’è chi li ‘produce’ con una catena tutta sua e chi li compra. E ‘di certo poco ‘nobile’ come visione d’insieme ma pur sempre realistica. C’è un’industria a monte e ci sono dei potenziali acquirenti. Più prodotto di così! Poi certo, che dalla lettura del libro ‘x’ io mi arricchisca di più rispetto a quando consumo un cartone di latte… ci sta anche questo.

I libri sono oggetti che celano ‘poteri’ tanto soggettivi quanto facilmente ignorabili. Siamo noi che leggiamo a decretarne l’importanza, l’uso e il segno che ci lasceranno addosso. Conosco persone che li comprano perché c’è un buco tra ‘quello grosso sugli Elfi’ e quall’altro che mi hanno regalato per Natale. E quel buco lì mette tristezza.
Ma conosco anche chi non sopravvivrebbe senza aprirne uno ogni giorno, per leggerne anche solo poche righe se i ritmi e gli impegni non permettono altro.
Per me un libro è quel sapore che non si può descrivere, colori che attirano, forme e parole che non hanno (quasi mai) un solo significato. Ogni lettura è un viaggio differente, soggettivo come ho già accennato.

Quindi si, un libro è un oggetto prima ancora di essere personaggi, intrecci, storie e sentimenti.
E’ un oggetto magico però.

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Ringrazio Francesca Mazzucato che ha pubblicasto su Books and other sorrows questo mio breve pensiero.

Certi sogni

17 marzo 2008

Si è svegliato di soprassalto, aveva sete.

Sul muro i numeri proiettati dalla sveglia sembravano confondersi, si muovevano sotto i suoi occhi stanchi. Quando è rientrato in camera si è accorto che sul letto non c’era più posto.

Per lui.

Susanna si era voltata a pancia in sù, con le braccia semi aperte e le gambe divaricate. Accanto a lei, verso il centro del materasso, Stefania era ancora raggomitolata sul fianco destro, ne poteva vedere solo la schiena magra e qualche ciuffo di capelli ribelli. Susanna e Stefania gli avevano rubato il letto.

Gli è scappata una risata bassa, ironica. I corpi, quei corpi, seminudi e ormai freddi gli appartenevano, suoi e di nessun altro. Tenuti stretti, legati a sè. Amati e temuti.

Si è intrufolato tra loro, con delicatezza.

Certi sogni vanno anche coccolati, ogni tanto.

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Flash pubblicato sul blog TheSleepers.

Lasciarlo andare

13 marzo 2008

Di ‘Cicatrici’ qui ho già lasciato vari contributi.
Ma di quest’altra storia no.
QUI ne ho spiegato un pò l’approccio.
Mentre, per chi fosse interessato, dopo lo stralcio ho inserito alcune annotazioni alla storia nel complesso.

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Lasciarlo andare

(Estratto da ‘Il Nero’ – titolo provvisorio)

 

 

Inutili corrosivi.
I sentimenti, le emozioni, il ’sentire qualcosa’… andrebbero condannati una volta per tutte, rinchiusi a vita dove non possono più fare del male. Sono le fregature più subdole, silenziose eppure quando colpiscono te ne accorgi eccome! Enormi, improvvise e fulminee fregature.

