Ravera Lidia – La seduzione dell’inverno

18 aprile 2008

L’amore è uno di quei sentimenti che risente molto delle esperienze personali, secondo me. Tremendamente. E’ impossibile non associarlo a quello che ci è accaduto, nel bene quanto nel male. E’ impossibile non ‘collocarlo’ all’interno di specifiche emozioni provate, a volte subite o comunque avvertite quando.
Il romanzo di Lidia Ravera racconta di amori. Mancati. Desiderati. Respinti. Mai nati. Contraddittori. Confusi. Silenziosi.
Si tratta di entrare tra personaggi che si, sono reali, se ne sentono i respiri, i gesti così comuni a tanti altri che anche noi compiamo ogni giorno. Sono dunque rappresentativi ma di un certo tipo di approccio all’amore, verso e con l’amore. E’ questa, a mio avviso, una delle caratteristiche che possono determinare l’appassionarsi o, viceversa, la repulsione immediata verso questo libro. Perché è la storia stessa che si incammina attraverso viuzze strette, isolate a volte (di certo poco frequentate) e piene di imprevisti, alberi marci crollati e fango spesso quanto invisibile.
Stefano lavora nella filiare romana di una casa editrice, anni prima aveva tentato di gestirne una sua con risultati prevedibili quanto fallimentari. Stefano è separato dalla ex moglie, l’ha tradita con OP ovvero Opera Prima, una giovane autrice dalle qualità acerbe con cui ha avuto una breve relazione di sesso.
In un’estate afosa, però, Stefano si ritrova in casa Sophie, donna elegante ed evidentemente in età matura che diventa la sua domestica, prestata – spiega lei – proprio dalla ex moglie che avendole già corrisposto lo stipendio ma non avendo più bisogno dei suoi servizi (Sara, la ex moglie è partita per una crociera, si dice) l’ha ‘ceduta’ a Stefano. Un dono, quasi. O uno degli ennesimi espedienti della donna per far pesare all’ex marito la sua posizione economica e il tradimento.
Eppure si percepisce da subito che questa domestica misteriosa cela qualcos’altro, che il lettore avverte ma non può – non deve – intravvedere con chiarezza come del resto lo stesso Stefano che si lascia condurre tra danze solitarie e pasti regolari a cui non era più abituato.
Tutta la prima parte e anche oltre di questo libro racconta una storia sottile, che si alimenta di silenzi, parole non dette ma quasi sussurrate, e in quel ‘quasi’ c’è la chiave di lettura per il resto della narrazione. E’ un ritmo lento, rallentato, che dilata il lettore, lo costringe ad ‘andare piano’ ad assaporare piccoli sviluppi, incontri domestici, riflessioni vaghe eppure intense, dettagli che sembrano caduti per caso (sembrano, appunto).
Poi tutto cambia.
La trama vira, si scopre al lettore in tutta la sua nuda crudezza ed è proprio in questa seconda parte del libro che, credo, il lettore possa innamorarsi del tutto o storcere il naso di fronte ad avvenimenti che non seguono canoni ‘tradizionali’, non ci sono quegli elementi tipici dell’innamoramento, quanto meno di quel tipo di innamoramento che ci si aspetta per convenzione, tradizione se vogliamo. Perché non è tanto ‘come’ lo vivono ma è proprio l’approccio che hanno i personaggi verso questo sentimento a lasciare stupiti, forse sorpresi, magari amareggiati o tediati o viceversa comprensivi.
Si potrebbe addirittura arrivare a pensare, ormai sul finire della lettura, che sentimenti così, visioni così non esistono davvero, non sono neanche verosimili. E invece no, io credo che esistano, credo che ragionevolmente in mezzo a questo nostro mondo vario, frammentato, disomogeneo, confuso e stordito si possa.
Non aver amato fino a oltre i quarant’anni.

