Era il sette gennaio 2005.
Mi ero presa un giorno di ferie e insieme a quello che è, poi, diventato mio marito ci siamo infilati dentro un treno.

Era quello delle otto e qualcosa (l’orario esatto l’ho rimosso del tutto, così diverso eppure vicino all’altro).

Da San Giovanni in Persiceto siamo arrivati a Verona in meno di un’ora, comunque davvero poco. Era la prima volta che vedevo l’arena dal vivo.

Tutta la mattinata l’abbiamo passata camminando svelti, sbirciando vetrine, intrufolandoci in vie strette e serpeggianti. Facendo fotografie improbabili.

Poi gli squilli.

Li ricordo bene perché sono arrivati a pochi minuti di distanza.

Il mio cellulare. Poi l’altro.

E tante voci terrorizzate, acute. Anche senza ascoltarne i significati facevano venire la pelle d’oca.

Mi sentiii? Ma voi state bene? Dove… siete?

Alle dodici e cinquanta circa, all’altezza di Bolognina (una frazione di Crevalcore) proprio dove – all’epoca – c’era un binario unico, due treni si sono scontrati.

Quindi era la stessa linea che avevamo preso noi (la Bologna – Verona), stesso giorno. Solo qualche ora dopo.

Per tornare a Persiceto abbiamo fatto di tutto. Trenitalia aveva messo a disposizione per tutti i clienti una serie di autobus fino a Poggio Rusco da dove dovevano arrivare delle corriere che ci avrebbero riportato fino a Bologna. Aprimmo la porta di casa oltre le dieci di sera. Esausti, stremati e confusi. Quando siamo entrati nel piccolo treno che da Bologna ci ha lasciato a Persiceto ricordo un silenzio irreale. Due piani di treno che rimbombavano a ogni paso. Eppure ogni faccia che incrociavamo era granitica. Tutti scappavano. Anche noi. Ci siamo infilati nel primo vagone libero. E per libero intendo proprio vuoto. Deserto. Non volevamo avere nessuno intorno dopo essere rimasti strizzati tra perfetti sconosciuti per ore. Perfino noi due, io e mio marito, ci siamo seduti in posti lontani.
Eravamo
lontani.

Passando, dalla corriera enorme dove eravamo stipati, abbiamo intravisto la fermata della Bolognina. La strada passava accanto alla linea ferroviaria. E noi ammutoliti. Colli lunghi e nasi contro i finestrini. Ricordo che pioveva ma non era un freddo quantificabile quello che sentivamo. Lamiere appena intraviste, tra la nebbia, e gente ovunque che sbucava poi spariva. Occhi enormi, fuori dalle orbite.
Non avevamo paura, noi che in un qualche modo non eravamo lì quando. Piuttosto intontiti, qualcuno dietro di me parlava a raffica, mitragliate di parole vuote ma utili a riempire il silenzio. Una ragazzina stringeva il walkman, lo accendeva poi lo spegneva senza infilarsi le cuffie. Vedevo le sue unghie laccate di fucsia premere i tasti.

Ricordo che l’ufficio informazioni della stazione di Verona era stracolma di gente, formiche operose a velocità doppia. E che, molto dopo, infilandomi tra le coperte mi sono sentita ingiustamente viva. Io e mio marito abbiamo fatto zapping tra i vari telegiornali notturni fino alle tre di mattina. Non riuscivamo più a ‘spegnerci’.

Poi niente.

Non si è più saputo granché.

Passate le settimane ‘calde’, quando i morti e le lamiere ancora urlavano.

Basta.

La linea è stata ampliata, questo si. Adesso ci sono due binari.

Però cos’è successo esattamente, perché proprio quella tratta, a quell’ora di quel giorno.

Non si sa.

Si è discusso sul famoso ‘errore umano’, sui problemi strutturali, le carenza nelle manutenzioni, le gestioni e perfino il tempo (quella mattina c’era una nebbia persistente). Si sono fatte molte ipotesi che sembrano essersi cristallizzate assieme a molti altri eventi tragici che attendono chiarimenti. Attendo e attendono. Forse all’infinito.

Diciassette morti.

Un’ottantina di feriti.

Eppure la colpa pare essere del macchinista (tra l’altro morto anche lui nell’impatto). Non si è fermato davanti a due semafori rossi (c’era la nebbia, l’ho già scritto). Nessun altro avviso, pare. C’è stato chi (dall’interno di Trenitalia, senza nome o qualifica) ha sussurrato che in certi casi di maggior disagio si ‘usa’ telefonare ai macchinisti per avvisarli di eventuali manovre. Si ‘usa
nel senso che è una prassi non ufficiale, diciamo che alle volte si fa. Forse quel sette gennaio duemilacinque nessuno ha potuto chiamare.
Non è facile trovare informazioni sulla risoluzione del processo, anche se tutti i documenti che ho rintracciato on line parlano di ‘archiviazione’.

Archiviazione.

Quel sette gennaio è stato definitivamente chiuso dentro un apposito contenitore con annessa etichetta.

File.

Salva con nome.

Chiudi.

E in quel ‘chiudi’ ci sento la stessa malata filosofia di gestione di avvenimenti tragici come questi.

A me è andata bene, non c’è molto altro da dire. Eppure tutt’ora non mi basta.

Non capisco perché davanti alle tragedie – nel luccicante e tecnologico ventunesimo secolo – la ‘conclusione’ sia quasi sempre annunciata (mentre aspettavamo la corriera a Poggio Rusco, due funzionari delle ferrovie già discutevano sulle responsabilità dei macchinisti, i semafori, uno dei quali – dicevano – non era ben visibile…), in ogni caso la ‘conclusione ufficiale’ non è mai stata divulgata come doveva. Come meritava. Di certo non fa più ‘audience’, dopo, è meno ‘scenica’. E ‘interessante.

Eppure ci sono stati dei morti e dei feriti. Due treni praticamente smembrati, l’uno davanti all’altro.

E la terribile sensazione che, come sempre, le informazioni siano state divulgate a senso unico. Pilotate. Indirizzate verso un’altra nebbia. In ogni caso c’è stata poca voglia di scavare, capire e approfondire.
Non resta che credere alle (scarse) informazioni reperibili.

E ringraziare di essere qui, adesso a raccontarlo.Qualche ora ha deciso per me. Come per moltissimi altri passeggeri.
Qualche ora ci ha sputato verso ‘nuovi giorni’ che ora, si spera, stiamo vivendo.

Trecento. Duecento. Cento minuti a.


Barbara Gozzi

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Ricordo narrativo apparso su ‘Non fiction’.

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