Potrestiesseretu (stralcio)

14 ottobre 2007

Quando lo specialista l’ha ricevuto nella solita stanza umida e asessuata era evidente. Tutto era evidente. Che la chemio aveva fatto cilecca. Che non stava affatto bene. Che fuori faceva freddo. Che lui, il dottore della mutua, non poteva farci niente.

Le settimane sono passate da sole, scivolate sulla rugiada. Aspettando. Fischiettando. Quasi sorridendo.

Dovevano chiamarlo dall’ospedale per fissargli un nuovo ciclo. Il terzo. Diverso, avevano detto, più potente ed efficace. Ogni caso richiede studio, non si preoccupi, vedrà che troviamo il modo di frenare la caduta.  Simbolicamente spiritoso. Peccato che quelli come lui, i morti che camminavano, non sapessero cogliere.

Alla città le sue cellule malate non spostavano alcunché, anzi, diventava sempre più ostile. Con Teresa che entrava e usciva da casa con la velocità di una zanzara affamata era inevitabile affidarsi ad amici, fattorini, bus, taxi, vicini disponibili, impiegati comunali e via dicendo. Una lotta continua. Snervante. E lui di pazienza ne aveva sempre meno.

Lo imbarazzava dipendere dagli altri.

Enormemente. Dolorosamente.

In modo così violento e feroce che avrebbe dato un braccio per evitarselo. Ma non poteva. Neanche sapeva se era sano, il braccio che voleva barattare.

Quando finalmente è arrivata la telefonata dell’ospedale, faticava a camminare da solo. Teresa ha chiamato un’ambulanza e si è premurata che gli inservienti rispettassero le sue istruzioni alla lettera. Attenti alla buche e alle fermate brusche. Non lasciatelo fuori al freddo. E via così.

Lui ascoltava, incappucciato come un eschimese anche se fuori c’era il sole, i primi raggi timidi e ammiccanti che annunciavano un’estate torrida.

L’ultima seduta è durata due ore compreso il viaggio e l’arrivo al reparto di oncologia. E’bastata una sforacchiata per capire che non era in condizione di sopportare nulla, perfino l’acqua sulle labbra era dolorosa. Dopo un’altra ora di viaggio in ambulanza (al traffico dell’ora di punta un moribondo in più non spostava nulla) si è visto catapultare al punto di partenza. Teneva gli occhi chiusi, imbracato com’era per il trasporto. Ma se li sentiva addosso, quegli sguardi da ‘adesso che si fa? Questo ci rimane secco’. E invece no.

Si è fatto mettere a letto. E ha aspettato.

 

Potrestiesseretu si è spento dopo quattro giorni alle venti e diciotto. Nella sua casa in città. Teresa riposava in salotto perché ormai non riusciva neanche a starci, nella stessa stanza dove c’era lui ‘ridotto così’.

 

Morire non era nei miei piani.

Mi spettavano altri quarant’anni di vita almeno. Cinquanta se ero fortunato. Forse non avrei combinato granché. Forse. Ma mi fa impazzire l’idea di non saperlo, cos’avrei potuto combinare.

Soprattutto non pensavo di morire abbandonato, solo.

Solo.

Lo sono sempre stato. Prima e dopo la malattia.

Abbandonato.

Dipende da cosa si intende. Ho sempre vissuto senza dipendere da nessuno. Mi piaceva così e non lo rinnego. Ma superata una certa soglia si ha bisogno di aiuto.

Bisogno.

Di.

Aiuto.

Forse io avevo esaurito il mio bonus da qualche parte e non lo sapevo.

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