” […] “non ho mai amato nessuno, e non amerò, probabilmente, mai, mi manca quel muscolo, il massimo che riesco a pompare è un pò di affetto, di tanto in tanto un pò di ammirazione. Raramente per le donne.” Non ricordava la reazione di Sara. Avevano tutti e due, all’epoca, da poco passato i trent’anni.” (pag.135)

Scegliere di giocarci, con l’amore, senza lasciarsene penetrare davvero.

“Ma forse non era vero lo stesso.
Innamorarsi non è fare l’amore.
Fare l’amore è come cucinare, ci vuole un pò di estro, ma la sostanza è manualità. Lei lo faceva bene, come faceva bene gli arrosti, le torte, le quiche, i brasati. Lui reagiva bene. ” (pag.89)

Temerlo, questo sentimento talmente strano, incomprensibile che ci schiaccia nella sua morsa fino a farci ‘fare’ quello che vuole.

” Sentiva il bisogno di difendersi dall’invidia, ne aveva paura. Aveva paura di tutte le solitudini che la sua felicità stava sfidando.” (pag.82)

Ma, più di tutto, credo che si possa – pur non avendo più vent’anni – cadere in uno stato di profondo e irrintracciabile stato di totale bisogno, dipendenza, annegamento verso un’altra persona che comunque non si conosce, non del tutto, perfino nelle informazioni pratiche minime (dati anagrafici esatti, attuale situazione personale, condizione economica…). Si, questo lo credo. Assolutamente.
Poi esiste tutto un mondo, che la Ravera tratteggia sul finale senza addentrarsene troppo, un mondo fatto di scommesse notturne, di ‘vita al buio’, di sesso che non si fa domande, cede a questo o a quell’altra senza ragionare ‘per genere’. E’ un mondo che tutt’ora (almeno in Italia) tendiamo a nascondere soprattutto a noi stessi. Dove si vive di espedienti ma anche di libertà di costumi, dove tutto – ma proprio tutto – ha un prezzo, un dare e avere automatico che diventa strumento di sopravvivenza.
Ebbene, proprio laggiù finirà Stefano, senza rendersene conto, senza averlo chiesto oltre tutto.

Un aspetto da non trascurare in questo libro è la scelta del tipo di narrazione. Per tutta la prima parte (con qualche ripresa successiva e nel finale), l’occhio del narratore è puntato su Stefano e non lo molla un attimo. E’ di lui che si narra, è lui che viene seguito negli spostamenti, nelle scelte e nei ragionamenti.
Finché la Ravera decide di cambiare, sposta l’occhio e permette al lettore di ‘ascoltare’ gli altri due mondi che si orbitano accanto seppure per un breve lasso di tempo. Quello di Sara, la ex moglie e naturalmente di Sophie. Ed è un cambiamento che ho molto apprezzato perché ne sentivo il bisogno, di lasciare per un pò il protagonista e avvicinarmi meglio, con più chiarezza a queste due figure femminili che sono importanti da subito (per la trama e gli sviluppi) eppure restano ugualmente in ombra, come se il loro punto di vista continuasse a celarsi, a mescolarsi coi silenzi. E’ proprio da questo tipo di narrazione, più femminile, in un certo senso di pancia e vomito, che il lettore afferra molti dettagli mancanti, dettagli che spostano in parte la visuale. Come spesso accade, quando si ascolta ‘l’altra faccia della stessa medaglia’ il male forse non è più così tanto male o lo è per motivi e disagi diversi dalle aspettative, mentre il bene si confonde, trova nuove dimensioni e collocazioni, vira insomma.
Una volta, una donna mi ha detto che ‘non è tanto una questione di stare con uomini o donne, quanto il trovarlo. Quel qualcuno così, che fa per noi e prenderlo. Di corsa. Perché se c’è e l’hai scovato ti conviene tenertelo stretto’. Ecco, mi sembra che sia un pò questa la chiave di lettura, la filosofia di vita di Sophie che – senza voler svelare troppo sulla trama – è di certo una cacciatrice, quanto una donna in fuga, un’abile attrice eppure così fragile quando. Sophie è un personaggio che lascia qualcosa, almeno a me è successo, una patina, un umore unto e che sembra inodore finché non ti avvicini, pieno di musica in sottofondo eppure immerso tanto, troppo, in silenzi studiati, cercati e forse anche amati.