Lo pensa Sara mentre se ne sta rannicchiata sul divano, sotto di lei, sdraiato sul tappeto c’è il Nero. Non lo vede però sa che c’è, sbuca la mano che si muove, stringe un bicchiere di rosso e parla. Parla di qualcosa che dovrebbe essere molto interessante ma lei non sa decidersi. Si sente a disagio, come se qualcosa di strano aleggiasse nell’aria. Non è la prima volta che finiscono a casa sua dopo il lavoro. Dopo l’ennesima giornata stressante. Lui pieno di unto e olio ovunque e lei con le mani che puzzano di detersivo anche dopo mezz’ora di strofinamenti folli sotto la doccia.
Le piace stare lì col Nero, le piace ascoltarlo parlare, commentare e ridere.
Le piace molto.
La mano continua a muoversi, vede il braccio muscoloso adesso, pieno di peli scuri e vene che si contraggono.
I sentimenti dovrebbero abolirli per legge, torna a riflettere. Passi l’amore, il re delle emozioni e in quanto tale capriccioso, volubile, traditore e menefreghista. Passi pure. Però gli altri no, cazzo! L’amicizia poi è proprio ridicola. Uno fa tanto a crederci che rimane col culo per aria, solo e senza un cane che gli sbavi sui jeans.
Eppure lei è ancora comodamente seduta sul suo divano cigolante e ascolta la voce roca del Nero. Forse le sta raccontando dei soliti casini all’officina, i clienti che non saldano o i ricambi che non arrivano. Forse.
O magari no.
Prova ad allungare il collo ma la visuale non cambia. Il braccio fasciato dalla camicia stretta a quadri, la mano che impugna il bicchiere perennemente pieno di rosso. Nient’altro.
Allora si decide e inizia anche a lei a raccontare. Le parole escono, scorrono sotto il divano, verso il pavimento freddo (non ha ancora acceso il riscaldamento).
Perché poi dovrei illudermi? Si domanda all’improvviso. ‘Perché ne ho bisogno’ è l’unica risposta che ha un senso, in quel momento (magari è la verità). L’appartamento sembra di colpo stretto. Soffocante, fa caldo. Prova ad alzarsi ma non ne ha la forza, non ne ha più voglia.
E’che qualcosa di vero ci deve essere se da secoli se ne decantano le lodi. Dell’amicizia insomma. Qualcuno l’avrà pur provata, sta benedetta emozione, e non per una decina di secondi. Anche a lei sembrava di averla scovata. Con Nero e con chi se no?
Lui era l’amico perfetto. Disponibile ma con pochi peli sulla lingua. Se faceva una cazzata sapeva che lui non gliel’avrebbe abbuonata. Se però aveva bisogno di sfogarsi o di spaccare la faccia a qualcuno eccolo pronto, in prima linea coi pugni in posizione.
Il Nero era davvero un ragazzaccio d’oro. In molti sensi. Pieno di difetti che a volerli elencare non le basterebbe questo sogno eppure. Eppure qualcosa nel suo modo di fare, di essere e vivere lo rendeva speciale. Per Sara almeno.
Intanto il braccio è sparito. Sposta il busto e nota che sotto il divano non c’è nessuno. Sente freddo e ha sonno, all’improvviso si ritrova sotto le coperte, in camera.
Quand’è che mi è venuto in mente, di crederci? Al Nero e alle sue puttanate sul ‘ci sarò, fammi un fischio se, ti chiamo dopo per, arrivo subito’ e blablabla. Proprio.
Una vera merda.
Ecco cos’è tutta questa storia, si sente pensare ad alta voce.
Una fregatura e basta, l’ennesima dimostrazione che non ci si può fidare neanche del cane. A volte capita, di scontrarsi con qualcuno che sembra ‘compensativo’, Sara annuisce nell’oscurità delle coperte, capita in effetti. Ma bisognerebbe scansarsi in fretta, rialzarsi, salutare e tanti baci. Fine. Basta. Amen.
Ma insomma, che faccio?
Trema, Sara.
Se anche l’amicizia è una falsa, un’invenzione di comodo, un modo per fingersi al sicuro. Se. Anche.
Lei ne ha bisogno, questo è il vero scoglio da superare. Adesso. Da quando lui è sparito e non si sa neanche se è ancora vivo.
Per carità.
Trema sempre più forte, sente i denti che battono. Stridono.
Il Nero si è solo cacciato in un guaio più grosso del solito, tutto qui. Tenta di rassicurarsi mentre rivede il braccio muscoloso. Il rosso intenso del vino. C’era anche un odore, una specie di colonia, qualcosa di speziato non dozzinale.
C’era.
Apre gli occhi e si maledice.
La radiosveglia sul comodino segna le quattro.
Porca puttana, adesso anche di notte mi perseguita?
Sposta il corpo appoggiandosi sul fianco sinistro. Osserva la finestra chiusa, qualche raggio di luna filtra fino al letto, stria le lenzuola felpate.
Non è lui, il Nero, che la perseguita.
Ne è consapevole tra la foschia dei ragionamenti appiccicati alla faccia.
E’lei che non riesce a smettere di pensarci. Quando qualcosa manca (come un pezzo di carne strappata e poi lasciata a pulsare in modo che gli occhi la vedano), quando è così c’è poco da fare. Aspettare che passi, sperare che passi in fretta. Presto insomma. Sopportare e sperare.
Sperare?
Riapre le palpebre e si maledice di nuovo.
Bisogna chiudere e andare avanti.
Parlerà coi muri se proprio non ce la farà a tacere.
Prima però deve sapere. Sapere e basta senza andare oltre.
Capire se sta bene, dov’è e come se la passa. Poi potrà lasciarlo andare.
Lasciare andare qualcuno è la dimostrazione di quanto la vita sia insensata, ingiusta e superiore agli affetti.
Lasciarlo.
Andare.

 

——–
Dalla presentazione di Patrizio Pacioni sul suo sito – portale:
Il brano che ci presenta, in gentilissima anteprima, fa parte di “un’opera che”, dice Barbara “mi sta assorbendo già da un po’: un lavoro difficile tra sentimenti, incastri e riscritture.” Nella storia del romanzo si tratterà di due vecchie amiche dalle anime inquiete piene di ferite, Sara e Rossella. Poi un matrimonio, un’esplosione, qualcuno che scompare. E il mondo si capovolge in un viaggio di sola andata dove non c’è più tempo per riflettere, capire, perdonarsi. È una corsa contro il tempo per farlo tornare. Lui. Il Nero.
Per conto nostro, solo leggendo il breve estratto che segue, caratterizzato da una scrittura cruda ed essenziale, ci sentiamo di affermare quanto segue: una volta pubblicato (speriamo presto!) si tratterà di un libro da non perdere, che -se è vero che il buon giorno si vede dal mattino- confermerà l’ormai splendida maturità espressiva di questa giovane e versatile autrice.