Ci sono posti

14 giugno 2008

Si ritrova lungo la strada senza rendersene conto; non c’è un percorso, qualcosa che le indichi con precisione dove girare o come arrivarci.
E neanche se ne accorge, non subito almeno, che l’ha trovata.

Cammina continuando a guardarsi in giro poi un raggio di sole, due cartelli storti e nell’aria un odore familiare. Si è lei, pensa, mentre rallenta l’andatura. D’improvviso ricorda il verde scuro che la colpì scendendo dalla Volvo dei suoi, ricorda l’odore di muffa e la nebbia mattutina che ne sfumava i contorni. Poi quel senso di pericolo che le ha fatto gelare il sangue, voci lontane, distorte e un agente che l’ha presa per un braccio, la tratteneva ma lei non capiva, voleva andare, proseguire e sapere cos’era successo, perché dicevano che suo fratello era lì. Ma lì dove?

Certi posti trattengono frammenti indelebili, che li collegano alle persone; tracce invisibili che sono vecchi amici mai dimenticati. E quando si riuniscono riaffiorano colori precisi, un vago aroma che trasforma la percezione in memoria e recupera schegge sepolte, di vite che sono rimaste impresse.

Proprio lì, in quella strada stretta dimenticata dall’urbanizzazione è successo.
Dieci anni fa, però.
E il solo pensarci, ricordare che, sembra complicato, uno di quei film in bianco e nero con la pellicola rovinata dal tempo e le mani. Sembra anche diverso però, adesso che si guarda in giro associando spazi a pezzi di vita sepolti dallo scorrere del tempo; sembra perfino insensato mentre ci cammina con gli occhi di quei vent’anni rubati ai banchi, con la voglia di fare tutto, ridere, non pensare e uscire solo per il gusto di non fermarsi mai.

Le campagne emiliane sono indolenti, è difficile descriverle perché il loro sapore dipende dall’umidità, dai canali quanto dalle distese di terriccio secco e incolto. E’ difficile perfino immaginarle, bisogna posarci i piedi in certi angoli nascosti, tra piante enormi e strade che sono scie di buche e ciuffi d’erba selvatica.
Lei sa però, si è fissata tutto nella testa – polaroid automatica – prima di andarsene. E adesso è tornata. Solo che non pensava di averne ancora paura.

Era il millenovecentonovantasette.
Quando suo fratello si sentì male.
Dopo una nottata passata con la solita compagnia, ‘quelli grandi’ li chiamava lui perché erano tutti ultra venticinquenni mentre lui ne aveva appena compiuti diciotto. Ogni minuto libero lo passava con loro. Beveva e di certo faceva anche altro ma non le interessava granché all’epoca. Dopo invece si, è diventata un’ossessione scoprire cosa, come, dove ma soprattutto perché. Ossessione subdola, ridicola nel suo cercare qualcosa che ormai non esisteva più eppure per molto tempo non è riuscita a fermarsi, ha continuato a inseguirlo, cercarlo. Come oggi.

Era il diciotto febbraio, faceva freddo, umido come sempre in questi posti pieni di vegetazione rada e case diroccate.
Una macchina – si dice scura – ha scaricato un corpo lungo una stradina di periferia, in piena campagna. Un vecchio se n’è accorto solo perché urinava in santa pace dietro una pianta, oltre un paio di siepi c’era casa sua ma la necessità era tale da impedirgli di raggiungerla in tempo per. (Non si è mai chiarito cosa facesse a quell’ora il distinto contadino in pensione tra stradine buie e piante selvatiche).
Comunque li ha visti arrivare a tutta velocità – ha detto alla polizia che la macchina era stipata di gente – poi un’inchiodata da film americano e il tonfo.

Era mezzanotte passata da poco quando suo fratello è stato lasciato lungo quella stradina fangosa.
Nel suo stomaco c’era una miscela letale di alcool e chimica ma nessuno poteva saperlo. Ancora.

Raggiunto l’incrocio con la provinciale si volta, il sole illumina il paesaggio al punto che deve mettersi la mano davanti agli occhi per non vedere tutto bianco.
Allora è così, pensa mentre la paura evapora e lo scopre meno doloroso quel posto, non c’è niente lì che racconti di quella maledetta notte più nera delle altre. Le scappa una smorfia, un sorriso strozzato. Cosa pensava di trovarci? Anche adesso non riesce a rispondersi. E’ tornata ma non sa, non capisce se davvero, se lui o magari loro, se si poteva.

Ci sono posti che non si possono spiegare, in realtà non esistono finché non li si attraversa con gli occhi sbarrati e le orecchie in ascolto. Poi forse, anche dopo finiscono dimenticati.

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Foto BG.

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Alcune note dall’ ‘officina’ creativa.
Fotografia: è stata ‘rubata’ in senso letterale mentre aspettavo in macchina lungo una strada provinciale delle campagne modenesi, in pratica mi sono fermata in attesa che la macchina davanti a me svoltasse a sinistra e voltando la testa alla mia destra ho visto che ero ferma davanti al collegamento con un piccolo viottolo non asfaltato. C’era questo sole mattutino, brillante e in salita ma i colori risentivano ancora della nebbiolina leggera della notte. Così ho scattato.
Racconto: come dico in parte nella narrazione, ci sono posti che hanno qualcosa da dirci pur rimanendo in silenzio. Ci aspettano per sussurrarci quei segreti che custodiscono, di gente passata, avvenimenti accaduti… l’idea che in questa stradina di campagna possa essere successo qualcosa di ‘brutto’ mi è arrivata da subito, già mentre scattavo. Di certo ha contribuito l’atmosfera. Il fatto di trovarmi ferma proprio lì davanti di mattina presto (non erano ancora le otto), in quella finestra temporale dove le campagne si allontanano dalla brina, la notte e il grigio e cercano di avvicinarsi al chiarore di mezzogiorno, quella limpidezza che nelle belle giornate illumina tutto. E’ un transito anche questo per me, l’ho sentito sulla pelle, come una finestra in un certo senso anche temporale. Allora lì, tra la ghiaia e la vegetazione selvatica ci ho visto una donna che camminava, un pò smarrita, un pò confusa. Il resto è venuto da sè.

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Racconto contaminato pubblicato sul blog Declinato al Femminile su menstyle.

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