“Lei non voleva dividere la sua vita con nessuno. Non aveva mai voluto… E adesso, arrivata all’età in cui le donne si preparano a scomparire, quest’uomo l’aveva estratta dal mucchio, le aveva mostrato il trono su cui ti può innalzare qualcuno, quando ti crede unica, diversa da tutte le altre.” (pag.162)

Non da meno Sara, che il lettore finirà per detestare nel corso della prima parte del romanzo, si mostra, invece, in pochi pagine in realtà, diversa dalle attese. O meglio. Quello che ne diceva Stefano, certo, aggiungendo una serie di paure nascoste, comportamenti al limite dell’ossessivo ma causati da dinamiche molto meno rare di quanto crediamo. Una donna come lei, ricca e dal fisico ancora giovane, sportivo, non dovrebbe avere problemi – è questo il peso che si trascina il personaggio. Un peso che la schiaccia, ne mostra il dolore più profondo, questo bisogno di amare in modo totalitario, quel tipo di amore che ci si aspetta di leggere nel romanzo e invece non c’è, è diverso nei moti, gli umori e di certo gli svolgimenti.

” Il silenzio li stava riportando ad altri silenzi del passato.
C’erano stati molti silenzi nel loro matrimonio, silenzi di qualità diverse. Gli ultimi silenzi erano crepuscoli in un cimitero.” (pag.126)

C’è poi – e qui la volontà della Ravera mi sembra di averla sentita come un’imposizione ‘dall’alto’, un dictat – c’è insomma una parte della storia che verte inevitabilmente attorno al mondo dell’editoria. Stefano, come accennavo sopra, lavora per una casa editrice. OP è la classica ragazza giovane che scrive e le tenta tutte per emergere, per farsi pubblicare l’opera seconda e tutto il resto. Ci sono alcuni colleghi di Stefano che parteciperanno a una parte della trama trascinandosi dietro un contorno che sembra ‘relativo’, invece secondo me è assoluto. E’ rilevante insomma. Non tanto per approfondire i protagonisti, appena un pò. Ma neppure per la trama in se e gli sviluppi. Proprio poco.
Gli stralci offerti dalla Ravera sul mondo dell’editoria ci sono per un motivo. E secondo me è qualcosa che ha proprio poco a che fare con la storia. Sono messaggi. Strizzate d’occhi. Frecciate sibilline. O almeno, è così che le ho percepite io leggendo, forse perché talune dinamiche le conosco, le ho sentite, ne hanno già discusso altri. Eppure non è affatto casuale. Sono troppi i riferimenti. Le parole messe in bocca a certi personaggi per. ‘Per’ informare forse, ammonire, divertire, sorridere ironicamente o magari dissuadere. A ognuno, il suo ‘per’, suppongo.

” […] mise mano a una pila di cartelline rigide, che contenevano dattiloscritti. Era il Gulag dei Senza Speranza, gente che aveva inviato il proprio elaborato per posta, senza telefonate di sostegno. Erano quasi sempre storie fragili espresse con parole ricercate. Molto sesso e qualche malinconia. ” (pag.116)

” Tutti i giovani scrittori, maschi d’età compresa fra i trentotto e i quarantacinque anni, che si attenevano scrupolosamente al costume di jeans e motorino, come per una convenzione da commedia, avevano imparato ad accontentarsi. Di femmine, nella scuderia degli esordienti, c’era soltanto Silvia, ad aspirare al titolo di ‘giovane scrittore’. Le altre erano meteore. Troppo grasse, troppo pigre o troppo insicure per andare oltre la raccolta di raccontini.” (pag.76)

” Non gli viene mai in mente, a questi qua, che forse hanno scritto un libro di cui non frega niente a nessuno? Non li sfiora il sospetto di essere finiti, morti, sepolti, senza alcun aggancio con la realtà… decotti stantii… oddio!” ” (pag.47)

Nel complesso è un romanzo che assembla. Si rifiuta di seguire linearmente una storia d’amore bensì ne cambia inquadratura, la spezza a un certo punto per poi riallinearni i pezzi (in ordine non proprio coincidente). Ma è anche un cercare squarci di una realtà che evidentemente la Ravera conosce bene, sullo scrivere e il pubblicare e il ‘fare libri’ che non è proprio un amare ‘le storie’ in senso stretto.
E questa storia, invece, quella di Stefano che poi cede la scena a Sara e Sophie, per poi tornare e riprendersi con forza e sfinimento il suo pubblico; questa storia ha qualcosa di latente, di ‘confine’ nel suo svelare graffi generalmente camuffati, nel suo accarezzare dinamiche sentimentali ma che sono anche estremamente pratiche, dal sapore acido del quotidiano, della ricerca di un ‘vivere’ che sia come un vestito che ci fa stare bene, si aggrappa alle nostre curve naturali e le valorizza, ci rende pronti ad affrontare cosa c’è ‘là fuori’ senza che gli altri o le convenzioni condizionino le cuciture o i tessuti di questo nostro vestito che non è ‘taglia unica’ – mai! – è un modello di sartoria d’altri tempi, cucino a mano e rigorosamente con lentezza esasperante, che risente del tempo e le esperienze.
A volerli guardare più da vicino, questi personaggi, se lo stanno cucendo da soli, il vivere, ognuno tentando di coprire certe cicatrici mentre altre sbucciature finiscono inevitabilmente in vista, parte di un nuovo modo di sentirsi e forse – forse – accettarsi.

Ci sono alcune imperfezioni, una in particolare, di tipo grafico che in ogni caso non inficiano la lettura che anzi risulta facilitata dalla grandezza dei caratteri e la dimensione del volume (comodo da portare in giro, con la copertina morbida adattabile a borse e affini).

Sullo stile della Ravera non ho molto da aggiungere a quanto si è già notato leggendo le brevi citazioni che propongo sopra. E’ un linguaggio che si sfida a volte, altre scorre sciolto, quasi automatico. Ci sono punti davvero eccellenti nell’uso delle parole, nel saperle mettere in fila lasciando il lettore anche un pò sorpreso sul risultato finale talmente giusto, adatto a quel preciso risvolto narrativo. In altri casi sembra appiattirsi un pò, appena, il tempo di lasciar respirare il lettore, come a non volerlo affaticare troppo (e qui certo dipende dal tipo di lettore, dalla dimestichezza che ha con la lettura in generale e i linguaggi meno standard, non da best seller per intenderci). Personalmente avrei apprezzato di più lo sforzo di mantenere alto il livello strutturale, ma è chiaramente un’annotazione legata al mio gusto personale e quindi assolutamente opinabile.

Annotazione personale: nel contesto ironico quanto crudo e sottilmente vero, mi è rimasta molto impressa questa parte (gustabile anche senza sapere il contorno):

” […] Lui detestava certe formule del parlare comune. Per filo e per segno. Dava in escandescenze, che cosa vuol dire, sceglietele le parole, le parole hanno un’anima… era uno dei suoi numeri fissi in società. Gli amici si divertivano. La passione per le parole, a non averne altre, può farti accettare nel gruppo. Chi è senza passioni non ha fascino. Non ha diritto a essere amato. ” (pag.130)

La seduzione dell’inverno
di Lidia Ravera
Nottetempo, 2008
Isbn 978-88-74-52138-8, Euro 14

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